L’imbarazzo

Negli ultimi 12 anni, nell’ordine, l’Italia ha fatto un Mondiale 2014 pessimo in Brasile (eliminata da Costarica nei gironi), un Europeo 2016 miracoloso (fuori ai quarti, comunque) in Francia con una squadra modestissima, non si è qualificata ai Mondiali 2018 (scuorno totale), ha vinto gli Europei in Inghilterra 2021, non si è qualificata ai Mondiali 2022 (scuorno bipolare) e ora ha fatto un imbarazzante Europeo in Germania, perdendo due partite su quattro e pareggiandone una al duecentesimo minuto (senza quel gol, non ci saremmo qualificati per gli ottavi e saremmo stati eliminati come vice-peggiore delle terze) (forse sarebbe stato meglio). E’ chiaro che la Nazionale è un enorme problema per noi. I Mondiali che abbiamo vinto nel 2006 sono anche gli ultimi in cui abbiamo passato la fase a gironi. Se per caso ci riusciremo nel 2026 (ormai anche qualificarsi è diventato un grande problema, quindi andiamoci cauti), potremo dire di avere superato un girone ai Mondiali dopo 20 anni. Parlo dei Mondiali perché sono la vera cartina di tornasole. Gli Europei sono molto edulcorati, hanno un decimo dello spessore: non qualificarsi è praticamente impossibile, poi passi i gironi anche facendo cagare a spruzzo e ti trovi agli ottavi persino un po’ spaesati. Nel 2016, Conte fu bravo – è la sua specialità – a spremere il sangue dalle rape. Nel 2021, Mancini aveva messo insieme una squadra in buonissima forma fisica che prese fiducia di partita in partita e sfruttò tutto al massimo: l’entusiasmo, la cazzimma e il culo. Nel 2024, manco la forma fisica ha aiutato Spalletti. Sul resto, stendiamo un velo. L’unica scusante che può essere riconosciuta al povero Luciano è che ha avuto poco tempo a disposizione: di solito un ct ha un biennio davanti prima di una grande competizione, lui ha avuto nove mesi.

Ascolta “Svizzera-Italia – L'Italia se è mesta – Arrivedooorci!” su Spreaker.

La situazione del calcio italiano è purtroppo questa. Il materiale umano è quello che è, pensavamo di avere avviato il ricambio pensionando Bonucci e Chiellini e mandando in America Bernardeschi e Insigne, sì, bello, ma i problemi sono un pelino più profondi. In questi Europei abbiamo visto una squadra imbarazzante, gestita in maniera altrettanto imbarazzante. Non voglio sparare sulla Croce Rossa e non mi piace trovare colpevoli che non lo sono: se però hai giocatori in evidente difficoltà (Di Lorenzo, per esempio) o con la personalità di un bradipo (Scamacca, per esempio) e li fai giocare sempre; se hai giocatori spremuti e li fai giocare sempre; se hai giocatori adatti a un certo ruolo ma fai giocare al loro posto giocatori fuori ruolo; se convochi 10 difensori e poi non giochi con la difesa a 3 (7-8 bastavano e avanzavano, porta qualcun altro, no?); ecco, Lucianino, avrai anche avuto solo nove mesi di tempo, però potevi fare qualcosa di meglio.

Non è colpa di Spalletti se le mamme italiane non sfornano più talenti e, in particolare, non sfornano più attaccanti. Non è colpa di Spalletti se in Serie A giocano titolari quasi solo attaccanti stranieri, e quindi gli tocca portare delle riserve o genericamente dei giocatori che tipo 20 anni fa (per non dire ancora prima) la Nazionale non l’avrebbero vista manco col binocolo. Però tocca a Spalletti e alla Federazione toglierci da questa palude tecnica e umana, solo lì apposta, mica per fare le pubblicità o tagliare i nastri: manca un progetto vero, mancano i giocatori, mancano le motivazioni, manca gente di un certo profilo che magari getta il cuore oltre l’ostacolo, trascina lo spogliatoio, lavora per il gruppo. La vittoria del 2021 è stata una gigantesca botta di culo nell’arco di 12 anni preoccupanti, di una povertà assoluta. Non c’è tempo, forse, per fare tabula rasa e ripartire. E a dire il vero non abbiamo nemmeno materiale nuovo e pronto che ci consenta di pensare alla soluzione tabula rasa. Però, individuato lo zoccolo duro, bisogna fare in fretta un piano e sostenerlo fino in fondo. Spagna e Svizzera (la Svizzera!) sono due modelli da seguire, per esempio.

Quello che mi scoccia è la rinuncia all’idea stessa della Nazionale come core business del calcio (o, almeno, uno dei core business). Ok, certo, non è facile gestirla nei buchi della mostruosa attività dei club. E non è facile trarre il meglio da ragazzi viziati che non ci credono abbastanza, specie nel corso della stagione (alla fine, poi, sembrano tutti cadaveri). Non ragionano tutti così, nel mondo. Ce ne accorgeremo da qui al 14 luglio, vedendo partite che alcune squadre (o magari entrambe, incredibile!) cercheranno di vincere davvero, mica tirando a campare, perchè ci credono, perchè lo vogliono. Noi saremo sparsi tra Ibiza e Maldive, quelle sì, le nostre comfort zone.

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Messi alle strette

Intorno al novantacinquesimo minuto stavo guardando le classifiche dei gironi per capire come l’Italia poteva passare il turno tra le migliori terze. Ce n’era già una peggio di noi, l’Ungheria. Ne sarebbe bastata un’altra: che con un po’ di culo sarebbe forse già uscita stasera dal girone nell’Inghilterra (tipo la Danimarca o la Slovenia); oppure domani, da quella barzelletta del girone del Portogallo. Insomma, al novantacinquesimo minuto – comunque sicuro che tutto questo non mi avrebbe tolto il sonno – ero ragionevolmente fiducioso sul passaggio del turno. Cioè, su una qualificazione agli ottavi di finale degli Europei avendo perso due partite su tre. Beh, il regolamento mica l’ho fatto io, perchè vergognarmi come un ladro?

Poi è successo quel che è successo. Debbo fare coming out: Zaccagni, nel complicato rapporto qualità/importanza/resa/simpatia, è uno dei giocatori che più mi fanno cagare dell’intero campionato. Unisce, nel mio piccolo e singolo immaginario, gli eccessi delle derive social alla vacuità della figura professionale: qui dev’essere qualcosa legato all’invecchiamento e all’insofferenza e alla saggezza – parlo di me, eh? – ma c’è una categoria di giocatori che non sopporto più (Grealish è l’icona attuale, Neymar quella senza tempo) e non ci posso fare niente. A me piacciono i Lautaro, i Thuram, i Barella, i Darmian, i Bastoni (Setto’, so’ tutti dell’Inter), ok, i Calafiori, mi piace la gente concreta al di là del ruolo, la gente che fa cose, non i giocatori eventuali, ecco.

Ascolta “Italia-Croazia – Cremagliera” su Spreaker.

Poi succede che Zaccagni fa un gol della madonna al 97’40” di una partita che finisce a 98′, il suo primo gol in Nazionale, il gol che è la copia carbone di quello di Del Piero sempre in Germania e sempre nella porta di sinistra nel 2006, il gol che salva il culo a un’intera nazione e a un’intera nazionale, e allora dico: viva Zaccagni, viva Spalletti che lo ha messo dentro, viva il calcio, viva lo sport, abbasso la Uefa (che se mettevo su una squadra di ammogliati avevo discrete speranze di passare come terzo).

Detto questo: e ora? Vabbe’, con la Svizzera si può fare, anzi, si deve. Ci sono anche delle cose da vendicare, tipo una non qualificazione al Mondiale (vabbe’, ma che colpa ne aveva la Svizzera? Diciamo che un rigore non lo farei tirare a Jorginho, ecco, piuttosto a Donnarumma o al massaggiatore o a uno steward). Il problema, più che la Svizzera, siamo noi. Una Nazionale bipolare, che dà il meglio quando sta peggio (la rimonta con l’Albania, il secondo tempo con la Croazia) e il peggio quando non ha stimoli urgenti (la passivissima partita con la Spagna, il primo tempo in sicurezza con la Croazia con lo 0-0 come unica stella polare). Se questo mio ragionamento avesse un fondamento, l’eliminazione diretta dovrebbe darci un po’ di adrenalina: poi vabbe’, la palla è rotonda eccetera eccetera, però l’atteggiamento potrebbe trarne giovamento.

L’altra cosa sconcertante sono i black out. Ieri abbiamo preso un gol mezzo minuto dopo un rigore parato, addormentandoci nel corso di un’azione d’attacco elementare, facendo segnare su azione Modric (!). E’ la stessa cosa della rimessa laterale di Dimarco: momenti di assenza inspiegabili. E pagati tutti carissimi, tra l’altro. Se tutto questo fosse diretto a farci poi giocare meglio, potremmo inventarci qualcosa per Italia-Svizzera: chessò, un giocatore che si addormenta negli spogliatoi, oppure che entra in campo senza scarpe, oppure i difensori centrali che guardano una storia su Instagram mentre crossa Shaqiri. Boh, io comunque eviterei. Anche se, lo confesso, queste situazioni sono state il sale e il pepe di un Europeo che più che altro, con questa estenuante fase eliminatoria, concilierebbe pennichelle sul divano.


(per l’angolo Podcast, giunto all’episodio #72, vi ricordo che io e il mio socio aspirante pensionato, il mitico Max, attendiamo sempre i vostri vocali al numero dedicato Whatsapp 351 351 2355. Cosa dovete dire? Quello che vi pare. Anzi, no: per tre puntate – corrispondenti alle tre partite dell’Italia nel suo girone – parleremo appunto di Italia. Perché sarà un podcast molto europeo. Nella puntata #70 abbiamo dato le istruzioni) (le ridaremo, tanto non le rispetta nessuno) (è che siamo inclusivi)

(il podcast, oltre che su Spreaker – il cui player trovate qui sul blog – lo potete ascoltare anche su Spotify, Audible, Apple Podcast, Google Podcast e tutte le principali piattaforme. Non lo trovate? Prendete appunti – non è difficile – : scrivete “Settore” o “interismo moderno” nell’apposito campo e per incanto vi apparirà. E’ la tecnologia, bellezza, e non possiamo farci niente)

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Non avere paura

Il duello impari tra Di Lorenzo e Nico Williams, così come il finale in cui abbiamo fatto un pochino impanicare la Spagna che ci aveva preso a pallate per tipo 80 minuti, sono le metafore di questo nostro Europeo. Non siamo tra le più forti – anzi, siamo piuttosto distanti da alcune, come abbiamo visto – ma con un po’ di impegno e un po’ di palle (il minimo sindacale) potremmo essere una delle mine vaganti del torneo. Del resto, tre anni fa la situazione non era poi così diversa a livello di valori. A livello di dinamiche, invece sì: girone molto più facile di questo, e giocato tutto in Italia, con il quale ci siamo gasati abbestia; poi supplementari con l’Austria, sorpresona con il Belgio, rigori con la Spagna, rigori con l’Inghilterra, e gli Europei alla fine li abbiamo vinti noi, nel bel mezzo di due non-qualificazioni ai Mondiali, a testimonianza di quanto sia fallace ogni chiacchiera sul calcio – e forse il calcio stesso.

Ascolta “Spagna-Italia – Shock & shock” su Spreaker.

La Nazionale mi regala sensazioni inattese. Come quella di assistere a una disfatta in assetto di completo relax. Sì, ok, ti stanno umiliando, ma la cosa ti riguarda fino a un certo punto. Come un genitore apprensivo mi preoccupo solo che non si facciano male quelli dell’Inter. Per il resto, mi sono goduto lo spettacolo. “Ma come? Ci stanno massacrando”, sì, vabbe’, ma in fondo è come un film: non è tutto così vero, dura 90 minuti, alla fine ci si dà la mano, tranquilli. Fosse stato, chessò, Inter-Real sarei entrato in uno stato di precoma da stress e avrei tentato atti di autolesionismo divorando 15 pacchetti di Orociok. Ma era solo la Nazionale, sono solo gli Europei. Keep calm.

Ora, dopo Italia-Spagna si potrebbe aprire il dibattito su quanto siamo scarsi eccetera eccetera. Diciamo che l’attuale parco attaccanti non avrebbe trovato posto neanche nella squadra C in qualsiasi Nazionale della storia almeno fino al 2006, e questo è oggettivamente un grosso problema per il nostro calcio. Per il resto, Spalletti si è portato con sè il meglio che il nostro calcio sta esprimendo e c’è del talento, qua e là, e c’è anche un discreto spirito di squadra, cui dobbiamo affidarci lunedì per salvarci il culo con una Croazia parecchio più moscia del solito, per quanto sempre pericolosa in una partita dentro-fuori in cui si gioca tutto.

Se ce la facciamo – basta un pareggio, in fondo – mi piacerebbe poter dire che dopo ci si diverte. Che è vero di default, perchè si entra in modalità eliminazione diretta brutalmente, dopo una formula che elimina una squadra su quattro dopo un milione di partite, diciamolo, una pena. Ma noi, l’Italia? Cioè, potremmo dvertirci anche noi? Le due partite che abbiamo visto ci dicono che (Albania) l’Italia sa togliersi dai guai, anche se (Spagna) a livello di valori non siamo tra le prime cinque o sei. Comunque, è una cosa di cui eventualmente riparlare da lunedì notte. Adesso abbiamo Modric, Perisic, Brozovic e Kovacic sulla nostra strada, volti (precocemente invecchiati, a parte l’inossidabile Ivan) che conosciamo bene, alcuni benissimo. Non dobbiamo aver paura. Quando abbiamo paura, facciamo decisamente cagare.


(per l’angolo Podcast, giunto all’episodio #72, vi ricordo che io e il mio socio aspirante pensionato, il mitico Max, attendiamo sempre i vostri vocali al numero dedicato Whatsapp 351 351 2355. Cosa dovete dire? Quello che vi pare. Anzi, no: per tre puntate – corrispondenti alle tre partite dell’Italia nel suo girone – parleremo appunto di Italia. Perché sarà un podcast molto europeo. Nella puntata #70 abbiamo dato le istruzioni) (le ridaremo, tanto non le rispetta nessuno) (è che siamo inclusivi)

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Inter Nazionale

Se con un’operazione alla Black Mirror togliessimo l’Inter dalla partita della Nazionale di ieri sera, sarebbe finita 0-0 e la Gazza – invece di Cuore d’Italia – avrebbe titolato Pallida Italia o cose così. Senza Dimarco, Bastoni e Barella (e Frattesi, e pure Manaj) gli highlights sarebbero ridotti del 75% e adesso saremmo qui a leggere lunghe articolesse su questo calcio italiano da rifondare eccetera eccetera. Invece l’Inter per fortuna esiste e ieri sera ci ha fatto vivere qualche discreta emozione per interposta maglia, quella azzurra, che non è una brutta cosa.

In fondo, sono solo le emozioni che possono farci sopravvivere a questi Europei. Intendo, quelle di noi tifosotti (tipo me, che nel mood propositivo devo esserci trascinato a forza) ma anche quelle dei giocatori, che alla fine di una stagione lunga e faticosa devono raschiare i loro barili e trovare lo spirito giusto, anche – o forse soprattutto – attraverso le emozioni.

Ascolta “Spagna-Italia – Shock & shock” su Spreaker.

L’inizio scioccante di ieri sera, con l’incomprensibile rimessa laterale di Dimarco (sei già distratto dopo 20 secondi?), mi ha riportato indietro di tipo 46 anni (minchia), a Italia-Francia, prima nostra partita dei Mondiali ’78 in Argentina. Alla prima azione della Francia, dopo 1 minuto, andiamo sotto: cross da sinistra, testa di Lacombe, Zoff battuto e tanti saluti. Chissà come sarebbe andato quel Mundial se Lacombe non avesse segnato quel gol. Perchè da quel momento le cose andarono in un certo modo per noi (vincemmo 2-1, come con l’Albania) e fu un mondiale strepitoso anche se sfortunatissimo. Si arrivava da quattro anni di profondo, quasi totale rinnovamento. Bearzot aveva chiamato due ragazzi (Rossi e Cabrini) e li aveva messi subito dentro. C’era tanta diffidenza e invece giocammo il calcio migliore. Quattro anni dopo sappiamo come andrà.

Ascolta “Italia-Albania” su Spreaker.

La partita di ieri sera è stata ampiamente imperfetta (cagata iniziale, grande reazione immediata, bel gioco, qualche spreco, secondo tempo un po’ troppo affidato all’inerzia favorevole, seduta di gruppo sul water allo scadere) ma promettente, almeno per quanto riguarda la sua parte migliore. L’Italia di Spalletti ha dato l’impressione di avere ancora una certa voglia di giocare, di essere un gruppo che esprime una certa positività. Abbiamo un sacco di difetti, ma anche qualche pregio. Le supercazzole di Spalletti declinate alla Nazionale hanno, come dire, un certo perchè. E siccome le emozioni contano tanto, la partita con la Spagna (che non è l’ultima, che non sarà ancora un dentro-fuori: insomma, può essere giocata senza avere necessariamente le spalle al muro) casca a fagiuolo per capire di che pasta siamo davvero fatti. Di che pasta sono fatti quei merdoni degli spagnoli, invece, lo abbiamo visto ieri pomeriggio. Take care.


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Europei

Arrivo agli Europei di calcio (sport di cui avevo dimenticato l’esistenza) (o almeno, ci avevo provato) dopo essere passato dalle elezioni europee e dagli Europei di atletica. Cioè, è stato e sarà un periodo molto europeo. Ma ogni volta che si parla di Europa nello sport, a me vengono spontanei una specie di sospirone e un’alzata di spalle: vabbe’, mi dico, sono gli Europei, pazienza, facciamo finta che. Non so se è per l’età che avanza (si diventa malmostosi, non c’è un cazzo da fare) o perchè in un mondo sempre più globalizzato – cioè, pardonnez moi, in un mondo sempre più mondiale – l’Europa è solo una parte del tutto e quindi sempre più una provincia del mondo, ecco, vabbe’, tra Europa e mondo già mi sono incartato. Comunque ci siamo capiti: vabbe’, sono gli Europei, mica i Mondiali.

Prendiamo gli Europei di atletica, dove abbiamo fatto un’impresa epica sbriciolando ogni precedente record: 24 medaglie (10 d’oro) su 49 gare in totale, uno sballo totale, una squadra giovane, multietnica, simpatica, fortissima eccetera eccetera. Tutto bello, ma ogni volta a me parte un meccanismo (devo avere una app nel cervello, forse me l’hanno innestata quando ho fatto AstraZeneca, l’ho letto su internet) per cui, mentre il medagliato in questione fa il giro di campo con la bandiera e tutti lo applaudono e anch’io dovrei essere lì bello rilassato a gioire con lui, ecco, io sono già lì con la mia app cerebrale che fa la ponderazione:

“Ok, ma se fossero i Mondiali o le Olimpiadi?”

Eh, certo. Con il tempo della sua medaglia d’oro, Jacobs non arriva tra i primi sei a Parigi (o magari non va nemmeno in finale), sappiatelo. Con il tempo della sua finale d’argento, Tortu a Parigi non arriva nemmeno quinto in semifinale. Mezzofondisti e fondisti (Crippa e la fantastica Battocletti) dando il massimo arriveranno dietro uno stuolo di africani e africane, più altri extraeuropei fortissimi. Tamberi, Fabbri e Simonelli, ecco, questi sì che hanno fatto performance di livello mondiale e olimpico (sono primi o tra i primi tre del 2024, favoriti d’obbligo per il podio), i marciatori hanno sempre discrete chance, è tradizione. La 4×100 è di livello assoluto, ma in Europa vince facile: tra poco troverà Usa, Giamaica, Canada, Giappone ecc. ecc. e come andrà?

(gli Europei di atletica sono stati divertenti, c’era quel bel clima del giocare in casa, del fare gruppo. Il massimo della frustrazione sono gli Europei di nuoto, dove quasi sempre facciamo incetta di medaglie che a livello olimpico o mondiale diventeranno poco o nulla – d’altronde cos’è il nuoto, sport globalissimo come l’atletica, senza americani, australiani, brasiliani, cinesi? Cosè l’atletica senza americani, caraibici, africani, cinesi?)

E gli Europei di calcio, cosa sono?

Beh, qui potremmo parlarne per ore. Oppure potremmo dire che gli Europei di calcio sono i Mondiali senza “solo” Argentina e Brasile, o comunque un semi-Mondiale a cui manca un continente, l’America appunto (o almeno la sua metà Sud), perchè nonostante tutte le nostre attese – datate ormai decenni – da Africa e Asia arriva sempre troppo poco per considerarle vere interlocutrici. Però, insomma, la mia app cerebrale mi fa sempre considerare questa competizione un po’ zoppa di default. Europei di pallavolo: sì, ok, bello, ma gli Usa, il Brasile, la Cina, il Giappone, Cuba? Europei di basket: sì, ok, bello, ma gli Usa, il Brasile, l’Argentina, il Canada? Portorico? No, dico: Portorico?

“No scusa, Setto’, la finale dei Mondiali di basket l’anno scorso è stata Germania-Serbia”.

E lo so, certo. Forse mi rovina Elisabetta Caporale. Quando agli Europei di atletica o di nuoto il medagliato di turno va tutto tronfio a farsi intervistare da Elisabetta Caporale, io inizio a sudare freddo e dico tra me e me: “Perché lo illude? Perché?”. Il fatto che Elisabetta Caporale non segua il calcio non risolve la questione: quanto contano gli Europei di calcio? (vabbe’, ma chissenefrega. Viva l’Italia).


(per l’angolo Podcast, giunto all’episodio #70, vi ricordo che io e il mio socio aspirante pensionato, il mitico Max, attendiamo sempre i vostri vocali al numero dedicato Whatsapp 351 351 2355. Cosa dovete dire? Quello che vi pare. Anzi, no: per tre puntate – corrispondenti alle tre partite dell’Italia nel suo girone – parleremo appunto di Italia. Perché sarà un podcast molto europeo. Nella puntata #70 abbiamo dato le istruzioni)

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Querce

Essere di proprietà di un fondo comporta anche questo: che quando il fondo nomina un presidente non può sceglierlo nell’elenco delle bandiere, delle vecchie glorie, dei nomi evocativi o delle personalità indipendenti. Non può fare una scelta sentimentale un fondo, orsù, ma dove l’avete mai visto? Sarebbe, diciamo così, come se un sceicco comprasse il Pavia per portarlo dall’Eccellenza alla Serie A e nominasse presidente il tesoriere della Pro loco o un poeta dialettale o un professore emerito ultranovantenne che una volta giocava a pallone. No, questi di Oaktree agiscono per schemi rigorosi, entrano nel cda (che ormai è il loro cda) con sei membri su dieci e con un atto elegante scelgono un presidente italiano ed espressione della precedente gestione. Scelgono, nella loro ottica, la soluzione migliore. Scelgono il migliore.

Ascolta “Un podcast in 3 puntate (minimo) – Plebisciti e albanesi che non lo erano” su Spreaker.

Per noi, in tutta questa ventata di novità, è un altro inedito: un dirigente operativissimo – e senza pedigree interista, anzi – che scala di un posto e va a sedersi a capotavola. Adesso è inutile stare qui a fare ragionamenti che vadano oltre chessò, dopodomani. Mi limiterei a festeggiare Giuseppe Marotta e ad aggiornare l’elenco dei presidenti della storia dell’Inter, che non sono mica tanti – Beppe è il decimo degli ultimi 82 anni, un italiano dopo due stranieri – e che dunque rappresentano per noi un significativo step di una storia che va avanti.

Per esempio: chi si preoccupava del vaticinio di Marotta – “tra due anni tono a occuparmi di giovani” – adesso sarà più propositivo, perché potrebbe essere un incarico che gli allunga la carriera a Milano (certo, se Oaktree non trova prima uno sceicco a cui venderci, convincendolo che l’Inter ha più prospettive del Pavia). Ma qualche nube già si addensa sui nostri poveri crani: se Marotta diventa presidente, vuol dire che (rumore di tuoni, fulmini, saette, trombe d’aria, bombe d’acqua, esplosioni nucleari) non si occuperà più di mercato?

Ascolta “Puntata di addio (?)” su Spreaker.

Qui debbo citare un noto scrittore, tra l’altro un bell’uomo (*), che ha appena curato l’aggiornamento di un libro sulla storia dell’Inter scrivendo i capitoli sul ventesimo scudetto, la seconda stella, Inzaghi, Lautaro e, appunto, Marotta. Il cui capitolo inizia così:

Dalla luce laterale di Caravaggio all’uovo di Cracco, dal Nessun dorma di Pavarotti alla trivela di Quaresma, la storia è piena di uomini più o meno famosi e delle loro più o meno famose specialità. E l’elenco andrà presto aggiornato, perché tra i moonwalk di Michael Jackson e i tagli di Fontana è giunta l’ora che trovino posto i parametri zero di Beppe Marotta, una lunga serie di piccoli capolavori tecnici e contabili che fanno dell’amministratore delegato dell’Inter un fuoriclasse al pari di quelli che in campo fanno trepidare i tifosi. (…)

Io non credo che a Marotta saranno tagliate le tube di Falloppio della sua autorevolezza, lungimiranza e creatività sul mercato, che in questi anni sono stati un valore aggiunto per l’Inter. Anche questo è un assett che Oaktree avrà cura di non svalutare. Marotta è contento, o almeno dice di esserlo. Ma l’aggettivo che più sottolineerei è “orgoglioso”, perchè è importante. “Desidero ringraziare Oaktree per la fiducia dimostrata nel darmi questa opportunità di lavorare al fianco loro e del Consiglio di Amministrazione. Questa nomina è un riconoscimento del fantastico lavoro svolto dalle molte persone che hanno gestito il Club negli ultimi tre anni. Sono orgoglioso di far parte dell’Inter e ribadisco il mio impegno nei confronti della Società”. Ecco, Marotta sarà anche un inatteso presidente dell’Inter. Sarà anche uno che nelle vita tutto avrebbe pensato tranne che diventare presidente dell’Inter (la presidenza non è un mero incarico dirigenziale, è un’altra cosa). L’importante è che ne sia orgoglioso, è un passaggio fondamentale.

Io spero che resti così, come nella foto in alto: non voglio vederlo alla prima della Scala, ma con il telefonino continuamente all’orecchio.

E il nostro nuovo cda? Insieme ai confermati Marotta e Antonello, e oltre agli indipendenti Marchetti e Carassai, entreranno nel CdA Alejandro Cano (Managing Director e Co-Head Europe per la strategia Global Opportunities di Oaktree), Katherine Ralph (Managing Director per la strategia Global Opportunities di Oaktree), Renato Meduri (Senior Vice President per la strategia Global Opportunities di Oaktree), Carlo Ligori (Associate per la strategia Global Opportunities di Oaktree), Delphine Nannan (Senior Vice President per l’ufficio di Oaktree in Lussemburgo) e Fausto Zanetton (AD di Tifosy Capital & Advisory). Ripongo il dizionario di inglese e comincio a pensare ad altro. Buon lavoro Oaktree, benvenuto tra noi Presidente.

(*) Roberto Torti (e altri), “Fc Inter – le storie. Nuova edizione Seconda stella”, ed. Hoepli, in libreria e on line.

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Come sono cunzato

Castellammare del Golfo (Tp), 24 maggio 2024

Solo una volta mi era capitato di essere in vacanza e lontano da casa nel giorno in cui succedeva una cosa molto importante per l’Inter. Era il 26 luglio 2006 e mi trovavo a Gressoney: ora di cena, le mie figlie sedute a tavola – sapete, quelle scene tenere tipo uccellini implumi nel nido che aspettano che il papà arrivi dal cielo con qualcosa da mangiare – stavo scolando la pasta quando il Tg3 mi informava che ci avevano assegnato lo scudetto, tolto come giusto che fosse alla banda Bassotti. Festeggiai così, molto sobriamente – mi stappai una birra, se non ricordo male. Vabbe’, era già tutto nell’aria, ma era un momento clamorosamente importante per almeno due motivi: 1) si ristabilivano alcune regole elementari nel vivere civile e sportivo, e 2) si vinceva uno scudetto dopo 17 anni. Poi c’era il problema del blog. Ero ancora nella fase anonimato assoluto, totale, familiari compresi. Per cui durante quella breve vacanza in montagna ogni tanto commettevo il reato di abbandono di minore: “Ragazze, vado al supermercato” e invece andavo nell’unico internet point del paesello a scrivere di getto i post e tornavo. “Scusa, non hai comprato niente?” “No, era chiuso per una valanga”, “Ma è il 26 luglio”, “Pare si sia staccato un iceberg dal ghiacciaio”, “Ah”.

Ascolta “Sarago” su Spreaker.

Stavolta succede un cataclisma societario del tutto inedito e io sono nella lontana Sicilia, che è una terra molto ospitale soprattutto se rapportata a Pavia, la città meno ospitale dell’emisfero boreale, dove l’ultimo sorriso di una commessa di un negozio è stato registrato nel secolo scorso, durante il primo governo Prodi. Qui invece il ristoratore più musone ti racconta la sua vita e ti offre un liquore fatto in casa a fine cena, un evento che a Pavia risale al 1976 (e probabilmente il ristoratore era siciliano). E siccome queste vacanze fuori stagione sono un piccolo lusso – meno casino, meno caldo, meno code – me le sto godendo. Nel momento in cui era chiaro che Zhang non avrebbe restituito quei tipo 400 milioni a Oaktree e che Oaktree si sarebbe tenuto l’Inter – l’Inter! la mia Inter! -, io ero a San Vito lo Capo, una località che tra qualche settimana sarà una specie di Gallipoli siciliana ma che adesso è a misura di uno schizzinoso come me, e siccome stavo alternando brevi bagni in una delle acque più limpide mai viste a brevi merende a base di pane cunzato, quando ho letto sullo smartphone le ultime news mi sono messo a sedere sul bagnasciuga e ho detto:

“Minchia”.

Nelle ultime ore, la situazione non è migliorata. Non ho capito un cazzo del comunicato ufficiale, una roba che ci vuole un master alla Bocconi e io ho fatto il classico a Voghera. Le conseguenze mi sono invece chiare, ma a me questi di Oaktree potrebbero anche stare simpatici se manterranno quello che promettono. Mi provoca un sussulto interiore parlare di Inter come di un asset, ma va bene così: cari ‘mericani, tenete alto il più possibile il valore del vostro asset, noi siamo solo contenti.

Ascolta “Il podcast siete voi! (letteralmente)” su Spreaker.

Cosa si prova a essere di proprietà di un fondo? Cosa ci succederà di preciso nei prossimi mesi? Io sono fiducioso. Credo sia l’ultimo bicchierino di marsala homemade al profumo di carruba, ma sono fiducioso. Quanto a Zhang, la stranezza di questo calcio moderno ci costringe a salutare frettolosamente un presidente che ha portato in bacheca lo stesso numero di trofei di Moratti padre (anche se non dello stesso peso) ed è secondo nella nostra storia solo a Moratti figlio. L’era cinese poteva essere meravigliosa ma l’incanto è durato poco, per i noti motivi. Ma gli Zhang hanno onorato l’impegno con l’Inter riportandoci ai massimi livelli. Non potevamo continuare così, questo era chiaro. Il futuro è tutto da scrivere, ma siamo in buone mani – parlo della liquidità, della solidità, anche se gestire prestigiose società di calcio non rientra nelle loro strette competenze.

Comunque, finchè sono in Sicilia posso far finta che non sia successo niente. Guardare attonito il soffitto sarà la mia prima occupazione al ritorno a Pavia. Adesso sono sereno: niente Gazza e solo pane cunzato, non potete capire che razza di sciccheria è.


(per l’angolo Podcast, giunto all’episodio #66, vi ricordo che io e il mio socio aspirante pensionato, il mitico Max, attendiamo sempre i vostri vocali al numero dedicato Whatsapp 351 351 2355. Cosa dovete dire? Quello che vi pare. Cioè, tifate Inter, avete venti scudetti e due stelle, siete di proprietà di un fondo: avrete un sacco di argomenti, no?)

(il podcast, oltre che su Spreaker – il cui player trovate qui sul blog – lo potete ascoltare anche su Spotify, Audible, Apple Podcast, Google Podcast e tutte le principali piattaforme. Non lo trovate? Prendete appunti – non è difficile – : scrivete “Settore” o “interismo moderno” nell’apposito campo e per incanto vi apparirà. Ci riuscirebbe anche uno juventino)

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Péngschtméindeg

I debiti mi angosciano. Mi ricordo ancora di quella volta che sono andato nel negozio di una nota catena specializzata in elettronica. Obiettivo: comprare il mio primo televisore senza tubo catodico (quindi cosa sarà passato? 15 anni, 20 anni?). Guardo quelli in esposizione, scelgo quello che fa al caso mio per prezzo, numero di pollici, caratteristiche tecniche, anche il colore del profilo. Estraggo la carta di credito ma l’addetta mi ferma con risoluta gentilezza:

“Facciamo il finanziamento”.

“Ma no, dai, pago subito”, faccio io con un fare un po’ alla Briatore.

“No, è in vendita con il finanziamento”

“Vabbe’, ma io glielo pago subito e bòn”, faccio io con un fare un po’ alla Gianluca Vacchi.

“No, è in vendita solo con il finanziamento”.

Mi indica il cartello e realizzo la cosa. Tra l’altro, erano finanziamenti a tasso zero e tutt’ora, a distanza di anni, faccio fatica a capire l’operazione. Me ne andai a casa con il mio televisore piatto con schermo a led, del peso di 15 tonnellate nonostante le contenute dimensioni, e con 12 comodi bollettini con cui pagarlo. Comodi un cazzo, perchè mi toccò andare 12 volte in posta per una cifra ridicola (stiamo parlando di un’epoca in cui o pagavi così o ti arrivava la guardia civile a casa) e ogni volta che tornavo a casa mi veniva voglia di prendere a calci ‘sto televisore di merda, senonchè mi si sarebbe aperta la prospettiva di comprarne uno nuovo con un altro finanziamento, e mi sarei suicidato ingoiando i bollettini. Dopo aver pagato il dodicesimo, volevo dare una festa affittando il castello di Pavia, ma ho soprasseduto. Ricevo tutt’oggi lettere pubblicitarie dall’azienda del finanziamento, anche questa notissima (ah ecco, certo, ho capito l’operazione).

Ascolta “A Cannes siamo o non siamo Allegri?” su Spreaker.

Vabbe’, volevo parlare dell’Inter e dei suoi debiti girandoci un po’ attorno. Da un lato, la presenza dei debiti nel mondo del calcio è nota ai tifosi di qualsiasi latitudine, ordine e grado. Tutti, dal City all’Asd Penarol (squadra di Pinarolo Po, terza categoria pavese), sappiamo di muoverci su una specie di lago ghiacciato: sì, ok, ci dicono di stare tranquilli, ma fino a un certo punto. Dall’altro, che prima o poi questi debiti sia necessario onorarli resta un concetto un po’ più vago. La parola magica è rifinanziamento, cioè altri debiti che ti consentono di tirare avanti ancora un po’ (applicato al mio televisore: invece di pagarlo 1.000 euro in un anno lo pago 4.000 euro in quattro anni. Beh, buono no?) (No). Una volta c’era Moratti che si presentava all’assemblea degli azionisti e appianava tutto. Bei tempi. Non funziona più così da quando non c’è più lui, quindi da un po’.

Per dire: voi eravate sereni in assoluto? Nel bearvi della meravigliosa contabilità marottiana – fare mercati clamorosi in autosussistenza – non pensavate mai, proprio mai, allo sprofondo che comunque c’è dietro? O al fatto che il vostro amato e simpatico presidente manca dall’Italia ormai da quasi un anno e ha celebrato lo scudetto con un video invece che facendosi innaffiare di champagne sul pullman scoperto?

Debbo confessare che a me non dispiace – se non sono io che ci metto il culo, ovvio – procedere un po’ verso l’ignoto. Per esempio: non è fantastico che siamo tutti qui a celebrare la Péngschtméindeg, cioè la Pentecoste, che in Lussemburgo è festa nazionale (cade lunedì 20 maggio quest’anno) e che allungherà così di 24 ore le trattative tra Zhang, Suning e Oaktree magari consentendo di trovare una quadra? La vita ci riserva sempre snodi meravigliosi. Poi chissà, boh. Martedì sera o mercoledì potremmo essere ancora tutti qui agli ordini di Zhang. Oppure potremmo essere diventati proprietà di un fondo, com’è già successo al Milan – mai prendere troppo per il culo gli altri, non si sa mai. Un fondo che si ritroverà in mano un oggetto di grande valore, l’Inter, e quindi se ne occuperà perchè è prezioso e perchè non si deprezzi, non c’è dubbio. E poi lo venderà al miglior offerente, per ricavarne il più possibile. Magari a uno sceicco che finanzia Hamas ma ci prende Bellingham, Foden e Brambilla (è il centravanti dell’Asd Penarol).

Quindi non moriremo tutti, nè ci iscriveremo alla terza categoria (per quanto la trasferta di Pinarolo Po già mi attizzava parecchio). I nostri nemici non si libereranno mai di noi. Ripartiremo per vincere lo scudetto. Però prepariamoci a qualche cambiamento e a qualche notte insonne, a fissare il soffitto. In ogni caso, l’Inter rimarrà sempre l’Inter. Non saranno cinesi in remoto o speculatori all’assalto a toglierci questi colori dal cuore. E Juve e Milan merda, comunque.

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Quale valore

La Juventus comunica di avere sollevato Massimiliano Allegri dall’incarico di allenatore della Prima Squadra maschile. L’esonero fa seguito a taluni comportamenti tenuti durante e dopo la finale di Coppa Italia che la società ha ritenuto non compatibili con i valori della Juventus e con il comportamento che deve tenere chi la rappresenta. Si conclude un periodo di collaborazione, iniziato nel 2014, ripartito nel 2021 e terminato dopo le ultime 3 stagioni insieme con la Finale di Coppa Italia. La società augura a Massimiliano Allegri buona fortuna per i suoi progetti futuri.

Il comunicato della Juve, in un italiano un po’ intorcinato, contiene un passaggio misterioso che l’intera galassia non-Juve avrà colto sin dal primo istante: quali sono i valori della Juventus con cui Allegri si è dimostrato incompatibile? Cioè, la Juve ha dei valori?

Ascolta “A Cannes siamo o non siamo Allegri?” su Spreaker.

Per un po’ mi sono scervellato, poi mi sono arreso. Ore a pensare a questa cosa dei valori e, giuro, non me n’è venuto in mente nessuno. A quel punto sono andato su Google e ho digitato “valori morali: esempi”. Ecco la risposta:

In senso generale possiamo identificare alcuni valori personali che le persone ritengono più importanti nella loro vita. Ad esempio: l’amore, la giustizia, la famiglia, la correttezza, l’onestà, la trasparenza, la competenza, l’entusiasmo, l’umorismo, il rispetto.

Ho spuntato subito correttezza, onestà, trasparenza, rispetto, giustizia (vabbe’, Google non ha colpa: ho fatto una ricerca generica). Resta la famiglia, vabbe’, diciamo che per loro può essere un valore, certo. L’entusiasmo, beh, chi non ce l’ha? Poi rimane l’umorismo. No, non fanno ridere. Quindi i loro valori sono la famiglia e l’entusiasmo – questo, almeno, secondo una sommaria ricerca su Google.

Ascolta “Frosinon Eurovision Song Obelisc” su Spreaker.

No, non sono convinto. Mi affido quindi alla intelligenza artificiale. Vado su Perplexity e chiedo: “Quali valori rappresenta la Juventus?”

Perplexity scrive:

La Juventus rappresenta valori come rispetto, condivisione e inclusione sociale[3][5]. Il club mira a promuovere questi valori attraverso il calcio, raggiungendo i suoi stakeholder a livello globale[3].

Alcuni dei principali valori della Juventus includono:

– Rispetto, fair play e dignità nel vincere e perdere[4]

– Sviluppo dei giovani calciatori non solo a livello fisico ma anche mentale ed educativo[4] 

Combinazione del glorioso passato del club con obiettivi innovativi[4]

Impatto positivo sulla società, specialmente attraverso progetti come Juventus Goals che coinvolgono migliaia di studenti[5]

In sintesi, la Juventus si impegna a trasmettere valori positivi attraverso il calcio, contribuendo allo sviluppo dei giovani e della società nel suo complesso[3][4][5].

Fonti: Transfermarkt, Juventus.com

Praticamente, la Juve è così priva di valori da aver ingannato anche l’intelligenza artificiale: i valori della Juve li decide la Juve stessa. Anche Hitler sicuramente si descriveva come una persona di valore. La mia solidarietà ad Allegri, un wrestler con dei valori: anche noi, come lui, non siamo in linea con i valori della Juve. E benvenuto a mister Montero, un allenatore di valore con dei valori. E viva Bice Valori, un’attrice mai abbastanza rimpianta.

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Cecchini

A un certo punto ho iniziato a empatizzare con il Frosinone, la città di Frosinone, il Frusinate e per estensione con l’intero Lazio, esclusa Roma. Perchè infierire così? (spoiler: infieriamo così perchè fate cagare). Per la serie “Partite che possono capitare solo nei finali di stagione dopo che hai vinto lo scudetto con un mese di anticipo”, dopo l’orribile Sassuolo-Inter ci è toccata anche questa bizzarra Frosinone-Inter, le cui statistiche saranno oggetto di studio da parte dell’Iffhs e di qualche centro studi di antropologia criminale. L’Inter risulta aver subito 15 tiri (cioè, tipo che il City ce ne aveva fatti 5 o 6), molti di più di quelli fatti, 11. E già questa cosa non ci era accaduta spesso in stagione. In più, gli avversari hanno tirato 9 volte in porta contro le nostre 5. Come sia successo che abbiamo vinto 5-0 noi, cioè facendo gol a ogni tiro in porta (mentre il povero Frosinone faceva uno 0 su 9, che nel basket avrebbe previsto la gogna davanti al palazzetto), boh, non lo so e non me lo voglio necessariamente spiegare. Sono quelle cose che vanno lasciate lì, sospese, un po’ eteree, tipo l’esistenza di Babbo Natale.

Ascolta “Frosinon Eurovision Song Obelisc” su Spreaker.

Nel corso del secondo tempo, le telecamere indugiavano sul pubblico e inquadravano gente triste del Frosinone. Bambini, ragazzi, qualche anziano. Ci volevano far passare per gente crudele che infieriva sul corpo dei poveri ragazzi in maglia gialla, ma noi che colpa abbiamo? Cioè, il secondo tempo del Frosinone è stato scandaloso. Con l’assistenza di Thuram, avrei segnato anch’io in contropiede. Magari il gol del 6-0, con la gente allo stadio e a casa che si chiedeva “ma quello lì chi cazzo è? uno svincolato?”. E io sarei andato a esultare verso la panchina, da Sanchez, per dirgli che è proprio vero amigo, i campioni sono così.

Mentre scrivo, in basso a sinistra mi compare la data odierna – 11 maggio – ancora troppo prematura per la qualunque cosa. La partita di ieri sera mi ha riconciliato con il calcio, ma solo perchè l’abbiamo vinta. La rinconciliazione durerà ancora qualche ora, poi puff, svanirà. Ma del calcio non ne posso più. Non si può vincere lo scudetto al 22 di aprile e poi non avere più niente in ballo, non è serio. Fateci fare un Birra Moretti con il Real, un trofeo Berlusconi con il Milan, un Villar Perosa contro Juve A e Juve B tutte insieme, 11 contro 22, vaffanculo, non ci sono problemi. E’ dura andare avanti così.

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