Il riflesso pavlov(ic)iano

Basket: se un giocatore fa oscillare il tabellone o l’anello con l’intento di ostacolare il gioco, può essere fischiato un fallo tecnico. Calcio: se un giocatore scava il dischetto del rigore prima che l’avversario tiri il medesimo, va bene così. E’ stato un po’ come il furto al Louvre: ma come?, ti chiedi, tutto così, in pieno giorno, nel punto più visitato di Parigi, semplicemente piazzando un montacarichi sotto un balcone travestiti da operai, usando un camion con montacarichi per raggiungere una finestra della Galleria d’Apollo, usando una smerigliatrice per entrare e tagliare le vetrine blindate in pochi minuti, sfruttando un angolo cieco della videosorveglianza, e fuggendo su scooter, perdendo però la corona dell’imperatrice Eugenia per strada? Sì, proprio così. Pavlovic si è messo a scavare il dischetto con un’azione insistita davanti ad arbitri e colleghi (amici o avversari), a qualche decina di migliaia di spettatori allo stadio e a qualche centinaia di migliaia sul divano di casa. Bei colpi decisi di tallone, per fare il lavoro nel miglior modo possibile. Poi tira il genoano e fiuuuummm!, palla al primo anello.

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Non sapendo con chi parlarne, ho dato qualche input a Gemini che alla fine di dieci minuti di chiacchierata ha concluso, sfinito: “Finché la regola non cambia, il calciatore che scava il dischetto agisce in una zona di impunità regolamentare, anche se in aperta violazione dei principi etici dello sport”.

Al che mi sono preoccupato, perchè non vorrei che – agendo in una zona di impunità regolarmente – Juan Jesus domani sera usasse il Taser per fermare Lautaro, o qualcuno buttasse fialette puzzolenti dietro la porta di Sommer per distrarlo. Sarebbe anche interessante se oggi o domani, sapendo di non poter essere punito – al limite sgamato -, qualcuno non ci riprovasse senza nemmeno bisogno di nascondersi troppo. E perchè non scavare il dischetto prima della partita? (certo, se poi il rigore càpita a te… ma lo sai e sistemi il pallone un po’ più di lato o avanti).

E come tratta l’argomento – interessante – la stampa italiana? La Gazza dà un colpo al cerchio e uno alla botte. Colpo divulgativo. Perché non può essere usata la prova tv? “Per i fatti e le infrazioni commessi nelle gare, la prova tv può essere utilizzata per dar prova di: 1) condotta violenta non rilevata da arbitri o Var; 2) uso di espressione blasfema non rilevata da arbitri e Var; 3) evidente simulazione da cui scaturisce l’assegnazione del calcio di rigore a favore della squadra del calciatore che ha simulato; 4) evidente simulazione che determina l’espulsione diretta dell’avversario; 5) realizzazione di una rete colpendo volontariamente il pallone con la mano; 6) aver impedito la realizzazione di una rete colpendo volontariamente il pallone con la mano. Quindi nessun pericolo per Pavlovic”. Nessun pericolo per Pavlovic.

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Poi l’altro colpo, genere “buttiamo tutto in vacca”. Intervista a Riccardo Maspero, eroe civile del dischetto scavato: con questa pratica truffaldina inculò Salas (e vabbe’, tempo quasi scaduto, stavano 3-3 nel derby) e quindi si è collocato tra i Giusti. Poi però si allarga: praticamente, Maspero dà la colpa a Stanciu, colpevole di omesso controllo. “Protestare non ha senso, ‘scavare’ è l’unico modo per disturbare l’avversario. Ma l’errore è di Stanciu, come nel mio caso fu di Salas. Ed è grave. Perché un giocatore deve sempre controllare il dischetto. Pavlovic ha fatto una furbata, ma il giocatore del Genoa è stato superficiale”. Tesi piuttosto ardita. Tipo, chessò: stanotte un figlio di puttana mi ha tagliato tutte e quattro le gomme, ma la colpa è mia perchè non ho parcheggiato nel cortile dei carabinieri.

Il bello è se cerchi in rete Pavlovic + rigore ti esce come primo risultato il pezzo di Fanpage (scritto nell’orribile modalità “tiro in lungo il più possibile”), dove si avverte che video di Pavlovie e Tomori “è diventato virale” (sospiro) e che “il comportamento di entrambi non è certo esempio di fair-play ma rientra nel corredo accessorio di agonismo estremo e reazioni sopra le righe dettate dall’adrenalina e dal sangue che ribolle nelle vene considerata la posta in palio. Cosa hanno combinato? L’uno s’è messo a zappare il terreno aiutandosi con la punta della scarpa e i tacchetti. L’altro ha esultato in faccia a Stanciu che ha sbagliato il penalty spedendo la palla in curva”. Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno.


(nell’angolo Podcast, giunto nel frattempo all’episodio #171, io e il mio socio Max attendiamo sempre i vostri vocali al numero dedicato Whatsapp 351 351 2355. Cosa ci dovete dire? Beh, direi che gli argomenti non mancano. Siamo primi, per esempio).

(il podcast, oltre che su Spreaker – il cui player trovate qui sul blog – lo potete ascoltare anche su Spotify, Audible, Apple Podcast, Google Podcast e tutte le principali piattaforme. Non lo trovate? Prendete appunti – non è difficile – : scrivete “Settore” o “interismo moderno” nell’apposito campo e per incanto vi apparirà. E’ la tecnologia, bellezza, e non possiamo farci niente)

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Domandona

Dopo il derby, in un mese e mezzo accidentato che comprende anche le due sconfitte in Champions e quella ai rigori in Supercoppa, l’Inter ha vinto 6 partite su 6 in campionato, 14 gol fatti e due subiti (entrambi a risultato acquisito). Delle ultime 10 partite in serie A ne abbiamo vinte 9, abbiamo nettissimamente il migliore attacco (40 gol, 2,2 a partita), il capocannoniere (Lautaro, 10) e stiamo sistemando anche le cifre della difesa: 9 clean sheet in 18 giornate, e considerando che dei 15 gol subiti 7 li abbiamo presi in due partite (Juve e Napoli), gli altri 8 li abbiamo presi nelle restanti 16, uno ogni due partite. Siamo primi nonostante 4 sconfitte, con 4 punti di vantaggio sul Napoli e 6 sulla Juve (che ha giocato un partita in più). Quanto al Milan, lo sapremo domani.

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Il trittico delle partite post-Natale ci restituisce la migliore immagine dell’Inter, che pre-Natale si era un po’ sbiadita nelle coppe: vittoria importante a Bergamo, vittoria-vendetta col Bologna che non ha visto palla, e stasera vittoria a Parma con 20 tiri a una squadra che aveva parcheggiato un pullman a due piani davanti all’area, una di quelle situazioni che di solito ci mettevano in crisi totale e invece no. Queste tre partite, oltre a 9 punti, ci raccontano di un’Inter consapevole, paziente, concentrata, mai in affanno. Per fare sei gol avremo fatto tipo 50 tiri, vabbe’, ma è il complesso delle tre prestazioni a farci gonfiare il petto. Più forti del freddo e della nebbia, più forti anche della terza maglia.

E se puntassimo seriamente – ma tanto seriamente – solo al campionato?

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Belli, puliti e cattivi

Vabbe’, all’epoca Miky aveva un po’ esagerato (son quelle frasi che ti escono dalla bocca già con un’aura di effetto boomerang) e l’argomento è chiuso, stop. Però, ogni tanto, un pochino ingiocabili diamo proprio l’impressione di esserlo, quando ci gira. Il Bologna, che 16 giorni fa ci spediva fuori dalla Supercoppa ai rigori dopo una più che discreta partita, stasera il pallone più che altro l’ha intravisto. E l’Inter ha dimostrato che certe partite le sa fare: determinati dal minuto 1 al minuto 90, con qualche pausa (sennò saremmo inumani, oltre che ingiocabili) ma con tanta qualità. 15 tiri per fare 3 gol, d’accordo: ma l’incredibile traversa di Lautaro era un gol più facile da fare che da sbagliare, e Ravaglia di miracoli ne ha dovuti fare almeno tre o quattro. Al netto del momento un po’ così del Bologna – 2 punti nelle ultime 5 partite -, una partita che merita di stare tra le nostre top 3 della stagione. E poi il Bologna era una delle bestie nere recenti (solo 2 vittorie nostre negli ultimi 10 confronti): magari avessimo sempre giocato così. Lautaro strepitoso, altri tre o quattro in grande spolvero. Tra cui Zielinski, che di fatto è uno dei migliori acquisti di quest’anno, dopo la sfortunata stagione d’esordio.

Noi, nelle ultime 5 partite di campionato, di punti ne abbiamo fatti 15. Dopo la sconfitta nel derby le abbiamo vinte tutte, tra cui le sfide con la sesta, la settima e l’ottava della classifica. Il pari della Juve e la sconfitta della Roma ha scavato un solco in classifica tra le prime tre – Inter, Milan e Napoli – e le altre. E le prime tre, oltretutto, hanno una partita in meno. A 21 giornate dalla fine, per carità, non c’è nulla di definitivo e nemmeno di definito, ma lo scudo è probabile che se lo giochi questo trio. Tra una settimana, dopo l’infrasettimanale a Parma, a San Siro arriva il Napoli e sarà il match-chiave nel bel mezzo di un ciclo micidiale. Basterebbe mantenere arriva la modalità di stasera: concentrati, cattivi, dritti al punto. Giocando così, ci si può addirittura concedere qualche licenza. Col Bologna ne hai messi tre, ma potevano essere sei o sette, in serenità. Insomma, partita da circoletto rosso. Nel minuetto di questo strano campionato, ogni tanto qualche paletto va piantato. Potrebbe tranquillamente essere un episodio. Oh, magari no.


(nell’angolo Podcast, giunto nel frattempo all’episodio #168, io e il mio socio Max attendiamo sempre i vostri vocali al numero dedicato Whatsapp 351 351 2355. Cosa ci dovete dire? Beh, direi che gli argomenti non mancano. In più c’è da votare per il Ballon de merde (ultimi giorni, tra poco stop al televoto).

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La fatica di essere belli

Visto che la Juve giocava col Pisa, il Milan col Verona, il Napoli con la Cremonese e la Roma domani giocherà col Genoa, la vittoria a Bergamo è forse l’evento clou del nostro campionato, i tre punti più importanti, una risposta autorevole al momento giusto (con la pressione di tre avversarie dirette che avevano già vinto le loro partite). Poco importa se con l’Atalanta non perdiamo da otto anni, e poco importa se l’Atalanta è nona in classifica: vincere a Bergamo è tutt’altro che scontato. E anche il come si è vinto ha il suo perchè: dominando il primo tempo e correndo in generale pochi rischi. Ne abbiamo corso uno clamoroso, clamorosissimo, ma Samardzic ha fatto una frittata pari a quella di Djimsiti in occasione del nostro gol. Sul nostro piatto della bilancia c’è il bellissimo gol di Thuram annullato per un fuorigioco di 10 cm. E’ stata una vittoria meritata, punto. Oggi, poi, la ruota ha girato nel verso giusto.

Depurata da questi highlights, è stata la solita Inter nel bene e nel male. Nel bene: nessuno in Italia gioca come noi. Nel male: nessuno in Italia spreca quanto noi. E risulta difficile spiegarlo se, come risulta dalla classifica, abbiamo finora segnato 8 gol più del Milan, 9 più del Napoli, 12 più della Juve (con una partita in meno), 18 (!) più della Roma. E risulta difficile spiegarlo se, c0me risulta dalla stessa classifica, siamo primi – nonostante quattro sconfitte.

C’è sempre uno sbilanciamento evidente tra la nitidezza di certe opportunità – che ci procuriamo con estrema naturalezza – e i modi a volte creativi con cui non le sfruttiamo: per leziosità, per poca cattiveria, per gusto del ricamo, per scarico di responsabilità. Poteva accadere anche a Bergamo non dico di perdere (non vedo come), ma sicuramente di non vincere. E saremmo qui a morderci gli avambracci. Resta questo il problema principe di questa squadra. No, non siamo ingiocabili, per carità. Piuttosto, a volte siamo imperdonabili. Basterebbe un 20% di ferocia in più per guardare con serenità al prossimo futuro. Basterebbe spalmare su tutta la rosa l’approccio di Pio alla partita: primo pallone toccato, palla rubata; secondo pallone toccato, assist; il tutto dopo essere entrato 5 secondi prima.

Abbiamo chiuso bene il 2025. Il gennaio 2026 – 8 partite, 6 di campionato (con Napoli e Bologna) e 2 di Champions (micidiali) – non sarà solo il primo mese del nuovo anno, ma probabilmente il periodo decisivo dell’intera stagione. Un ciclo in realtà di 9 partite: la nona sarà l’1 febbraio, che vuol dire 9 match in 28 giorni, con 4 turni infrasettimanali consecutivi. Avessi la bacchetta magica e l’accesso al cervello dei giocatori, cambierei il settaggio: un pochino meno belli, un pochino più cattivi. Forza Inter, dipende (quasi) tutto da noi.

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Rompicapo & rompiballe

Si può oggettivamente criticare una squadra – chiamiamola Squadra A – prima in classifica in campionato, sesta in classifica in Champions (a pari punti con Real e Liverpool ma con migliore differenza reti) e fieramente qualificata per i quarti di Coppa Italia?

E’ oggettivamente possibile non criticare una squadra – chiamiamola Squadra B – che ha perso quattro delle ultime otto partite, che nelle ultime due stagioni ha un tasso di vittorie negli scontri diretti tipo del 10% e che ha fallito il primo obiettivo della stagione perdendo ai rigori (tirati orribilmente) la semifinale di Supercoppa?

E come comportarsi, infine, se la Squadra A e la Squadra B sono la stessa squadra?

E’ scritto nel nostro destino che la pazza Inter renda schizofrenici i suoi tifosi. E’ scritto del resto anche sul dizionario che il concetto di schizofrenia si attagli perfettamente alla nostra attuale situazione. La schizofrenia causa sintomi come allucinazioni (spesso uditive), deliri (false credenze), pensiero e linguaggio disorganizzati, una ridotta espressione emotiva e motivazionale, compromettendo vita sociale, lavorativa e autonomia. Oh, siamo proprio noi, sputati.

Allucinazioni: “Avvocato Prisco, che piacere! Continuiamo a perdere, eppure siamo primi, perdiamo tutto, vinciamo tutto, è bellissimo, Juve merda”. Deliri (false credenze): “Andiamo avanti così, perdiamole tutte, noi scudetto, poi finale Champions con il Sangilluàs, Pisa in Europa League, Milan in B, banzai!”. Pensiero e linguaggio disorganizzati: “Bisseck aaargh, trentratrterè trantriirini, Jurda meve”. Ridotta espressione emotiva e motivazionale: “Eh? (sbadiglio). Atalanta-Inter. Uh? (sguardo fisso) Domenica ore 20.45. Eh? Ah sì, buon Natale. (sbadiglio). Juve merda anche ai tuoi cari (sguardo fisso). Ora levati dal cazzo”. Compromissione della vita sociale, lavorativa e autonoma (vabbe’, non c’è nulla da spiegare: è la norma da qualche decennio).

Questa è la situazione in cui tagliamo il panettone 2025. Panettone a cui Chivu – cui era stato pronosticato il peggio del peggio – è arrivato con una certa disivoltura, persino da capolista, un lusso pazzesco. Mister piuttosto trendy, capolista seppur con una squadra plurideflorata. Ma in questo pazzo contesto stagionale ci sta. Ed essendo ormai quasi al giro di boa, con le statistiche ormai solide, il quadro è chiaro: vincerà chi non esagererà con le sconfitte.

Divisi tra sognatori e rompiballe, come un sol uomo (è la schizofrenia) avanziamo verso il 2026, cui ci separa solo la trasferta di Bergamo, partita ideale per capire se abbiamo smaltito il pandoro e siamo sufficientemente tonici per affrontare il micidiale gennaio che ci aspetta tra campionato e – soprattutto – verdetto Champions. Un rompicapo. Leggo che forse torna Bellanova, ma dev’essere un’allucinazione (o un delirio, spero). Buon Natale amici, sursum corda.

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E’ da questi particolari

Se proprio la volevi vincere ai rigori, forse non dovevi togliere Zielinski all’86’ e, con una sostituzione ancora a disposizione, al 92′ mettevi Calhanoglu al posto di chiunque. Si tratta pur sempre del primo e del secondo tuo rigorista. Boh, non so… potessi prendere un caffè con Chivu glielo chiederei. Magari, col polacco e il turco, non ne sbagliavi tre su cinque. Ma questo riguarda i rigori, la lotteria eccettera. E prima?

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Chivu è soddisfatto di quello che ha visto in campo, al netto del Var negativo. Beh, la prestazione è stata buona, per quanto il Bologna fosse molto meno moscio di quanto visto nelle ultime tre di campionato. Ma non sta diventando un po’ lezioso continuare a giudicare positive prestazioni che non ti portano alla vittoria, che partono da un gol bellissimo, passano attraverso la solita carrettata di opportunità non sfruttate e, nel caso di stasera, sono un po’ condite da una sottile dose di sufficienza?

E quindi niente, anche quest’anno il quadruplete lo faremo l’anno prossimo. Chivu l’aveva detto, l’Inter e il Milan erano le due imbucate in un trofeo che dovevano giocarsi Napoli e Bologna: detto, fatto. Girano sempre un po’ i coglioni, per una finale che sfuma un po’ così, tirando rigori alla cazzo. Guadagniamo qualche giorno di riposo, diciamo così, in vista di un gennaio che sarà micidiale. Per il resto mi sento un po’ meno soddisfatto di Chivu, ma è questione di opinioni.

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Keep calm and dream on

Chi siamo, dove andiamo, come ce la giochiamo? L’Inter diventa capolista solitaria (prima nonostante 4 sconfitte in 15 partite e gli scontri diretti persi) di uno stranissimo campionato (il Milan, 14 risultati utili consecutivi, è solo secondo) proprio alla vigilia del primo trofeo da conquistare, la Supercoppa araba che la scorsa stagione ci regalò uno di quei rospi difficili da ingoiare – del resto fu una stagione di rospi e di orgasmi alternati, fino al mega-rospo del 31 maggio. Quindi, insomma, come la mettiamo? Che si fa?

No, perché l’evidenza della scorsa stagione è stata inequivocabile: Supercoppa persa in finale 2-3 dopo essere stati in vantaggio 2-0; Coppa Italia persa nella semifinale di ritorno dopo aver pareggiato quella d’andata; scudetto perso per un punto; Champions League persa in finale. L’esperienza che ci è rimasta in memoria è che i sogni da inseguire sono stati forse troppi, attraverso troppe partite, accumulando troppo stress. E quindi? Meglio selezionare? Fare turnover tra i cammelli? Giocare la Coppa Italia con i ragazzi? Tenersi tutto per lo scudo e la Champions per poi vedere come si mette strada facendo?

Ma come si fa a selezionare? L’Inter è arrivata cinque volte prima o seconda negli ultimi sei campionati, è arrivata due volte in finale nelle ultime tre Champions, ha vinto due delle ultime cinque Coppe Italia e tre delle ultime cinque Supercoppe: ammesso che selezionare sia possibile, siamo una squadra che può farlo? Siamo una squadra che l’ha mai fatto?

La scorsa stagione dimostra che non è possibile nemmeno selezionare tra i sogni: li si insegue e stop, finché ce n’è. La mancata selezione è alla base dello zeruplete? No, è stato un mix di stanchezza e di pressione, è stato l’effetto di giocare una stagione di 60 partite (esclusa quella orribile penitenza del mondiale per club) senza paracadute. Inseguire sogni moltiplica le forze, il problema è quando i sogni svaniscono – e lo è stato anche per noi.

Cosa facciamo, andiamo in Arabia a farci perforare (a pagamento) senza colpo ferire? Speriamo di uscire ai quarti in quella sbobba della Coppa Italia? Tutto questo ci farebbe conservare forze per affrontare meglio il resto? In realtà, a spostare gli equilibri è solo la Champions, per quello che richiede in energie fisiche e mentali. Va giocata con tutte le forze, consapevoli che la legge dei grandi numeri ci mette con le spalle a muro (terza finale in quattro edizioni? E chi siamo, il Real?). Un approccio sereno alla Champions, ecco, sarebbe il top. Giocarsela step by step, considerando non apocalittica la prospettiva prima o poi di uscire. Sapendo di un avere nulla da perdere, ma anche senza pretendere l’impossibile. Parlo di noi tifosotti, eh?

La rinuncia a questo campionato, invece, sarebbe un delitto. Avanti così si vincerà lo scudo con 80 punticini, non c’è una squadra superiore, noi siamo totalmente in gioco, va evitata la seconda stella del Milan. Senza lasciare nulla di intentato, mi piacerebbe tanto che il focus fosse questo: un obiettivo ragionevole da fissare durante un rilassato inseguimento a più sogni possibili, perchè siamo nati per soffrire ma anche per vincere.

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Il lodo Wirtz

Quindi, ricapitolando: a) Bastoni inequivocabilmente trattiene Wirz per la maglia; b) la trattenuta è bagatellare e del tutto ininfluente sull’azione (così pare a tutti, compreso l’arbitro che vede e lascia correre); c) ma il Var chiama l’arbitro (che ha giudicato in autonomia, quindi non ha bisogno del Var); d) e quindi l’arbitro deve andare a vedere il monitor e a quel punto non può negare a se stesso e al mondo intero che quella che vede è una trattenuta: e) e quindi assegna il rigore (che nel caso specifico fa sorridere amaramente gli stessi beneficiari).

E’ “solo” la seconda volta che un Var inopportuno ci costa un rigore contro e la sconfitta (due volte in un mese e mezzo è un po’ tantino), un pegno di punti che potevano darci il primo posto in campionato e una posizione un pochino più solida in Champions, dove ora ci restano “solo” le due partite più difficili in assoluto per provare a qualificarci direttamente al turno successivo o almeno per i play off. Errori di procedura ammessi con tante scuse prima in Italia e poi in Europa, ma che errori (a nostro carico) rimangono. Chivu con fair play dice che dobbiamo allenarci e attrezzarci anche contro le ingiustizie, ma intanto ci tocca sfoggiare questo record planetario di Var invasivo, che invece di riparare le ingiustizie ne rifila un paio ai malcapitati di turno (noi).

Detto questo, resta la questione Wirtz. Trattenuto per la maglia da dietro, non fa nessun movimento all’indietro, nemmeno minimo, e cade in avanti: un assurdo fisico che 147 monitor del Var immortalano tanto quanto la trattenuta di Bastoni, ma tant’è. Eppure è proprio la caduta di Wirtz ad attirare l’attenzione del Var, perché se fosse rimasto in piedi non ci sarebbe stata nemmeno l’ipotesi del fallo. Se è influente la trattenuta di Bastoni, non lo è altrettanto la sceneggiata di Wirtz? E poi: in una normale azione di calcio d’angolo (mediamente in una partita accadrà dunque dieci volte) le trattenute per la maglia “non fallose” sono fisiologiche. Non tutti però cadono come trafitti a tradimento alle spalle da una baionetta, come Wirtz. E quindi? Le valutiamo per quello che sono (falli) o per quello che determinano (poco o nulla)? Le vediamo, o facciamo finta di non vederle per consuetudine?

Fa abbastanza impressione rivedere questa azione e pesare i due comportamenti: assodato che Bastoni fa una pirlata inutile (perché mai trattenere in area un giocatore spalle alla porta e in precario possesso palla?), quale dei due gesti è più plateale, la trattenuta di Bastoni o la merolata di Wirtz? Quale dei due è più fastidioso? Quale dei due è fisicamente e sostanzialmente più assurdo? Quale dei due è più delittuoso?

Volendo fare un paragone automobilistico, a Bastoni è stato fatta fatta la multa per divieto di sosta (non ha esposto il biglietto del parchimetro, ok, non si fa) mentre Wirtz parcheggiava a due metri di distanza nel posto per disabili esponendo il contrassegno di una zia morta nel 2022 (e il vigile non controlla perché impegnato a fare la multa a Bastoni).

Il calcio faccia la pace con le sue regole, per questa impefetta sincronia tra arbitro e Var. Ma perché non affronta seriamente la questione delle simulazioni? Quante ce ne sono in ogni partita? E ogni quante decine di partite vi capita di vedere un’ammonizione? E ‘sta cosa vi pare minimamente educativa, ammesso che gliene fotta qualcosa della funzione educativa dello sport? Dal caso Bastoni-Wirtz, proiettato in uno spogliatoio di giovani calciatori, stando così le cose il rude allenatore che è in me segnalerebbe due fatti: 1) non trattenete per la maglia nessuno in area, non si sa mai; 2) se qualcuno vi trattiene, buttatevi come se mi avesse urtato un bisonte in calore: funziona.

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Robbery

Dopo l’Atletico Madrid (gol preso al 93′), ecco il Liverpool (rigore contro all’87’): due pareggi già in saccoccia che diventano due sconfitte, che ci complicano parecchio il cammino in Champions e allungano il nostro penoso ruolino di marcia negli scontri diretti in stagione (Juve, Milan, Napoli, Atletico, Liverpool: cinque partite, zero punti). Penoso e frustrante, perchè non meritavamo di perdere nessuna di queste partite. Abbiamo sempre pagato per i nostri errori, magari episodici, mentre il campo ha sempre detto altro. Tantopiù in questo match con il Liverpool instradato verso un naturale 0-0 prima di uno scandaloso rigore.

Per la seconda volta ci dobbiamo incredibilmente piegare a una chiamata irrituale del Var (che invece non interviene sul mani di Virgil), culminata con una decisione che speriamo faccia scuola. La trattenuta di Bastoni – una pirlata: evidente, così come evidentemente ininfluente – viene seguita da una simulazione clamorosa di Wirtz. Eppure – due irregolarità contestuali – si fa prevalere la prima sulla seconda (plateale, disonesta). La fattispecie della trattenuta per la maglia si ripete in ogni singola partita a ogni calcio d’angolo: si dovessero fischiare tutti, andrebbe preparato il pallottoliere (e decretata la morte del calcio), eppure è questo il rigore che ci è stato fischiato contro. E che ci incaina stramaledettamente la Champions in attesa di Borussia Dormund e Arsenal (capolista).

Depurata dai furti, la nostra partita non è stata poi così male, considerando la prova del Liverpool che ci si attendeva prostrato da sconfitte e polemiche e invece ha fatto un signor match. La sfiga dei due infortuni nei primi 20 minuti ha cambiato tutti i piani di Chivu, costretto a posticipare il più possibile le sostituzioni avendo un solo slot a disposizione, mentre il Liverpool assumeva il controllo della partita avendo potuto dosare un po’ meglio le forze. Nel primo tempo ci abbiamo messo un po’ per capirci qualcosa, ma gli ultimi venti minuti li abbiamo dominati. Nel secondo tempo solo qualche sprazzo, ma sufficiente per portare a casa uno 0-0 che invece ci hanno rubato. Sesta sconfitta su 21 partite: niente di irreparabile, ma oggettivamente troppe. Noi si procede così, per contraddizioni.

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Io, Luis e il prufesùr

Colpisce che Fabregas non abbia notato grandi differenze tra Inter e Como in una partita che ha perso 4-0, particolare non da poco per una squadra sconfitta una sola volta nei precedenti 13 match e che viaggiava alla media di un gol preso ogni due partite. Però il calcio, oltre che da punti di vista, è fatto anche di dettagli. E io che ero al primo blu, dietro la porta in cui il Como attaccava nella ripresa, non posso fare a meno di ricordare il paio di grossi spaventi che ci siamo presi quando il punteggio era ancora sull’1-0 e non avevamo ancora chiuso un bel niente. Se Fabregas si riferisce a quei 10 minuti in cui il Como ha avuto oggettivamente l’occasione di tornare in partita e – chissà – di cambiarla, allora posso provare a capirlo. Se fosse successo, ci saremmo trovati di fronte a un’altra partita buttata via dall’Inter – non, non ci voglio pensare. Ma non è che sempre deve andare tutto male (legge di Murphy brandizzata Inter). Succede anche che la migliore difesa del campionato ti regala un gol assurdo su calcio d’angolo e che finisce com’è ovvio che finisca, con l’Inter che vince e vince pure largo, perché ci sono partite che avrebbero potuto finire 1-1 e invece no, finiscono 4-0 perché – che a Fabregas piaccia o meno – è giusto così.

L’Inter è questa, fa e disfa, produce tanto e rischia un po’ troppo. Per questo un 4-0 liberatorio poteva anche essere un 1-1 profondamente iniquo: una chance agli altri la concediamo sempre (abbiamo preso un gol anche dalle riserve del Venezia). Ma se le chance che creiamo per noi restano sempre a questi livelli di qualità e di quantità, solo la sfiga o qualche fattore esterno – oltre all’autolesionismo – possono negarci il bottino pieno. A San Siro c’è un bel clima e la cartina di tornasole è l’atteggiamento nei confronti di Luis Henrique, uno dei tanti laterali in rampa di lancio per la pubblica gogna che però lo stadio mediamente si è dimostrato disposto ad aspettare. E la sua ottima partita contro il Como è una specie di miracolo laico: dal pubblico ludibrio alla (quasi) standing ovation il passo, in fondo, è stato breve.

Dal mio seggiolino pensavo al Liverpool e, sinistramente (nel senso che sono pensieri da prendere con le pinze), a quanto stiamo meglio di loro, che hanno perso 9 delle ultime 15 partite. Ero circondato da una compagnia (forse una compagnia teatrale?) di uomini e donne che parlavano in milanese, una circostanza rara che mi ha riportato indietro di tipo 50 anni, quando bambino sedevo sugli stessi gradoni e in quella zona dei distinti trovavo personaggi milanesissimi che spesso mi divertivano assai più della partita stessa. Stavolta avevo di fianco una sciura che parlava come Maria Amelia Monti e dietro un ottantenne esagitato che nel secondo tempo è entrato in paranoia per Diao, il tipo fisicato entrato al posto di Morata.

“Uè, Civu (senza l’acca), metti il Bisek (con una esse sola), che serve uno veloce, mica chel cristu lì (si riferiva ad Akanji), e nanca il Gigi (si riferiva a Luis Henrique)”.

Ogni volta che partiva la costruzione dal basso e Sommer serviva Bastoni all’altezza dall’area piccola, il vecchio lasciava partire un

“Nuuuooooooooaaaaaaaaaaaaaaa”

al termine del quale pensavo mi sarebbe finito addosso privo di vita. Stavo iniziando a preoccuparmi seriamente per la salute del vecchio, che gli altri della compagnia ogni tanto aizzavano (“Uè prufesùr!”), tipo quando scedeva sulla sinistra Diao. “Guarda, guarda, aténto (con una t sola) prufesùr!”. E lui:

“Cambia Civu, cambia! ocio a questo qui, fisicamente c’ha il dribbling!”

Al che, al limite della tensione, stavo per voltarmi e dirgli:

“A parte che mi hai rotto il cazzo, cerca di essere più appropriato: io direi che tecnicamente ha il dribbling, non fisicamente, minchia, le basi!”.

Poi per fortuna Thuram ha segnato per caso il 2-0 e il vecchio si è placato. E anch’io, devo dire. Viva l’Inter.

P.S.: ultime quattro partite viste allo stadio: 4-0, 4-0, 4-0, 4-0. Fornirò a breve l’Iban cui mandare contributi per il mio abbonamento.

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