Bedankt voor alles, Denzel

NEW! Congresso nazionale (con merenda) dell’Interismo moderno, Milano, sabato 13 giugno, ore 15. Invito aperto a tutti gli amici del blog e del podcast: un pomeriggio in compagnia a celebrare l’Inter e un po’ anche noi. Info e prenotazioni entro il 7 giugno QUI


Tipi bizzarri, circondati da una certa diffidenza poi svanita a suon di prestazioni, sempre ritenuti sacrificabili per poi accorgersi di non poterne fare a meno, sempre dati per sicuri partenti per poi accorgersi che erano anche meglio dell’anno precedente. La storia nerazzurra di Dumfries è stata molto simile a quella di Brozovic. Quella di Brozo, oltre che più lunga (otto stagioni e mezza contro cinque), era stata anche più complessa, passata attraverso un cambiamento di ruolo (che da superfluo lo ha reso necessario) e a un paio di crisi che sembravano preludere all’addio. Ma alla fine, stringi stringi, sono due storie sovrapponibili. Sovrapponibili anche per noi tifosotti, che arriviamo all’addio dispiaciuti e preparati, come se fosse stato scritto dall’inizio che le strade si dovessero separare e che non ci fossero alternative. Solo che, porco cane, noi ci siamo affezionati tanto, a Brozo come a Denzel, e alla fine ci scappa una mezza lacrimuccia.

Dumfries era arrivato come rimpiazzo di Hakimi e mettere quel decatleta di Dum Dum al posto di quell’elegantone di Achraf fu come sostituire Roberto Bolle con Chuck Norris. Non sono stati momenti facili, per noi e soprattutto per lui, che ha sperimentato la difficoltà di sopravvivere giocando sulla fascia a San Siro, uno degli ambienti più inospitali del pianeta Terra. Ma se hai il merito di saper crescere, essere serio, onorare la maglia – insomma, quelle robine lì – la fascia diventa come una spiaggia delle Maldive e tu la puoi arare avanti e indrè lasciando un solco nella sabbia bianca, dove i bambini poi giocano a biglie. E se poi lasci che il tuo corpo con naturalezza si accentri verso l’area e si catapulti in zona gol, il pubblico apprezza questa sfrontatezza. E dalle bestemmie a nastro passa all’altra modalità, quella dell’eterna apertura di credito.

Ci lascia con otto titoli (due scudi, tra Coppe Italia, tre Supercoppe) e alcune perle che resisteranno all’usura dei ricordi, tipo quella mezza rovesciata a Barcellona con cui un tempo avrebbero agghindato le bustine delle figurine. Se ne va per quattro spicci, colpa di una clausola capestro per chiudere in fretta l’ultimo rinnovo – il calcio, del resto, è in mano ai lestofanti (cit.). Ha trent’anni e tutto il diritto di giocarsi l’ultima chance in un super top club. Quando te ne vai dopo aver fatto il tuo lavoro con onestà e servito fino alla fine i colori neroblù, senza manfrine perditempo ma con una vigorosa stretta di mano, non bisogna lasciare troppo spazio al retrogusto amaro. Dumfries era nella mia top 5 di “giuocatori dell’Inter con cui andrei a mangiare una pizza” e sarà nella mia top 5 di “ex giuocatori dell’Inter con cui andrei a mangiare una pizza”. E non è solo perché a me piace la pizza, ma è perché a me piacciano quelli come Denzel Dumfries: quelli che ridono al momento giusto, che sanno gestire i propri limiti, che non si fanno mettere i piedi in testa da nessuno e amano la propria maglia finchè dura.

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A proposito di Dimarco

NEW! Congresso nazionale (con merenda) dell’Interismo moderno, Milano, sabato 13 giugno. Invito aperto a tutti gli amici del blog e del podcast. Info e prenotazioni entro il 7 giugno QUI

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I premi – una gran parte, in ogni campo – lasciano il tempo che trovano, e nel calcio si assestano spesso sul terreno della scontatezza fino a rasentare a volte la buffonata. Ma quando vanno a centrare il punto, beh, è giusto celebrare il momento. Il premio di miglior giocatore del campionato a Federico Dimarco ti apre il cuore e ti fa dire: toh, allora c’è speranza.

Da quando esiste il premio, 2019, è sempre andato a un giocatore della squadra che ha vinto lo scudetto – così non si sbaglia, verrebbe da dire. Quindi, dal 2019: Cr7, Dybala, Lukaku, Leao, Kvaratskhelia, Lautaro, McTominay. Provando a cercare un minimo comun denominatore, direi che è sempre stato premiato il frontman – questo spiegherebbe l’incoronazione di Leao, Leao!, frontman del Milan scudettato ma sicuramente non il migliore giocatore del campionato, perché a un’analisi un pochino più approfondita qualsiasi giuria ne avrebbe individuato almeno altri dieci o quindici. Ma questo succede anche al Pallone d’Oro, dove si premia molto spesso il frontman della squadra dell’anno e quindi non il vero migliore della stagione – e qualche volta si è addirittura votato “uno indubbiamente bravo a giuocare a pallone” (Messi 2010, non aveva vinto un cazzo di niente, ma era indubbiamente bravo a giuocare a pallone).

Secondo questi criteri, e senza commettere nessuna ingiustizia, il premio 2026 poteva essere assegnato (quindi: riassegnato) a Lautaro, capitano dell’Inter e capocannoniere del campionato. E invece no. Come con McTominay lo scorso anno, il premio non è andato a un attaccante di ruolo. Anzi, quest’anno è addirittura andato a quello che un po’ grezzamente dovremmo classificare come difensore – ma, nel 3-5-2, l’esterno di fascia lo è fino a un certo punto.

Dimarco è stato protagonista di una stagione clamorosa, in cui ha segnato 7 gol e servito 18 assist (che fanno 25 gol fatti o determinati su un totale di 89) che sono il risultato numerico e statistico di un anno vissuto da cima a fondo nel segno della qualità, del cuore e della positività. Dimarco è un giocatore maturato tardi, sia nel suo personale percorso sia (o forse soprattutto) nella percezione generale. La qualità straordinaria del suo piede sinistro è sempre stata messa sul piatto della bilancia opposto a quello si accumulavano i suoi presunti difetti insuperabili: è piccolo, non difende. E in qualche circostanza – vedi con Conte – questa bilancia pendeva solo dalla parte dei difetti. E’ piccolo, non difende. Vabbe’, sulla statura non ci si può fare niente. Ma sul difetto tecnico – è un terzino ma non difende – ci si è soffermati fino ancora a due o tre anni fa, quando poi le cifre e il rendimento effettivo ci hanno fatto mettere il cuore in pace. Non difende? Bah, chi se ne frega, mica è il suo compito principale. Nel 3-5-2 destinato – dicono – a passare presto di moda il ruolo dei due esterni di fascia è la chiave del tutto. Lo scorso anno, in una squadra imperfetta, fu la stagione di Dumfries a spostare gli equilibri. E quest’anno è toccato a Dimarco, che ha riscritto il record di assist per stagione e si è preso il premio di Mvp perchè non c’era alternativa, è stato il migliore e stop, anche se è un terzino.

E comunque: è interista, è di Milano, arriva dalla cantera, è un terzino. A me non piace dire tanta roba, ma non mi viene niente di più efficace.

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Stay human

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Una delle 347.941 differenze tra noi gente normale e Sinner è esattamente questa: se mentre facciamo sport noi abbiamo un momento di difficoltà, ci fermiamo; se ce l’hai lui, è costretto a gestirlo in diretta tv, in uno stadio dove ha addosso gli sguardi di diecimila persone e in un mondo – il tennis in particolare, lo sport ai massimi livelli in generale – dove le attese ti si accumulano impietose sulle spalle, tipo che hai vinto 6 Master 1000 di fila e adesso devi vincere il settimo – che ci vorrà mai?, o tipo che sei a Parigi e non c’è Alcaraz e questo Slam lo hai già vinto e quindi sbrigati – che ci vorrà mai?

Per reggere questo tipo di pressione, il tuo corpo e la tua testa devono andare al massimo e di pari passo. Se il corpo va in difficoltà (magari anche non insormontabile, tantopiù se hai davanti un avversario mediocre), la testa deve compensare. E non sempre ce la fa. Quando ieri ho visto Sinner improvvisamente arrancare contro il meno forte dei fratelli Cerundolo, a partita già praticamente vinta (stava 6-3 6-2 5-1), ho pensato prima al caldo, ai crampi, alla stanchezza, a un forte malessere. E poi ho pensato a Federica Pellegrini che aveva gli attacchi di panico in vasca, mentre faceva i 400 sl da migliore al mondo e forse proprio per questo – perchè doveva vincere e lei stessa non concepiva un altro risultato – la sua testa ha iniziato a dire stop.

Sinner ha scelto la strada più difficile per affrontare questa improvvisa battuta a vuoto, con la testa che gli si è spenta e il corpo che ha recalcitrato: in campo, non si è ritirato e ci ha provato fino all’ultimo sperando che corpo e testa trovassero un punto d’appoggio comune per ripartire; e poi, fuori campo, dichiarando che non era stata colpa del caldo e che non stava bene già dal giorno prima. Il che è coerente con quello che gli è successo durante la partita: a un certo punto – a match praticamente vinto – si è spento tutto e non c’è stato verso. Fosse successo al tie break del quinto set con Alcaraz, non ce ne saremmo accorti. Ma è successo a un game dalla vittoria con il più scarso dei Cerundolo che stava ormai pensando alla doccia, e questo è un campanello d’allarme per Sinner e per chi lavora con lui.

Quello che è successo a Sinner non succede ad Alcaraz. Lo spegnimento del cervello Carlitos lo programma, se lo impone. Ogni tanto prende e va a Ibiza, sparisce per una settimana in cui fa solo una cosa: il ragazzo. Questo gli costa qualcosa – gli è costato anche la separazione dal suo storico coach Ferrero – ma forse gli dà un po’ di respiro. Jannik è più serio, programmato, rigoroso. Anche le macchine migliori però si inceppano. Alcaraz è ai box per un infortunio. Sinner si è trovato nudo in un mezzo a un campo da tennis.

P.S.: trovo ridicola la polemica su “non dovevano farlo giocare alle 12 con quel sole visto che è il numero 1”. Da sempre i super top player sono già fin troppo coccolati rispetto agli altri giocatori: tabelloni a difficoltà progressiva, primi turni saltati, il privilegio dei campi migliori, partite fissate spesso la sera (o negli orari strategici) per motivi di incassi e di diritti tv. Djokovic ha sempre preteso la sessione serale o in subordine la prima partita della giornata, l’unica che ha un orario di inizio certo (e quindi ti permette di programmare riposo, alimentazione e riscaldamento). Se Sinner ha un problema col caldo, ha anche un mega staff che lo può gestire. Ma il problema, l’ha detto pure lui, non è solo il caldo. Il problema sono 29 partite al massimo giocate in 70 giorni e quelle centinaia di milioni di appassionati che ne vorrebbero ancora di più. E che – anche questo è lo sport – vogliono vederti solo vincere.

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De gonzorum apocalypsi

Il loro 5 maggio è il 25, questo era già noto. Ora, dopo la disfatta di Istanbul, avranno un altro motivo per segnarsi questa data: il clamoroso repulisti di RedBird Capital Partners che in un colpo solo licenzia allenatore, amministratore delegato, direttore sportivo e direttore tecnico 18 ore dopo la conclusione dell’ultima partita del campionato, quel Milan-Cagliari che aggiunge un 24 maggio alla lista dei loro 5 maggi – la partita più innocua del mondo che si trasforma nel peggiore degli incubi. Roba che non si ricorda a memoria d’uomo. Forse la Lehman Brothers nel 2008.

Un incubo meritato, ‘tacci loro. Perchè basta riavvolgere il nastro di due mesi e mezzo, 8 marzo, Milan-Inter 1-0: loro che passano da -10 a -7 e pensano – lo pensano davvero – di poter vincere lo scudetto. E’ un momento di allucinazione generale, cui prendiamo parte attiva anche noi, o meglio, la frangia più isterica del tifo interista (“oddio! abbiamo solo 7 punti di vantaggio! è finita!”), complice anche il fatto che il Napoli tutto sommato non molla e quindi la minaccia incombe (“oddio! c’è anche il Napoli! è finita! teniamoci stretta almeno la Conference!”).

Ascolta “Il Gran Finale: Interissimo 2025/26” su Spreaker.

A fine febbraio (Milan-Parma 0-1, prima loro sconfitta dopo 24 risultati utili consecutivi) l’Inter si ritrova con 10 punti di vantaggio ma con le pile scariche dopo due mesi folli, loro vincono il derby e inizia lì, quella notte, una favolosa primavera tutta da raccontare.

L’Inter – ricorderete, amici, che tempi – a marzo non vince una partita. Dopo la sconfitta del derby arrivano i due faticosi e tossici pareggi con Atalanta e Fiorentina. E qui c’è il primo sintomo che il killer istinct del Milan è pari a quello di una dama di carità con una diagnosi di astenia: l’Inter fa due punti in due partite ma il Milan, che ormai ha lo scudetto in tasca (lo dicono tutti, i milanisti ok, ma anche qualche giornale), ne fa solo tre: perde con la Lazio e poi batte per miracolo il Toro a San Siro. Risultato: sull’Inter moribonda non si è avventato nessuno e ci ritroviamo comunque con 6 punti di di vantaggio, una situazione che in altri campionati ci avrebbe portati a demolire il Guinness dei primati di masturbazione collettiva ma che, misteriosamente, continua a farci pensare di essere lì in bilico sullo strapiombo (al che Marotta al microfono ce lo deve ricordare: “ok, siamo in difficoltà ma abbiamo 6 punti di vantaggio, e che cazzo!”).

Il Milan è invece lì, con il Napoli, a compilare le tabelle scudetto. Nel caso del Milan, non è una semplice simulazione di risultati. Nel mood del milanista medio, è la pianificazione della data entro cui prenotare il pullman scoperto e organizzare la sfilata. L’Inter è morta, sepolta, decomposta, e lo scudo sarà un affare tra Napoli e Milan (giusto perché c’era ancora da andare a giocare al San Paolo, si sa mai).

Pausa per la tragedia Nazionale, mancano 8 giornate. La classifica è questa: Inter 69, Milan 63, Napoli 62, Como 57, Juve 54, Roma 54. Si noti, in questo momento, che l’Inter ha 6 punti sul Milan e che il Milan ha 6 punti sul Como e 9 sulla Roma. Il gol del loro amato Çalhanoğlu, la sera di Pasqua, ancora non lo sappiamo ma fa calare il sipario sul campionato. Loro perdono a Napoli, ci sta. Dopo la 31esima la classifica sarà dunque: Inter 72, Napoli 65, Milan 63, Como 58, Juve 57, Roma 54. Siccome la Roma ha perso con noi, appunto, si noti come a 7 (sette) giornate dalla fine il Milan avesse ancora 9 (nove) punti sulla Roma. 9 punti di distacco dall’Inter, 9 punti di vantaggio sulla Roma. Scudetto lontano, ahiloro, ma Champions in tasca.

Il resto è storia nota. Delle 7 partite che restano, il Milan ne perde quattro (di cui tre in casa – Udinese, Atalanta e Cagliari – e una fuori, Sassuolo) e fa 7 punti. L’Inter, fin troppo rilassata, ne fa 15. Un annoiato Napoli ne fa 11, ma gli bastano per prendersi la Champions con una giornata di anticipo. La Juve 12. Il Como 13. La Roma 19.

Se questo campionato, a livello di percezione della realtà, è stato un gradino sotto Black Mirror lo si deve proprio al Milan, che era riuscito ad arrivare al derby di ritorno avendo perso solo due partite e avendo messo in striscia 24 partite utili di fila. Rafforzando così una convinzione nei milanisti: che tutto andasse benissimo. Che importavano i 10 punti dall’Inter (“abbiamo vinto di due derby! aaaargh!”) o i 5 punti su 6 persi con Parma e Sassuolo, i pareggi in casa con il Pisa e il Genoa, la sconfitta con la Cremonese… bazzecole, tutto andava bene. Anzi, a metà marzo si erano straconvinti di potercela fare. Lo scudetto, dico.

Nell’ultimo scudetto che ci hanno scippato, si era girato Giroud. Ecco, il quasi pensionato Giroud è stata l’ultima punta vera che hanno avuto. Da allora a oggi niente, è inutile infierire. Inter e Milan chiudono il campionato con lo stesso numero di gol subiti, 35. Invece, quanto ai gol fatti, noi ne abbiamo segnati 36 più di loro, praticamente uno a partita. Il risultatista Allegri a un certo punto non ha più fatto nemmeno i risultati. Tutto si reggeva intorno a una grande illusione che a un certo punto si è dissolta. A preoccuparsi i milanisti ci hanno messo 36-37 giornate. A infuriarsi, ci hanno pensato alla fine della 38esima. Per loro andava sempre tutto bene. I due derby vinti, certo. Andava tutto bene.

Buoni giovedì in Moldavia e Transilvania, gonzi. Magari vi degneremo di qualche occhiata in qualche posticipo del lunedì – in tv non c’è mai un cazzo, il lunedì.


NEW! (sabato 13 giugno alle ore 15, a Milano, in una location ancora segreta, si terrà una merenda-evento per celebrare il podcast più vincente d’Italia – due scudetti, una Coppa Italia e una finale di Champions in tre stagioni, tzè. L’invito è diretto ai contributors del podcast, ma anche ai semplici ascoltatori e ovviamente esteso agli amici lettori del blog: un paio d’ore in compagnia tra qualche facezia e molto interismo. Per motivi organizzativi, non possiamo improvvisare ma abbiamo bisogno di sapere con una certa precisione quanti saremo. Chi fosse interessato, può scrivere alla mail settoreblog@virgilio.it per avere maggiori info. Il modulo per prenotarsi è questo. A tale proposito, vorremmo raccogliere le adesioni entro il 7 giugno. Grazie a tutti, forza Inter)


(nell’angolo Podcast, giunto nel frattempo all’episodio #204 – oh, non dovevamo mangiare il panettone, e invece guarda un po’ -, io e il mio socio Max attendiamo sempre i vostri vocali al numero dedicato Whatsapp 351 351 2355. Cosa ci dovete dire? Beh, direi che gli argomenti non mancano. Cioè, non basta aver vinto lo scudetto?).

(il podcast, oltre che su Spreaker – il cui player trovate qui sul blog – lo potete ascoltare anche su Spotify, Audible, Apple Podcast, Google Podcast e tutte le principali piattaforme. Non lo trovate? Prendete appunti – non è difficile – : scrivete “Settore” o “interismo moderno” nell’apposito campo e per incanto vi apparirà. E’ la tecnologia, bellezza, e non possiamo farci niente)

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Campioni

Oggi la partita era un particolare, un sottofondo. Ma è stato bello salutare chi (forse, probabilmente) non ci sarà la prossima stagione e peccato per il gol di David Bowie che spezza l’imbattibilità di Di Gennaro e ci impedisce di tenere alla giusta distanza quelle squadracce che solo due mesi fa pensavano di vincere il campionato. Comunque un caro saluto a quelli a -13, -16 e -20. Noi si festeggia.

Ascolta “Double Double” su Spreaker.

(nell’angolo Podcast, giunto nel frattempo all’episodio #202 – oh, non dovevamo mangiare il panettone, e invece guarda un po’ -, io e il mio socio Max attendiamo sempre i vostri vocali al numero dedicato Whatsapp 351 351 2355. Cosa ci dovete dire? Beh, direi che gli argomenti non mancano. Cioè, non basta aver vinto lo scudetto?).

(Sono aperte le votazioni per Interissimo, l’interista dell’anno. Un vocale per votare i 5 protagonisti della stagione (ok i giocatori, ma anche allenatore, staff, dirigenti): 1 punto al quint, 2 punti al quarto, 3 punti al terzo, 4 punti al secondo, 5 punti al primo). Il verdetto nella puntata dopo Bologna-Inter)

(il podcast, oltre che su Spreaker – il cui player trovate qui sul blog – lo potete ascoltare anche su Spotify, Audible, Apple Podcast, Google Podcast e tutte le principali piattaforme. Non lo trovate? Prendete appunti – non è difficile – : scrivete “Settore” o “interismo moderno” nell’apposito campo e per incanto vi apparirà. E’ la tecnologia, bellezza, e non possiamo farci niente)

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Paso doble

Se la partita è stata un po’ surreale, scusate, mica è per colpa nostra. Questa Lazio collaborativa e ospitale, che impacchetta e consegna i due gol che valgono la Coppa Italia, ci ha steso il red carpet verso la coppetta numero 10 e quindi verso un doblete (che mancava dai tempi del Mou) incassato con una facilità assurda. L’unico della Lazio che ha preso la partita veramente sul serio è stato il simpatico Pedro, che entra a corpo morto, scatena un rissa nel bel mezzo di una quasi amichevole e poi si prende una pallonata in faccia da mezzo metro da Luis che si guadagna così la riconferma con il tiro più preciso della stagione. Intorno era il teatro dell’assurdo, con mezza tribuna autorità a digrignare i denti per la storia del derby romano e delle altre sfide Champions che ancora non si sa quando si giocheranno. E la festa finale ha pure un effetto collaterale spassoso: il fumo dei fuochi d’artificio provoca 20 minuti di sospensione della partita nell’attiguo Foro Italico. Italians do it better.

Il coro dei commentatori tv: beh, normale, ovvio, ha vinto la più forte. Beh, ovvio un cazzo, avrei detto io se mi fossi trovato in uno dei tanti salotti post coppa. “Scusi, moderi il linguaggio”. Eh no, ovvio un cazzo.

Il doblete non va letto solo a rimorchio delle imprese di Marusic e Nuno Tavares. Il doblete va letto dall’inizio alla fine. L’Inter vince campionato e Coppa Italia nella stagione in cui tutti la davano per finita. Fino a sette-otto mesi fa l’Inter non compariva in nessun pronostico. Fino a sette-otto mesi fa l’Inter – secondo la gran parte degli osservatori – non era la più forte. Per questo, nell’Inter che vince il campionato con un vantaggio imbarazzante e poi vince anche la Coppa Italia non c’è nulla di ovvio nè di scontato. Quello che doveva essere un anno di transizione si chiude nel segno di un dominio totale. Teniamocela stretta, questa stagione. E prenotiamo la maglia 2026/27: con tutti ‘sti badge sarà uno spettacolo.

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Letizia

Erano due anni, dall’aprile-maggio 2024 (beh, you know, l’effettuccio dell’aver vinto il campionato con 5 giornate di anticipo), che l’Inter non giocava una partita ufficiale inutile, in cui cioè non ci fosse niente in palio e in cui fosse totalmente indifferente vincere, pareggiare o perdere. Dopo l’epocale vittoria-scudetto nel derby, due anni fa giocammo in relax con Torino, Sassuolo, Frosinone, Lazio e Verona (due squadre che sarebbero retrocesse ma non lo erano ancora matematicamente, una in corsa per l’Europa e due totalmente tranquille) con uno score di 2 vinte, 2 pareggiate e 1 persa (Sassuolo, ovvio), per concludere il campionato con 94 punti e 19 di vantaggio sulla seconda (Milan) e 23 sulla terza (Juve) (merda). L’anno scorso giocammo la Champions fino alla finale, la Serie A fino all’ultima giornata, la Coppa Italia fino alla semifinale di ritorno. E poi ci toccarono pure quattro partite utili dell’inutile – lui sì – mondiale per club. Due anni senza una pausa, praticamente.

Ascolta “Quandanche 200” su Spreaker.

Quindi, ieri ero sul divano a cazzeggiare per godermi questa esperienza estrema: una partita dell’Inter inutile. Ed è stata con mia somma sorpresa che l’inutilità è stata via via cancellata da un qualcosa che non mi azzardo a chiamare gioia, per carità, e nemmeno più epicureamente serenità. La definirei letizia, cioè – ho chiesto aiuto al dizionario – una sensazione di pace. Nella loro inutilità, le partite inutili possono diventare utili agli altri. Metti che giochi di merda, con la testa alle Maldive e al pullman scoperto. Metti che perdi male. Sarebbe diventata una partita utile per la Lazio, con cui mercoledì ci giochiamo la finale di Coppa Italia. Tu perdi partita e sicurezza, dai una pessima prova di te. Loro prendono coraggio, si danno una bella sistemata. Beh, non è accaduto.

Le partite inutili le rendi utili tu: vincendole, giocandole bene, col sorriso, con la voglia di portarla a casa. Poi vabbe’, lo sappiamo: mercoledì sarà un’altra cosa, le squadre non saranno le stesse, le motivazioni nemmeno. Però, intanto, un segnale lo hai dato. E quindi grazie ragazzi: è anche da questi particolari che si giudica un gruppo.


(nell’angolo Podcast, giunto nel frattempo all’episodio #200 – oh, non dovevamo mangiare il panettone, e invece guarda un po’ -, io e il mio socio Max attendiamo sempre i vostri vocali al numero dedicato Whatsapp 351 351 2355. Cosa ci dovete dire? Beh, direi che gli argomenti non mancano. Cioè, non basta aver vinto lo scudetto?).

(il podcast, oltre che su Spreaker – il cui player trovate qui sul blog – lo potete ascoltare anche su Spotify, Audible, Apple Podcast, Google Podcast e tutte le principali piattaforme. Non lo trovate? Prendete appunti – non è difficile – : scrivete “Settore” o “interismo moderno” nell’apposito campo e per incanto vi apparirà. E’ la tecnologia, bellezza, e non possiamo farci niente)

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Il talento espresso

Il fatto che uno come Beccalossi non abbia mai indossato la maglia della Nazionale ci dà l’idea, in fondo, di quanto calcisticamente stavamo bene allora. No, non sapevamo quanto eravamo felici. I numeri 10 erano qualcosa di più di un numero stampato sulla maglia: erano una categoria del pensiero. Cosa si perdono i nostri figli a conoscere solo un calcio incasellato negli schemi precotti e preordinati, dove gli atipici sono al massimo una scheggia impazzita e non la tua arma più preziosa. O, come si suol dire, la ragione per cui paghi il biglietto.

Della meravigliosa, frenetica, giovanissima, tutta italiana (e per più di metà lombarda) Inter di Eugenio Bersellini, Evaristo Beccalossi era uno dei simboli. L’uomo – il ragazzo, anzi – da cui ti aspettavi da un momento all’altro la fiammata. Che poi è il bello del calcio, no? E per fortuna almeno questo, le fiammate, sono le cose che aspettiamo oggi come allora. Giocatori che infiammano ce ne sono ancora. Solo che quelli come il Becca, oggi, non ci sono più. Uno come lui – con quel ritmo, quel culo basso, quella latente indolenza che maschera il genio – oggi forse sarebbe spazzato via dal pressing dei centrocampisti muscolari o dalle uscite dei centrali difensivi da 90 kg che con una spallata ti spostano di sei metri. Forse. Quasi sempre, diciamo. Perchè la fiammata uno come il Becca ce l’avrebbe sempre in canna. A uno con quel piede – e quella testa – un posto lo troveresti sempre, per qualche minuto almeno. Oh, il Becca l’uomo lo saltava. Vi ricordate quella cosa – ‘spetta, come si chiamava… ah sì, il dribbling. Certo, dovresti scavare tra i numeri che incasellano gli schemi dalla Serie A fino ai pulcini provinciali. Dovresti scombinare le formule. Dovresti trovare sempre un 1 da infilare a tradimento tra i 3 e 4 e magari i 5. Poi la gente rinuncia, sì, troppo complicato.

In questa informazione bacata e corrotta dal clic, non vorrei che oggi la figura del Becca si limitasse ai due rigori con lo Slovan Bratislava. Di quel monologo di Paolo Rossi, più che il racconto comico della contro-impresa, io mi tengo stretto soprattutto l’inizio: “Questo pezzo è dedicato a due grandi talenti della cultura mondiale, che han fatto sì che alcuni di noi, se pur perdenti, si ritenessero destinati a una vittoria futura e possibile. Questi due talenti nel campo della cultura, della musica, dell’arte, dell’evoluzione in genere, sono per me Charlie Parker ed Evaristo Beccalossi. Forse mi rendo conto che molti di voi non sanno chi era Charlie Parker, allora spiego chi era Beccalossi”. Formidabile. E’ nella riga successiva che Paolino definisce il Becca “uno dei più grandi talenti inespressi del calcio italiano”. Beh?

No, secondo me non era un talento inespresso. Il talento, il Becca, lo ha dimostrato fino in fondo. E se non fosse che mia figlia si sposa tra un paio d’ore starei qui a scrivere per filo e per segno dove e quando lo ha espresso, e perché semmai non è stato capito e assecondato fino in fondo. Ma adesso devo andare e non c’è bisogno comunque che lo spieghi agli interisti. Non c’è bisogno di spiegare perché ora siamo tutti qui col magone a pensare al Becca e a quanto eravamo felici.

Io, che ho trascorso l’adolescenza calcistica sull’odierno primo blu, sui freddi gradoni dietro la porta, il Becca e il suo talento espresso ce li ho fissi nella memoria. Nei 45 minuti in cui l’Inter attaccava verso di me, c’era un preciso momento in cui si sperava – o si capiva addirittura – che stava per accadere qualcosa. Era quando il Becca alzava la testa, il momento dell’ultimo sguardo verso l’area o verso il compagno da servire, verso Carletto che correva come un dannato o Spillo che prendeva posizione leggero. L’ultimo colpo di chioma del Becca. La testa che si alza. Lo sguardo. La fiammata. Quante volte è successo, quanto eravamo felici.

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Grazie ragazzi

Gli scudetti vinti sono tutti bellissimi, anche quelli battendo il Parma in una partita senza patemi (però giocata in casa, finalmente: no trasferta, no divano). Al limite, puoi distinguerli e classificarli per una serie di sfumature che spaziano dall’oggettivo al soggettivo – e le sinapsi di ogni singolo tifosotto potrebbero complicare assai la classificazione, ma qui si entra nel campo nella nostra meravigliosa e incurabile patologia.

E quindi, fatte tutte le valutazioni del caso, cosa diciamo di questo ventunesimo scudo che cuciamo sulla nostra maglia che tornerà a essere indiscutibilmente a vere strisce nerazzurre?

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Oggettivamente, è uno scudetto molto speciale. Raramente ci è capitato di vincerne uno così contro pronostico. Almeno, stando a quanto si diceva di noi la scorsa estate. E non tanto secondo le quotazioni delle società di scommesse (eravamo di qualche decimo di punto dietro il Napoli e più o meno alla pari del Milan), quando secondo una narrazione – che adesso non potremmo che definire cialtronesca – che ci dava già per finiti, morti, sepolti, condannati a un anno di transizione in cui giocarsi un posto in Champions poteva già essere un lusso. Questo è quanto si auguravano gli altri. E quanto, condizionati da tanta unanimità di giudizio, temevamo tutti noi, che siamo rimasti sempre un po’ angosciati, anche con quattro gol di vantaggio in una partita o 12 punti di vantaggio in classifica.

Dopo una stagione pazzesca in cui il tutto si era risolto in niente; dopo uno 0-5 devastante nella finale di Champions; dopo l’addio amaro dell’allenatore che in 4 anni ci aveva introdotti nell’inesplorato mondo del futbol bailado; dopo l’ingaggio di un allenatore che non era la prima scelta; dopo la costrizione a un mese di post-season per giocare, laceri e contusi, un inutile mondiale per club guidati dal nuovo allenatore di cui al punto precedente; dopo brevi vacanze e l’inizio della preparazione un mese dopo quasi tutti gli altri, con tutto ciò che ne consegue per l’inizio della nuova stagione; con una rosa poco rinnovata, apparentemente sfiduciata e ricca di over 35 sempre più vecchi e stanchi: insomma, in effetti, che stagione poteva mai essere? Non è che quelle grandissime merde degli altri – si siamo chiesti – avevano ragione? Forse è per questo che non ci siamo mai rilassati. Neanche oggi lo eravamo, di fronte alla prospettiva di fare un punto in quattro partite per vincere il campionato. “E se…”

E invece è andata come abbiamo visto, 2-0 al Parma e vai di champagne. Con un allenatore che portava in dote 13 presenze in serie A (contro le oltre 600 di Gasperini, le oltre 500 di Spalletti e le oltre 400 di Allegri) lo scudetto lo abbiamo vinto noi. E credo che la narrazione – la nostra, stavolta – di questo scudetto così speciale debba proprio partire da Chivu, perché c’è tantissimo di suo, anche solo a livello simbolico. Ha preso quel che c’era, ha sposato un modulo non del tutto gradito, ha saputo ricreare lo spirito giusto in un’Inter che poteva lasciarsi molto andare, ha superato le difficoltà non negandole ma gestendole, è andato dritto per la sua strada in mezzo a due ali di folla che gli dicevano che non avrebbe mangiato il panettone.

Ne è uscita un’impresa che noi stessi abbiamo preferito vivere un po’ sottotraccia, maneggiandola con cura, assaporandola piano piano, e che gli altri hanno tentato di inquinarci fino all’ultimo. Eppure, a ripensarci, è uno scudetto speciale, specialissimo. E voi, laggiù, sì, proprio voi: salutate la capolista. Non è del tutto colpa vostra: è che quest’anno eravamo speciali, e quand’è così non ce n’è per nessuno.

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Un fisico bestiale

Questa è la foto che per me descrive di più Alex Zanardi, forse senza nemmeno avere bisogno di leggerne la biografia prima, o di spendersi in troppe parole dopo. Una sorta di trailer della sua vita, in un unico frame. Un tizio senza gambe che solleva con un braccio solo una handbike. Ed esulta come un bambino.

E’ la foto della vittoria nella cronometro individuale alle Paralimpiadi di Londra. Il Comitato paralimpico internazionale la sceglierà come foto simbolo delle Paralimpiadi successive, quelle di Rio (tra l’una e l’altra, Alex vincerà 4 ori), perché è davvero un’immagine meravigliosa, che ti apre il cuore. C’è una cosa che la foto rivela a chi la guarda. Credo che, per chi lo conosceva bene o anche solo lo ha incontrato una volta nella vita, questa cosa che non so nemmeno descrivere in una parola sola – un misto tra forza, carisma, entusiasmo, sorriso, energia vitale, resilienza – fosse ciò che Alex Zanardi sapeva trasmettere. E’ il suo più grande merito e il suo più grande lascito.

Difficilmente, rovistando nella mia memoria di appassionato di sport (anche se qui, come sappiamo, andiamo ben oltre lo sport), saprei trovare un personaggio così positivamente spiazzante. Il sorriso che Zanardi ha sempre sfoderato di fronte alle disgrazie, per noi esseri normali, è – come dire – troppo. Ci vuole un fisico bestiale, e una testa immane. Le sue sono state prove di forza che il 99,9% di noi non sarebbe minimamente in grado di affrontare. Lui è morto a 60 anni ancora da compiere, ma noi – noi normali – al suo posto saremmo già morti due o tre volte. Era così forte, Zanardi, da sopravvivere all’amputazione traumatica di entrambe le gambe e a un camion che ti arriva in faccia. Era così forte da trovare nella prima delle due sventure – la seconda, alla fine, lo ha sfiancato – una nuova ragione di vita. Macchè, non una: due, tre, quattro nuove ragioni di vita, da atleta, da volto tv, da guru, da esempio vivente. Che sollevare una handbike (più o meno 25 kg) con un braccio solo, come noi faremmo faticosamente con un manubrio da 5 kg in palestra, al confronto era un gioco da ragazzi.

Non è un caso che Zanardi, sei anni fa, in quello spaventoso incidente di Pienza a cui poteva sopravvivere solo lui, sia stato in un certo senso vittima della sua generosità. Del resto era fatto così: diceva che, dopo l’incidente in pista da cui si era svegliato senza le gambe, aveva subito guardato al futuro non pensando a quello che aveva perso, ma a quanto gli rimaneva. Di fronte a gente così non ci si può che sentire piccoli piccoli – è così che ti spiazza, uno come lui. Ma la morale è semplice, e te l’avrebbe svelata con una pacca sulla spalla e un sorriso: va là, che la vita è bella.

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