
A Osvaldo Bagnoli si voleva bene a prescindere, per quello che era e per quello che ha fatto in carriera (vincetelo voi uno scudetto a Verona). Peccato che all’Inter abbia lasciato una traccia appena visibile, quando invece avrebbe potuto essere un altro Trap, un mister de Milàn chiamato da un presidente de Milàn, una cosa bella e romantica che adesso possiamo solo sognarci, inglobati da un fondo tirchio americano dopo essere passati dall’Indonesia e dalla Cina, fozza Inda e via andare.
Più che altro, a me è rimasto sempre una specie di senso di colpa nei confronti di Bagnoli, che dopo l’esonero nella disgraziatissima nostra stagione 1993-94 smise di allenare. Pum!, finito tutto. Aveva solo 59 anni e disse basta. Due esoneri in carriera, nella prima stagione alla Solbiatese e nell’ultima all’Inter, due panchine distanti 50 km o qualche anno luce, a seconda della prospettiva. Il primo fu un trampolino, l’ultimo fu un sipario. Il senso di colpa, peraltro, ce l’aveva anche Ernesto Pellegrini, che stimava profondamente l’Osvaldo e di quell’esonero si pentì amaramente. L’Inter andava male – con Bergkamp e Jonk si sognava lo scudetto – ma tutto sommato anche dopo quella sconfitta era in zona coppe, un sesto posto migliorabile. Via Bagnoli, fu l’apocalisse e ci salvammo alla penultima giornata. Ancora oggi, a leggere la classifica finale mi corre un brivido lungo la schiena: Inter 31, Piacenza (quartultimo e retrocesso) 30. Sì, vabbe’, vincemmo la coppa Uefa, ma fu la peggiore primavera della nostra storia.
Andò tutto a scatafascio il 6 febbraio 1994. L’Inter era quinta e giocava in casa con la Lazio, sesta. Poteva essere un turno favorevole, quelle davanti giocavano tutte fuori tranne la Samp, con un po’ di culo si poteva rosicchiare qualcosa. Invece le altre vinsero tutte (tranne la Juve, che comunque pareggiò) e Inter-Lazio andò tipo le partite dell’Argentina a questo mondiale, che all’87’ sembrano finite e invece poi si ribalta tutto. All’87’ l’Inter vinceva ancora 1-0, gol di Ruben Sosa nel primo tempo, e tutti stavamo probabilmente pregustando una bella boccata d’ossigeno quando la Lazio pareggia su rigore con Signori. Poi, al 90′, lo psicodramma.
Di Matteo tira da casa sua, un pallone che sembra parabile anche con una mano sola, ed è forse proprio questo che si immagina Zenga che si produce – lui, l’Uomo Ragno – in uno dei tuffi più goffi della sua storia da supereroe mentre il tiro di Di Matteo gli rimbalza davanti e gli passa sopra. 1-2.
Il Milan va a +9, la Lazio passa davanti all’Inter. Ma è quel finale di partita, con la squadra che sembra giocare contro il mister, che induce Pellegrini a esonerare un po’ a malicuore Bagnoli e ad affidare la squadra a Marini (mentre nei quadri entrò da consulente Ottavio Bianchi, che sarebbe stato l’allenatore la stagione successiva). Perdemmo 8 delle 12 partite che restavano (14 sconfitte totali in stagione su 34 partite).
Quella domenica 6 febbraio finirono un po’ di cose. Finì la storia in nerazzurro di Bagnoli. Finì pure la sua carriera, inaspettatamente. Finì la favola di Zenga, che per quel mezzo gollonzo sarà duramente contestato (e anche aggredito da qualche curvaiolo strafatto) e deciderà di lasciare l’Inter – si congederà con la mostruosa finale di ritorno col Salisburgo. Finì di fatto anche un’altra favola, quella di Pellegrini, che stava già meditando di lasciare l’Inter per tornare in azienda (che zoppicava per la sua assenza): poco più di un anno dopo siglerà la faticosa cessione a Moratti.
Bagnoli in nerazzurro resto così un’incompiuta. Il meglio lo aveva dato l’anno prima, con il secondo posto in rimonta sul Milan (e l’amaro in bocca per un derby mezzo scippato). Grazie anche a Manicone, una sua idea. Un altro della Bovisa, non a caso.










