L’anno di Bastoni

Uomini che pagano donne? Calciatori con escort? Agenzie che sfruttano gli uni e le altre? Uh, che grandissime novità. L’inchiesta l’avevo presa male fin dall’inizio – tipo una super maxi mega operazione antidroga al boschetto di Rogoredo (mmh, interessante) (sbadiglio) – non solo per l’argomento un po’ fanè ma anche per quei tre-quattro meccanismi narrativi che ti fanno vergognare della tua stessa professione: nomi coperti dal massimo riserbo, ah sì, ovviamente, salvo che dopo due ore partono gli indovinelli (coinvolto un giocatore di una squadra di serie A) (di Milano) (con la maglia a strisce) (un numero di stelline inferiore a tre e superiore a uno), poi le iniziali, poi i nomi alla rinfusa – dal massimo riserbo saranno passate tre o quattro ore… robaccia.

E poi per me Bastoni è quel ragazzone con un grandissimo sinistro, un cervello modalità adolescenza e una madre che (come fosse alla pizzata dei genitori di quarta elementare) gli pulisce la bocca con un tovagliolo durante il party scudetto del 2021, cioè un anno dopo i presunti fatti. Fa impressione saperlo sotto inchiesta, quale che sia. Mi spiacerebbe umanamente sapere che a 20 anni aveva bisogno di pagare ragazze (di 17). Farei un passo indietro se sapessi che ha fatto sesso con una ragazza di 17 anni (e otto mesi), essendo una cosa disdicevole e penalmente rilevante, direi imperdonabile. Lui nega (può mentire, ne ha diritto), lei nega (lei invece deve dire la verità). Boh, adesso è inutile dire altro. Infatti, prima che diventi etica e penale, per me la questione Bastoni è per ora esclusivamente tecnica.

Può Bastoni restare in Italia, e quindi all’Inter? Può un giocatore che nel giro di quattro mesi viene (ridicolmente, ma coralmente) accusato di essere il peggior simulatore sulla faccia della terra, poi di avere causato l’eliminazione dell’Italia dai Mondiali, e ora di avere fatto sesso a pagamento con una minorenne, restare a giocare in Serie A, e quindi all’Inter?

Tecnicamente, sono preoccupato per almeno due motivi: a) trovarne un altro uguale sarà dura; b) che se ne possa andare Bastoni da un reparto che in una botta sola perde oltre a lui Sommer, Dumfries, Acerbi, De Vrij e Darmian mi sembra una sciagura. Sommer a parte, i giocatori da sostituire in un solo reparto salirebbero almeno a quattro (Darmian in fondo era in sovrannumero). E siccome oggi è luglio, inizio a sentire qualche piccola palpitazione. Vabbè, gli auguro che tutto si chiarisca. Dopodichè, comunque vada sarà un problema.

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I Ricchi e (i) Poveri

Rispetto alla media delle storiche enculadas di mercato, l’affare Palestra scivola via come acqua di rose. L’affare, che sembrava più o meno concluso, sfuma per il blitz del Chelsea – scippo è una giusta metafora – ma ci si può incazzare il giusto. Intanto, è il 24 giugno: ecco, il 24 di agosto una roba del genere l’avrei presa maluccio, ma il 24 giugno ci si può permettere di guardare a questa storia con un certo distacco. Li valeva 50 milioni, poi, ‘sto ragazzo? Boh, si vedrà. Non si può nemmeno biasimarlo per la scelta: non va in Arabia o in Turchia, ma in Premiere League, in un top club (per quanto reduce da una stagione disastrosa). Avercene di alternative così, o l’Inter o il Chelsea, complimenti a lui. Credo che all’Inter sarebbe stato molto più al centro del progetto (e un giovane italiano di prospettiva, my two cents, è un investimento che va apprezzato a prescindere) ma avrà fatto bene i suoi conti nonostante il concreto rischio di vedere poco il campo – a cominciare dallo stipendio, il doppio di quanto gli avremmo dato noi.

Rimpianti a parte, le riflessioni sono altre. Intanto, sullo squilibrio pazzesco tra i campionati con i soldi (e appeal) e quelli con meno soldi (e meno appeal), dove l’unità di misura dell’acquisto medio-alto e dello stipendio medio-alto si è drammaticamente allontanata dal nostro modello e dalle nostre disponibilità. Vogliono un giocatore e offrono 100 dove tu arriveresti a 40. Si discute l’ingaggio e loro arrivano a 10 dove tu ti sveneresti per 3 o 4. Basta uno schiocco di dita e ti fottono i Leoni come i Palestra, basta passare di lì e inserirsi, le offerte sono di quelle che in questi ambienti non si possono rifiutare. In Arabia ci vanno i poveri di spirito, la Premiere è un’altra cosa, ci vai e basta, per soldi e per ambizione – cose importanti per un calciatore. In questo mondo noi siamo in periferia, prendiamo qualche bollito di lusso, qualche scarto – magari forte, ma è un meccanismo randomico – e qualche ragazzotto che tutto sommato continua a classificarci tra i campionati che contano, anche se non abbastanza remunerativo e nemmeno abbastanza bello. L’Inghilterra è il Bengodi, ma l’Inghilterra continua a non vincere un cazzo e ha la bacheca più scarna dell’universo, un assurdo che è pura realtà. Oggi la sua nazionale ha molti giocatori delle “provinciali” e alcuni degli inglesi più forti in assoluto – Kane, Bellingham, Rashford, Alexander-Arnold – se ne sono andati via. Anche l’Inghilterra ha i problemi dell’Italia: un sacco di stranieri – beh, mediamente mooooolto più forti dei nostri – e poco spazio per gli autoctoni. Si consolano con la massa di denaro che circola. Noi manco quella.

Ma anche su questo denaro, e sulle regole che lo dovrebbero regimentare, ci sarebbe qualche domanda da farsi. In questo articolo la Gazza spiega bene perchè può accadere che l’indebitatissimo Chelsea, sotto minaccia Uefa, fuori dalle coppe e con una rosa strabordante, si permetta di scippare alla contabilmente virtuosa Inter un giocatore da 50 milioni mettendocene 5 in più cash e offrendo il doppio dello stipendio. E allora? Tutte ‘ste regole? Tutte ‘ste sanzioni? Alzo le mani: ho fatto il classico. Però mi piacerebbe una bella spiegazione, in parole povere ma sincere.

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Il pallone di Igor

Così com’è successo con il Becca qualche settimana fa, quando muoiono (e pure giovani) quelli come Igor Protti non è al loro funerale che idealmente partecipiamo, ma a quello di un certo calcio – il calcio che preferiremmo, potendo scegliere. Quand’è morto Beccalossi, anche i non interisti hanno pianto un poeta del pallone e un football dove i 10 come lui avevano ancora un posto in campo, perché non c’erano culi bassi o indomabili pigrizie che potessero mettere in dubbio il genio. E quand’è morto Protti abbiamo tutti pensato a un calcio decentrato in palcoscenici minori, dove si diventa simboli ed eroi di città periferiche dove si ragiona (o sragiona, ovviamente) con quel carico di passione rustica che c’è solo in provincia, in quei posti dove ci si incontra al bar o dove ti consegnano le chiavi della città con le stesse pacche sulle spalle.

Igor Protti come il Becca, o come il tanto evocato Hubner (come Protti, capocanonniere in A, in B e in C), o come Virdis (tanto per recuperare un altro volto antico): gol o assist a grappoli, classe o potenza da vendere, eppure mai in Nazionale. Questo dice tanto dell’abbondanza di un tempo e della povertà odierna (oggi che in azzurro ci va anche qualche cesso spaziale). Ma la povertà oggi è doppia: non mancano solo certi giocatori – certi attaccanti soprattutto – ma mancano anche certi personaggi. Ci siamo assuefatti al patinato, ai multifiltri degli uffici stampa, alle sbrodolate degli sponsor, ai raggiri dei procuratori, alle esagerazioni dei telecronisti. Assistiamo spesso a uno spettacolo falsato, così che quando muoiono persone vere ci sentiamo tutti un po’ più soli, anche se viviamo ad anni luce da Livorno, Rimini o Bari.

I nostri cuori battono in ambiente metropolitano, siamo abituati al meglio del meglio e sinceramente innamorati di due colori a strisce verticali. Ma ci perdiamo quel po’ di polvere e di sudore, di erba tagliata male e di righe un po’ storte, di tribune fanè e di dirigenti improbabili che si trovano solo nelle piazze meno nobili. Muore Protti e chissà perchè mi rivedo bambino/ragazzino sulle tribune di legno del vecchio Comunale a tifare Vogherese – un ventricolo del mio cuore calcistico – e ascoltare le squinternate storie degli amici di mio papà, tipo il Lillo, che fece Voghera-Chieti e ritorno in giornata con la sua 128 per andare a prendere un nuovo acquisto (Voghera-Chieti saranno 600 km) (solo andata). O a vivere le loro routine che oggi minimo interverrebbe la Fifa o forse anche Amnesty: tipo il Pèdar, che a un certo punto scendeva, si attaccava alla recinzione e seguiva il guardalinee come un’ombra, dicendogli cose irriferibili per interminabili minuti, avanti e indrè, allineato con il libero.

Piangiamo Igor come abbiamo pianto Evaristo. Piangiamo un po’ loro e piangiamo tanto quel calcio là, un calcio vero. Un magone che si amplifica proprio mentre, al Mondiale estrogenato, si celebra il fasullo.

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Bedankt voor alles, Denzel

NEW! Congresso nazionale (con merenda) dell’Interismo moderno, Milano, sabato 13 giugno, ore 15. Invito aperto a tutti gli amici del blog e del podcast: un pomeriggio in compagnia a celebrare l’Inter e un po’ anche noi.


Tipi bizzarri, circondati da una certa diffidenza poi svanita a suon di prestazioni, sempre ritenuti sacrificabili per poi accorgersi di non poterne fare a meno, sempre dati per sicuri partenti per poi accorgersi che erano anche meglio dell’anno precedente. La storia nerazzurra di Dumfries è stata molto simile a quella di Brozovic. Quella di Brozo, oltre che più lunga (otto stagioni e mezza contro cinque), era stata anche più complessa, passata attraverso un cambiamento di ruolo (che da superfluo lo ha reso necessario) e a un paio di crisi che sembravano preludere all’addio. Ma alla fine, stringi stringi, sono due storie sovrapponibili. Sovrapponibili anche per noi tifosotti, che arriviamo all’addio dispiaciuti e preparati, come se fosse stato scritto dall’inizio che le strade si dovessero separare e che non ci fossero alternative. Solo che, porco cane, noi ci siamo affezionati tanto, a Brozo come a Denzel, e alla fine ci scappa una mezza lacrimuccia.

Dumfries era arrivato come rimpiazzo di Hakimi e mettere quel decatleta di Dum Dum al posto di quell’elegantone di Achraf fu come sostituire Roberto Bolle con Chuck Norris. Non sono stati momenti facili, per noi e soprattutto per lui, che ha sperimentato la difficoltà di sopravvivere giocando sulla fascia a San Siro, uno degli ambienti più inospitali del pianeta Terra. Ma se hai il merito di saper crescere, essere serio, onorare la maglia – insomma, quelle robine lì – la fascia diventa come una spiaggia delle Maldive e tu la puoi arare avanti e indrè lasciando un solco nella sabbia bianca, dove i bambini poi giocano a biglie. E se poi lasci che il tuo corpo con naturalezza si accentri verso l’area e si catapulti in zona gol, il pubblico apprezza questa sfrontatezza. E dalle bestemmie a nastro passa all’altra modalità, quella dell’eterna apertura di credito.

Ci lascia con otto titoli (due scudi, tra Coppe Italia, tre Supercoppe) e alcune perle che resisteranno all’usura dei ricordi, tipo quella mezza rovesciata a Barcellona con cui un tempo avrebbero agghindato le bustine delle figurine. Se ne va per quattro spicci, colpa di una clausola capestro per chiudere in fretta l’ultimo rinnovo – il calcio, del resto, è in mano ai lestofanti (cit.). Ha trent’anni e tutto il diritto di giocarsi l’ultima chance in un super top club. Quando te ne vai dopo aver fatto il tuo lavoro con onestà e servito fino alla fine i colori neroblù, senza manfrine perditempo ma con una vigorosa stretta di mano, non bisogna lasciare troppo spazio al retrogusto amaro. Dumfries era nella mia top 5 di “giuocatori dell’Inter con cui andrei a mangiare una pizza” e sarà nella mia top 5 di “ex giuocatori dell’Inter con cui andrei a mangiare una pizza”. E non è solo perché a me piace la pizza, ma è perché a me piacciano quelli come Denzel Dumfries: quelli che ridono al momento giusto, che sanno gestire i propri limiti, che non si fanno mettere i piedi in testa da nessuno e amano la propria maglia finchè dura.

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A proposito di Dimarco

NEW! Congresso nazionale (con merenda) dell’Interismo moderno, Milano, sabato 13 giugno. Invito aperto a tutti gli amici del blog e del podcast.

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I premi – una gran parte, in ogni campo – lasciano il tempo che trovano, e nel calcio si assestano spesso sul terreno della scontatezza fino a rasentare a volte la buffonata. Ma quando vanno a centrare il punto, beh, è giusto celebrare il momento. Il premio di miglior giocatore del campionato a Federico Dimarco ti apre il cuore e ti fa dire: toh, allora c’è speranza.

Da quando esiste il premio, 2019, è sempre andato a un giocatore della squadra che ha vinto lo scudetto – così non si sbaglia, verrebbe da dire. Quindi, dal 2019: Cr7, Dybala, Lukaku, Leao, Kvaratskhelia, Lautaro, McTominay. Provando a cercare un minimo comun denominatore, direi che è sempre stato premiato il frontman – questo spiegherebbe l’incoronazione di Leao, Leao!, frontman del Milan scudettato ma sicuramente non il migliore giocatore del campionato, perché a un’analisi un pochino più approfondita qualsiasi giuria ne avrebbe individuato almeno altri dieci o quindici. Ma questo succede anche al Pallone d’Oro, dove si premia molto spesso il frontman della squadra dell’anno e quindi non il vero migliore della stagione – e qualche volta si è addirittura votato “uno indubbiamente bravo a giuocare a pallone” (Messi 2010, non aveva vinto un cazzo di niente, ma era indubbiamente bravo a giuocare a pallone).

Secondo questi criteri, e senza commettere nessuna ingiustizia, il premio 2026 poteva essere assegnato (quindi: riassegnato) a Lautaro, capitano dell’Inter e capocannoniere del campionato. E invece no. Come con McTominay lo scorso anno, il premio non è andato a un attaccante di ruolo. Anzi, quest’anno è addirittura andato a quello che un po’ grezzamente dovremmo classificare come difensore – ma, nel 3-5-2, l’esterno di fascia lo è fino a un certo punto.

Dimarco è stato protagonista di una stagione clamorosa, in cui ha segnato 7 gol e servito 18 assist (che fanno 25 gol fatti o determinati su un totale di 89) che sono il risultato numerico e statistico di un anno vissuto da cima a fondo nel segno della qualità, del cuore e della positività. Dimarco è un giocatore maturato tardi, sia nel suo personale percorso sia (o forse soprattutto) nella percezione generale. La qualità straordinaria del suo piede sinistro è sempre stata messa sul piatto della bilancia opposto a quello si accumulavano i suoi presunti difetti insuperabili: è piccolo, non difende. E in qualche circostanza – vedi con Conte – questa bilancia pendeva solo dalla parte dei difetti. E’ piccolo, non difende. Vabbe’, sulla statura non ci si può fare niente. Ma sul difetto tecnico – è un terzino ma non difende – ci si è soffermati fino ancora a due o tre anni fa, quando poi le cifre e il rendimento effettivo ci hanno fatto mettere il cuore in pace. Non difende? Bah, chi se ne frega, mica è il suo compito principale. Nel 3-5-2 destinato – dicono – a passare presto di moda il ruolo dei due esterni di fascia è la chiave del tutto. Lo scorso anno, in una squadra imperfetta, fu la stagione di Dumfries a spostare gli equilibri. E quest’anno è toccato a Dimarco, che ha riscritto il record di assist per stagione e si è preso il premio di Mvp perchè non c’era alternativa, è stato il migliore e stop, anche se è un terzino.

E comunque: è interista, è di Milano, arriva dalla cantera, è un terzino. A me non piace dire tanta roba, ma non mi viene niente di più efficace.

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Stay human

Una delle 347.941 differenze tra noi gente normale e Sinner è esattamente questa: se mentre facciamo sport noi abbiamo un momento di difficoltà, ci fermiamo; se ce l’hai lui, è costretto a gestirlo in diretta tv, in uno stadio dove ha addosso gli sguardi di diecimila persone e in un mondo – il tennis in particolare, lo sport ai massimi livelli in generale – dove le attese ti si accumulano impietose sulle spalle, tipo che hai vinto 6 Master 1000 di fila e adesso devi vincere il settimo – che ci vorrà mai?, o tipo che sei a Parigi e non c’è Alcaraz e questo Slam lo hai già vinto e quindi sbrigati – che ci vorrà mai?

Per reggere questo tipo di pressione, il tuo corpo e la tua testa devono andare al massimo e di pari passo. Se il corpo va in difficoltà (magari anche non insormontabile, tantopiù se hai davanti un avversario mediocre), la testa deve compensare. E non sempre ce la fa. Quando ieri ho visto Sinner improvvisamente arrancare contro il meno forte dei fratelli Cerundolo, a partita già praticamente vinta (stava 6-3 6-2 5-1), ho pensato prima al caldo, ai crampi, alla stanchezza, a un forte malessere. E poi ho pensato a Federica Pellegrini che aveva gli attacchi di panico in vasca, mentre faceva i 400 sl da migliore al mondo e forse proprio per questo – perchè doveva vincere e lei stessa non concepiva un altro risultato – la sua testa ha iniziato a dire stop.

Sinner ha scelto la strada più difficile per affrontare questa improvvisa battuta a vuoto, con la testa che gli si è spenta e il corpo che ha recalcitrato: in campo, non si è ritirato e ci ha provato fino all’ultimo sperando che corpo e testa trovassero un punto d’appoggio comune per ripartire; e poi, fuori campo, dichiarando che non era stata colpa del caldo e che non stava bene già dal giorno prima. Il che è coerente con quello che gli è successo durante la partita: a un certo punto – a match praticamente vinto – si è spento tutto e non c’è stato verso. Fosse successo al tie break del quinto set con Alcaraz, non ce ne saremmo accorti. Ma è successo a un game dalla vittoria con il più scarso dei Cerundolo che stava ormai pensando alla doccia, e questo è un campanello d’allarme per Sinner e per chi lavora con lui.

Quello che è successo a Sinner non succede ad Alcaraz. Lo spegnimento del cervello Carlitos lo programma, se lo impone. Ogni tanto prende e va a Ibiza, sparisce per una settimana in cui fa solo una cosa: il ragazzo. Questo gli costa qualcosa – gli è costato anche la separazione dal suo storico coach Ferrero – ma forse gli dà un po’ di respiro. Jannik è più serio, programmato, rigoroso. Anche le macchine migliori però si inceppano. Alcaraz è ai box per un infortunio. Sinner si è trovato nudo in un mezzo a un campo da tennis.

P.S.: trovo ridicola la polemica su “non dovevano farlo giocare alle 12 con quel sole visto che è il numero 1”. Da sempre i super top player sono già fin troppo coccolati rispetto agli altri giocatori: tabelloni a difficoltà progressiva, primi turni saltati, il privilegio dei campi migliori, partite fissate spesso la sera (o negli orari strategici) per motivi di incassi e di diritti tv. Djokovic ha sempre preteso la sessione serale o in subordine la prima partita della giornata, l’unica che ha un orario di inizio certo (e quindi ti permette di programmare riposo, alimentazione e riscaldamento). Se Sinner ha un problema col caldo, ha anche un mega staff che lo può gestire. Ma il problema, l’ha detto pure lui, non è solo il caldo. Il problema sono 29 partite al massimo giocate in 70 giorni e quelle centinaia di milioni di appassionati che ne vorrebbero ancora di più. E che – anche questo è lo sport – vogliono vederti solo vincere.

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De gonzorum apocalypsi

Il loro 5 maggio è il 25, questo era già noto. Ora, dopo la disfatta di Istanbul, avranno un altro motivo per segnarsi questa data: il clamoroso repulisti di RedBird Capital Partners che in un colpo solo licenzia allenatore, amministratore delegato, direttore sportivo e direttore tecnico 18 ore dopo la conclusione dell’ultima partita del campionato, quel Milan-Cagliari che aggiunge un 24 maggio alla lista dei loro 5 maggi – la partita più innocua del mondo che si trasforma nel peggiore degli incubi. Roba che non si ricorda a memoria d’uomo. Forse la Lehman Brothers nel 2008.

Un incubo meritato, ‘tacci loro. Perchè basta riavvolgere il nastro di due mesi e mezzo, 8 marzo, Milan-Inter 1-0: loro che passano da -10 a -7 e pensano – lo pensano davvero – di poter vincere lo scudetto. E’ un momento di allucinazione generale, cui prendiamo parte attiva anche noi, o meglio, la frangia più isterica del tifo interista (“oddio! abbiamo solo 7 punti di vantaggio! è finita!”), complice anche il fatto che il Napoli tutto sommato non molla e quindi la minaccia incombe (“oddio! c’è anche il Napoli! è finita! teniamoci stretta almeno la Conference!”).

Ascolta “Il Gran Finale: Interissimo 2025/26” su Spreaker.

A fine febbraio (Milan-Parma 0-1, prima loro sconfitta dopo 24 risultati utili consecutivi) l’Inter si ritrova con 10 punti di vantaggio ma con le pile scariche dopo due mesi folli, loro vincono il derby e inizia lì, quella notte, una favolosa primavera tutta da raccontare.

L’Inter – ricorderete, amici, che tempi – a marzo non vince una partita. Dopo la sconfitta del derby arrivano i due faticosi e tossici pareggi con Atalanta e Fiorentina. E qui c’è il primo sintomo che il killer istinct del Milan è pari a quello di una dama di carità con una diagnosi di astenia: l’Inter fa due punti in due partite ma il Milan, che ormai ha lo scudetto in tasca (lo dicono tutti, i milanisti ok, ma anche qualche giornale), ne fa solo tre: perde con la Lazio e poi batte per miracolo il Toro a San Siro. Risultato: sull’Inter moribonda non si è avventato nessuno e ci ritroviamo comunque con 6 punti di di vantaggio, una situazione che in altri campionati ci avrebbe portati a demolire il Guinness dei primati di masturbazione collettiva ma che, misteriosamente, continua a farci pensare di essere lì in bilico sullo strapiombo (al che Marotta al microfono ce lo deve ricordare: “ok, siamo in difficoltà ma abbiamo 6 punti di vantaggio, e che cazzo!”).

Il Milan è invece lì, con il Napoli, a compilare le tabelle scudetto. Nel caso del Milan, non è una semplice simulazione di risultati. Nel mood del milanista medio, è la pianificazione della data entro cui prenotare il pullman scoperto e organizzare la sfilata. L’Inter è morta, sepolta, decomposta, e lo scudo sarà un affare tra Napoli e Milan (giusto perché c’era ancora da andare a giocare al San Paolo, si sa mai).

Pausa per la tragedia Nazionale, mancano 8 giornate. La classifica è questa: Inter 69, Milan 63, Napoli 62, Como 57, Juve 54, Roma 54. Si noti, in questo momento, che l’Inter ha 6 punti sul Milan e che il Milan ha 6 punti sul Como e 9 sulla Roma. Il gol del loro amato Çalhanoğlu, la sera di Pasqua, ancora non lo sappiamo ma fa calare il sipario sul campionato. Loro perdono a Napoli, ci sta. Dopo la 31esima la classifica sarà dunque: Inter 72, Napoli 65, Milan 63, Como 58, Juve 57, Roma 54. Siccome la Roma ha perso con noi, appunto, si noti come a 7 (sette) giornate dalla fine il Milan avesse ancora 9 (nove) punti sulla Roma. 9 punti di distacco dall’Inter, 9 punti di vantaggio sulla Roma. Scudetto lontano, ahiloro, ma Champions in tasca.

Il resto è storia nota. Delle 7 partite che restano, il Milan ne perde quattro (di cui tre in casa – Udinese, Atalanta e Cagliari – e una fuori, Sassuolo) e fa 7 punti. L’Inter, fin troppo rilassata, ne fa 15. Un annoiato Napoli ne fa 11, ma gli bastano per prendersi la Champions con una giornata di anticipo. La Juve 12. Il Como 13. La Roma 19.

Se questo campionato, a livello di percezione della realtà, è stato un gradino sotto Black Mirror lo si deve proprio al Milan, che era riuscito ad arrivare al derby di ritorno avendo perso solo due partite e avendo messo in striscia 24 partite utili di fila. Rafforzando così una convinzione nei milanisti: che tutto andasse benissimo. Che importavano i 10 punti dall’Inter (“abbiamo vinto di due derby! aaaargh!”) o i 5 punti su 6 persi con Parma e Sassuolo, i pareggi in casa con il Pisa e il Genoa, la sconfitta con la Cremonese… bazzecole, tutto andava bene. Anzi, a metà marzo si erano straconvinti di potercela fare. Lo scudetto, dico.

Nell’ultimo scudetto che ci hanno scippato, si era girato Giroud. Ecco, il quasi pensionato Giroud è stata l’ultima punta vera che hanno avuto. Da allora a oggi niente, è inutile infierire. Inter e Milan chiudono il campionato con lo stesso numero di gol subiti, 35. Invece, quanto ai gol fatti, noi ne abbiamo segnati 36 più di loro, praticamente uno a partita. Il risultatista Allegri a un certo punto non ha più fatto nemmeno i risultati. Tutto si reggeva intorno a una grande illusione che a un certo punto si è dissolta. A preoccuparsi i milanisti ci hanno messo 36-37 giornate. A infuriarsi, ci hanno pensato alla fine della 38esima. Per loro andava sempre tutto bene. I due derby vinti, certo. Andava tutto bene.

Buoni giovedì in Moldavia e Transilvania, gonzi. Magari vi degneremo di qualche occhiata in qualche posticipo del lunedì – in tv non c’è mai un cazzo, il lunedì.


NEW! (sabato 13 giugno alle ore 15, a Milano, in una location ancora segreta, si terrà una merenda-evento per celebrare il podcast più vincente d’Italia – due scudetti, una Coppa Italia e una finale di Champions in tre stagioni, tzè. L’invito è diretto ai contributors del podcast, ma anche ai semplici ascoltatori e ovviamente esteso agli amici lettori del blog: un paio d’ore in compagnia tra qualche facezia e molto interismo. Per motivi organizzativi, non possiamo improvvisare ma abbiamo bisogno di sapere con una certa precisione quanti saremo. A tale proposito, vorremmo raccogliere le adesioni entro il 7 giugno. Grazie a tutti, forza Inter)


(nell’angolo Podcast, giunto nel frattempo all’episodio #204 – oh, non dovevamo mangiare il panettone, e invece guarda un po’ -, io e il mio socio Max attendiamo sempre i vostri vocali al numero dedicato Whatsapp 351 351 2355. Cosa ci dovete dire? Beh, direi che gli argomenti non mancano. Cioè, non basta aver vinto lo scudetto?).

(il podcast, oltre che su Spreaker – il cui player trovate qui sul blog – lo potete ascoltare anche su Spotify, Audible, Apple Podcast, Google Podcast e tutte le principali piattaforme. Non lo trovate? Prendete appunti – non è difficile – : scrivete “Settore” o “interismo moderno” nell’apposito campo e per incanto vi apparirà. E’ la tecnologia, bellezza, e non possiamo farci niente)

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Campioni

Oggi la partita era un particolare, un sottofondo. Ma è stato bello salutare chi (forse, probabilmente) non ci sarà la prossima stagione e peccato per il gol di David Bowie che spezza l’imbattibilità di Di Gennaro e ci impedisce di tenere alla giusta distanza quelle squadracce che solo due mesi fa pensavano di vincere il campionato. Comunque un caro saluto a quelli a -13, -16 e -20. Noi si festeggia.

Ascolta “Double Double” su Spreaker.

(nell’angolo Podcast, giunto nel frattempo all’episodio #202 – oh, non dovevamo mangiare il panettone, e invece guarda un po’ -, io e il mio socio Max attendiamo sempre i vostri vocali al numero dedicato Whatsapp 351 351 2355. Cosa ci dovete dire? Beh, direi che gli argomenti non mancano. Cioè, non basta aver vinto lo scudetto?).

(Sono aperte le votazioni per Interissimo, l’interista dell’anno. Un vocale per votare i 5 protagonisti della stagione (ok i giocatori, ma anche allenatore, staff, dirigenti): 1 punto al quint, 2 punti al quarto, 3 punti al terzo, 4 punti al secondo, 5 punti al primo). Il verdetto nella puntata dopo Bologna-Inter)

(il podcast, oltre che su Spreaker – il cui player trovate qui sul blog – lo potete ascoltare anche su Spotify, Audible, Apple Podcast, Google Podcast e tutte le principali piattaforme. Non lo trovate? Prendete appunti – non è difficile – : scrivete “Settore” o “interismo moderno” nell’apposito campo e per incanto vi apparirà. E’ la tecnologia, bellezza, e non possiamo farci niente)

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Paso doble

Se la partita è stata un po’ surreale, scusate, mica è per colpa nostra. Questa Lazio collaborativa e ospitale, che impacchetta e consegna i due gol che valgono la Coppa Italia, ci ha steso il red carpet verso la coppetta numero 10 e quindi verso un doblete (che mancava dai tempi del Mou) incassato con una facilità assurda. L’unico della Lazio che ha preso la partita veramente sul serio è stato il simpatico Pedro, che entra a corpo morto, scatena un rissa nel bel mezzo di una quasi amichevole e poi si prende una pallonata in faccia da mezzo metro da Luis che si guadagna così la riconferma con il tiro più preciso della stagione. Intorno era il teatro dell’assurdo, con mezza tribuna autorità a digrignare i denti per la storia del derby romano e delle altre sfide Champions che ancora non si sa quando si giocheranno. E la festa finale ha pure un effetto collaterale spassoso: il fumo dei fuochi d’artificio provoca 20 minuti di sospensione della partita nell’attiguo Foro Italico. Italians do it better.

Il coro dei commentatori tv: beh, normale, ovvio, ha vinto la più forte. Beh, ovvio un cazzo, avrei detto io se mi fossi trovato in uno dei tanti salotti post coppa. “Scusi, moderi il linguaggio”. Eh no, ovvio un cazzo.

Il doblete non va letto solo a rimorchio delle imprese di Marusic e Nuno Tavares. Il doblete va letto dall’inizio alla fine. L’Inter vince campionato e Coppa Italia nella stagione in cui tutti la davano per finita. Fino a sette-otto mesi fa l’Inter non compariva in nessun pronostico. Fino a sette-otto mesi fa l’Inter – secondo la gran parte degli osservatori – non era la più forte. Per questo, nell’Inter che vince il campionato con un vantaggio imbarazzante e poi vince anche la Coppa Italia non c’è nulla di ovvio nè di scontato. Quello che doveva essere un anno di transizione si chiude nel segno di un dominio totale. Teniamocela stretta, questa stagione. E prenotiamo la maglia 2026/27: con tutti ‘sti badge sarà uno spettacolo.

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Letizia

Erano due anni, dall’aprile-maggio 2024 (beh, you know, l’effettuccio dell’aver vinto il campionato con 5 giornate di anticipo), che l’Inter non giocava una partita ufficiale inutile, in cui cioè non ci fosse niente in palio e in cui fosse totalmente indifferente vincere, pareggiare o perdere. Dopo l’epocale vittoria-scudetto nel derby, due anni fa giocammo in relax con Torino, Sassuolo, Frosinone, Lazio e Verona (due squadre che sarebbero retrocesse ma non lo erano ancora matematicamente, una in corsa per l’Europa e due totalmente tranquille) con uno score di 2 vinte, 2 pareggiate e 1 persa (Sassuolo, ovvio), per concludere il campionato con 94 punti e 19 di vantaggio sulla seconda (Milan) e 23 sulla terza (Juve) (merda). L’anno scorso giocammo la Champions fino alla finale, la Serie A fino all’ultima giornata, la Coppa Italia fino alla semifinale di ritorno. E poi ci toccarono pure quattro partite utili dell’inutile – lui sì – mondiale per club. Due anni senza una pausa, praticamente.

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Quindi, ieri ero sul divano a cazzeggiare per godermi questa esperienza estrema: una partita dell’Inter inutile. Ed è stata con mia somma sorpresa che l’inutilità è stata via via cancellata da un qualcosa che non mi azzardo a chiamare gioia, per carità, e nemmeno più epicureamente serenità. La definirei letizia, cioè – ho chiesto aiuto al dizionario – una sensazione di pace. Nella loro inutilità, le partite inutili possono diventare utili agli altri. Metti che giochi di merda, con la testa alle Maldive e al pullman scoperto. Metti che perdi male. Sarebbe diventata una partita utile per la Lazio, con cui mercoledì ci giochiamo la finale di Coppa Italia. Tu perdi partita e sicurezza, dai una pessima prova di te. Loro prendono coraggio, si danno una bella sistemata. Beh, non è accaduto.

Le partite inutili le rendi utili tu: vincendole, giocandole bene, col sorriso, con la voglia di portarla a casa. Poi vabbe’, lo sappiamo: mercoledì sarà un’altra cosa, le squadre non saranno le stesse, le motivazioni nemmeno. Però, intanto, un segnale lo hai dato. E quindi grazie ragazzi: è anche da questi particolari che si giudica un gruppo.


(nell’angolo Podcast, giunto nel frattempo all’episodio #200 – oh, non dovevamo mangiare il panettone, e invece guarda un po’ -, io e il mio socio Max attendiamo sempre i vostri vocali al numero dedicato Whatsapp 351 351 2355. Cosa ci dovete dire? Beh, direi che gli argomenti non mancano. Cioè, non basta aver vinto lo scudetto?).

(il podcast, oltre che su Spreaker – il cui player trovate qui sul blog – lo potete ascoltare anche su Spotify, Audible, Apple Podcast, Google Podcast e tutte le principali piattaforme. Non lo trovate? Prendete appunti – non è difficile – : scrivete “Settore” o “interismo moderno” nell’apposito campo e per incanto vi apparirà. E’ la tecnologia, bellezza, e non possiamo farci niente)

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