Un po’ più fortunati del solito e un po’ più cinici del solito nell’area avversaria. E’ un mix micidiale, per noi e per gli altri. Come col Pisa eravamo partiti da 0-2 per poi farne sei, col Sassuolo abbiamo rischiato di andare sotto all’inizio e sul 2-0 di subire una possibile rimonta (fuorigioco di alluce) per poi chiuderla in bellezza – e in larghezza. Se abbiamo attraversato indenni un momento di eccessiva svagatezza in apertura di partita, è anche vero che dopo non c’è più stato match. Cinque gol, due pali, qualcosa sbagliato di un soffio: eliminando la quota di leziosità il prodotto non cambia – nel senso che quasi sempre la portiamo a casa – ma quel pizzico di cattiveria in più sta rendendo le cose più facili. Il Sassuolo ha fatto il Sassuolo per 11 minuti, poi ha fatto cagare. Ma tornare da questa trasferta con tre punti e cinque gol è tutt’altro che banale considerando i trascorsi specifici con ‘sta squadraccia che può vantarsi di essere la nostra più strana bestia nera.
Dopo cinque infrasettimanali consecutivi, tireremo il fiato fino a sabato: sarà la Juve a dirci a che punto siamo davvero. La specialità “scontri diretti” non è la nostra preferita, ma a questo punto dovremo attrezzarci a infrangere qualche tabù. A 14 giornate dalla fine – ah, che meraviglioso snobismo – possiamo anche cancellare la categoria: tutte le partite diventano uguali, da vincere o da non perdere, un calderone unico. La Juve è la Juve, ma è 12 punti sotto pur avendoci perso all’andata. Girano i coglioni ancora adesso, ma il campionato si sta decidendo altrove. E in quell’altrove non abbiamo proprio concorrenza.
Sei marcatori diversi in Inter-Pisa (Zielinski, Lautaro, Esposito, Dimarco, Bonny, Mkhitaryan), due in Cremonese-Inter (Zielinski, Lautaro), cinque in Sassuolo-Inter (Bisseck, Thuram, Lautaro, Akanji, Luis Henrique). E siccome in mezzo c’erano anche Dortmund (Dimarco e Diouf) e il Toro (Bonny e Diouf), possiamo certificare che nelle ultime cinque partite (media 3,4 gol) hanno segnato 11 giocatori diversi. Da agosto a oggi, con il debutto odierno di Akanji e Luis, hanno segnato 17 giocatori diversi. Questa cosa è una vera bellezza. E sono gli altri a doversi preoccupare di noi, anche al di là della lettura della classifica che – per favore, moderazione – alla lunga può far diventare ciechi.
E quindi cos’è, fuoco amico? Prima lo striscione (c0ntro la società), poi il petardo che un portiere con il gusto della recita (e non il signorile e responsabile ex Audero) poteva drammatizzare ben di più… vabbe’, questi siamo. La società e il suo sontuoso mercato di gennaio (manca un giorno, boh), la curva e le sue roulette russe patologico-criminali (update: un cane sciolto, ora con tre dita in meno? E cosa ci faceva in curva con una bomba-carta?). Per fortuna – tanto per citare lo striscione – ci sono il mister e la squadra che stanno facendo del loro meglio e ci tengono là in alto, dove l’aria è più leggera anche se i garretti si appesantiscono.
E’ stata la settima vittoria consecutiva in trasferta: Verona, Pisa, Genoa, Atalanta, Parma, Udinese, Cremonese. Non solo piccole, qualche campo tradizionalmente ostico. Una serie importante iniziata dopo la sconfitta a Napoli e ci dipinge come siamo diventati passo dopo passo: chirurgici. Dopo il petardo oggi la squadra ha praticamente smesso di giocare, rischiando un po’ nel finale. Ma firmerei in bianco per partite messe in ghiacciaia (non è bello finire il primo tempo avanti di due gol, eh?) e poi gestite al risparmio. Quasi totale controllo, 70% di possesso: massimo risultato con uno sforzo relativo.
Adesso c’è solo da aspettare un paio di giorni (!) per sapere cosa farà il Milan (a Bologna, contro la squadra più disastrosa dell’ultimo mese e mezzo) (ultimo squillo, savasandìr, contro di noi in Supercoppa) e poi, con la Coppa Italia di mezzo, tutti a Sassuolo prima di Inter-Juve. Nella centrifuga di partite abbiamo trovato il modo di emergere, invece che di soccombere a pressioni e fatiche. Chivu festeggia le sue prime 50 panchine con la serenità di chi sta dimostrando che ottiene il massimo da quel che ha. Lautaro in serie A ha raggiunto Spillo. Ne mancano 15. Troppe, ma il morale è alto.
Sarebbe bastato non prendere un gol da fessi a Madrid al 93′, o sarebbe bastato non essere derubati con il Liverpool, e ora saremmo qui a festeggiare la rimozione di due partite dal nostro micidiale calendario. Vabbe’, non parliamone più, non serve a niente. Siamo ai playoff con Bodoe o Benfica, vedremo al sorteggio. Se ne riparla a fine febbraio.
Parliamo d’altro. Della bella partita che abbiamo fatto in un campo proverbialmente difficile con una formazione iniziale in cui, oltre al lungodegente Dumfries, mancavano Lautaro, Barella, Calha e Bastoni, cioè gran parte dei nostri giocatori top, quasi tutti. Poteva essere un partita segnata e invece l’abbiamo vinta – vale come scontro diretto, no? – e pure bene, con il 55% di possesso e il triplo dei tiri dei tedeschi. Meravigliosa la punizione di Dimarco, in stato di grazia. E bel gol anche di Diouf, con quel po’ di culo che ha premiato le intenzioni.
Dal 28 dicembre al 28 gennaio compresi, cioè 32 giorni, abbiamo giocato 9 partite vincendone 7 (tra cui Atalanta e Bvb), pareggiando col Napoli e perdendo con l’Arsenal. Vincendo quattro trasferte su quattro. Cinque clean sheet su nove. Non male.
Quella di Dortmund poteva essere una partita inutile. Passare tra le prime 8 sembrava impossibile (e invece a dieci minuti dalla fine eravamo lì) e quindi se ne parlava di default come di uno spreco di energia. Invece, vincendola, l’abbiamo resa una partita utile. Non a qualificarci, ma a ristorarci. A sollevarci il morale, a darci più sicurezza nei nostri mezzi. Al giro di boa di ‘sta follia post natalizia siamo in corsa in Champions e 5 punti avanti in campionato. Per gente che non doveva mangiare il panettone è un momento superlusso. Ma tu guarda cosa non fa l’autostima.
Si gioca ogni tre giorni, se ne prendono tre dall’Arsenal e se ne danno sei al Pisa, e intanto perdi qualche pezzo senza avere il tempo neanche di pensarci troppo su. Tipo che ieri se n’era andato Giancarlo Cella, uno dei tanti che hanno fatto una vita da mediano: arrivò da noi che per la pelata sembrava già vecchio ma non lo era, giocò tre campionati da jolly e vinse quello del ’70-’71 da comprimario, sempre in campo finchè non fu reintegrato Bedin e poi poco o nulla. Comunque, quello scudo fu anche suo. Nella mia mitica prima partita a San Siro, quello storico 0-3 con il Milan che poteva segnarmi per tutta la vita – oddio, forse l’ha fatto – e che determinò l’esonero di Heriberto e l’avvio della rimonta con Invernizzi alla guida, Cella era in campo con la maglia numero 6. Io avevo sei anni e lui, con quella pelata, mi sarà sembrato vecchissimo (ne aveva 30). Date le ristrettezze giocò da libero, poi sostituito da Bellugi nel finale a frittata ampiamente fatta. Dalla partita successiva torneranno Bedin e Bonimba, Bellugi diventò titolare, il libero lo fece da lì in poi Burgnich e il resto è storia. Il tabellino invece è questo. Milan: Cudicini, Anquilletti, Trapattoni, Rosato, Schnellinger, Biasiolo, Combin, Villa, Benetti, Rivera, Prati. A disposizione: Vecchi e Rognoni. Allenatore: Nereo Rocco. Inter: Vieri (66’ Bordon), Burgnich, Facchetti, Fabbian, Giubertoni, Cella (80’ Bellugi), Reif, Frustalupi, Mazzola, Bertini, Corso. Allenatore: Heriberto Herrera. Reti: 51’ Biasiolo, 69’ Villa, 88’ Rivera. Arbitro: Gonella di Torino. Spettatori 80.000 circa, tra cui un bambino di Voghera ancora del tutto ignaro del suo futuro e di quello dell’Inter.
Oggi invece se n’è andato Nazzareno Canuti ed è un piccolo colpo al cuore. Canuti, 70 anni compiuti qualche giorno fa, era un pezzo importante di quell’Inter di Bersellini che è un tassello fondamentale della mia formazione interista, forse l’Inter a cui sono in assoluto più affezionato, l’Inter che più mi corrispondeva. Un’Inter irripetibile. Perchè io avevo 16 anni ai tempi di quel fantastico scudetto e con quell’Inter così giovane, così interista (più della metà della rosa proveniva dal vivaio), così lombarda (due terzi dei giocatori in rosa erano nati in Lombardia), come si faceva a non identificarsi? Era come andare a vedere giocare dei compagni di classe, dei parenti. Solo che andavo a San Siro e non al campetto. E mica li conoscevo davvero. Ma sapevo tutto di loro, tramite l’album delle figurine e tramite la fanzine. Tutto.
Per quelli dei “distinti dietro la porta” (l’odierno primo blu) il rapporto con il portiere e i difensori era molto speciale. Perchè il portiere ti salutava (poi andava al dischetto del rigore e col tallone tirava una riga fino alla linea di porta). E perchè i difensori erano il tuo baluardo durante i 45 minuti in cui gli avversari attaccavano verso la porta sotto i nostri spalti. All’epoca la marcatura era a uomo. In mezzo, Bini era un libero elegante. Canuti marcava una delle punte avversarie, qualche volta da stopper sul centravanti e qualche volta un po’ spostato verso la nostra destra – si prendeva l’11 degli altri. Aveva 24 anni quando vincemmo quello scudo, il nostro dodicesimo, ed era all’Inter da dieci, arrivato nelle giovanili quando ne aveva 14.
Sembrava più grande e grosso di quello che era, forse per quei riccioloni che gli davano un’aria un po’ freak. Poi lo vedevi saltare sui corner o stalkerare la punta avversaria e dicevi: va’ che roccia. L’ho conosciuto a una serata Inter a Sannazzaro, c’erano anche Bordon, Muraro e Scanziani (che quello scudetto non lo vinse essendo stato ceduto nel mercato estivo). A fine serata li ho salutati tutti, riconoscente. Per ultimo proprio lui, il Nazza, che in effetti era meno alto di me (visto dal primo blu mi sembrava un corazziere). “Oh – gli ho detto – c’ero anch’io a San Siro il 27 aprile 1980 a San Siro (lui non c’era, e nemmeno Bini), ero seduto nei distinti, al primo blu!”. “Ah, dall’altra parte – mi ha sorriso – che gol Mozzini, col destro. Lo usava per salire le scale”. Risata, un abbraccio. Ciao ricciolone, insegna a chi vuoi tu a fare a sportellate.
(questo invece è Giancarlo Cella che cerca di decapitare Aldo Bet. Che foto bellissima)
Di questa partita andrà ricordato tutto. Tipo che a nessuno puoi regalare troppo spazio o tantomeno cagate astronomiche, nè all’Arsenal nè al Pisa. E che nessuna partita va lasciata andare per la strada che sembra avere preso, mai mai mai, finché c’è tempo, finché ce n’è. Sullo 0-2 sembravamo la classica squadra in preda a vuoti di concentrazione, già svuotata dai troppi impegni e dalle prime forti pressioni (due giorni prima di Roma-Milan e Juve-Napoli, noi lì sotto la pioggia e tra qualche fischio a giocare sullo 0-2 col Pisa in casa. Ma ti rendi conto?). Poi è arrivata la risposta. I due gol di testa del Toro e di Pio hanno detto tutto. Sono i gol che vorresti sempre vedere, con i tuoi giocatori che si catapultano sul pallone e insaccano di pura rabbia. I gol che non facciamo quasi mai, pur segnandone tanti, più di tutti. Ma nei gesti e nelle posture di quelle due incornate c’è tutta l’Inter di adesso. A volte esce di più, a volte di meno. Ma c’è.
La pazza Inter poi torna nel possesso delle sue funzioni – la pazzia, appunto – sbaglia mille gol e rischia di prendere il 3-3 (una replica del gol di Madrid che ci avrebbe fatto bestemmiare per ore). Ma non lo prende, e ne fa altri tre. Era il Pisa, certo, l’utima in classifica. Ma era un Pisa che stava due gol avanti. Ed era una partita fondamentale data la concomitanza con i due scontri diretti di domenica, che significano punti da guadagnare su almeno due concorrenti (e pensate se finissero con due pareggi). Un’altra Inter avrebbe perso questa partita 0-2, forse 1-2, toh. Questa Inter l’ha vinta 6-2. Con quella maglia, tzè. E ha persino segnato Miky (di testa, infatti).
Ed è un’Inter sempre senza Dumfries (il migliore dello scorso campionato) e Calha (il perno del centrocampo). Ma quest’anno la nuova linfa non è arrivata solo con gli acquisti di Pio, Bonny, Sucic e Akanji. Abbiamo ritrovato Zielinski e Dimarco, che l’anno scorso abbiamo avuto molto a sprazzi. Il polacco è una sicurezza e Dimash è in condizioni strepitose, come non era più stato dopo l’anno della seconda stella. Nella folle serie delle 16 partite in 58 giorni non siamo nemmeno al giro di boa – questa era solo la settima. Ma questa è un’Inter che prende di petto le partite. E le vince molto spesso, quasi sempre.
Magra soddisfazione: anche con l’Arsenal, la migliore squadra incontrata quest’anno, attrezzata per vincere la Premier e la Champions, te la sei giocata. E per alcuni tratti te la sei giocata alla grande, sbagliando per almeno due volte il gol del possibile 2-1 e reggendo il confronto per un’ora almeno. Nel calcio dei dettagli, la dinamica un po’ estrema del secondo gol, di fatto quello decisivo della partita (palla recuperata a un millimetro dalla riga di fondo, con Barella che non chiude nemmeno stavolta, e che sfiora la traversa ingannando due dei nostri e finendo dritta sulla testa di Jesus), rompe l’equilibrio con un po’ di sfiga per noi e consegna i tre punti ai Gunners che si erano presi il lusso di fare un mezzo turnover. Poi vabbe’, Arteta si gira e dalla panca (da cui nemmeno fa alzare Odegaard) chiama Rice, Martinelli e Gyokeres. E niente, c’è chi d’estate spende 300 milioni sul mercato e chi no. Noi godiamoci l’ingresso di Pio, un quarto d’ora devastante.
Con Atletico, Liverpool e Arsenal abbiamo fatto zero punti ma – come in tutte le sconfitte di quest’anno – senza soccombere. Alla fine di Inter-Arsenal, una buona partita contro una squadra teoricamente fuori portata con cui invece hai a lungo duellato alla pari – crescono i rimpianti per quel gol da fessi preso a Madrid o per quel rigore di merda che ci è costato il match con i Reds. Due punticini con cui ora potresti sperare di arrivare tra le prime otto, mentre ora – dovendo andare a Dortmund contro un Borussia che è un punto dietro – non sei nemmeno sicuro di arrivare tra il nono e il sedicesimo posto, che ti garantirebbe il ritorno in casa nei play off.
Ma il punto è questo. L’Inter di Inter-Arsenal, un’Inter che ha perso 1-3 in casa, si dimostra a un livello che in Italia è terreno per pochi, forse nessuno. Potessi firmare la liberatoria – liberarsi cioè della Champions, che cabalisticamente dopo due finali in tre anni è una competizione senza sbocchi – lo farei subito. Non perché questo significhi di default vincere il campionato, per carità. Ma perché mi piacerebbe vedere la mia squadra, che tecnicamente è quello che abbiamo visto o intravisto anche stasera, giocarsela ad armi pari fisicamente con le altre in Italia. Questa follia di giocare tra il 4 gennaio e l’8 febbraio compresi – 36 giorni – undici (11!) partite non è sostenibile. E a fine febbraio dovremmo aggiungere i due playoff. Tra il 4 gennaio e l’1 marzo compresi – 57 giorni – avremo giocato sedici (16!) partite. 7 infrasettimanali in 8 settimane. Non so come ne usciremo.
Chivu e i ragazzi hanno già davanti un’impresa quasi sovrumana a questo punto della stagione, sicuramente decisivo per i destini futuri ma ancora lontano dai verdetti definitivi. Non è lo sforzo per lo sprint finale, ma è la Cima Coppi a 60 km dal traguardo. Amiamoli, sosteniamoli, pazientiamo anche. Perché sarà durissima.
A parlare della prima mezz’ora – bella, densa, travolgente, ma solo un gol – quasi rischieresti di incazzarti per la solita Inter che stradomina e non chiude (quasi) mai le partite. E allora per una volta parliamo degli ultimi venti minuti ruvidi, di De Vrij che entra al posto di Lautaro, di qualche spallata ben data e di un paio di palloni tirati dritti in tribuna. E delle facce – le nostre – al triplice fischio, stanche ma non devastate, sorridenti per la missione compiuta, soddisfatte per la missione compiuta in un turno in cui eravamo i primi a giocare e avevamo solo da perdere. L’Udinese non è l’Arsenal e nemmeno il Napoli, però l’Inter è stata l’Inter ed è proprio questo di cui abbiamo bisogno in premessa: essere sempre noi stessi. Più o meno. Più sicuri e concreti. Meno talebani nel nostro “bellismo”.
Chivu ha fatto una cosa che Inzaghi non avrebbe mai fatto. E non solo perchè ha tolto il centravanti e capitano per mettere un difensore centrale. Quanto perchè ai quattro difensori centrali – quattro! il Demone non avrebbe mai scompigliato i numeri – ha trovato un ruolo, un senso, una missione e una posizione. Lunga vita al “bellismo” e al “giochismo” che ci riempiono gli occhi e il cuore da qualche anno. Ma il tabù non di non abbassarsi mai a difendere un risultato andava rotto prima o poi. Anche contro un’Udinese che abbiamo per lunghi tratti reso innocua e non sembrava francamente in grado di combinare granchè. Ma a un’Udinese del genere, che comunque a un certo punto mette dentro punte e mezzepunte alla ricerca del miracolo, bisogna rispondere adeguatamente e senza vergognarsi: per la tranquillità di tutti, fuori un attaccante e dentro un difensore centrale. Sacrilegio? Macchè, quando le circostanze lo richiedono si fa così. O stiamo lì seduti sulla tazza ad aspettare l’ennesima tranvata su mischia o cross dalla tre quarti?
Mai come al triplice fischio di Udinese-Inter, tra esultanze varie e abbracci vigorosi, mi è apparso chiaro che i ragazzi ci credono davvero. In maniera manifesta, senza nascondersi dietro le scaramanzie o le false modestie. Che tutto questo avvenga a quattro mesi dalla fine del campionato, e con 17 partite ancora da giocare, a me sembra una bellissima cosa. Abbiamo davanti tre settimane in cui giocheramo ogni tre giorni e può accadere di tutto. E di tutto potrà accadere andando avanti, quanti più saranno i fronti in cui dovremo impegnarci e quanto più alta sarà la pressione fisica e psicologica. Ci capiterà di essere fuori registro come con il Lecce, o belli concentrati come con l’Udinese. Ci capiterà che tutto questo capiti a poche ore di distanza. L’importante sarà portare a casa le partite senza preccuparci delle pagelle o degli expected goal. Se proprio non riusciamo a chiudere, facciamo che l’estetica non sia nella top 5 delle nostre preoccupazioni. Gli altri li scudetti li vincono così. Ma come diceva Umberto Tozzi, gli altri – quando ce vo’ – siamo noi.
La corsa di Chivu fin sotto la curva ad abbracciare Pio Esposito per un gol al Lecce con un tiro un po’ sbilenco, manco avesse segnato al Real con un gancio cielo in rovesciata, dà l’esatta dimensione dell’importanza del momento: la vittoria strasudata con il Lecce ci dà il titolo d’inverno, ci fa guadagnare due punti sul Napoli che tre giorni prima ci aveva messo alla frusta e completa il quadro dell’Inter di quest’anno, che con il Lecce ha battuto tutte e dieci le squadre della metà di destra della classifica, l’enplein che ci mette davanti a tutti nonostante quattro sconfitte e un punto nei quattro scontri diretti con Milan, Napoli e Juve.
Il terribile gennaio passava anche da qui, da una partita facile che ovviamente si rivela complicata se viene tre giorni dopo la corrida col Napoli e sei giorni prima la supersfida con l’Arsenal, non fosse che prima dell’Arsenal hai pure da andare a Udine. Le nove partite che compongono la serie-shock dal 4 gennaio all’1 febbraio – 9 partite in 28 giorni appunto – avranno un crescendo di difficoltà che ancora non ci possiamo bene immaginare. O forse sì, ce lo possiamo immaginare pensando appunto che quella col Lecce era una delle più morbide, ed era solo la quarta. Ma di morbido, è chiaro, da qui a maggio non ci sarà molto. Forse nulla.
Per questo, vittorie come quella di stasera (giocando male, senza guizzi, anche se con i soliti 16 tiri – contro 3 – per fare un gol) sono fondamentali. Ti sollevano lo spirito e ti evitano qualche domanda di troppo (al limite, la rimandi). I dettagli stasera hanno girato dalla nostra parte, visto che al Napoli, con muscoli e cervelli intossicati tanto quanto i nostri, hanno annullato un gol per fuorigioco di un polso. Chivu, oltre al turnover, si è inventato il giorno di riposo prima della partita, una soluzione estrema che forse da qui all’1 febbraio gli toccherà pure ripetere. Alla fine, giocando complessivamente male, è andata bene. Ha ragione Chivu quando ringrazia i suoi giocatori per l’atteggiamento: in una serata in cui nulla girava spontaneamente per il verso giusto, l’averci costantemente provato ha comunque pagato.
Una nota a margine. Ci è toccata anche una rarissima ammonizione per simulazione. Oh, io sono favorevolissimo a punire i simulatori. Però le azioni andrebbero riguardate per controllare se la simulazione c’è stata, o se è stata una grande o piccola accentuazione di un contatto. Che nel caso di Thuram in effetti c’era stato. Per dire: con lo stesso metro, per Wirtz andava applicata la legge marziale.
“Ma che cazzo dici, Basto?”. D’accordo, ero nervosetto e un pochino deluso a fine partita, lo ammetto, però durante l’intervista a Dazn mi sono alzato dal divano come se avessimo sbagliato un gol a porta vuota. Riporto testuali le dichiarazioni del nostro caro e amato braccetto di sinistra: “Sicuramente c’è qualche dettaglio che dobbiamo mettere a posto, però mi tengo stretto il passo in avanti che c’è stato oggi dal punto di vista mentale e della lucidità (è stato in questo preciso momento che, sotto lo sguardo attonito dei miei familiari, mi sono alzato esclamando “Ma che cazzo dici, Basto?”), chiaramente potevamo e dovevamo fare meglio sui gol ma c’è da riconoscere la qualità degli avversari, giocatori di altissimo livello. Nonostante tutto mi tengo stretto anche il girone d’andata che abbiamo fatto, è normale che voi analizziate ogni singola partita ma mi ricordo qual era la percezione nei nostri confronti a inizio stagione… Vi assicuro che non è facile ripartire ogni volta come facciamo ormai da diversi anni”.
Che poi su tante cose possiamo essere d’accordo, a cominciare dai dettagli. Tipo Lautaro che respinge un tiro di Zielinski che mi sembrava diretto al sette, o tipo il tiro di Miky deviato sul palo che se fosse entrato adesso sarei qui a scrivere della miglior prestazione 2026 di onanismo collettivo invece che del 14esimo scontro diretto non vinto. Così com’è un dettaglio quell’attimo di sufficienza di Barella nel non accompagnare in angolo il pallone che Bruce Lee Lang invece rimette al centro per il 2-2 di McTominay. Dettagli, come anche i due gol del 2-1 per loro falliti da Hojlund e Di Lorenzo. Tutti dettagli, tutte situazioni in bilico tra il tutto e il nulla – le partite dalla notte dei tempi sono fatte di questi dettagli.
Ma veniamo alle due frasette che dicono un sacco di cose. Che Bastoni (281 presenze nell’Inter, quindi ne ha viste di cotte e di crude) parli di passo in avanti che c’è stato oggi dal punto di vista mentale e della lucidità, proprio in una delle rare occasioni in cui l’Inter in questa stagione è stata poco lucida e a tratti addirittura in balìa degli avversari (parlo dei primi 20-25 minuti del secondo tempo), mi sembra abbastanza inquietante. Nella partita con il Napoli non abbiamo fatto nessun passo in avanti. Abbiamo semmai tenuto alta l’asticella e confermato che ce la giochiamo con tutti, anche con il miglior Napoli degli ultimi due mesi, una squadra che aveva fuori De Bruyne, Anguissa, Gilmour, Neres e Lukaku eppure ha fatto un partitone, con quasi nessuno da cui attingere in panchina (forse il passo in avanti l’ha fatto proprio il Napoli, ecco). Noi abbiamo fatto una buona partita da Inter, con i pregi e i difetti che conosciamo e che ieri sera sono usciti puntualmente tutti (la bellezza, la leziosità, gli sprechi, le amnesie difensive). Nessun passo indietro, ma nemmeno avanti.
Quanto alla percezione nei nostri confronti a inizio stagione, la trovo una frase a doppio taglio. E’ verissimo che a inizio stagione ci davano per morti, destinati a un campionato dimesso, con Chivu quasi certamente spedito altrove prima del panettone; e quindi capisco l’orgoglio e la rivalsa di dire “ehi merde, e invece toh!, siamo primi e Chivu è il nostro profeta”, orgoglio e rivalsa che non sono solo della società e dei giocatori ma anche di tutti noi tifosi e tifosotti. Però non vorrei che questa frase si trasformasse in un altro asterisco, dopo il *però giochiamo bene messo a fianco del risultato delle partite perse. L’Inter di quest’anno non ha mai giocato male quando ha perso, non ha mai meritato di perdere, e questo è un fatto (importante). Così come è un fatto che *però giochiamo bene non dia valore accessorio a partite che valgono zero punti. Il *però a inizio stagione ci davate per morti è un giusto segnale di orgoglio ma non diventi un alibi nel momento in cui magari non saremo più primi e magari nemmeno più secondi: anche questo asterisco “morale” non varrà per le statistiche e non lenirà i rimpianti.
L’ultimo scontro diretto vinto con Milan, Napoli e Juve è stato il derby della seconda stella, 22 aprile 2024, un serata entrata nella nostra storia e anche l’inizio di uno strano incantesimo che dura da quasi 21 mesi. Nonostante tutto questo, siamo primi, anzi primissimi. Noi in 19 partite abbiamo pareggiato con il Napoli e perso con Napoli (andata), Udinese, Juve e Milan. Fa 14-1-4. E come mai le altre sono tutte dietro?
Milan 11-7-1. Il Milan, sconfitta alla prima di campionato, è quindi in serie positiva da 18 partite. He perso terreno soprattutto con le piccole: in casa ha perso con la Cremonese e pareggiato con Pisa, Sassuolo e Genoa (tre punti in queste quattro partite!), fuori (dove è imbattuta) ha pareggiato con Atalanta, Juve, Parma e Fiorentina.
Napoli 12-3-4. Il Napoli era partito vincendo le prime 4, per poi assestarsi su un rendimento meno eclatante (togli le prime 4 fa 8-3-4, praticamente da metà settembre ne vince una sì e una no). Ha perso (sempre in trasferta) con Milan, Torino, Bologna e Udinese, ha pareggiato in trasferta con noi e in casa con Como e Verona.
Roma 13-0-7. La Roma ha perso in casa con noi, il Torino e il Napoli, fuori con Milan, Cagliari, Juve e Atalanta (vabbe’, qualcuno più scarso di noi negli scontri diretti c’è).
Juventus 10-6-3. La Juve in casa ha pareggiato con Atalanta, Milan, Torino e Lecce. In trasferta ha pareggiato con Verona e Fiorentina e perso con Como, Lazio e Napoli.
Noi abbiamo un problema con gli scontri diretti, è vero, ma per il resto è stato un cammino quasi immacolato (perso con l’Udinese ad agosto, loro avevano un mese di preparazione più di noi). Le altre hanno sperperato qua e là, ecco perché sono dietro. L’Inter deve continuare così, con i suoi difetti e i suoi grandi pregi. E senza mai autoconvincersi – è il senso delle frasi di Bastoni – che sia sufficiente giocare bene e dimostrare che siamo meglio di come ci dipingono. Dobbiamo metterla, e basta. E qualche volta, anche se è brutto, buttarla in tribuna.
(nell’angolo Podcast, giunto nel frattempo all’episodio #171, io e il mio socio Max attendiamo sempre i vostri vocali al numero dedicato Whatsapp 351 351 2355.Cosa ci dovete dire? Beh, direi che gli argomenti non mancano. Siamo primi in classifica, per esempio).
(il podcast, oltre che su Spreaker – il cui player trovate qui sul blog – lo potete ascoltare anche su Spotify, Audible, Apple Podcast, Google Podcast e tutte le principali piattaforme. Non lo trovate? Prendete appunti – non è difficile – : scrivete “Settore” o “interismo moderno” nell’apposito campo e per incanto vi apparirà. E’ la tecnologia, bellezza, e non possiamo farci niente)
A Chivu sarà anche piaciuto l’atteggiamento dei suoi, ma è proprio una questione di atteggiamento ad avere consentito al Napoli incompleto e praticamente senza cambi di uscire indenne da San Siro dopo essere stato due volte in svantaggio (quindi, chi ce l’ha avuto più tosto?). E l’atteggiamento c’entrerà pur qualcosa nel fatto che per la quattordicesima volta di fila non riusciamo a vincere con Napoli, Juve o Milan, cioè gli stramaledetti scontri diretti. Non si può dire che quella di stasera non sia stata un’occasione persa (l’avevate vista la classifica dopo il rigore del 2-1?), eppure l’Inter che ha l’atteggiamento un po’ così e che da una vita non vince uno scontro diretto “vero” conclude la prima metà di campionato con tre punti di vantaggio sulla seconda e quattro sulla terza. Boh, c’è da andare via di testa.
Potevamo dare una bella spallata al campionato e non l’abbiamo data. Non ne usciamo nemmeno dando un’impressione diversa – un pochino migliore, un pochino più inquietante per gli altri – da quella che abbiamo dato finora. Perché, alla fine, sia pure attraverso qualche variazione di schema, Inter-Napoli è stata l’ennesima replica di noi stessi: belli, addirittura scintillanti quando vogliamo, mai davvero impeccabili dietro, e infine un po’ sfigati (il palo nel finale). La prova di forza l’ha data il Napoli, tornando puntualmente in partita quando sembrava esserne uscito. La prima metà del loro secondo tempo è stata notevole. Noi, pescato il jolly del rigore (siamo onesti, d’accordo lo step on foot ecc. ecc., ma a maglie invertite ci saremmo incazzati pure noi), abbiamo tenuto questo secondo vantaggio solo 8 minuti, prendendo l’ennesimo gol nel finale (difesa molle). A Chivu sarà piaciuto l’atteggiamento, ma io non ho visto tutta la cattiveria che mi ero augurato di vedere, date le circostanze.
Eppure siamo primi. A questo campionato basta anche un’Inter così, bella e imperfetta, che pareggia per la prima volta dopo quasi 5 mesi di stagione, che si prende le sue pause ma che, nonostante tutto, è la migliore – così dicono i numeri. Forse c’è anche un aspetto positivo nella mancata vittoria di questa sera: un monito a non calare l’attenzione, perchè il Napoli recupererà gli infortunati, il Milan avrà sempre un culo esagerato e si riposerà molto di più, la Roma potrebbe uscire potenziata dal mercato di gennaio e la Juve è sempre la Juve. Questo bizzarro campionato che, con tutto quello che abbiamo combinato, stiamo comandando non ci deve trarre in inganno: bisognerà sempre restare sul pezzo e questo ci costerà fatica. Ma è uno sporco lavoro che qualcuno dovrà pur fare.