Maravilla

Oggi, 12 gennaio 2022, per la prima volta sono entrato davvero in sintonia con Simone Inzaghi. Quando si è presentato alle interviste post partita senza più voce, sono andato d’istinto in cucina a preparare un latte e miele e i suffumigi col bicarbonato. E glieli avrei portati in zona mista, il tempo di prendere la macchina e correre verso San Siro (non c’era nemmeno la nebbia). L’azione del gol vittoria – un gol al 120′ con la Juve, Iddio li strafulmini, una cosa che comunque resterà nei nostri ricordi più cari – portava la firma di tre giocatori subentrati e, quindi, la controfirma dell’allenatore. Con cui sto ripercorrendo la parabola contiana: un tempo mi stava sul culo, ora lo adoro.

Con quella che a metà agosto, via Lukaku, sembrava destinata a essere una mezza squadra, Simone Inzaghi è tornato a farci vincere una coppa dopo 11 anni (la Supercoppa dopo 12) così come dopo 10 anni ha condotto l’Inter agli ottavi di Champions. Se ci aggiungiamo il titolo d’inverno in campionato, a metà stagione Inzaghi – e l’Inter con lui – ha già raccolto tutto quello che poteva raccogliere. Resta ora il difficile, cioè completare l’opera, e ci aspettano quattro mesi e mezzo di partite, sudori, angosce e accidenti. Ma la coppetta di stasera ci dà un brivido non banale: quello dello scricchiolio della bacheca cui andiamo ad aggiungere un trofeo. Un momento liberatorio tra Covid incombente, tamponi molecolari, stadi dimezzati, Ats invadenti.

Sono passati solo due mesi e mezzo dall’altra partita con la Juve – era il 24 ottobre – che era stata l’ultima di una certa Inter, l’Inter della prima parte di stagione, quella che non chiudeva mai le partite, che non vinceva gli scontri diretti eccetera eccetera. Quella che era andata 7 punti sotto in campionato e che a momenti si vedeva sfuggire la Champions in un girone più che abbordabile. Lo spettro di quella partita – come abbiamo fatto a non vincere contro quella Juve? – forse ha aleggiato questa sera sul prato di San Siro, dove noi non siamo riusciti a mettere dentro più di un pallone appetitoso e dove la Juve stava riuscendo a sfangarla per l’ennesima volta. La Juve era in finale di Supercoppa per merito nostro, che l’anno scorso ci siamo fatti buggerare in Coppa Italia. E tutto questo intersecarsi di vecchie e nuove partite mi stava lasciando pensare che sì, ‘sti stronzi ce l’avrebbero messo in quel posto un’altra volta.

Dopo 120′ trascorsi a cercare di essere belli ma senza riuscirci, contro una squadra che mira a imbruttirti per sistema – e che in più è la Juve -, la voglia feroce con cui abbiamo spinto dentro il pallone (l’anticipo di Darmian, il blitz di Sanchez) è stato lo spot di una squadra che rispetto al 24 ottobre è cambiata in un po’ di cose ma specialmente in questo: e cioè che anche al 120′ le partite le vuole chiudere. E’ la decima vittoria nelle ultime 11 partite (otto di campionato, due di Champions, più questa magica Supercoppetta scippata ai gobbi mentre già stavano prendendo appunti per i rigori) e se non c’è stato il futbol bailado cui ci eravamo incredibilmente abituati prima di Natale vabbe’, who cares? C’era da battere la Juve e vincere un trofeo, mica da andare in porta col pallone facendo le foche monache.

Bisogna già pensare all’Atalanta, ma prendiamoci il tempo di qualche bel sospirone: un gol alla Juve all’ultimo secondo di una partita secca è un superlusso che rievocheremo finchè avremo la forza di sollevare pinte di birra e, tra un rutto e l’altro, elevare il mantra che adesso, in onore degli sconfitti, per una volta recito solo a mente.

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Da Conte a Cracco

Dal giorno del (doppio) sorteggio di Champions, non faccio che ripensare alla metafora contiana del ristorante, visto che nelle tre stagioni precedenti eravamo partiti con grandi progetti culinari ed eravamo poi finiti a mangiare un trancio di margherita dallo Zozzone. Qualificandoci agli ottavi, abbiamo finalmente prenotato nel locale da 100 euro. Ancora non è chiaro quanti soldi abbiamo e avremo in tasca, ma la prenotazione c’è, siamo in lista, abbiamo lasciato il numero di telefono, abbiamo detto a che ora arriveremo, rovisteremo nell’armadio alla ricerca dell’outfit più adatto.

Questo paragone sarebbe stato perfetto per l’Ajax. Poi la Uefa ha riscritto la legge di Murphy e noi quella dell’uccello padulo, e tre ore dopo ci siamo beccati il Liverpool. Ecco, così facendo praticamente ci hanno prenotati da Cracco senza nemmeno chiedercelo. La questione dei soldi è quasi marginale, perchè con i 100 euro del parametro di Conte non oltrepassiamo la metà del menù degustazione. Ma perchè negarci l’emozione di andare alla mensa dei grandi e magari di fare la nostra porca figura, azzeccando i bicchieri e le posate corrette, prendendo il pane dal piattino giusto (remember: è quello a sinistra, nun ce fate figure demmerda! – cit.), ruttando con discrezione portandoci il tovagliolo alla bocca? Che poi magari alla fine Cracco esce in sala, fa spegnere tutte le luci tranne una che illumina noi, ci segna con il dito e dice: “Complimenti, lei è il mio centomillesimo cliente, offro io”, eh?

Un anno fa, con Lukaku Eriksen e Hakimi – quindi, col vestito giusto e il portafoglio gonfio -, uscimmo da un girone brutto ma non bruttissimo, sicuramente non peggiore di quelli dei due anni precedenti. Giocammo la Champions nella fase più problematica della nostra stagione, vivendo essa stessa come un problema – eliminato il quale, fuori da tutto, dopo Natale passeggiammo sui resti altrui. Praticamente siamo andati al ristorante da 100 euro vestiti bene, ma senza soldi. Poi, vestiti uguali e dopo essere passati dal bancomat, siamo andati in trattoria, cucina casalinga menù fisso, e abbiamo pagato un giro di amaro a tutti i presenti per poi mandare l’oste a comprare un Pommery al Bennet.

La prospettiva del Liverpool è apocalittica o meravigliosa, a seconda di come la si voglia vivere, e io propenderei per la seconda. Se avessi davanti la rosa dell’Inter e Zhang mi delegasse per fare il discorsetto pre-gara io direi: godetevela (brusio). Beh, copritevi il culo (brusio) ma godetevela, let’s go! (timido applauso). Il Liverpool è formalmente fuori portata, quindi è inutile trascorrere due mesi a immaginarsi il disastro. Godiamoci, dopo 11 anni di Bagaglino, il ritorno alla Royal Opera House. Godiamoci, dopo 11 anni di Beer Sheva, una doppia partita alla dimensione più alta possibile. Ci siamo guadagnati l’invito a cena, pensavamo di andare da un mono-stellato e ci hanno dirottati su Cracco. Beh, andiamoci. Ci sono occasioni in cui svuotare la carta di credito ha comunque il suo perché.

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A2

Da quattro anni (dopo un vuoto assoluto di sette) siamo tornati a competere ai piani alti del calcio europeo, cioè in Champions League. E per la prima volta dopo quattro stagioni quest’anno giocheremo anche in primavera, negli ottavi di finale, un’emozione che ci mancava da 11 lunghi anni. Non era necessario vincere a Madrid, essendo già qualificati come secondi con una giornata di anticipo in un girone modesto, dove le prime incredibili due partite dello Sheriff avevano rimescolato le carte e ci avevano fatto credere di essere vittime di una maledizione. Poi, siamo stati bravi a toglierci dall’imbarazzo e abbiamo celebrato senza eccessi.

Vabbe’, potrebbe dire qualcuno, cazzo ve ne frega di vincere a Madrid, scusate? Beh, sarebbe servito a due cose: arrivare primi nel girone (e guadagnare la possibilità di un sorteggio morbido che invece, salvo essere culattoni tipo la Juve, non avremo); mettere la parola fine a una fase e aprirne un’altra. Non l’abbiamo fatto e sarà eccitantissimo provare a farlo negli ottavi, per carità. Ma rimaniamo a oggi e guardiamoci indietro.

In queste quattro stagioni di gironi eliminatori, come teste di serie del nostro girone (discreta sfiga) abbiamo trovato due volte il Barcellona e due volte il Real. Otto partite contro due tra i super top club europei con il seguente score: 0 vittorie, 1 pareggio e 7 sconfitte, con 5 gol fatti e 14 subiti.

Per due volte (i primi due anni) nel girone ci siamo trovati anche un secondo top club (discreta sfiga/bis), il Tottenham nel 18-19 e il Borussia Dortmund nel 19-20. Con entrambe, abbiamo vinto in casa e perso in trasferta. Se vogliamo aggiornare la classifica avulsa: 2 vittorie, 1 pareggio e 9 sconfitte in dodici partite, con 11 gol fatti e 19 subiti. Una sola volta su 12 partite non abbiamo preso gol: Inter-Borussia Dortmund 2-0, gol di Lautaro e Candreva, era il 23 ottobre 2019. Abbiamo perso tutte e sei le trasferte, in metà dei casi senza segnare.

Che sconfitte sono state? Mai disastrose. Tre volte 0-2, le altre tutte per un gol di scarto. Partite anche molto diverse tra di loro, ma che potremmo accomunare in un solo aggettivo: frustranti. Partite che abbiamo perso meritatamente, qualche volta. Ma che in qualche caso avremmo potuto vincere, e bene. Come dimenticare i primi tempi di Barcellona e Dortmund chiusi in vantaggio, o anche il primo tempo con il Real dello scorso settembre? Comunque, a parte quell’Inter-Barcellona 1-1 del novembre 2018 (pareggio di Icardi nel finale), con le spagnole le abbiamo perse tutte. E con le altre due, abbiamo fatto pari ma sono passate loro, quindi niente, male male.

Frustranti. Frustranti perchè ogni volta abbiamo commentato allo stesso modo: “Non siamo ancora a quel livello”. E quindi, fatti i dovuti conti, è lecito affermare che nonostante quattro anni di allenamento e di indubbia crescita, a quel livello non ci siamo ancora.

Inutile star qui a ripercorrere la storia societaria, sportiva, tecnica, tattica e psichiatrica dell’Inter di questi ultimi 11 anni, perchè la sappiamo tutti a memoria. In queste ultime quattro stagioni, parlando di dimensione europea e relative ambizioni, abbiamo attraversato stati diversi, dalla quasi serenità (“siamo tornati qui, ci vorrà del tempo ma accontentiamoci”) al profondo disappunto di cui sopra (“siamo tornati qui ma siamo sempre un gradino sotto”).

Siamo in serie A, ma forse giochiamo la A2, confusi in quel gruppone di club che le prime cinque/sei (la Super-Superlega virtuale) le vede ancora col binocolo. Quel che siamo ci basta ampiamente per puntare a vincere il nostro campionato, ma ci mantiene un po’ subalterni (nel senso di inferiori) all’Olimpo calcistico. Che poi chissà, la palla è rotonda, la ruota gira, l’uccello padulo non fa necessariamente delle preferenze eccetera eccetera, però non abbiamo ancora le carte in regola per dire con sicumera che sì, ce la giochiamo.

Cioè, a febbraio ce la giocheremo, ovvio, ma come? Con la stessa dinamica delle otto partite con Real e Barcellona di cui sopra? Cioè quasi rassegnati a non vincere? Quello che ci è mancato in queste quattro fasi di Champions è proprio l’ultimo scatto, quello decisivo. Per questo sarebbe stato bello vincere a Madrid: per certificare che sì, ci siamo anche noi, avete visto?, ci abbiamo messo un po’ ma ce la possiamo fare. Ci toccherà farlo in corsa, probabilmente a livello di difficoltà 10/10. Una cosa che ha un dannato fascino, ma che lascia (diciamo così) terribilmente inquieti.

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Belli (e possibili)

“Non mi ricordo di avere visto l’Inter giocare così bene…”, “Era da un pezzo che non mi divertivo tanto…” fino all’assoluto “Non ho MAI visto l’Inter giocare così”. Non che mi fidi dell’intelletto dei tifosi, gentaglia dalla memoria corta e dall’entusiasmo (o il catastrofismo) facile. Ma se qualche indizio fa pur sempre una prova, era da parecchio che non sentivo tanti nerazzurri sbilanciarsi così all’unisono come nel post partita – anzi, anche durante la partita – di Roma-Inter. Il tema è interessante perchè sulla bellezza dell’Inter – storicamente una squadra che non ha bellezza e innovazione nei suoi primi cinque trend topic – ci stiamo sbilanciando da inizio stagione, pur nell’evidenza che in questi primi cento giorni di stagione la bellezza non si è tradotta sempre in risultato, anzi.

Il link bellezza+risultato è roba recente, dell’ultimo mese abbondante, da quando cioè ci siamo messi a chiudere qualche partita in più, invece che fare i belli per un’ora e poi basta, imbruttirci nella nostra metacampo. E forse non è nemmeno il caso di festeggiare troppo l’exploit di Roma, ottenuto contro una squadra allo sbando, con tante assenze e con qualche presenza malmostosa. Però vincere a Roma è sempre cosa buona – visto, poi, che nello stesso stadio un paio di mesi fa abbiamo fatto la peggior partita dell’anno – e aver passeggiato sulle macerie del nostro ex vate, cui dobbiamo riconoscenza eterna ma senza per forza fare sconti, ha un che di catartico.

La bellezza è fugace anche nel calcio. La nostra bellezza attuale dipende essenzialmente dallo stato di forma (fisico e mentale) eccellente di buona parte della rosa, dal rendimento elevatissimo dei nostri giocatori-chiave e dal momento addirittura magico di elementi che pensavamo persi alla causa (Perisic) o destinati all’aurea mediocrità (Çalhanoğlu) (di cui mi pregio ogni volta copincollare il nome, non riuscendolo a imparare nè riuscendo a trovare le lettere necessarie sulla tastiera). E’ un accrocchio di situazioni che potrebbe svanire da un momento all’altro, o comunque traballare, segnare il passo, incepparsi. Stiamo superando qualche test importante (tipo giocare partite quasi senza difensori), ma la strada è ancora lunga e le delusioni sono, appunto, ancora recenti.

Di sicuro, il primo tempo con la Roma resta un fatto da celebrare. La positività – la gioia, quasi – trasmessa dalla squadra nel giocare costantemente all’attacco e alla ricerca del bello è una sensazione oggettivamente rara. Qualcosa che va al di là del “semplice” fare gruppo – a quello siamo felicemente abituati da un po’. E’ uno stato di grazia.

Tutto questo, naturalmente, ha un côté piuttosto etereo. Possiamo anche definirci strabelli, ma in campionato non siamo primi e ne abbiamo un altro paio attaccati al cavallo dei pantaloni. Squadre anche meno belle, insomma, hanno più o meno i nostri punti. E’ un fatto che da quando siamo anche un po’ più concreti, oltre che belli, abbiamo recuperato pericolosi e cospicui svantaggi in campionato e in Champions. Ma non è ancora tempo di fermarsi davanti allo specchio e dire

“Minchia, ma che bella squadra siamo?”

perchè non è proprio il caso. Il mondo non è fatto di gol segnati andando in porta col pallone, dopo diciassette triangolazioni, tocchi di suola, tacchi, veli, no look, quelle robe lì. Non dobbiamo dimenticarci di sporcarci di terra e di restituire maglie grondanti al magazziniere. La nostra storia va rispettata, e che cazzo. Pettiniamoci bene e vestiamoci all’ultima moda, ma senza dimenticare che l’uomo ha da puzzà.

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Inter speziata

Strano post partita. C’è quel po’ di sano pudore a limitare gli entusiasmi di una vittoria in casa con lo Spezia quartultimo, la squadra più battuta del campionato (più gol subiti di tutte e 10 sconfitte su 15 partite, peggio c’è solo la Salernitana). “Solo” per 2-0, poi, e pure con un rigore. Ma perchè non celebrare, al contrario, una vittoria ottenuta in una situazione potenzialmente complicata, con quattro difensori assenti (di cui tre centrali) e Barella in panca fisso insieme a un tot di ragazzini? Altre Inter, nemmeno troppo lontane nel tempo, si sarebbero depresse, preoccupate o addirittura impanicate. E invece questa Inter si è divertita e ha divertito, come spesso è successo in questa prima parte di stagione. E’ una squadra che ormai di default crea occasioni su occasioni, gioca in velocità, attacca come prima opzione, si dà un tono. Ok, era lo Spezia, ma giocavamo con Gagliardini al posto di Barella, e il Gaglia ha segnato. Giocavamo con due esterni al posto di due centrali, e si sono divertiti parecchio pure loro.

Inzaghi che di fronte a un’emergenza dice “non c’è problema” presta volto e voce (la poca che gli rimane) allo spot della sua Inter, imperfetta finchè si vuole ma fresca e positiva, dove se segni un gol al Milan e al Napoli si abbracciano in venti, e quando lo segni allo Spezia uguale, perchè segnare è bello, vincere è bello, e a diventare brutti e cattivi (cinici, ecco) c’è sempre tempo e magari un giorno ci arriveremo. Vincere 2-0 con lo Spezia in assoluto vuole dire poco, ma relativamente al momento può significare molto. Tipo aver messo un altro mattoncino per la riapertura del campionato, che ora è ufficiale, è lì da vedere, 4 squadre in 5 punti, ora si ragiona.

In tre giornate, da meno sette siamo risaliti a meno due e meno uno. Napoli e Milan sono sempre davanti, ma ora a portata di mano. Non è che si siano ridimensionate loro: il ruolino di marcia è sempre di lusso. La novità è che ci siamo ridimensionati noi, nel senso che abbiamo smesso da qualche settimana di perdere punti per strada e ci siamo dati, appunto, una dimensione diversa. In meglio.

Inter-Spezia è solo una tappa, un fugace passaggio, una delle partite oggettivamente meno fascinose del calendario. A meno di non trovarle un significato, e l’Inter glielo ha trovato. Dopo Inter-Juve, partita spartiacque tra un’Inter incompiuta e una un po’ più concreta, abbiamo vinto 7 partite su 8 e per cinque volte le abbiamo vinte 2-0. Segnando sempre poco in proporzione a quello che creiamo, ma subendo sempre meno, a volte quasi niente. Altro upgrade mica da ridere. Più belli e più solidi di un mese fa, una insospettabile ma irresistibile propensione al futbol bailado versione terzo millennio: dove si firma, ditemi, per far durare questo piccolo incanto?

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Il Baraccone d’oro

Nel 2010, come nel 2021, il Pallone d’Oro andò a Messi. Perchè? Perchè è un grande calciatore, certo. Ma, tecnicamente, perchè? Perchè nel 2010 così come nel 2021? Cioè in stagioni in cui non è stato il miglior giocatore del mondo, e neanche il secondo, il terzo, il quarto, il quinto? Sostanzialmente perchè questo premio, dominato da logiche che vanno al di là della sua essenza – che sarebbe anche semplice e significativa, cioè premiare il miglior calciatore della stagione -, va ormai preso per quello che è, cioè una baracconata insopportabile in cui, semel in anno, i calciatori si mettono lo smoking e tutti ad applaudire, uh-uh. Per onestà ci andrebbe messo un sottotitolo a ‘sto Pallone. Chessò, “Pallone d’Oro-Premio a uomo famoso con main sponsor e che gioca bene a pallone”, oppure “Pallone d’Oro-Se non sappiamo a chi darlo ci sono sempre Messi e Cr7”. Quindi non glielo metteranno mai, il sottotitolo.

Per spiegare il poco spiegabile Pallone d’Oro 2021a Messi è stato ripescato dalla scarsa memoria collettiva il caso dell’inspiegabile 2010. Nel 2010 accaddero alcune cose. Una, che ci riguarda, è che un giocatore mai cagato a livello internazionale si rende protagonista di una stagione clamorosa in una squadra che a sua volta fa una stagione clamorosissima: la squadra vince tutto – il Triplete – e lui segna tutti i gol delle tre partite decisive. Era anche la stagione del Mondiale, che la sua influenza sulle scelte per il Pallone d’Oro evidentemente ce l’ha: lo vince la Spagna, che aveva giocatori clamorosi. C’è poi un giocatore della squadra finalista, l’Olanda, compagno di squadra del giocatore mai cagato di cui sopra, che chiude la sua clamorosa stagione con il Triplete, il secondo posto ai Mondiali e il titolo di capocannoniere.

Il Pallone d’Oro quindi va a Messi.

Messi, nel 2010, vinse la Liga col Barcellona, segnando 34 gol (capocannoniere). Cioè, vabbe’, non è che parliamo dell’ultimo degli stronzi. Ma in Champions lo buttammo fuori noi a calci in culo, e ai Mondiali fece ca-ca-re, uscendo malissimo ai quarti con la Germania (4-0, a casa) e non segnando nemmeno un gol in cinque partite. Xavi e Iniesta finirono secondo e terzo, Sneijder quarto (quarto!) e Milito, proseguendo la sua carriera di giocatore più sottovalutato dell’universo, non fu nemmeno considerato nella lista dei 23 “finalisti”, una cosa inconcepibile se pensiamo che tra i 23 c’erano cinque giocatori del Bayern (uno in più di quelli dell’Inter, “solo” quattro) e tale Asamoah Gyan, mistero dei misteri.

La cosa veramente decisiva di quel 2010 (oltre al difetto di fondo, e cioè l’autorefenzialità e la dipendenza economica di questo premio) fu che cambiò il regolamento. Il Pallone d’oro della rivista France Football venne unificato al World Player of the year che si era inventato la Fifa, creando appunto il Pallone d’Oro Fifa. Si unificarono così anche le due giurie, quella giornalistica dei francesi con quella ecumenico-pallonara della Fifa (votavano commissari tecnici e capitani di tutte le nazionali del globo). Con la conseguenza che – una testa, un voto – l’opinione degli espertissimi giornalisti sportivi europei valeva tanto quanto quella del commissario tecnico del Laos e del capitano delle Isole Samoa.

Questo premio “unico” dura sei anni: 4 volte lo vince Messi, due volte Cristiano Ronaldo. Poi si ri-separa dal 2016, il Pallone d’Oro torna ai francesi e la Fifa si inventa il Best Fifa Men’s Player, con classifiche praticamente uguali per tutte le edizioni fin qui disputate tranne che nel 2020, con il Pallone d’Oro non assegnato perchè (mej cojoni!) il campionato francese viene annullato, mentre la Fifa incorona doverosamente Lewandowski.

Il Pallone d’Oro (che vale di più del Fifa) 2021 andava dato a Lewandowski come risarcimento per un’edizione incomprensibilmente annullata e di cui lui era il naturale vincitore. A furia di darlo a Messi e Cr7 ci si dimentica di rendere omaggio al resto dell’universo pallonaro, che per fortuna non si risolve nei soliti due, ormai diventate insopportabili icone di se stessi. Giocatori formidabili, per carità, ma nel calcio c’è anche altro.

Aver premiato Messi perchè ha vinto la Coppa America fa ammazzare dalle risate. E’ il suo primo trofeo con la nazionale argentina in cui milita da 16 anni, 16 anni di nulla che già gettavano un’ombra sui precedenti Palloni d’oro. La Coppa America, dai, diciamolo, un torneino tra le solite 10 squadre in cui la principale difficoltà sono i voli transoceanici. Messi quest’anno è arrivato terzo in campionato ed è uscito agli ottavi di Champions. Lewandowski – oltre ai meriti acquisiti e soppressi – ha vinto il campionato segnando 41 gol più la supecoppa tedesca. E Jorginho, al confronto, è il Milito brasiliano.

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Quel brutto quarto d’ora

La novità – fondamentale – dello scontro diretto con il Napoli è che l’abbiamo vinto. La conferma – inquietante – che arriva dalla stessa partita è che siamo una squadra che i 90 minuti di uno scontro diretto non li regge e a un certo punto (più o meno quando mancano 15-20 minuti dalla fine) esce progressivamente dal cuore della match. Che a volte abbiamo perso (Real, Lazio), altre volte abbiamo rischiato di perdere (Milan, in maniera un po’ diversa Atalanta), altre ancora abbiamo regalato alla modesta avversaria (Juve) che manco ci aveva mai creduto e che abbiamo fatto generosamente pareggiare.

Avere vinto con il Napoli ci dice tante cose. Segnando tre gol a una squadra che nelle precedenti 12 ne aveva subiti 4 in tutto, abbiamo dimostrato che la nostra propensione offensiva è di gran lunga la nostra dote migliore, il tesoretto che dobbiamo coltivare. Quando attacchiamo, siamo una squadra bella da vedere e costantemente pericolosa. La nostra formazione tipo è forse la migliore in circolazione – parlo di Italia, eh? – e di più forti della nostra continuo a non vederne. Magari come noi, più o meno. ma più forti no.

Quando si arriva all’ora di gioco, però, comincia la sofferenza. Purtroppo, i nostri cambi sono mediamente peggiorativi, in quasi tutti i ruoli, in senso assoluto e in senso relativo. Oggi, per esempio, con i due laterali in forma strepitosa, quando li cambi peggiori di brutto. In panca hai un paio di giocatori in grado di dare una svolta – Vidal, Sanchez -, il resto non è in grado di darla. Alcuni uomini della nostra formazione tipo non sono sostituibili a cuor leggero, altri il cambio proprio non ce l’hanno.

Naturalmente non si può giocare con gli stessi 11 per 90 minuti ogni tre giorni, ovvio. Ma il nostro peggioramento qualitativo nella fase finale del match è una cosa fisiologica. Se giochi con una piccola, e magari intanto gliene hai messe tre o quattro, non si nota. Se giochi con una pari grado, si nota eccome. Lo notano soprattutto gli altri, che trovano improvvisamente nuovi spazi, guadagnano metri, ritrovano fiducia e ciao.

Il partitone con il Napoli è stato questo, per me. La dimostrazione che siamo i più forti , nel contempo, l’automatica certezza che nel finale c’è da stare male ogni volta. Il partitone con il Napoli l’hai portato a casa, e meno male, ma dopo un’ora da favola ti è toccato vedere un quarto d’ora da tregenda con un miracolo di Handa (più traiettoria del pallone da un caso su mille) e gol sbagliato da Ciro Mertens: cioè, avessero segnato ti toccava pure dire che ci stava.

Se miglioriamo l’approccio tecnico e mentale dell’ultimo quarto d’ora, non ce n’è per nessuno. Se non lo miglioriamo, ci toccherà andare in giro con l’Holter fino a maggio e spèrare di portare a casa il culo ogni volta, così, random. Come migliorare? Eh, questo è un fottuto problema e io proprio non saprei cosa dire al buon Simone, che ci rende così belli e così a scadenza.

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Particolari

Sic transit gloria mundi (more solito). La Nazionale è passata dalla retorica delle notti magiche eccetera eccetera alla merda odierna nello stretto giro di quattro mesi, da supersquadra bellissima fortissima e favorita d’obbligo dei prossimi Mondiali a squadretta senza arte nè parte che forse ai Mondiali non ci andrà nemmeno perchè sicuramente gli spareggi non li passiamo, ridotti come siamo. Non che sia cambiato granchè, nel frattempo: il centravanti non lo abbiamo da anni, per dire, e questo non ci ha impedito di vincere 37 partite consecutive e con esse gli Europei dopo 53 anni dall’ultima volta. Semplicemente: prima andava tutto bene – tiraggiro, tiraggiro! – e adesso no. Questione di culo, certamente, almeno un po’. E anche di particolari: i rigori che prima entravano adesso non entrano più. Se Jorginho avesse segnato i due rigori alla Svizzera, il girone lo avremmo vinto in carrozza e adesso saremmo qui a prenotare il pullman scoperto per il dicembre 2022. Invece siamo in pieno Ventura-2, e ringraziamo il cielo che prima degli spareggi passerà un po’ di tempo, sennò con l’umore attuale avremmo fatto fatica anche con San Marino..

Dove saremmo se Jorginho (segue elenco)? Ecco, la storia dei rigori – cioè la storia dei particolari – mi ha fatto pensare all’Inter. Dove saremmo se Dimarco avesse segnato il suo rigore all’Atalanta e se Lautaro avesse segnato il suo rigore al Milan? E dove saremmo se alla Juve non avessero dato quel ridicolo rigore contro di noi? Non sono tre particolari che, in fondo, segnano in maniera spropositata il cammino dell’Inter finora?

Il gioco dei se e dei ma, ovviamente, ha un valore pari o minore di zero, però un pochino si presta a dare una dimensione all’Inter di Inzaghino. In questi primi tre mesi di stagione l’Inter non è mai stata inferiore a nessuno e non ha mai fatto figuracce (tranne negli ultimi grotteschi 15 minuti della partita con la Lazio, un’eccezione nel percorso tutto sommato lineare di quest’anno). E’ una squadra che ha spesso divertito, ha quasi sempre creato tanto, è stata raramente messa alle corde. Eppure in campionato è terza a sette punti dalle prime. Non ha vinto nemmeno uno scontro diretto, ma non ne ha nemmeno persi (a parte quella maledetta partita con la Lazio, vedi sopra). Con quei tre rigori (due sbagliati, uno assegnato con un abuso di potere), proprio tre di questi scontri diretti avrebbero potuto andare diversamente. E quindi?

E quindi cos’è? E’ una questione profonda o è una questione di particolari? Siamo al posto che ci compete (il terzo, lontano dalle prime) o avremmo potuto essere molto più in alto se solo avessimo calciato meglio due palloni, o se all’arbitro di Inter-Juve si fosse scaricato l’auricolare? Siamo indietro per un caso – per tre piccoli particolari, appunto – o perchè è giusto così? E le altre sono troppo avanti per congiunzioni astrali favorevoli, o perchè sono forti almeno quanto noi, se non di più?

E’ una questione interessante. E adesso che ci avviciniamo a due partite-chiave con qualche problema serio (assenze, acciacchi), quei particolari che ci sono costati punti (e chissà, magari un pizzico di autostima) potrebbero pesare fin troppo. Sul cinismo dobbiamo lavorare, sull’emergenza dobbiamo saperci adattare. E’ l’ansia il prossimo trabocchetto.

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Ma non scrivi più?

“Ma non scrivi più?”. Nei mesi scorsi arrivavano mail e messaggi, qualcuno preoccupato (del tipo: sarai mica morto e non hai fatto in tempo a farci un post?). In realtà, stavo scrivendo di Inter molto più del solito e finalmente posso dimostrarlo: carta canta. “1908 Fc Inter – Le storie” (Hoepli) è uscito nello splendore delle suo 500 pagine e lo presento a Pavia venerdì 12 (Libreria Delfino Ubik, ore 18,30) e a Milano, nel calendario di Bookcity, sabato 20 (Museo della Scienza e della Tecnica, ore 14). Poi boh, probabilmente altrove (anche i miei quattro compagni di avventura – Mauro Colombo, Luigi Ferro, Andrea Maietti e Maurizio Harari – sono in pista per vari appuntamenti).

Ho avuto, partecipando a questo progetto, una bella occasione personale: poter mettere mano alla storia dell’Inter pescando dal mazzo un po’ di storie e scrivendole a la Sectuàr, perchè il registro del libro è proprio questo, la modalità un po’ diversa di raccontare i 113 anni nerazzurri. Non c’era da mettere in bella copia Wikipedia ma da prendere argomenti – calciatori, allenatori, presidenti, partite, stagioni, imprese, catastrofi – e farne storie, appunto. Bello, stancante ma divertente.

Il libro è scritto a dieci mani, ci siamo divisi gli argomenti dal ristorante Orologio al ciao-ciao di Lukaku ed ecco qui il volumone. Io ho scritto i seguenti capitoli:

  • I 13 giorni che finirono la Grande Inter (25 maggio-7 giugno 1967)
  • Lo scudetto di Invernizzi – L’incredibile vittoriosa rimonta nel campionato 1970-71
  • L’irripetibile squadra del Sergente di Ferro (Eugenio Bersellini e il campionato 1979-80)
  • Ernesto il generoso – Il presidente Pellegrini e 9 anni ambiziosi e poco fortunati
  • Il nostro Kalle amatissimo – Rummenigge e i suoi gol d’autore
  • Deltaplano Zenga – Un’irresistibile storia nerazzurra
  • I tre moschettieri: Bergomi, Ferri e Berti
  • Tra lo sprofondo e il miracolo (o della connaturata schizofrenia del tifoso nerazzurro)
  • La forza tranquilla della normalità – Javier Zanetti, il capitano dei record
  • Che sinistro! – Alvaro Recoba, croce e delizia nerazzurra
  • Bobo Vieri e i successi che non colse
  • Il 5 maggio 2002 – Cronaca di una sconfitta impensata
  • Il nostro (ex) amico Zlatan
  • L’anno del Triplete
  • Interisti d’Argentina – I Fantastici 4 e altri nerazzurri albicelesti
  • Il più offensivista dei difensivisti (tutti all’attacco spassionatamente con Mourinho)
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Ecco tutto. Se qualcuno lo leggerà e avrà voglia di farmi sapere il suo parere, la mia mail è r.torti@gmail.com (oppure sui quei robi lì, i social)

Forza Inter, la squadra più letteraria che ci sia.

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(Per ora) non vinciamo mai

Avvolto con discrezione nella mia sciarpetta nerazzurra e nascosto con nonsciallanza dietro la mascherina, ho assistito al derby in curva sud, primo anello, guardando la coreografia della nostra curva inglobato dentro la coreografia della loro curva, un’esperienza che mi mancava. Sono lontani i tempi di Nino Manfredi in “Pane e cioccolata”: il clima era molto disteso e poi sarei passato inosservato anche se avessi passeggiato in balaustra nudo con sciarpa Inter e cartello “Ibra merda”. Perchè tutti – tutti! – ce l’avevano solo con Hakan Çalhanoğlu (ho copincollato, non lo imparerò mai) e la partita è scivolata via così, a insultare il povero turco che non ha fatto proprio niente per rendersi simpatico agli ex amici (amici? Ma non l’hanno chiamato Ciapanoglu per quattro anni? Boh). Comunque bello bello, fossero tutte così le trasferte.

Detto questo, aggiorniamo la tabella delle vittorie negli scontri diretti. Fatto: un bel cerchietto e bòn, restiamo a zero. Cambiamo il copione ogni volta, adattandoci alla circostanza e all’avversario, ma non vinciamo. Non siamo mai inferiori – anzi, spesso siamo superiori – ma non vinciamo. Il dibattito su chi ha vinto ai punti – l’Inter o il Milan, che per poco non ce lo metteva in quel posto? – non appassiona: non abbiamo vinto e stop, come era successo col Real, con l’Atalanta, con la Lazio, con la Juve (e mettiamoci pure l’andata con lo Shakthar, partita-chiave). A parte la corrida con l’Atalanta (poteva finire in dieci modi diversi), le altre sono gare non chiuse. Da noi. Secondo le modalità più varie (tipo facendo dieci tiri in porta o facendone uno in tutta la partita), ma non chiuse.

Nel mesetto post-Lazio ci siamo piuttosto sistemati, soprattutto di testa e di equilibrio. Siamo andati dritti al punto con il doppio Sheriff e con Empoli e Udinese, tutte partite da portare a casa e che abbiamo vinto bene. Non è per niente banale. Poi ci sono Juve e Milan, partite importanti, delicate, basilari (seguono altri 117 aggettivi) che sarebbe stato meglio vincere e non abbiamo vinto. Che potevamo vincere, ampiamente, e non abbiamo vinto.

Facciamo spesso molto bene la fase 1 (procurarsi tutto quello che serve per vincere) ma non la fase 2. Ogni volta ne succede una. E ne impari un’altra: segnarsi, per esempio, che se hai un centravanti con il 50% di realizzazione dei rigori, forse è meglio non farglieli tirare. Ieri sera siamo stati una bellezza nelle ripartenze, riusciamo sempre a essere pericolosi anche nei momenti di stasi, ma (segnarsi pure questa) rinculare in trincea non fa per noi. Quindi, ai punti: meritava l’Inter (che poteva chiudere il primo tempo 3-1 e tutti muti) o il Milan (che ci ha fatto cagare addosso nell’ultimo quarto d’ora e a momenti se la portava a casa, che sarebbe stata una beffa immane)?

In questa confusione, non saprei nemmeno dire che la nuova micidiale pausa delle nazionali stavolta non arrivi un po’ meno a sproposito del solito, con Barella e Dzeko messi male. Una tirata di fiato (almeno mentale, visto che comunque giocheranno tutti altrove) prima di Napoli e Shakhtar può avere un perchè. Non siamo ancora in zona ansia totale, ma non dobbiamo lasciare troppo spazio a quelle davanti (nè, peraltro, disinteressarci di quelle dietro). Il Milan è una bella squadra: a parte il culo cosmico, finiamola con le ironie. E sul Napoli non diamo per scontato che prima o poi di dissolva. I numeri, per ora, parlano per loro. E alcuni numeretti – lo score degli scontri diretti – parlano per noi. Siamo belli, siamo forti, ma non ancora abbastanza cinici. Le potremmo vincere tutte ma non succede. Non è un diffettuccio da niente.

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