Squinzi Jones

Gli darei un cinque, a Mazzarri. Ah già, si è rotto una mano. E nemmeno io scherzo. Più che l’incontro di Teano sarebbe la coda per il ticket in Ortopedia. Vabbe’, trattasi comunque di roba simbolica. Gli farei i complimenti e gli chiederei scusa a nome di tutti noi, perchè oggi a San Siro c’era un allenatore testone il doppio o il triplo di lui, uno che ordinava di pressare alto sullo 0-0, poi sullo 0-1, poi sullo 0-2, e attacca, e tieni alto, e sali, e 0-3, sali, 0-4… Perchè la vita, la vita vera, non è così? E così, andando in porta col pallone come nemmeno accade nelle amichevoli con la Guanzatese, teniamo così alta la nostra media – 4 partite ufficiali, 16 gol fatti e zero subiti – che all’Iffsh il computerone starà facendo beeeeep beeeeep e segnalerà queste performance d’altri tempi. Certo, il mondo non è fatto di squadre islandesi e squinzesi – e infatti con l’unica squadra appena normale, benché priva di attacco, abbiamo fatto 0-0 – ma perchè tenere per forza a bada l’endorfina in domeniche così serene? E lasciamola fluire, perdio, prima di andare giovedì al fronte e domenica a Palermo e vedere se davvero ci troviamo bene con le squadre un po’ così e meno bene con le squadre che almeno un pochino si coprono. Boh, si vedrà. Mi rassereno per la vena di Kovacic, per la voglia di Icardi, per il killer instinct di Medel. Stop. Non riesco ad affrontare una seria disamina con davanti il faccione di Squinzi Jones, uno che tifa Milan, compra dalla Juve e si fa inculare dall’Inter. No, non ci riesco. E’ la nostra mascotte e ci tiene alto il Pil, ormai gli vogliamo bene e speriamo di incontrarlo più spesso, come quegli amici con cui si passa bene il tempo anche se li vedi solo due volte l’anno e te ne rammarichi. Grazie Squinzi, spero che almeno ti riducano l’Irap. Ad majora.
Inter - Sassuolo
 

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Il meglio (speriamo) deve ancora venire

Praticamente, quando ho saputo che all’evento oltrepadano “Goal a grappoli” – di cui ero indegnamente nel cast – sarebbe arrivato anche Mazzarri, ho avvertito in tempo reale Lorenzo, l’Uomo che non deve chiedere mai (il pettine) (lui è pettinato di natura).  Lorenzo è un interista dall’entusiasmo totale. Se gli dici: “Oh, domani a Pavia forse c’è l’amico immaginario del cognato di Andreolli”, lui ti dice “Vengo!”. E in effetti all’invito mazzariano mi risponde “Vengo!”, ma aggiunge:
“Imbottito di esplosivo”.
Del resto è così, il Miste non è ai massimi storici del gradimento. Vabbe’,  lo Zanetti delle raffinerie comunque è avvertito e posso recarmi sereno all’appuntamento in cui spero di poter rivolgere un paio di domandine all’uomo che guida l’Inter. E’ giovedì pomeriggio, ore 18.30. Nel luogo del convegno, in cui cominciano ad arrivare alla spicciolata vigneron e tifosi nerazzurri, vedo profilarsi in lontananza i Bee Gees della gufata: Lorenzo, Antonio e Marco. Tutti assieme non li vedevo dal Primo maggio, la notte della Grande gufata gobba pro Benfica, iniziata tra mille paure e finita rotolandosi per terra come bambini dell’asilo.
(qui va aperta una parentesi, perchè certe cose bisogna che si sappiano. Esattamente 100 giorni dopo la Grande gufata, il 10 agosto, a pochi minuti di distanza l’uno dall’altro, io mi rompevo il gomito e Lorenzo si strappava i gemelli. Ci siamo incontrati in ospedale, io in pigiama col braccio al collo e lui in bermuda con le stampelle, sembrava il raduno degli ex combattenti. Gufare contro il Male evidentemente ha il suo prezzo, e noi lo abbiamo pagato)
Benvenuti, gli dico. E loro mi rispondono con alcune frasi smozzicate che ricostruisco depurandole da parolacce e facendo uso di metafore e allocuzioni eleganti: “Grazie per averci invitato, amico nostro, ma siamo venuti qui sospinti da uno scarso entusiasmo perchè l’uomo attualmente responsabile della guida tecnica dell’Inter non ci convince appieno e nemmeno ci ispira una profonda simpatia come facevano molti dei suoi predecessori”. Antonio nota nella mia mano una copia del libro di Mazzarri: “Noooo cazzo, il libro noooo!” (è giusto anticiparvi che il suddetto supertifoso nel giro di un paio d’orette cambierà decisamente atteggiamento: basta saper aspettare).
Mazzarri arriverà in ritardo – proveniente da Appiano, secondo allenamento quotidiano, e frenato da un mezzo ingorgo – ma arriverà. Parla, risponde, replica, interloquisce. Poi la mia amica Lara, l’anchor woman de noantri, mi dà la parola, presentandomi amorevolmente come giornalista e bloggher nerazzurro, “lei mister li legge i blog?” e lui “No guardi, lo dico sinceramente, non ho nemmeno tempo di accendere il computer”, e io li volevo dirgli
“Miste, lei non conosce i blog e nemmeno il blogghe?”
ma ho evitato polemiche personali e gli ho rivolto due domande serie.
1) Mister, lei – lo dice lei stesso – non è un gran comunicatore. Pensa di avere scontato questa cosa nel corso della sua carriera?”
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Erano le 20.08. Mazzarri inizia a guardarmi negli occhi e a rispondermi. Mi fisserà dritto fino alle 20.16. Otto minuti in cui sembravamo Giucas Casella contro Toni Binarelli.
Risposta (in sintesi): guardi, sì, sicuramente questa cosa l’ho pagata. Quando ero alla Reggina fui scartato da una grande squadra che mi voleva per meriti tecnici ma riteneva che non mi presentassi bene in panchina e davanti ai microfoni. Ma io sono fatto così, un po’ sono migliorato e forse posso migliorare ancora.
2) Mister, il suo libro si intitola “Il meglio deve ancora venire”, e noi tifosi glielo auguriamo perchè è anche una nostra speranza, cioè che nell’avventura di Mazzarri all’Inter il meglio debba ancora venire. Lei che sensazioni ha, che questo meglio stia arrivando?
Risposta (in sintesi): questa squadra e in fondo anche questa società stanno ripartendo daccapo, il monte ingaggi è passato da 220 a 80 milioni annui e questo vuol dire un sacco di cose. Serve pazienza, da parte di tutti, ed è necessario che anche voi media trasmettiate questo messaggio. Tutto l’ambiente nerazzurro deve armarsi di pazienza e remare dalla stessa parte.
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Alle 20.17 Mazzarri rivolge lo sguardo altrove per rispondere a un’altra domanda e io mi accascio sulla poltrona. Il dibattito si chiude e parte l’assalto a foto e autografo del Miste che, meno male, non si sottrae. In fila noto anche Antonio con il telefonino in mano: “Punto al selfie”. Ma come, faccio io, mi hai insultato per il libro e ora… “Punto al selfie! Punto al selfie! Arf! Arf!” Ha uno sguardo assatanato, che placherà solo dopo avere effettivamente fatto il selfie con Mazzarri.
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Mi sento più sereno. Ma in quel momento incrocio l’altro sguardo allucinato, quello di Lorenzo. “Adesso…” “No, non farlo!” gli dico io, pensando che stesse per farsi esplodere, “ci sono un sacco di bambini, non farlo!”. “Adesso gli chiedo dei calci d’angolo!” “No, non farlo, stai calmo, vieni, ti offro un Cruasè”, “Calci d’angolo! Calci d’angolo!”. Sembra Rutger Hauer, mi scosto e lo lascio passare.
Lorenzo si fa strada nella folla e si trova di fronte a Mazzarri. Mazzarri si trova di fronte Lorenzo. Io sto sudando tipo Nadal al quarto set. Lorenzo chiede:
“Mister, posso farle una domanda tecnica?”
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Oddio. Adesso le guardie nerazzurre lo stordiscono e lo portano via e me lo abbandonano vicino al casello di Casei Gerola con un gettone per chiamare a casa. E’ colpa mia, non dovevo invitarlo, è tutta colpa mia…
“Se posso risponderle, sì”, dice Mazzarri fissando la pettinatura di Lorenzo, che evidentemente gli ricorda qualcosa.
Oddio. (silenzio di tomba)
“Ecco: ma come è possibile che dei professionisti sbaglino i calci d’angolo?”. Seguono (Lorenzo) elenco dei calci d’angolo sbagliati e che ci sono costati caro, e (Mazzarri) risposta accorata alle rimostranze tecniche del tifoso.
Mi accascio di nuovo sulla sedia a riprendere fiato, poi mi faccio strada a colpi di gesso e appena finisce di rispondere a Lorenzo il Miste mi autografa il libro.
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Dopodichè la folla si sposta a fare un brindisi generale, brinda pure Mazzarri, e nonostante la folta presenza di vips (Sabrina Gandolfi, Civoli, Casarin, Pellegatti eccetera) la troupe di Inter channel punta verso di me:  “Possiamo intervistarti?”. Miste, ha visto il blogghe?
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Bene, non benissimo, diciamo così così, al limite maluccio

Torino Fc - Inter
Nel giro di 26 ore e un quarto si sono verificati due avvenimenti – l’esordio in campionato e lo stop al calciomercato – che non si potevano commentare separatamente in totale serenità. Del tipo che, alzando il culo dalla sedia dopo Torino-Inter, il primo pensiero non è stato “madonna che sconcerto mi ribolle in corpo” ma “vabbe’ dai, magari domani prendiamo XXX e la vita tornerà a sorridere a me e al mio gomito in frantumi”.
Quindi, col senno di poi, azioniamo il tasto rewind e torniamo a domenica sera alle 22,30 circa, quando l’arbitro ha dato il triplice fischio all’Olimpico di Torino e io, alzando il culo dalla sedia, avrei effettivamente dovuto mormorare “madonna che sconcerto mi ribolle in corpo”.
(praticamente è una sliding door postuma, a scoppio ritardato e con ricevuta di ritorno)
Non che iniziare il campionato in trasferta con una squadra rognosa e reduce da quattro partite ufficiali in Europa League (per quanto priva delle due star della scorsa stagione) fosse un esordio comodo. Ma, a parità di scomodità, la cuginanza gonza e la Roma hanno fatto una figura ben migliore e i loro tifosi sono lì che gongolano, magari ad minchiam ma gongolano. Per non dire della Juve, graziata dall’ex amico di Icardi quando però poteva essere avanti cinque a zero. Insomma, iniziamo un passo dietro agli altri. Che non vuole dire un cazzo dopo una giornata di campionato – siamo già in pausa, che strazio indicibile -, ci mancherebbe altro. Ma vogliamo dare un minimo peso alle impressioni, specie a quelle sgradevolmente reali?
Anche perché, dopo la partita bruttarella di domenica, la giornata del lunedì è trascorsa allo stesso modo, bruttarella, ansiogena, un passo dietro agli altri, a cercar di vendere un giocatore che stai cercando di vendere da otto mesi (uh, chissà che quali motivazioni sarà animato) e alla fine, tra offerte del menga e controfferte a strozzo, senza risolvere nessuno dei nostri problemi. Al 2 di settembre siamo già lì che ci lecchiamo le ferite in attacco (quattro punte, di cui una infortunata, una acciaccata e una minorenne), guardiamo col broncio una partita in cui non  combiniamo nulla per lunghi tratti (sono mica tutti islandesi), ci chiediamo se Mazzarri ci è o ci fa (del resto abbiamo giocato con una punta anche con la corazzata Stjarnan), eccetera eccetera eccetera. Siamo già lì a criticare un mercato che fino al 30 agosto era “molto positivo”.
Ma io voglio guardare avanti, rasserenato come dopo un blister di orociok. Voglio pensare che sia troppo presto per sputare qualsiasi sentenza, voglio pensare che a ranghi completi ce la possiamo giocare, voglio pensare che finita la  sudditanza argentina questa squadra impari a correre (da sola). Prima di strapparmi i capelli voglio aspettare. Anche perché il gesso lo tolgo il 16, e prima del 16 non posso strapparmi un bel cavolo di niente.

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Solare? No, grazie

Può essere solare un sistema, un’energia, un’ora, un pannello, una crema, un plesso. Ma tu, sì, tu, intervistato al tiggì, perchè mi dici che la persona testè assassinata era solare, e invece tu, sì, proprio tu, al tg successivo mi dici che a suo modo era solare pure l’assassino? (una volta l’assassino era quello gentile che salutava sempre, buongiorno buonasera, ma chi si immaginava madonna mia?, mentre ora – qualche volta, ok, non sempre – è solare pure lui). Com’è che prima eravamo simpatici o stronzi, e adesso siamo tutti solari? (toccandosi i coglioni, eh? Per essere definito solare devi essere morto da poco, oppure – qualche volta, non sempre – avere ucciso qualcuno). Quand’è che è iniziato questa deriva solare? Ho cercato su internèt e ho trovato una tesi singolare. Per qualcuno la diffusione del solare sarebbe legata a quelle penose intervistine ai ragazzi in discoteca, ricordate? “Scrivetemi, contattemi, sono una persona (rullo di tamburi) solare“. Seguiva primo piano di un truzzo pazzesco, anello di congiunzione tra l’homo sapiens e il mandrillo (Mandrillus sphinx Linneo), che sorrideva in camera per mostrarsi – ok, truzzo e puzzolente finchè si vuole – abbastanza solare. “Ahò hai sentito? E’ solare!” “Ganzo!” E solare è diventato virale (“Contattatemi, mi puzza il fiato/ sono in attesa del terzo grado di giudizio / rubo autoradio ma sono tanto solare“). Sette-otto anni fa, dunque, iniziava a diffondersi il morbo della solarità, più o meno contemporaneamente – ciò è curioso, pur non c’entrando nulla – all’arrivo di Solari all’Inter (che poi Santiago era abbastanza solare, ma Liz lo era molto di più, e non in senso figurato ma in senzo pratico, solare come un pannello solare). Da allora, le persone sono catalogate come prima – da brave a pezzi di merda – ma hanno in più solare come opzione, opzione che è diventata ormai di default, una specie di patch che ci attacchiamo tutti sulla manica sinistra, c’è chi è il club più titolato al mondo e c’è chi è solare. O meglio, faremmo prima a dire chi non è solare, visto l’immane quantità di solari. E dando per scontato che tra le definizioni che ci possono appioppare c’è di sicuro quella di persona solare, ormai a ciascuno spetta l’onere della prova (una prova solare, obviously). Cioè, quella di dichiararsi non solare. “Lei è solare, no?” “No guardi, sono una brutta persona, quindi non mi caghi il cazzo”. Tra l’altro, qualcuno si ricorda più il significato di solare riferito a una persona e non a un pannello? Sempre da internèt, dizionario on line: luminoso, sereno, ottimista. Mej cojoni: ma voi conoscete in natura una persona che – contemporaneamente! – sia luminosa, serena e ottimista? Sì, a volte capita: per esempio, maggio 2010, quanti interisti non erano ottimisti e luminosi? Ma sereni, voglio dire: voi eravate sereni? Io durante Roma-Samp ho perso tre chili e un anno di vita, durante Siena-Inter ho mangiato un chilo di unghie e tre di orociok, al Bernabeu ho lasciato millemila calorie umane e sentimentali. Praticamente: sono stato solare per quella mezz’oretta susseguente al secondo gol di Milito, poi ho impiegato un’altra mezz’ora a trovare il pullman per l’aeroporto e ho perso ogni solarità. Quindi basta, solari un cazzo. Se vi hanno ucciso o rapito o ferito un amico, dite che era/é gentile, simpatico, generoso, ma non che era/è solare. Per tre motivi: 1) probabilmente non è vero; 2) non sapete cosa vuol dire solare; 3) avete rotto i coglioni. “Sì, ok, ha decapitato la colf con una mannaia, ma era un ragazzo così solare”: ecco, vi prego, basta così.
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L'Inter è nuova, davvero

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Non ho la testa nè sufficienti braccia (il 50% è fuori uso) (delle braccia, dico) per fare chissà quali considerazioni su una partita vinta in Islanda ad agosto contro una squadra di buontemponi, a ranghi ancora non completi nè definitivi, a mercato ancora aperto, a scelte ancora in itinere. Però è un’occasione da ricordare, a suo modo storica. E’ stata la prima partita di una nuova Inter, ma nuova davvero. Un’Inter ancora più nuova della sua maglia nuova (tanto nuova e originale che non è nemmeno nostra) e dei suoi volti nuovi e seminuovi.
1) E’ un’Inter demorattizzata. Non tanto e non solo perchè, dopo il cambio in corsa dell’ultimo campionato,  Thohir inizia la sua prima  reale ed esclusiva stagione da padrone. Ma perchè lo spoil system degli ultimi mesi ci consegna una società rinnovatissima nelle sue posizioni chiave. Dopo qualche mese di tarallucci e vino, la rivoluzione si è compiuta.
2) E’ un’Inter dezanettizzata. Fatti salvi i sentimenti, la gratitudine e il rispetto per i campioni del Triplete passati a diversa vita, l’Inter può finalmente voltare pagina senza più dover pagare tributi al suo passato. E’ come un bambino in bici nel momento in cui i genitori gli tolgono le rotelle: c’è un momento di vertigine, ma poi – vuoi mettere? – si va.
Ecco: si va. E’ una chance bella e stimolante: questi siamo – secondo una strategia strettamente connessa alle possibilità – e bòn, non ci sono cazzi, nè padri spirituali da onorare al di là del ragionevole. Il tempo ci dirà se la situazione avrebbe potuto dirsi perfetta con un’Inter anche demazzarrizzata. Il miste(r) ha una seconda possibilità. Se la giochi. Non ha più la scusa del caos in cui si è trovato improvvisamente lo scorso anno. Tutto è molto più chiaro nel back office e anche nella rosa che avrà a disposizione. L’Inter è il bambino di cui sopra, senza più rotelle e con una teorica gran voglia di levarsi dai coglioni, pedalare e vedere dove arrivare con le proprie forze. Non si pretende nulla a priori. Nulla di impossibile, dico. Deve tenere il manubrio dritto, restare in equilibrio, evitare gli ostacoli: non per nulla, quelle direttive tecniche e morali che competono all’allenatore. Non c’è più gente a cui trovare il posto per forza: è tutto più chiaro, lineare, basico. Mazzarri, riprovaci. Da qui in poi – a te bisogna parlare così – sono tutte finali.
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(nella foto: non chiedetemi il perchè delle metafore ciclistiche)

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Wikisector (tutto quello che avreste voluto sapere sull'Ungmennafélagið Stjarnan e non avete mai osato chiedere)

Un blog che si rispetti non deve mai perdere l’occasione di fare divulgazione, e quindi se l’Inter viene sorteggiata in Europa League con l’Ungmennafélagið Stjarnan io mi ci tuffo a pesce come se a Piero Angela portassero le prove di un asteroide non ancora classificato. Di questo Ungmennafélagið Stjarnan si sa solo che i giocatori fanno i fenomeni quando fanno gol, e ognuno di voi – sì, di voi, sì – avrà trascorso il pomeriggio a vedere le spettacolari esultanze su YouTube e avrà condiviso il video su Facebook eccetera eccetera. E quindi? Avete la coscienza a posto? No, dico: a parte queste buffonate (solo la cattura del salmone e il tizio che caga nel cesso sono esultanze degne di nota), sì insomma, per il resto, che cazzo ne sapete voi dell’Ungmennafélagið Stjarnan e della sua città, Garðabær, e di come si scrive e di come si pronuncia con tutti questi geroglifici danesi messi lì apparentemente a caso?
(per come si scrive ho fatto copincolla su Wikipedia. Per come si pronuncia, non ne ho la più pallida idea. Secondo me bisogna improvvisare, ci si mangia una vocale a caso e si strascica una consonante a caso, e più o meno si dirà così, gherobeer, vabbè, ma non è importante, è solo per fare una certa figura in società lasciando supporre che si mastichi qualcosa di islandese)
Garðabær (is. Garðahreppur) è un comune islandese della regione di Höfuðborgarsvæðið. La combinazione comune-regione ha il record mondiale di geroglifici del cazzo per numero di lettere normali. A tutto il 2007 la sua popolazione era di 10.000 abitanti. Dal 2007, essendo assai noioso mettersi lì a contare la popolazione di Garðabær (is. Garðahreppur), i demografi islandesi vanno a spanne. Secondo gli ultimi dati, saranno più o meno 10.900. La densità (concentrazione di abitanti per chilometro quadrato) è di 153,65. Per darvi un’idea, Rozzano ha 3445,20 e Tokyo 6941,40. Quindi si sta larghi, a Garðabær (is. Garðahreppur).
Nel comune, continua Wikipedia, ha sede uno studio televisivo di 5067 m², che contiene una delle strutture più avanzate d’Europa per l’HDTV (la cosa curiosa è che il comune stesso, o forse l’Islanda stessa non è molto più larga di 5067 m²) . Inoltre a  Garðabær si trova l’unico negozio Ikea in Islanda. Questa è un’informazione più interessante. E’ assai probabile, date le dimensioni di Garðabær, che mezza squadra e mezza tifoseria abbiano stretti rapporti con l’Ikea: tipo che ci vanno o ci lavorano o ci sono dei familiari o degli amici che ci lavorano. Del resto la vicinanza con l’Ikea è testimoniata da alcuni particolari: 1) nello stemma societario nel 2004 è stata introdotta una piccola brugola; 2) nella sede societaria gli antichi mobili islandesi sono stati sostituiti con divani Klippan e librerie Expedit; 3) durante una partita con il Kravstjallunszellung i giocatori hanno presentato un’esultanza particolare – dopo il gol hanno montato dietro la porta una cucina Nexus/Factum – che, protrattasi per 45 minuti, ha causato l’ammonizione di tutti gli 11 uomini in campo.
In origine, quando l’Islanda venne colonizzata nel IX secolo, sull’area dell’odierna Garðabær erano presenti due fattorie. I loro nomi erano Vífilsstaðir e Skúlastaðir. Vífilsstaðir prendeva il nome da Vífill, un ex schiavo di Ingólfur Arnarson, il primo colonizzatore dell’Islanda. Skúlastaðir prendeva il nome da Skùla, la protagonista di un vecchio fumetto porno che veniva venduto in accoppiata con Laaandoo.
Ci sono molte riserve naturali nella regione dell’Höfuðborgarsvæðið. Il paesaggio, indipendentemente dal punto di Garðabær in cui lo si guarda, è suggestivo: ad ovest è infatti possibile ammirare il ghiacciaio Snæfellsjökull, mentre verso nord si può avere una buona vista di Kópavogur, Reykjavik e, sullo sfondo, della catena montuosa Esja. In breve, ci si rompe i coglioni molto in fretta. Per questo gli abitanti di Garðabær si sono appassionati al calcio. L’Ungmennafélagið Stjarnan è stata fondata nel 1960. E’ stata promossa per due volte in serie A (o come cavolo si chiamerà), la prima volta nel 1989 (vincendo il campionato di B) e la seconda volta nel 2008 (arrivando seconda). Quello con l’Inter sarà il quarto turno di preliminare per loro: cioè scusa, da quanto cazzo stanno giocando, da maggio? Hanno vinto due volte 4-0 col Bangor City (pensavo fosse una squadra indiana, invece è del Galles) (anche perchè cosa ci farebbe una squadra indiana in Europa League?), poi hanno buttato fuori il Motherwell (2-2 in casa e 3-2 in Scozia, dove hanno esultato bevendo whisky e molestando una steward) e infine il Lech Poznan (1-0, 0-0),  una delle nostre squadre del cuore da quando recentissimamente ha eliminato quegli sfigati della Juve in Europa League. Tutto questo ci deve indurre alla massima prudenza: stanno giocando da mesi e hanno inculato il Leh Poznan, quindi occhio. Il loro stadio è lo Stjörnuvöllur che può ospitare circa 1000 spettatori, cioè un decimo della popolazione, o un quinto dei clienti dell’Ikea. Col piffero che giocheremo lì, figuriamoci, 1000 spettatori, tzè. In occasione dell’incontro con i pittoreschi islandesi, anche l’Inter ha preparato un’esultanza particolare in occasione dei gol: Osvaldo spaccherà la faccia a M’Vila, Medel e Icardi.
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Writing to dick (redigere articoli senza capo nè coda)

Non so perchè mi metto a commentare l’incredibile articolo di Repubblica.it che imbastisce un ragionamento astruso e delirante sul fatto che l’Inter ha ingaggiato un direttore marketing non italiano (e pure donna) e quindi bòn, moriremo tutti. Ho la sensazione di sprecare tempo e usurare i polpastrelli invece di farmi una bella pizza o vedere il terzo episodio della quinta stagione di Breaking Bad che è lì che mi dice “vedimi, santiddio”. Eppure questo pezzo è talmente clamoroso che merita due righe. Avessi avuto sottomano il suo numero di fax, lo avrei di botto mandato a Mourinho sottolineando con il pennarello uno dei passaggi finali, quello in cui si rimprovera l’Inter di avere assunto manager stranieri, di paesi “senza offesa, mondi lontani, troppo, per chi il pallone lo vive più con il cuore che con la ragione”. E insomma, mi sono detto, vedi Josè?, quella stessa stampa che – tra le mille cose – ci dileggiava per avere una dirigenza troppo milanese e troppo tifosa, farlocca e spendacciona, naif e confusionaria, ecco, adesso ci dileggia perchè abbiamo una dirigenza troppo straniera, con gente messa lì a fare cose precise, con un progetto alle spalle che prevede il rispetto di certi parametri e il perseguimento di certi obiettivi. Che minchiata di iniziativa, la mia. Josè mi avrebbe risposto: embè? Dove vivi?
Però gli direi: no scusa, Vate, un conto è esercitare la prostituzione intellettuale contro una società che si ribella, vince, stravince, rompe i coglioni, smazza il mazzo, sbriciola gli schemi, smaschera la malavita, l’Inter di Moratti, del Mancio, la tua (sospiro). Un altro è immaginarsi un caporedattore che trova in agenzia la notizia – l’Inter assume una manager americana come direttore marketing – e dice alla tizia in questione: dai, fammi un bell’articolo in cui diciamo che l’Inter è sempre meno italiana e quindi bòn, moriremo tutti. A Repubblica, va detto, l’Inter sta un po’ sui coglioni di default  (sarà anche per via di quelle settemila inculate date alla Roma durante il favoloso settennio 2005/2011) (Repubblica è un giornale romano, don’t forget it):  il giornalista titolare infila battutine e sarcasmo sull’Inter anche nella più innocente delle occasioni, la giornalista rincalzo ci va giù piatta per cercare di non sfigurare col titolare. Ma non è questo il punto. Il punto è: con lo sfacelo che abbiamo intorno, con un calcio italiano sputtanato e sempre più distante dai top club europei, con un’elezione alle porte in cui sta venendo fuori ancora una volta il peggio del movimento, ecco, ha ancora senso perdere tempo a prendersela con l’Inter? Probabilmente è questione di abitudine, un’inveterata e mai dissolta abitudine:  non ho altre spiegazioni logiche, tecniche, giornalistiche, politiche e morali.
Per dire: lo stesso giorno in cui circola in rete lo splendido articolo sull’Inter di proprietà straniera che scomparirà dalla Terra nel giro di tot anni (bòn, moriremo tutti), Repubblica cartacea dedica un articolo alla febbre James al Real Madrid. Leggo e apprendo che il Real ha già richieste per 350mila maglietta con il numero 10 e la scritta James prima ancora che lo stesso James abbia toccato un cazzo di pallone. Leggo che le magliette official del Real costano 101 euro, e Repubblica fa i conti e dice che l’acquisto e l’ingaggio di James è praticamente già pagato. Vado avanti a leggere l’articolo e apprendo che le magliette n. 7 con la scritta C. Ronaldo hanno toccato quest’anno quota 1 milione. Repubblica fa i conti e dice che il Real ha un sacco di soldi e ci dispiace per gli altri.
Singolare, no? (o non è singolare?), che la stessa testata, lo stesso giorno, magnifichi il marketing del Real sottolineando i nomeri che lo rendono irraggiungibile, e preconizzi terrore morte e distruzioni all’Inter che assume una professionista del marketing internazionale come direttore marketing. Già, scelta bizzarra. Può darsi che a Repubblica (e al calcio italiano in generale) faccia piacere che il marketing dell’Inter continui a svolgersi in un seminterrato di San Siro e in un negozione in centro sopra Spontini. Uhm, sarebbe una spiegazione. E così, mentre le grandi squadre europee fanno mercati da capogiro mentre noi in Italia ci contendiamo i giocatori del Verona, mentre gli altri allargano i loro orizzonti e noi andiamo all’elezione della rifondazione (muahahahaha) Figc nel solito clima da mercato delle vacche, mentre i top tem europei fanno alte strategie e da noi gli allenatori scappano come ladri, ecco, perchè non fare un bell’articolo sull’Inter che così non sbagliamo? Moratti era un coglione troppo tifoso e troppo sentimentale, Thohir invece è troppo indonesiano e troppo razionale. L’Inter vuole vendere le magliette? Naaaaa, non si fa.
Quanto alle stronzate concettuali, sintattiche e grammaticali contenuti in frasi tipo L’Inter agli interisti è addio. Lo slogan e certezza dei tifosi sono stati cancellati in un là. L’anima dipinta con i colori del cielo e della notte non c’è più oppure Thohir ha sradicato le radici meneghine della società cancellando in un battito di ciglia le origini di un club che dal 1908 parla italiano e la cui squadra milita nella Serie A, beh, che dire?  Del resto, a una che scrive Ratio, conti, bilanci, debiti, passività e attività sono, invece, le nuove linee guida dell’Inter. La ‘specialità’ i dirigenti stranieri. Il rischio ipotizzabile – in assenza di italianità ai piani alti della società – è un tracollo parziale sul territorio italiano, insomma, cosa vuoi mai replicare? Sradicare cosa? Tracollo de che? L’Inter non è addio, cara amico. L’Inter è gli interisti. Ma potrebbero dirti la stessa cosa i milanisti, gli juventini, i romanisti e giù giù fino al Feralpi Salò. L’Inter non sei tu, certo, ma siamo noi. L’Inter sopravvive nelle nostre sciarpe al collo, nei poster in cameretta, nelle bandiere sui balconi. Nel nostro stadio. Nella nostra Pinetina.  E soprattutto nei nostri cuori a strisce nere e azzurre, a cui non interessa che lingua si parla nell’ufficio marketing. Ma queste sono ovvietà, di cui bisognerebbe tenere conto quando si scrive un articolo su una cosa di cui non si conosce una sega. Tre righe di agenzia si possono trasformare in quaranta di articolo, lo fa qualunque giornalista, ma senza per forza attraversare il magico e pericoloso mondo della metafora ad minchiam.
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Messi fa schifo, evviva Messi

When I was young, ho partecipato all’organizzazione di un torneo giovanile di calcio che ha avuto tre o quattro anni di discreto splendore. Otto squadre, due gironi, passano le prime due, semifinali incrociate, poi – di domenica – finale terzo e quarto posto e a seguire quella per il primo e secondo posto. C’erano, anche lì, i premi al miglior giocatore e al miglior portiere del torneo, un classicone del red carpet finale. Scegliere il portiere era piuttosto facile, e se per caso non ne emergeva davvero uno era una buona occasione per una innocente cencellata, cioè per dare un premio a una squadra che non ne avrebbe avuti altri. Sul giocatore la faccenda era un po’ più complessa. Si mescolavano valutazioni dirette – appunto: chi ha giocato meglio? chi ha impressionato di più? – ad altre indirette, del tipo “questo però ha già esordito/è stato in panca in A, si vede che è buono” a “quell’altro però l’ha preso/lo sta trattando la squadra X, si vede che ha i mezzi”. In sintesi: o c’era qualcuno per cui bastava la valutazione diretta, oppure c’era qualcuno che – “se lo diamo a lui non sbagliamo” – brillava nella valutazione indiretta. Alla fine si arrivava a un nome, la sera prima della finale, dopo un paio di birrette. Col tacito accordo che, se in finale qualcuno avesse fatto il fenomeno – chessò, una tripletta, un gol dopo averne dribblati cinque o un partitone illuminante – avremmo corretto il tiro al volo. “Tanto mica c’è scritto il nome, no?”. Ma non mi ricordo che sia mai successo.
Curioso che a distanza di una venticinquina d’anni e su scala immensamente diversa – il nostro torneo faceva mille spettatori, il Mondiale ne fa un miliardo (per non parlare ovviamente del vile denaro) – assisto alla premiazione di Rio e mi accorgo che i criteri sono gli stessi del nostro modesto torneino. Neuer è il miglior portiere, punto. Messi è il miglior giocatore. Sorry?
Pensandoci e ripensandoci, sono arrivato a una banale conclusione – lo hanno deciso prima, forse molto prima – e poi a un bivio: 1) o hanno preso per il culo lui, 2) o hanno preso per il culo noi.
1) Messi, voglio dire, si intende di calcio. Quindi sa benissimo di non essere stato il miglior giocatore dei mondiali. Ha fatto un buon girone eliminatorio, ha segnato uno dei tre gol più belli di tutta la competizione, e fin qui ok. Ma vogliamo metterci qui ad elencare i dieci, venti (o fate voi la cifra) giocatori che hanno giocato meglio di lui tra giugno e luglio? E vogliamo elencare quei dieci-quindici che hanno giocato meglio di lui – letteralmente scomparso nella seconda metà di partita – nella finale di ieri sera? Persino quel G-man con i calzoni corti di Boateng, per dire, ha giocato enormemente meglio di Messi. E allora che succede? Gli dai il premio, una piccola gogna finale in mondovisione, “Il migliore” che ha fatto cagare, ha perso la finale e – forse – un’occasione che non gli ricapiterà. “Il migliore”, buahahahaha. Uno spettacolino che sarà piaciuto ai brasiliani. E anche agli anti-Messi, un movimento silenzioso cresciuto a forza di premi inutili e immotivati.
2) Di sicuro la Fifa ha fatto come noi 25 anni fa: “Se lo diamo a lui non sbagliamo”. Intendiamoci: Messi è Messi, 425 presenze del Barcellona e 354 reti, 93 presenze e 42 reti in nazionale, una quantità di coppe e coppette, insomma un mostro. Però ci siamo rotti i coglioni. Solo una sollevazione popolare pro Cristiano Ronaldo (altro mostro, ma l’anno scorso molto molto molto più mostruoso di Messi) ha impedito che a dicembre il piccolo Leo prendesse l’ennesimo Pallone d’Oro, premio-barzelletta se ce n’è uno.
Da quando il regolamento è cambiato – 2010 – sul podio del Pallone d’Oro sono sempre andati gli stessi giocatori: Messi, Ronaldo, Iniesta e Xavi, più una volta Ribery. “Se lo diamo a loro non sbagliamo”. Messi ne ha vinti 4 di fila, di cui 3 con il nuovo regolamento e la nuova giuria, che vota sulla base di uno statuto che ha un unico punto: “Dicci il nome di tre giocatori famosi che giocano bene a pallone e non rompere il cazzo con ulteriori valutazioni chè abbiamo poco tempo. Nell’ultima riga metti l’Iban”. Nel 2010 questo geniale regolamento ha prodotto il più perverso e clamoroso dei risultati: con la Spagna campione del mondo e con l’Inter campione d’Europa e triplettata, Messi – che in quella stagione non vinse niente di serio e che uscì dai mondiali ai quarti sepolto di reti dalla Germania e senza segnare un gol in 5 partite – vinse il Pallone d’Oro. Oggi è Messi che vomita, ma io ho vomitato allora.
E’ chiaro che da allora vale tutto e il premio è diventato una pantomima. Cazzi della Fifa, faccia il suo bel galà con i calciatori in smoking e bòn, chi vuole se lo vede e chi non vuole si guarda un film. Messi è sicuramente uno dei migliori giocatori dell’ultimo decennio, i numeri e i trofei parlano per lui. Ma non c’è bisogno di premiarlo sempre solo per questo, perchè è forte e spesso (non sempre, e ultimamente quasi mai ) il più forte di tutti. Il premio al miglior giocatore della stagione si dà, appunto, al miglior giocatore della stagione, non a un giocatore che secondo me è il più forte di tutti. Il premio al miglior giocatore del mondiale, per carità, conta una cippa. Ma è una questione di principio, e per niente secondaria. Se il governo del calcio non riesce a esprimere un giudizio serio nel’arco di un mese di partite viste e straviste in tutto il mondo, allora facciamoci delle domande. Vogliono il chip nel pallone e la moviola in campo, poi non sanno nemmeno decidere chi è il miglior giocatore nell’arco di sette partite: andate a fare in culo, va’.
premiazione

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Like a pijama (l'ha detto lui)

Quando, all’interno dell’aeroporto in cui vagavo da ore, ho visto il football corner (per i poco pratici con l’inglese, la traduzione non è calcio d’angolo del calcio ma luogo dove vendono magliette di squadre di calcio a prezzi da cravattaro), mi sono travestito da turista e sono entrato. Come un rabdomante, mi sono diretto in automatico verso il punto dove le magliette erano più scure (un tuffo dove il mare è più blu) e, con le farfalle nello stomaco, l’ho vista. Ho osservato un attimo di raccoglimento, poi ho praticato trenta secondi di training autogeno (“ce la posso fare, ce la posso fare, ce la posso fare”) e ho iniziato a tendere la mano verso l’omino, l’ometto, la gruccia o come cazzo si chiama quel coso a cui si appendono i cosi, come si chiamano?, i vestiti, le giacche, le magliette, insomma, ci siamo capiti no? E che cazzo (il solo ricordare quei momenti mi rende nervoso).
Il tutto sotto gli occhi del tizio, il gestore del corner, un incrocio tra Luis Figo e Massimo Ceccherini. Diciamo 33,3% Figo e 66,6% Ceccherini. La conversazione si svolgerà completamente in inglese, particolare che la renderà più drammatica e sincera.
“May I…”
“Yes!”
mi fa lui, nella speranza di vendere una maglietta. Io la tiro fuori, la guardo, la giro, la rigiro. Luis Ceccherini mi guarda, sempre nella speranza di vendere la suddetta maglietta e ignaro del rimestamento gastrointestinale che la medesima ha immediatamente innestato nel mio già provato corpicino.
“It’s… it’s…”
“Inter Milan!”
mi fa lui, con l’indice destro già pronto a battere lo scontrino e la mano sinistra già intenta a cercare il Pos.
“…it’s… terrible!”
“Don’t you like it?”
mi fa lui, con la faccia di uno a cui una grandinata ha gibollato la macchina ritirata due giorni prima in concessionaria.
“I’m an Inter fan, you know… but… this shirt…”, dico io, trattenendo il pianto.
Luis Ceccherini mi guarda. Lo vedo interessato. Scende dal trespolo della cassa. Ha dimenticato il Pos e lo scontrino. Mi osserva. Ora sembra un etologo che ha appena visto un gatto pisciare come un cane, una cosa così. Una cosa interessante.
“A lot of people like it”, mi dice forse per farmi passare lo choc.
“I mean…” dico io, che aspettavo da anni di dire “I mean” a un venditore di magliette. “I mean… it’s a beautiful shirt…”
“Yes, absolutely”, dice Luis, che con la coda dell’occhio guarda dove ha lasciato il Pos.
“… but it’s a shirt for going to Carrefour, or going to have a walk with my girlfriend…”
(ormai stavi improvvisando, tipo Renzi)
(going to have a walk)
“…or going to the cinema, or…”
“Ah!”, dice Luis Ceccherini, sinceramente interessato al mio caso umano, agevolato dal fatto che ero il suo unico non-cliente, e anche per fermare la serie degli esempi che ero pronto a protrarre all’infinito. Riprendo, cambiando tono:
“But where are the stripes? Inter Milan: black and blue stripes, ok? So: where are the stripes?”
Mi rendo conto in quel momento che sto chiedendo a Luis Ceccherini cose che dovrei chiedere a Thohir, Ausilio, Fassone, Angelo Mario Moratti o a mister Nike. Ma Luis è sempre più interessato. Continuo, alla Renzi.
“You see?”
Sono lanciatissimo: afferro la maglia dello scorso anno e la mostro a Luis.
“You see? The shirt of last season. I didn’t like it, this blue is too dark…”
“I agree”, dice Luis, che sta valutando l’ipotesi di farmi entrare socio nel suo fottuto corner.
“…but these are stripes! These!”
“Yes”, dice Luis, incerto se chiamare la vigilanza. Forse per paura mi dice: “It is like a pijama, doesn’t it?”
“Yes, a pijama!” faccio io, reprimendo l’istinto di abbracciarlo e di offrirgli una birra nell’attiguo beer corner.
Luis, usando parole che non comprendo appieno, torna in sè e mi dice che la tendenza di quest’anno sono queste righine del cazzo, verticali, orizzontali (mi mostra la maglia del Chelsea), diagonali, eccentriche, concentriche, disambigue, irregolari, fantasy e vaffanculo.
“May I take a foto?”
“Yes”, mi dice un Luis deluso e affranto. Il Pos ci osserva, inattivo.
“Thank you, viva Inter, Juve merda”, gli dico congedandomi.
Per farmi andare giù questa merda di maglia servirà l’Idraulico liquido, o uno scudetto. Astenersi perditempo.
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Why always him?

Mettiamola così, per inquadrare un po’ la questione nel profondo: negli ultimi due Mondiali siamo usciti due volte nella fase a gironi, giocando sei partite e vincendone una (Inghilterra, la più fiacca Inghilterra dell’ultimo decennio), pareggiandone due (con squadroni tipo Paraguay e Nuova Zelanda) (no, dico, Nuova Zelanda) e perdendone tre (con Slovacchia, Costa Rica e Uruguay) (wow). Sì, d’accordo, in mezzo c’è stato un bell’Europeo (asfaltatissimi in finale: come dire, secondi con distacco) e una buona Confederations Cup (il Trofeo dell’Amicizia per nazioni, peso specifico -1), però negli otto anni trascorsi da Berlino non è che ce la siamo spassata. Siamo quelli che siamo, un po’ per colpa di un materiale umano oggettivamente modesto e un po’ per colpa di una gestione federale da barzelletta. Che prima affida la squadra a Donadoni con lo stesso entusiasmo e convinzione con cui l’Inter ingaggiò Gasperini; poi lo scarica dopo gli Europei per richiamare Lippi nell’operazione più puzzolente e arrogante che il calcio italiano ricordi; poi chiama Prandelli ammantandolo di santità e buoni propositi (e fino alla notte di Kiev, va detto, le cose sono andate benino) per poi arrivare al momento-clou con il solito clima malato: il famoso codice etico applicato alla cazzo di cane, il capo delegazione dimissionario che – semplificando – dice en passant che ai vertici è tutta una mafia, uno strepitoso effetto domino nelle scelte strategiche – preparazione, convocazioni, saune, ritiro in culo alla luna, crollo della curva del gradimento, un disadattato come front-man.
Con tutto questo, ieri sarebbe bastato fare uno 0-0 contro l’Uruguay, e ce l’avremmo fatta con quei cambi che neanche Trapattoni e con una agile e affidabile 8-2-0 nel finale se l’arbitro non ci avesse messo del suo. Ma, onestamente, una squadra del genere, dopo tre partite del genere – su 270 minuti ne salvi sì e no 60 -, meritava di andare avanti? E quanto?
Io un paio di sospetti a priori ce li avevo, diciamo così. Quando vedi gente che si fa le seghe per un’amichevole di Paletta e una discesa sulla fascia di Candreva,  cominci a dubitare del tasso tecnico complessivo. Poi dici: vabbe’, ma Prandelli non sarà proprio un pirla. Eppure è andata proprio così: dopo quattro anni di operazione simpatia, quattro anni di codice etico di questa bella minchia (quando inizi a fare le deroghe bòn, è la fine, lo sa anche una bambino dell’asilo), quattro anni di ricostruzione e faticoso ringiovanimento, Prandelli negli ultimi mesi è andato in panico completo e ha sbagliato tutto. Certo, non ha nessuna colpa se Giuseppe Rossi si è infortunato (ma anche questo faccia riflettere: altri si aggrappano a Messi, Cristiano Ronaldo e Neymar, noi a Giuseppe Rossi), ma quindici mezze punte non le ho convocate io, diciassette moduli uno più inutile dell’altro non li ho alternati io. E Balotelli come simbolo della nazionale non l’ho scelto io.
Otto anni dopo Berlino, i più affidabili sono stati quelli di Berlino invecchiati di otto anni. Uhm. Attorno – agghiacciante – dovrebbe esserci stato il meglio espresso dal campionato italiano, Giuseppe Rossi (e Montolivo, vabbe’, si fa per dire) escluso. Questi siamo, ok. Nè tra i migliori nè tra i peggiori. Prandelli doveva metterci il valore aggiunto: a volte il sangue si cava anche dalle rape, la Grecia vince l’Europeo, insomma, il cuore lo metti oltre l’ostacolo un tot di volte e vai avanti. Io però ho visto solo gente facile a perdersi nei bicchieri d’acqua, annoiata, smarrita, pronta a dare la colpa al caldo, all’umidità, all’arbitro, il terremoto, l’inondazione, le cavallette! Gente che pensava di aver risolto tutto giocando mezza partita con l’Inghilterra e poi facendosi fare il culo da Costa Rica, o Costarica, o come cazzo si scrive (abbiamo perso con una squadra dal nome incerto, no, voglio dire).
Prandelli per quattro anni aspira alla canonizzazione con il codice etico e poi si affida a Balotelli e Cassano, i meno etici, i più spaccaspogliatoio e i più amabilmente inaffidabili giocatori che abbiamo. Certo, Prandelli mio, so benissimo che – stando così le cose, rovistando tra i poveri 23 che ti sei portato appresso – erano in teoria gli unici adatti a risolvere o cambiare le partite. Ma è come nominare Rocco Siffredi rettore del collegio delle Orsoline e sperare che – per un mesetto, che cce vo’? – non succeda nulla. I senatori gli hanno fatto un culo così, però andranno in pensione. Quindi il nostro futuro è Mario Balotelli? Un’icona, più che un giocatore? Uno che fa un gol, fa una confstampa alla Vieri e poi si riposa per un semestre? Uno che in sette stagioni da professionista non ha ancora imparato a stare al mondo? Uno che tira freccette, spara raudi in casa, viene la Kyenge e dorme, parla Pirlo ed è già sul pullman da un’ora con le cuffiette? Uno che ha 24 anni e la miglior stagione l’ha fatta a 17? Boh, auguri a chi verrà: a questi livelli sarà dura anche qualificarsi agli Europei. Meno codici, più coglioni. Nel senso di palle, eh?
italia.uruguay

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