Oggi la partita era un particolare, un sottofondo. Ma è stato bello salutare chi (forse, probabilmente) non ci sarà la prossima stagione e peccato per il gol di David Bowie che spezza l’imbattibilità di Di Gennaro e ci impedisce di tenere alla giusta distanza quelle squadracce che solo due mesi fa pensavano di vincere il campionato. Comunque un caro saluto a quelli a -13, -16 e -20. Noi si festeggia.
(nell’angolo Podcast, giunto nel frattempo all’episodio #202 – oh, non dovevamo mangiare il panettone, e invece guarda un po’ -, io e il mio socio Max attendiamo sempre i vostri vocali al numero dedicato Whatsapp 351 351 2355.Cosa ci dovete dire? Beh, direi che gli argomenti non mancano. Cioè, non basta aver vinto lo scudetto?).
(Sono aperte le votazioni per Interissimo, l’interista dell’anno. Un vocale per votare i 5 protagonisti della stagione (ok i giocatori, ma anche allenatore, staff, dirigenti): 1 punto al quint, 2 punti al quarto, 3 punti al terzo, 4 punti al secondo, 5 punti al primo). Il verdetto nella puntata dopo Bologna-Inter)
(il podcast, oltre che su Spreaker – il cui player trovate qui sul blog – lo potete ascoltare anche su Spotify, Audible, Apple Podcast, Google Podcast e tutte le principali piattaforme. Non lo trovate? Prendete appunti – non è difficile – : scrivete “Settore” o “interismo moderno” nell’apposito campo e per incanto vi apparirà. E’ la tecnologia, bellezza, e non possiamo farci niente)
Se la partita è stata un po’ surreale, scusate, mica è per colpa nostra. Questa Lazio collaborativa e ospitale, che impacchetta e consegna i due gol che valgono la Coppa Italia, ci ha steso il red carpet verso la coppetta numero 10 e quindi verso un doblete (che mancava dai tempi del Mou) incassato con una facilità assurda. L’unico della Lazio che ha preso la partita veramente sul serio è stato il simpatico Pedro, che entra a corpo morto, scatena un rissa nel bel mezzo di una quasi amichevole e poi si prende una pallonata in faccia da mezzo metro da Luis che si guadagna così la riconferma con il tiro più preciso della stagione. Intorno era il teatro dell’assurdo, con mezza tribuna autorità a digrignare i denti per la storia del derby romano e delle altre sfide Champions che ancora non si sa quando si giocheranno. E la festa finale ha pure un effetto collaterale spassoso: il fumo dei fuochi d’artificio provoca 20 minuti di sospensione della partita nell’attiguo Foro Italico. Italians do it better.
Il coro dei commentatori tv: beh, normale, ovvio, ha vinto la più forte. Beh, ovvio un cazzo, avrei detto io se mi fossi trovato in uno dei tanti salotti post coppa. “Scusi, moderi il linguaggio”. Eh no, ovvio un cazzo.
Il doblete non va letto solo a rimorchio delle imprese di Marusic e Nuno Tavares. Il doblete va letto dall’inizio alla fine. L’Inter vince campionato e Coppa Italia nella stagione in cui tutti la davano per finita. Fino a sette-otto mesi fa l’Inter non compariva in nessun pronostico. Fino a sette-otto mesi fa l’Inter – secondo la gran parte degli osservatori – non era la più forte. Per questo, nell’Inter che vince il campionato con un vantaggio imbarazzante e poi vince anche la Coppa Italia non c’è nulla di ovvio nè di scontato. Quello che doveva essere un anno di transizione si chiude nel segno di un dominio totale. Teniamocela stretta, questa stagione. E prenotiamo la maglia 2026/27: con tutti ‘sti badge sarà uno spettacolo.
Erano due anni, dall’aprile-maggio 2024 (beh, you know, l’effettuccio dell’aver vinto il campionato con 5 giornate di anticipo), che l’Inter non giocava una partita ufficiale inutile, in cui cioè non ci fosse niente in palio e in cui fosse totalmente indifferente vincere, pareggiare o perdere. Dopo l’epocale vittoria-scudetto nel derby, due anni fa giocammo in relax con Torino, Sassuolo, Frosinone, Lazio e Verona (due squadre che sarebbero retrocesse ma non lo erano ancora matematicamente, una in corsa per l’Europa e due totalmente tranquille) con uno score di 2 vinte, 2 pareggiate e 1 persa (Sassuolo, ovvio), per concludere il campionato con 94 punti e 19 di vantaggio sulla seconda (Milan) e 23 sulla terza (Juve) (merda). L’anno scorso giocammo la Champions fino alla finale, la Serie A fino all’ultima giornata, la Coppa Italia fino alla semifinale di ritorno. E poi ci toccarono pure quattro partite utili dell’inutile – lui sì – mondiale per club. Due anni senza una pausa, praticamente.
Quindi, ieri ero sul divano a cazzeggiare per godermi questa esperienza estrema: una partita dell’Inter inutile. Ed è stata con mia somma sorpresa che l’inutilità è stata via via cancellata da un qualcosa che non mi azzardo a chiamare gioia, per carità, e nemmeno più epicureamente serenità. La definirei letizia, cioè – ho chiesto aiuto al dizionario – una sensazione di pace. Nella loro inutilità, le partite inutili possono diventare utili agli altri. Metti che giochi di merda, con la testa alle Maldive e al pullman scoperto. Metti che perdi male. Sarebbe diventata una partita utile per la Lazio, con cui mercoledì ci giochiamo la finale di Coppa Italia. Tu perdi partita e sicurezza, dai una pessima prova di te. Loro prendono coraggio, si danno una bella sistemata. Beh, non è accaduto.
Le partite inutili le rendi utili tu: vincendole, giocandole bene, col sorriso, con la voglia di portarla a casa. Poi vabbe’, lo sappiamo: mercoledì sarà un’altra cosa, le squadre non saranno le stesse, le motivazioni nemmeno. Però, intanto, un segnale lo hai dato. E quindi grazie ragazzi: è anche da questi particolari che si giudica un gruppo.
(nell’angolo Podcast, giunto nel frattempo all’episodio #200 – oh, non dovevamo mangiare il panettone, e invece guarda un po’ -, io e il mio socio Max attendiamo sempre i vostri vocali al numero dedicato Whatsapp 351 351 2355.Cosa ci dovete dire? Beh, direi che gli argomenti non mancano. Cioè, non basta aver vinto lo scudetto?).
(il podcast, oltre che su Spreaker – il cui player trovate qui sul blog – lo potete ascoltare anche su Spotify, Audible, Apple Podcast, Google Podcast e tutte le principali piattaforme. Non lo trovate? Prendete appunti – non è difficile – : scrivete “Settore” o “interismo moderno” nell’apposito campo e per incanto vi apparirà. E’ la tecnologia, bellezza, e non possiamo farci niente)
Il fatto che uno come Beccalossi non abbia mai indossato la maglia della Nazionale ci dà l’idea, in fondo, di quanto calcisticamente stavamo bene allora. No, non sapevamo quanto eravamo felici. I numeri 10 erano qualcosa di più di un numero stampato sulla maglia: erano una categoria del pensiero. Cosa si perdono i nostri figli a conoscere solo un calcio incasellato negli schemi precotti e preordinati, dove gli atipici sono al massimo una scheggia impazzita e non la tua arma più preziosa. O, come si suol dire, la ragione per cui paghi il biglietto.
Della meravigliosa, frenetica, giovanissima, tutta italiana (e per più di metà lombarda) Inter di Eugenio Bersellini, Evaristo Beccalossi era uno dei simboli. L’uomo – il ragazzo, anzi – da cui ti aspettavi da un momento all’altro la fiammata. Che poi è il bello del calcio, no? E per fortuna almeno questo, le fiammate, sono le cose che aspettiamo oggi come allora. Giocatori che infiammano ce ne sono ancora. Solo che quelli come il Becca, oggi, non ci sono più. Uno come lui – con quel ritmo, quel culo basso, quella latente indolenza che maschera il genio – oggi forse sarebbe spazzato via dal pressing dei centrocampisti muscolari o dalle uscite dei centrali difensivi da 90 kg che con una spallata ti spostano di sei metri. Forse. Quasi sempre, diciamo. Perchè la fiammata uno come il Becca ce l’avrebbe sempre in canna. A uno con quel piede – e quella testa – un posto lo troveresti sempre, per qualche minuto almeno. Oh, il Becca l’uomo lo saltava. Vi ricordate quella cosa – ‘spetta, come si chiamava… ah sì, il dribbling. Certo, dovresti scavare tra i numeri che incasellano gli schemi dalla Serie A fino ai pulcini provinciali. Dovresti scombinare le formule. Dovresti trovare sempre un 1 da infilare a tradimento tra i 3 e 4 e magari i 5. Poi la gente rinuncia, sì, troppo complicato.
In questa informazione bacata e corrotta dal clic, non vorrei che oggi la figura del Becca si limitasse ai due rigori con lo Slovan Bratislava. Di quel monologo di Paolo Rossi, più che il racconto comico della contro-impresa, io mi tengo stretto soprattutto l’inizio: “Questo pezzo è dedicato a due grandi talenti della cultura mondiale, che han fatto sì che alcuni di noi, se pur perdenti, si ritenessero destinati a una vittoria futura e possibile. Questi due talenti nel campo della cultura, della musica, dell’arte, dell’evoluzione in genere, sono per me Charlie Parker ed Evaristo Beccalossi. Forse mi rendo conto che molti di voi non sanno chi era Charlie Parker, allora spiego chi era Beccalossi”. Formidabile. E’ nella riga successiva che Paolino definisce il Becca “uno dei più grandi talenti inespressi del calcio italiano”. Beh?
No, secondo me non era un talento inespresso. Il talento, il Becca, lo ha dimostrato fino in fondo. E se non fosse che mia figlia si sposa tra un paio d’ore starei qui a scrivere per filo e per segno dove e quando lo ha espresso, e perché semmai non è stato capito e assecondato fino in fondo. Ma adesso devo andare e non c’è bisogno comunque che lo spieghi agli interisti. Non c’è bisogno di spiegare perché ora siamo tutti qui col magone a pensare al Becca e a quanto eravamo felici.
Io, che ho trascorso l’adolescenza calcistica sull’odierno primo blu, sui freddi gradoni dietro la porta, il Becca e il suo talento espresso ce li ho fissi nella memoria. Nei 45 minuti in cui l’Inter attaccava verso di me, c’era un preciso momento in cui si sperava – o si capiva addirittura – che stava per accadere qualcosa. Era quando il Becca alzava la testa, il momento dell’ultimo sguardo verso l’area o verso il compagno da servire, verso Carletto che correva come un dannato o Spillo che prendeva posizione leggero. L’ultimo colpo di chioma del Becca. La testa che si alza. Lo sguardo. La fiammata. Quante volte è successo, quanto eravamo felici.
Gli scudetti vinti sono tutti bellissimi, anche quelli battendo il Parma in una partita senza patemi (però giocata in casa, finalmente: no trasferta, no divano). Al limite, puoi distinguerli e classificarli per una serie di sfumature che spaziano dall’oggettivo al soggettivo – e le sinapsi di ogni singolo tifosotto potrebbero complicare assai la classificazione, ma qui si entra nel campo nella nostra meravigliosa e incurabile patologia.
E quindi, fatte tutte le valutazioni del caso, cosa diciamo di questo ventunesimo scudo che cuciamo sulla nostra maglia che tornerà a essere indiscutibilmente a vere strisce nerazzurre?
Oggettivamente, è uno scudetto molto speciale. Raramente ci è capitato di vincerne uno così contro pronostico. Almeno, stando a quanto si diceva di noi la scorsa estate. E non tanto secondo le quotazioni delle società di scommesse (eravamo di qualche decimo di punto dietro il Napoli e più o meno alla pari del Milan), quando secondo una narrazione – che adesso non potremmo che definire cialtronesca – che ci dava già per finiti, morti, sepolti, condannati a un anno di transizione in cui giocarsi un posto in Champions poteva già essere un lusso. Questo è quanto si auguravano gli altri. E quanto, condizionati da tanta unanimità di giudizio, temevamo tutti noi, che siamo rimasti sempre un po’ angosciati, anche con quattro gol di vantaggio in una partita o 12 punti di vantaggio in classifica.
Dopo una stagione pazzesca in cui il tutto si era risolto in niente; dopo uno 0-5 devastante nella finale di Champions; dopo l’addio amaro dell’allenatore che in 4 anni ci aveva introdotti nell’inesplorato mondo del futbol bailado; dopo l’ingaggio di un allenatore che non era la prima scelta; dopo la costrizione a un mese di post-season per giocare, laceri e contusi, un inutile mondiale per club guidati dal nuovo allenatore di cui al punto precedente; dopo brevi vacanze e l’inizio della preparazione un mese dopo quasi tutti gli altri, con tutto ciò che ne consegue per l’inizio della nuova stagione; con una rosa poco rinnovata, apparentemente sfiduciata e ricca di over 35 sempre più vecchi e stanchi: insomma, in effetti, che stagione poteva mai essere? Non è che quelle grandissime merde degli altri – si siamo chiesti – avevano ragione? Forse è per questo che non ci siamo mai rilassati. Neanche oggi lo eravamo, di fronte alla prospettiva di fare un punto in quattro partite per vincere il campionato. “E se…”
E invece è andata come abbiamo visto, 2-0 al Parma e vai di champagne. Con un allenatore che portava in dote 13 presenze in serie A (contro le oltre 600 di Gasperini, le oltre 500 di Spalletti e le oltre 400 di Allegri) lo scudetto lo abbiamo vinto noi. E credo che la narrazione – la nostra, stavolta – di questo scudetto così speciale debba proprio partire da Chivu, perché c’è tantissimo di suo, anche solo a livello simbolico. Ha preso quel che c’era, ha sposato un modulo non del tutto gradito, ha saputo ricreare lo spirito giusto in un’Inter che poteva lasciarsi molto andare, ha superato le difficoltà non negandole ma gestendole, è andato dritto per la sua strada in mezzo a due ali di folla che gli dicevano che non avrebbe mangiato il panettone.
Ne è uscita un’impresa che noi stessi abbiamo preferito vivere un po’ sottotraccia, maneggiandola con cura, assaporandola piano piano, e che gli altri hanno tentato di inquinarci fino all’ultimo. Eppure, a ripensarci, è uno scudetto speciale, specialissimo. E voi, laggiù, sì, proprio voi: salutate la capolista. Non è del tutto colpa vostra: è che quest’anno eravamo speciali, e quand’è così non ce n’è per nessuno.
Questa è la foto che per me descrive di più Alex Zanardi, forse senza nemmeno avere bisogno di leggerne la biografia prima, o di spendersi in troppe parole dopo. Una sorta di trailer della sua vita, in un unico frame. Un tizio senza gambe che solleva con un braccio solo una handbike. Ed esulta come un bambino.
E’ la foto della vittoria nella cronometro individuale alle Paralimpiadi di Londra. Il Comitato paralimpico internazionale la sceglierà come foto simbolo delle Paralimpiadi successive, quelle di Rio (tra l’una e l’altra, Alex vincerà 4 ori), perché è davvero un’immagine meravigliosa, che ti apre il cuore. C’è una cosa che la foto rivela a chi la guarda. Credo che, per chi lo conosceva bene o anche solo lo ha incontrato una volta nella vita, questa cosa che non so nemmeno descrivere in una parola sola – un misto tra forza, carisma, entusiasmo, sorriso, energia vitale, resilienza – fosse ciò che Alex Zanardi sapeva trasmettere. E’ il suo più grande merito e il suo più grande lascito.
Difficilmente, rovistando nella mia memoria di appassionato di sport (anche se qui, come sappiamo, andiamo ben oltre lo sport), saprei trovare un personaggio così positivamente spiazzante. Il sorriso che Zanardi ha sempre sfoderato di fronte alle disgrazie, per noi esseri normali, è – come dire – troppo. Ci vuole un fisico bestiale, e una testa immane. Le sue sono state prove di forza che il 99,9% di noi non sarebbe minimamente in grado di affrontare. Lui è morto a 60 anni ancora da compiere, ma noi – noi normali – al suo posto saremmo già morti due o tre volte. Era così forte, Zanardi, da sopravvivere all’amputazione traumatica di entrambe le gambe e a un camion che ti arriva in faccia. Era così forte da trovare nella prima delle due sventure – la seconda, alla fine, lo ha sfiancato – una nuova ragione di vita. Macchè, non una: due, tre, quattro nuove ragioni di vita, da atleta, da volto tv, da guru, da esempio vivente. Che sollevare una handbike (più o meno 25 kg) con un braccio solo, come noi faremmo faticosamente con un manubrio da 5 kg in palestra, al confronto era un gioco da ragazzi.
Non è un caso che Zanardi, sei anni fa, in quello spaventoso incidente di Pienza a cui poteva sopravvivere solo lui, sia stato in un certo senso vittima della sua generosità. Del resto era fatto così: diceva che, dopo l’incidente in pista da cui si era svegliato senza le gambe, aveva subito guardato al futuro non pensando a quello che aveva perso, ma a quanto gli rimaneva. Di fronte a gente così non ci si può che sentire piccoli piccoli – è così che ti spiazza, uno come lui. Ma la morale è semplice, e te l’avrebbe svelata con una pacca sulla spalla e un sorriso: va là, che la vita è bella.
“Buongiorno Settore, complimenti per il blog e per il podcast, sei anche un bell’uomo nonostante l’età. Ma vengo al dunque: se fosse vera ‘sta cosa dell’audio Var di Inter-Roma sparito e taroccato, il fatti i cazzi tuoi a zittire il varista che segnalava che era rigore su Bisseck, insomma, se ‘sta cosa fosse vera, mi spieghi il tuo continuo e pertinace – ok, ti ho scritto solo per usare l’aggettivo pertinace – rifiuto della tesi del complotto contro la nostra amata squadra dell’Inter? Grazie per la risposta, Juve merda”.
Certo che ti spiego, amico mio. Allora, la mia scala Richter del complotto è tarata sulla magnitudo 10 della stagione 2001/02, quella in cui ci rubarono scientemente e deliberatamente uno scudetto praticamente vinto e in cui noi – tu guarda che atroce beffa – autoconfezionammo il delitto perfetto perdendo la partita con la Lazio del tragicamente famoso 5 maggio: bastava vincere, la stessa Lazio voleva che noi vincessimo, ma siamo riusciti a perdere. E quella sconfitta fu un colpo di spugna sulle suggestioni delle partite precedenti, perchè perdere il 5 maggio 2002 fu un’enormità più enorme di tutto quello che accadde prima. Cosa accadde prima? Non te la faccio tanto lunga. Per ottimizzare il tempo, amico mio, riguardati solo i vomitevoli highlights di Chievo-Inter del 21 aprile 2002 e gli apparentemente marginali ma invece centralissimi highlights di Lecce-Udinese del 28 aprile 2002: il rigore inesistente assegnato all’Udinese al 90′ decretò la salvezza dei friulani e rese una farsa epocale Udinese-Juve dell’ultima giornata (viceversa, se l’Udinese avesse anche solo pareggiato a Lecce avrebbe dovuto giocarsi alla morte la salvezza contro la Juve).
Orbene, stabilito che quella è la magnitudo 10 e che tantissime cose si chiarirono con la sanguinosa inchiesta del 2006, l’Armageddon del calcio italiano – Juve retrocessa, ma ti rendi conto? -, io mi illudo che da allora sia concettualmente più difficile condizionare interi campionati e ordire complotti contro questa o quella squadra. Non c’è più un sistema criminale che condiziona il calciomercato e la classe arbitrale. C’è, però, qualcosa di intellettualmente ed eticamente marcio. Che riguarda – I’ll throw in my two cents – soprattutto la classe arbitrale.
Nel 2002 – lo scopriremo quattro anni più tardi – c’erano arbitri e dirigenti arbitrali che agivano su commissione. Nel 2026, se proprio vogliamo vederci un complotto, gli arbitri agiscono su commissione di se stessi. Provo a spiegarmi.
La classe arbitrale è un centro di potere da sempre, molto autoriferito e parecchio manipolabile secondo le convenienze. Se non c’è l’arbitro, la partita non inizia (non ci sono cazzi). Dopodichè, quando la partita è iniziata, l’arbitro fa l’arbitro. Decide. Siccome tutto intorno si muove un megabusiness economico e un interesse patologico di qualche milione di persone, le decisioni dell’arbitro hanno un certo peso. L’arbitro ha il coltello dalla parte del manico e comandare, come tu sai, è meglio che fottere. Ora aggiungici qualche elemento soggettivo: il livello di onestà intellettuale; l’autorevolezza; il protagonismo; la corruttibilità. Sono tutti granelli di sabbia che finiscono nell’ingranaggio.
E poi c’è il Var, la variabile impazzita. Con il Var abbiamo scoperto che gli arbitri e i loro assistenti normalmente fanno un sacco di cazzate, e chissà quante ne hanno commesse nei secoli. Il Var, come sai mon ami, da protocollo non gliele può nemmeno correggere tutte. Ma ha denudato il re. E questa nudità per la classe arbitrale è inaccettabile. Per questo io sono arciconvinto che tutta questa caciara sia essenzialmente una questione interna alla classe arbitrale. Perchè gli arbitri di calcio non vogliono fare la fine degli arbitri nel tennis d’élite, dove tutto ora è sorvegliato con precisione micromillimetrica dai computer ed è rimasto giusto un tizio sulla sedia che si guarda la partita da posizione priviliegiata e ogni tanto rifila qualche warning. Gli arbitri vogliono rimanere una parte essenziale del calcio. Essenziale e determinante. Il più possibile.
Facciamo due esempi di questa stagione, uno pro e uno contro l’Inter. Espulsione di Kalulu in Inter-Juve, rigore per fallo (?) di Bonny su Nico Paz in Como-Inter. Due decisioni opinabili dell’arbitro, perfettibili dal Var. E invece sono rimasti errori, nonostante 17mila telecamere e alcuni arbitri in poltrona che valutano 150mila replay. La filiera di decisioni del rigore di Bonny è straordinaria: per noi non c’è assolutamente fallo, ma siccome per te, collega arbitro in campo, è fallo, e noi tutti vogliamo che la decisione dell’arbitro in campo abbia la precedenza su questo Var di merda, ti segnaliamo che l’intervento non è fuori area ma in area, quindi per noi e per tutto il mondo che guarda le stesse immagini non è fallo, ma fischia pure il rigore. Se poi ora ci vengono anche a dire che bastava picchiare sul vetro – o dirgli direttamente fatti i cazzi tuoi – per far cambiare idea a un varista, mi sembra che il quadro sia completo. L’Inter è danneggiata? Altrochè, stando così le cose l’anno scorso ci abbiamo rimesso lo scudetto. Ma non si agiva così solo con l’Inter, questo mi sembra altrettanto chiaro.
L’autorevolezza (l’autorità) di un’intera categoria, già spocchiosa di suo, messa totalmente a repentaglio dalla tecnologica. Più la solita guerra tra bande, tipica di ogni posto di potere, in cui è tutto un gioco a favorire pupilli e a inculare gli amici altrui. Il quadro è completo. Per l’ennesima volta il calcio italiano deve resettare e ripartire. E vedrai, amico mio, che profluvi di veleni scorreranno tra Aia e Figc, ora che sono da cambiare tutti i vertici, e alla svelta. Dopodichè, conserva il permalink di questo pezzo e tienilo buono per il prossimo update: noi gente d’Italia facciamo le leggi e troviamo gli inganni fin dai tempi delle palafitte. E’ solo questione di tempo, di solito ne basta poco.
Per precisare che “Nessun dirigente dell’Inter è coinvolto” ci hanno messo due giorni. Due giorni in cui la parola Inter era indubbiamente quella più cliccata – virale, direbbero gli smanettoni. Ho così avviato un’interessante discussione con l’intelligenza artificiale (che sarà pericolosa, però a domanda risponde e l’interazione dura 30 secondi: non è meraviglioso?) sul concetto di clickbaiting (dall’inglese “esca da clic”) che è “una tecnica di marketing online che utilizza titoli sensazionalistici, fuorvianti o eccessivamente curiosi per indurre gli utenti a cliccare su un link: l’obiettivo principale è generare rapidamente traffico web per aumentare i proventi pubblicitari o le conversioni, spesso a scapito della qualità e della veridicità del contenuto”. Sebbene nato per massimizzare le entrate pubblicitarie, mi precisa l’Ai, “un uso onesto del clickbait (titoli accattivanti ma veritieri) è accettato, mentre il sensazionalismo puro è visto come una forma di disinformazione”. Vabbe’, io magari ho l’asticella del sensazionalismo molto bassa quando si parla a sproposito di Inter, però è esattamente quello che è avvenuto in questi due giorni. Anche per un’inedita circostanza: lo shit ventilator è stato acceso in un weekend festivo, quando fare le verifiche è un po’ più macchinoso perché “ciao, sono a Fregene, no, non ho portato con me la carte, richiamami lunedì”.
Che i vertici arbitrali (e quelli federali) fossero un verminaio non è una grandissima novità. L’esposto di Rocca è un dejavu del libro “L’uomo nero” dell’ex arbitro Gavillucci uscito nel 2020, quindi sei anni fa: sulle dinamiche interne – dinamiche malate – scrivono più o meno le stesse cose. Nel frattempo si è stabilizzata la struttura del Var e che il Var non funzioni, ecco, anche questa non è una grande novità. Che non funzioni proprio a causa della categoria che dovrebbe farlo funzionare bene, e cioè gli arbitri. Per i loro protagonismi, i loro giochini interpretativi, le loro autoreferenzialità. Tutto questo non è nuovo. Di nuovo c’è (c’era) solo il nome Inter. Ma lasciatela stare, l’Inter.
“Scusa Settore, complimenti per il blog bla bla bla. No, scusa, ho letto nel post precedente che parli anche tu di scudetto frodato, ai nostri danni intendo. Ma come, non sei tu che cerchi sempre di convincerci che è tutto regolare, gli errori esistono ma fanno parte del gioco, è solo questione di sfortuna o di scarsezza arbitrale, insomma, quella roba lì?”
E’ quello che continuo a pensare, amico mio, o quello di cui continuo ad autoconvincermi, se preferisci. Ma il giorno in cui mi si viene a dire che nella stagione 2024/25 avremmo frodato noi, quando è successo quel che è successo – e non mi fare elencare tutto, Bologna, Roma, Lazio ecc. ecc. – , ecco, allora non posso non far notare che se c’è una vittima di frode (secondo una rozza classificazione di “decisioni arbitrali fantasiose e avverse”) quella è proprio l’Inter. ‘Sta cosa dell’indagine per frode sull’Inter, frodata sul campo, mi ricorda la Svizzera che chiede il conto dell’ospedale alle vittime di Crans Montana.
Ma ora che ci fanno sapere che “Nessun dirigente dell’Inter è coinvolto”, boh, la questione sembra incanalata su binari un po’ più verosimili. Altro succederà ancora, naturalmente. L’importante è che si capisca sempre bene la differenza tra derubati e ladri: il minimo sindacale, anche per i professionisti del clickbaiting.
La mia società sull’orlo della radiazione o, nella migliore delle ipotesi, della revoca di 15-16 scudetti. Poi, a proposito di scudetto, la disastrosa prova di Torino che manda a puttane un’intera stagione e rilancia le ambizioni del Napoli – anzi, gli stende il tappeto rosso verso il triangolino tricolore. Ero così disperato che, mentre su Pavia calavano le ombre della sera, ho deciso di togliermi la vita assistendo a Milan-Juventus, una partita-barbiturico.
Ma a un certo punto mi sono detto: no, la vita è bella. E sono andato a mangiare una pizza.
Dopo la pizza, tutto mi si è riproposto nelle sue reali dimensioni. L’inchiesta per frode sportiva è una cagata pazzesca e il 2-2 di Torino – a parte il giramento di coglioni – è un risultato perfettamente coerente con la tabella scudetto: ci tocca fare 4 punti in 2 partite, no?, e l’unico modo per farlo è 3+1. Ci siamo tolti il peso di fare l’1, domenica prossima faremo i 3 – sempre che il nostro amato Como non ci alleggerisca questo immane compito.
L’altra cosa – del tutto secondaria – che mi si è riproposta nelle sue reali dimensioni è che Milan e Juve fanno davvero ca-ca-re.
Ma torniamo all’inchiesta che cancellerà l’Inter dai libri di storia. A parte il risvolto comico che la nostra frode si sarebbe risolta con partite perse e scudetto – quello sì – frodato, per me vale solo quello che dice Marotta: “Abbiamo sempre agito con la massima correttezza, per questo voglio tranquillizzare tutti i tifosi. L’anno scorso ci sono state decisioni a noi avverse, acclarate anche dai vertici arbitrali, mi viene in mente il rigore non concesso in Inter-Roma. Ora pensiamo a vincere questo scudetto meritato il prima possibile. Siamo estranei a questa vicenda e lo saremo anche in futuro”. Il resto è fuffa, una faida tra arbitri in cui, approfittando del casino, si punta il dito sull’Inter e sulla sua grande anomalia, quello di essere sempre uscita pulita dai polveroni che agli altri sono costati retrocessioni, penalizzazioni e la vergogna eterna. La gestione del Var e le dinamiche interne alla classe arbitrale sono una gigantesca fogna: sì, ok, lo sappiamo. Ma non toccate l’Inter: porta sfiga.
Dal 5 al 21 aprile – dopo un marzo infausto e la vieppiù infausta pausa Bosnia – abbiamo giocato e vinto quattro partite, un bell’andare per una squadra data per morta. Quattro partite in cui abbiamo preso parecchi gol (7, quasi due a partita) ma ne abbiamo segnati a carrettate (15, quasi quattro a partita). Quattro partite di cui una con la Roma e due con il Como, mica pizza e fichi. Ci davano per morti e ne abbiamo dati 5 alla Roma e 7 al Como, vincendo due partite rimontate entrambe da 0-2. Al Como dei miracoli, miglior difesa della via Lattea, abbiamo segnato 11 gol in tre partite (e in due non c’era Lautaro). Nel momento più critico, l’Inter ha tirato fuori tutto quello che aveva, a cominciare dai coglioni. E adesso sogna il doblete, un bell’andare per una squadra data per morta e sepolta.
Non sono state partite perfette, eppure eccoci qua: 4 vittorie su 4, 15 gol fatti e 7 subiti, +12 in campionato a cinque giornate dalla fine, finalisti di Coppa Italia. Con gradazioni assai diverse, con Roma, Como, Cagliari e Como-bis ci siamo tolti dalla palude e abbiamo sistemato tutto con un crescendo fantastico: 12 dei 15 gol li abbiamo segnati nei secondi tempi.
Inter-Como – immenso Calhanoglu a parte, dopo il gol di testa del turco ormai abbiamo visto quasi tutto – è stato il festival delle seconde linee e questo rende ancora più preziosa l’impresa. Incredibile Sucic, che dopo qualche mese in bilico sull’anonimato gioca una mezz’ora pazzesca, due assist e gol decisivo. Strepitoso Martinez, almeno quattro parate super e risultato salvato con l’uscita su Diao. E clamoroso Diouf, uno di cui a volte dimentichi l’esistenza, e che nel momento del bisogno tira fuori una prestazione super sulle fasce – non una, entrambe – che diventa una delle chiavi della vittoria.
Facile quando Lautaro ne mette un paio, Thuram fa i numeri, Barella fa i chilometri, ecc. ecc., molto facile. Per questo credo che Chivu metterà nella top 5 – ma forse anche top 3 – di stagione questa partita vinta con il cuore, con le palle, con Sucic, con Martinez e con Diouf. Aggrappati ai nostri top player, dipendenti dai nostri eterni over 35, per noi sono serate di grandissimo sollievo: il ricambio – almeno un po’ – ce l’abbiamo in casa.