I peggiori Var di Caracas

“Buongiorno Settore, complimenti per il blog e per il podcast, sei anche un bell’uomo nonostante l’età. Ma vengo al dunque: se fosse vera ‘sta cosa dell’audio Var di Inter-Roma sparito e taroccato, il fatti i cazzi tuoi a zittire il varista che segnalava che era rigore su Bisseck, insomma, se ‘sta cosa fosse vera, mi spieghi il tuo continuo e pertinace – ok, ti ho scritto solo per usare l’aggettivo pertinace – rifiuto della tesi del complotto contro la nostra amata squadra dell’Inter? Grazie per la risposta, Juve merda”.

Certo che ti spiego, amico mio. Allora, la mia scala Richter del complotto è tarata sulla magnitudo 10 della stagione 2001/02, quella in cui ci rubarono scientemente e deliberatamente uno scudetto praticamente vinto e in cui noi – tu guarda che atroce beffa – autoconfezionammo il delitto perfetto perdendo la partita con la Lazio del tragicamente famoso 5 maggio: bastava vincere, la stessa Lazio voleva che noi vincessimo, ma siamo riusciti a perdere. E quella sconfitta fu un colpo di spugna sulle suggestioni delle partite precedenti, perchè perdere il 5 maggio 2002 fu un’enormità più enorme di tutto quello che accadde prima. Cosa accadde prima? Non te la faccio tanto lunga. Per ottimizzare il tempo, amico mio, riguardati solo i vomitevoli highlights di Chievo-Inter del 21 aprile 2002 e gli apparentemente marginali ma invece centralissimi highlights di Lecce-Udinese del 28 aprile 2002: il rigore inesistente assegnato all’Udinese al 90′ decretò la salvezza dei friulani e rese una farsa epocale Udinese-Juve dell’ultima giornata (viceversa, se l’Udinese avesse anche solo pareggiato a Lecce avrebbe dovuto giocarsi alla morte la salvezza contro la Juve).

Orbene, stabilito che quella è la magnitudo 10 e che tantissime cose si chiarirono con la sanguinosa inchiesta del 2006, l’Armageddon del calcio italiano – Juve retrocessa, ma ti rendi conto? -, io mi illudo che da allora sia concettualmente più difficile condizionare interi campionati e ordire complotti contro questa o quella squadra. Non c’è più un sistema criminale che condiziona il calciomercato e la classe arbitrale. C’è, però, qualcosa di intellettualmente ed eticamente marcio. Che riguarda – I’ll throw in my two cents – soprattutto la classe arbitrale.

Nel 2002 – lo scopriremo quattro anni più tardi – c’erano arbitri e dirigenti arbitrali che agivano su commissione. Nel 2026, se proprio vogliamo vederci un complotto, gli arbitri agiscono su commissione di se stessi. Provo a spiegarmi.

La classe arbitrale è un centro di potere da sempre, molto autoriferito e parecchio manipolabile secondo le convenienze. Se non c’è l’arbitro, la partita non inizia (non ci sono cazzi). Dopodichè, quando la partita è iniziata, l’arbitro fa l’arbitro. Decide. Siccome tutto intorno si muove un megabusiness economico e un interesse patologico di qualche milione di persone, le decisioni dell’arbitro hanno un certo peso. L’arbitro ha il coltello dalla parte del manico e comandare, come tu sai, è meglio che fottere. Ora aggiungici qualche elemento soggettivo: il livello di onestà intellettuale; l’autorevolezza; il protagonismo; la corruttibilità. Sono tutti granelli di sabbia che finiscono nell’ingranaggio.

E poi c’è il Var, la variabile impazzita. Con il Var abbiamo scoperto che gli arbitri e i loro assistenti normalmente fanno un sacco di cazzate, e chissà quante ne hanno commesse nei secoli. Il Var, come sai mon ami, da protocollo non gliele può nemmeno correggere tutte. Ma ha denudato il re. E questa nudità per la classe arbitrale è inaccettabile. Per questo io sono arciconvinto che tutta questa caciara sia essenzialmente una questione interna alla classe arbitrale. Perchè gli arbitri di calcio non vogliono fare la fine degli arbitri nel tennis d’élite, dove tutto ora è sorvegliato con precisione micromillimetrica dai computer ed è rimasto giusto un tizio sulla sedia che si guarda la partita da posizione priviliegiata e ogni tanto rifila qualche warning. Gli arbitri vogliono rimanere una parte essenziale del calcio. Essenziale e determinante. Il più possibile.

Facciamo due esempi di questa stagione, uno pro e uno contro l’Inter. Espulsione di Kalulu in Inter-Juve, rigore per fallo (?) di Bonny su Nico Paz in Como-Inter. Due decisioni opinabili dell’arbitro, perfettibili dal Var. E invece sono rimasti errori, nonostante 17mila telecamere e alcuni arbitri in poltrona che valutano 150mila replay. La filiera di decisioni del rigore di Bonny è straordinaria: per noi non c’è assolutamente fallo, ma siccome per te, collega arbitro in campo, è fallo, e noi tutti vogliamo che la decisione dell’arbitro in campo abbia la precedenza su questo Var di merda, ti segnaliamo che l’intervento non è fuori area ma in area, quindi per noi e per tutto il mondo che guarda le stesse immagini non è fallo, ma fischia pure il rigore. Se poi ora ci vengono anche a dire che bastava picchiare sul vetro – o dirgli direttamente fatti i cazzi tuoi – per far cambiare idea a un varista, mi sembra che il quadro sia completo. L’Inter è danneggiata? Altrochè, stando così le cose l’anno scorso ci abbiamo rimesso lo scudetto. Ma non si agiva così solo con l’Inter, questo mi sembra altrettanto chiaro.

L’autorevolezza (l’autorità) di un’intera categoria, già spocchiosa di suo, messa totalmente a repentaglio dalla tecnologica. Più la solita guerra tra bande, tipica di ogni posto di potere, in cui è tutto un gioco a favorire pupilli e a inculare gli amici altrui. Il quadro è completo. Per l’ennesima volta il calcio italiano deve resettare e ripartire. E vedrai, amico mio, che profluvi di veleni scorreranno tra Aia e Figc, ora che sono da cambiare tutti i vertici, e alla svelta. Dopodichè, conserva il permalink di questo pezzo e tienilo buono per il prossimo update: noi gente d’Italia facciamo le leggi e troviamo gli inganni fin dai tempi delle palafitte. E’ solo questione di tempo, di solito ne basta poco.

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L’inceppamento dello shit ventilator

Per precisare che “Nessun dirigente dell’Inter è coinvolto” ci hanno messo due giorni. Due giorni in cui la parola Inter era indubbiamente quella più cliccata – virale, direbbero gli smanettoni. Ho così avviato un’interessante discussione con l’intelligenza artificiale (che sarà pericolosa, però a domanda risponde e l’interazione dura 30 secondi: non è meraviglioso?) sul concetto di clickbaiting (dall’inglese “esca da clic”) che è “una tecnica di marketing online che utilizza titoli sensazionalistici, fuorvianti o eccessivamente curiosi per indurre gli utenti a cliccare su un link: l’obiettivo principale è generare rapidamente traffico web per aumentare i proventi pubblicitari o le conversioni, spesso a scapito della qualità e della veridicità del contenuto”. Sebbene nato per massimizzare le entrate pubblicitarie, mi precisa l’Ai, “un uso onesto del clickbait (titoli accattivanti ma veritieri) è accettato, mentre il sensazionalismo puro è visto come una forma di disinformazione”. Vabbe’, io magari ho l’asticella del sensazionalismo molto bassa quando si parla a sproposito di Inter, però è esattamente quello che è avvenuto in questi due giorni. Anche per un’inedita circostanza: lo shit ventilator è stato acceso in un weekend festivo, quando fare le verifiche è un po’ più macchinoso perché “ciao, sono a Fregene, no, non ho portato con me la carte, richiamami lunedì”.

Che i vertici arbitrali (e quelli federali) fossero un verminaio non è una grandissima novità. L’esposto di Rocca è un dejavu del libro “L’uomo nero” dell’ex arbitro Gavillucci uscito nel 2020, quindi sei anni fa: sulle dinamiche interne – dinamiche malate – scrivono più o meno le stesse cose. Nel frattempo si è stabilizzata la struttura del Var e che il Var non funzioni, ecco, anche questa non è una grande novità. Che non funzioni proprio a causa della categoria che dovrebbe farlo funzionare bene, e cioè gli arbitri. Per i loro protagonismi, i loro giochini interpretativi, le loro autoreferenzialità. Tutto questo non è nuovo. Di nuovo c’è (c’era) solo il nome Inter. Ma lasciatela stare, l’Inter.

“Scusa Settore, complimenti per il blog bla bla bla. No, scusa, ho letto nel post precedente che parli anche tu di scudetto frodato, ai nostri danni intendo. Ma come, non sei tu che cerchi sempre di convincerci che è tutto regolare, gli errori esistono ma fanno parte del gioco, è solo questione di sfortuna o di scarsezza arbitrale, insomma, quella roba lì?”

E’ quello che continuo a pensare, amico mio, o quello di cui continuo ad autoconvincermi, se preferisci. Ma il giorno in cui mi si viene a dire che nella stagione 2024/25 avremmo frodato noi, quando è successo quel che è successo – e non mi fare elencare tutto, Bologna, Roma, Lazio ecc. ecc. – , ecco, allora non posso non far notare che se c’è una vittima di frode (secondo una rozza classificazione di “decisioni arbitrali fantasiose e avverse”) quella è proprio l’Inter. ‘Sta cosa dell’indagine per frode sull’Inter, frodata sul campo, mi ricorda la Svizzera che chiede il conto dell’ospedale alle vittime di Crans Montana.

Ma ora che ci fanno sapere che “Nessun dirigente dell’Inter è coinvolto”, boh, la questione sembra incanalata su binari un po’ più verosimili. Altro succederà ancora, naturalmente. L’importante è che si capisca sempre bene la differenza tra derubati e ladri: il minimo sindacale, anche per i professionisti del clickbaiting.

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Scusi, posso dire una parola io?

La mia società sull’orlo della radiazione o, nella migliore delle ipotesi, della revoca di 15-16 scudetti. Poi, a proposito di scudetto, la disastrosa prova di Torino che manda a puttane un’intera stagione e rilancia le ambizioni del Napoli – anzi, gli stende il tappeto rosso verso il triangolino tricolore. Ero così disperato che, mentre su Pavia calavano le ombre della sera, ho deciso di togliermi la vita assistendo a Milan-Juventus, una partita-barbiturico.

Ma a un certo punto mi sono detto: no, la vita è bella. E sono andato a mangiare una pizza.

Dopo la pizza, tutto mi si è riproposto nelle sue reali dimensioni. L’inchiesta per frode sportiva è una cagata pazzesca e il 2-2 di Torino – a parte il giramento di coglioni – è un risultato perfettamente coerente con la tabella scudetto: ci tocca fare 4 punti in 2 partite, no?, e l’unico modo per farlo è 3+1. Ci siamo tolti il peso di fare l’1, domenica prossima faremo i 3 – sempre che il nostro amato Como non ci alleggerisca questo immane compito.

L’altra cosa – del tutto secondaria – che mi si è riproposta nelle sue reali dimensioni è che Milan e Juve fanno davvero ca-ca-re.

Ma torniamo all’inchiesta che cancellerà l’Inter dai libri di storia. A parte il risvolto comico che la nostra frode si sarebbe risolta con partite perse e scudetto – quello sì – frodato, per me vale solo quello che dice Marotta: “Abbiamo sempre agito con la massima correttezza, per questo voglio tranquillizzare tutti i tifosi. L’anno scorso ci sono state decisioni a noi avverse, acclarate anche dai vertici arbitrali, mi viene in mente il rigore non concesso in Inter-Roma. Ora pensiamo a vincere questo scudetto meritato il prima possibile. Siamo estranei a questa vicenda e lo saremo anche in futuro”. Il resto è fuffa, una faida tra arbitri in cui, approfittando del casino, si punta il dito sull’Inter e sulla sua grande anomalia, quello di essere sempre uscita pulita dai polveroni che agli altri sono costati retrocessioni, penalizzazioni e la vergogna eterna. La gestione del Var e le dinamiche interne alla classe arbitrale sono una gigantesca fogna: sì, ok, lo sappiamo. Ma non toccate l’Inter: porta sfiga.

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Migliori attori non protagonisti

Dal 5 al 21 aprile – dopo un marzo infausto e la vieppiù infausta pausa Bosnia – abbiamo giocato e vinto quattro partite, un bell’andare per una squadra data per morta. Quattro partite in cui abbiamo preso parecchi gol (7, quasi due a partita) ma ne abbiamo segnati a carrettate (15, quasi quattro a partita). Quattro partite di cui una con la Roma e due con il Como, mica pizza e fichi. Ci davano per morti e ne abbiamo dati 5 alla Roma e 7 al Como, vincendo due partite rimontate entrambe da 0-2. Al Como dei miracoli, miglior difesa della via Lattea, abbiamo segnato 11 gol in tre partite (e in due non c’era Lautaro). Nel momento più critico, l’Inter ha tirato fuori tutto quello che aveva, a cominciare dai coglioni. E adesso sogna il doblete, un bell’andare per una squadra data per morta e sepolta.

Non sono state partite perfette, eppure eccoci qua: 4 vittorie su 4, 15 gol fatti e 7 subiti, +12 in campionato a cinque giornate dalla fine, finalisti di Coppa Italia. Con gradazioni assai diverse, con Roma, Como, Cagliari e Como-bis ci siamo tolti dalla palude e abbiamo sistemato tutto con un crescendo fantastico: 12 dei 15 gol li abbiamo segnati nei secondi tempi.

Inter-Como – immenso Calhanoglu a parte, dopo il gol di testa del turco ormai abbiamo visto quasi tutto – è stato il festival delle seconde linee e questo rende ancora più preziosa l’impresa. Incredibile Sucic, che dopo qualche mese in bilico sull’anonimato gioca una mezz’ora pazzesca, due assist e gol decisivo. Strepitoso Martinez, almeno quattro parate super e risultato salvato con l’uscita su Diao. E clamoroso Diouf, uno di cui a volte dimentichi l’esistenza, e che nel momento del bisogno tira fuori una prestazione super sulle fasce – non una, entrambe – che diventa una delle chiavi della vittoria.

Facile quando Lautaro ne mette un paio, Thuram fa i numeri, Barella fa i chilometri, ecc. ecc., molto facile. Per questo credo che Chivu metterà nella top 5 – ma forse anche top 3 – di stagione questa partita vinta con il cuore, con le palle, con Sucic, con Martinez e con Diouf. Aggrappati ai nostri top player, dipendenti dai nostri eterni over 35, per noi sono serate di grandissimo sollievo: il ricambio – almeno un po’ – ce l’abbiamo in casa.

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Chiedi chi era Oscar

“Ma lo sai che una volta le foto dovevi mandarle per posta?” “Elettronica?” “No no, ma quale elettronica? In una busta. Posta ordinaria. Francobollo. Il postino, hai presente? Drin, posta!” “Cioè?” “Le facevi sviluppare e…” “Sviluppare?”

L’età ti porta a dover spiegare cose inspiegabili, risultando a) poco credibile, b) inadatto alle spiegazioni, oppure c) molto vecchio. Anche spiegare cosa ci sia venuto a fare Oscar per tre anni a Pavia non è facile e a suo modo resta un po’ inspiegabile. “Oscar?” Sì, uno che per battere il suo record mondiale di punti in carriera ha dovuto scomodarsi Lebron. Uno che è ancora lo straniero che ha segnato più punti in Italia, perchè il record assoluto nella nostra serie A ce l’ha un italiano, Antonello Riva, altro campione, che però ha giocato il doppio delle sue partite. Un po’ come se nel calcio CR7 a un certo punto avesse dovuto lasciare il Real e avesse scelto Sassuolo.

Utilizzando moderni device, si può recuperare la meravigliosa storia casertana di Oscar Schmidt guardandosi su Raiplay la serie Scugnizzi, bellissima. Accade che a Caserta approdi il più spaventoso cannoniere del basket, che rinuncia alla Nba – dove uno di 2,05 che 40 anni fa ti metteva 10 bombe a partita lo avrebbero coperto d’oro – perchè non vuol rinunciare alla nazionale brasiliana. Arriva in Italia, riscrive tutte le statistiche, porta la Juve Caserta a giocarsi due volte la finale scudetto con Milano e due volte in finale di coppe europee. Perdendole tutte (l’unico trofeo sarà una Coppa Italia battendo Varese). Perché può anche non bastare avere uno che segna 35-40 punti a partita – tutte le partite, pum pum – per vincere qualcosa. Tanto che a un certo punto Caserta manda via Oscar. E vincerà lo scudetto.

“Cioè, portavi il rullino dal fotografo…” “Rullino?”

Certo, è una cosa apparentemente inspiegabile, però è successa, con le sue complesse spiegazioni tecniche e umane (guardare Scugnizzi, please). Ed è anche successo che poi Oscar arriva a Pavia perchè lui vuole rimanere in Italia, ma Caserta sostanzialmente gli vieta di trovare un accordo con una diretta concorrente in A1, e allora salta fuori Pavia, il suo illustre sponsor ma soprattutto la sua appassionata e assai munifica proprietà, che gli fa un’offerta che non può rifiutare – tipo che prenderà più del doppio di quello che gli davano a Caserta. Minchia, che bei tempi. E così Oscar – tipo il CR7 del basket – scende in A2 e arriva a Pavia.

“Cioè, era un coso che tu lo mettevi dentro la macchina fotografica, e dentro il coso c’era la pellicola, ne tiravi fuori un pezzo…”. “Pellicola?” “Sì, il negativo” “…”

Vabbe’, in A2 era un marziano. Il primo anno – stagione 1990/91 – gioca con 44 punti di media. 44 punti di media. Cioè, oggi quando uno segna 44 punti gli fanno un pagina sul giornale e 137 reel sui social. Lui lo faceva tutte le sante domeniche – lui e la sua mano santa, appunto. Spiegarlo non è facile. C’era una tale attesa e un tale fermento – “Hype”, sì, hype – che una domenica si gioca a Brescia. Non è proprio una partita decisiva ma quasi, tipo Inter-Cagliari per dire, che se non la vinci vaffanculo, ma se la vinci puoi cominciare a procurarti ago e filo. E allora a un certo punto mi dico: andiamo a Brescia. “Così, senza prendere i biglietti on line?”. Ma quale on line, andavi e c’era il tizio dietro il vetro che ti vendeva i biglietti, “E come facevi a scegliere il posto?”, no, ascolta non c’era nessun posto da scegliere.

Allora, tipo 2 ore prima dell’inizio del match parto e vado a Brescia (da Pavia ci vuole un’ora e mezza). Fuori dall’autostrada, direzione centro città. Appaiono i cartelli palasport. Li seguo. “Non avevi il navigatore?”. No, adesso hai rotto il cazzo. Ascolta. Seguo i cartelli e arrivo al palasport. Non c’è neanche una macchina parcheggiata. Passa di lì un bresciano: “Scusi, ma non c’era la partita di basket?” “Sì, ma il palasport è chiuso da mesi. Giocano in centro, in un palazzetto più piccolo”. “Dove?” “Eh, è un po’ complicato”. In effetti era complicato. Anche perchè in una città di 200mila abitanti senza un minimo di indicazione, chessò, una cartina, “Cartina?”, sì, cartina, niente cartina, a ogni incrocio mi fermavo a chiedere a un passante, il tempo passava inesorabile, e quando al trecentesimo incrocio e al trecentesimo passante (150 dei quali ignoravano l’esistenza della palla al cesto) finalmente imbocco la via giusta, vedo una palazzettino piccolo piccolo e parcheggio, la partita è già al secondo tempo. Abbondantemente.

“Buongiorno”. “Entri pure, sta finendo”.

Entro e mi trovo sotto il canestro dove sta attaccando Pavia, che è avanti di qualche punto, mancheranno due o tre minuti. E lì accade una cosa vagamente sovrannaturale. “Scusa, spiegami il negativo”. No, non adesso. Allora, palla a Oscar nell’angolo. Lui NON tira da tre – l’avevo detto che era sovrannaturale. Finta, palleggia lungo la linea, loro allentano la marcatura, lui passa sotto il canestro, si gira e schiaccia.

“WOW!”

Cioè, era come se avessi visto Lautaro suonare il Notturno op. 9 n. 2 di Chopin al pianoforte, una cosa del tutto inattesa e sublime. Vabbe’, l faccio breve: la Fernet Branca di Tonino Zorzi sarà promossa in A1 la domenica successiva vincendo a Pavia contro Reggio Emilia. Seguirà una stagione in A1 meravigliosa non tanto per Pavia – squadra di medio-bassa classifica, nonostante Oscar – quanto per la bellezza di essere in A1 e vedere giocare a Pavia McAdoo, Kucoc, Dawkins, Vinnie del Negro, quella gente lì, che gente, che tempi. Un sabato – c’era l’anticipo televisivo – mi feci una ragione del perchè Caserta avesse vinto lo scudetto mandando via Oscar. Pavia-Auxilium Torino, Oscar ne fa 66 (massimo in carriera in Italia) e noi perdiamo ai supplementari. Sono quelle cose difficili da spiegare.

“Ma il negativo, cioè, cos’era di preciso?”

Ero al palazzetto anche all’ultima partita dei play out con Varese – chi perdeva retrocedeva, chi vinceva si salvava – uno spettacolo crudele soprattutto se sei avanti di due a pochi secondi dalla fine e Varese segna da tre. Fine dei sogni. L’anno successivo torniamo in A2, Oscar rimane ma la squadra non rende, lui fa un’altra stagione a 40 di media e poi saluta. Due o tre anni fa è tornato in città dopo trent’anni e passa di assenza, sofferente ma pimpante, quella voce profonda a quel birignao un po’ da Babbo Natale – la risata oh oh oh oh -, un premio di qui e un abbraccio di là. Era stato a Caserta a registrare Scugnizzi ma non si è dimenticato di Pavia.

“Allora, ‘sto negativo?”

Allora, tu potevi comprare quelli da 20 foto oppure da 36. “Cioè, c’era un numero limitato di foto?”. Sì, e mica le vedevi: dovevi farle sviluppare. “Sviluppare”. Sì, sviluppare.

Peccato per quel pomeriggio a Brescia. Oggi col telefonino magari avrei ripreso quella schiacciata, il Gronchi Rosa dell’oscaritudine. Ma è bello rimanere un po’ così, con le cose che non si possono spiegare proprio tutte. Tipo che Oscar ha giocato tre stagioni a Pavia, che storia. Irripetibile, meravigliosa. E molto inspiegabile – è il suo bello.

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Il tricolor (e la possibilità di vincerlo)

E’ tutto relativo. Hai 9 punti di vantaggio e ti senti il fiato degli altri sul collo – ti dicono che hai il fiato degli altri sul collo – come se ne avessi 2 o 3. Ma trascorri un tempo a sbattere, senza sbattersi, contro il pullman dal Cagliari e te ne resti lì tranquillo ad aspettare lo scorrere degli eventi. Stavolta sono al secondo rosso, lato curva nostra – anzi, proprio di fianco, che c’ho ancora l’orecchio sinistro tramortito. Sono al secondo rosso e non c’è uno, dico uno, che alla fine del primo tempo brontoli o invochi qualche cambio o se la prenda con l’avversa fortuna o con la Fifa. No, niente. Siamo tutti lì ad aspettare che succeda qualcosa, certi che quel qualcosa debba succedere prima o poi. Tipo un film che ti piace e che rivedi per la settima volta. Sì, va bene, non sembra una serata di gran vena. Ma prima o poi la mettiamo. La mettiamo di sicuro.

E’ una specie di stato di grazia che non capita spesso. E’ la combinazione tra la serenità delle tue aspettative e la ragionevole speranza che queste si realizzino in un tempo ragionevole – diciamo, entro i 90 minuti. Il ricordo di Inter-Roma, che sul 5-1 eravamo tutti lì a guardare il cronometro sperando che il tempo accelerasse d’incanto, è ancora fresco. Ma 15 giorni dopo, con la vittoria a Como nel mezzo, ci siamo messi il cuore in pace. Diciamo: un po’ più in pace. Il primo tempo trascorre lento lungo i rari tentativi di sbloccare il risultato, ma non c’è uno che si alzi e urli “dai, cazzo!” perché siamo tutti uniti nella medesima convinzione: che ci sia un secondo tempo, come da regolamento internazionale, e chè lì, prima o poi, la risolveremo.

A nessuno passa per la mente un pensiero tetro ( o se gli passa, non lo dice al vicino di posto): cioè, se non la vinciamo sono cazzi. No, non viene in mente a nessuno perché tutti sono piuttosto convinti che la vinciamo. Dopo 10 minuti del secondo tempo sì, l’abbiamo vinta. C’è solo voglia di fare festa e di cantare che la capolista se ne va e che vinceremo il tricolor. C’è quella serena rilassatezza che sgretola anche la scaramanzia più ovvia. La capolista se ne va: è un fatto. Vinceremo il tricolor: è una possibilità sempre più concreta. Viva l’Inter, il resto non conta nulla, sogni d’oro.

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A seguito di revisione

A seguito di revisione, cari amici arbitri e varisti, longa manu del sistema, bravi ma in senso manzoniano, a seguito di revisione, dicevo, posso dirvi che potete andarvene tutti a fare in culo. A seguito di revisione, in cui si nota che un calcio in culo a Bonny diventa rigore per gli altri, e a seguito di altra revisione, in cui si nota che con sette ammonizioni ci apparecchiate il tavolo per il finale di campionato, posso dirvi che avete fatto un buon lavoro ma non è bastato. Abbiamo vinto, abbiamo allungato su Napoli e Milan, e posso ridirvi che potete riandarvene tutti a fare in culo, tutti.

Ma perché parlare di arbitri quando abbiamo vinto a Como passando da 0-2 a 4-2, prima che Bonny colpisse con il suo culone il piede di Nico Paz e il punteggio si fissasse sul 4-3 che risuona ancora più epico, e quindi ne approfitto per mandare tutti a fare in culo e nel contempo a leggere la classifica, dove spicca un dato di fatto ineluttabile, e cioè che la capolista se ne va nonostante tutto e tutti? E così, si annullano gli effetti del disastroso marzo che aveva fatto sognare l’Italia intera, nel titillìo della sala Var dove la creatività lisergica e la rilettura scenica delle norme aveva rimescolato un pochino le carte: alla 27esima avevamo +10 sulla seconda, alle 32esima siamo a +9. La montagna partorì un topolino. Ne mancano sei, che si annunciano divertenti e sempre più creative. Ma noi siamo forti, e ci dispiace per gli altri.

Anzi, no. Non ci dispiace un cazzo.

Eravamo già morti e per qualcuno addirittura sepolti. La risposta sono stati 9 gol tra Roma e Como. La risposta è stata togliersi dal momento più difficile di entrambe le partite con un gol nel recupero del primo tempo (un momento in cui di solito la testa è già nello spogliatoio) e un secondo tempo travolgente. La risposta sono stati i sorrisi e gli abbracci mentre intorno è tutto un digrignare di denti e un fischiare rigori contro a uno preso a calci in culo davanti a tutti, davanti al mondo, vilipeso (il calcio in culo) e umiliato (il rigore). E’ per questo che mi sento in dovere di dirvi che ve ne potetete andare tutti a fare in culo (non quello di Bonny, già preso a calci impunemente, anzi, punemente).

Oggi, senza Lautaro, due gol di Dumfries (fuori per metà campionato), due gol di Thuram (che per due mesi ha fatto cagare), due assist di Calhanoglu (che ha saltato un tot di partite). Ci rendiamo conto di quello che abbiamo fatto finora facendo spesso a meno di alcuni dei nostri uomini migliori? E che nonostante tutto – nonostante tutto – abbiamo 9 punti di vantaggio sulla seconda? Grazie ragazzi, grazie Chivu. Dovrebbe essere la nostra preghiera serale, perché non li ringrazieremo mai abbastanza, distratti come spesso siamo a cercare il Male ovunque, quando invece siamo il Bene, abbiamo il Bene. E il Bene – non sempre, ma spesso – alla fine trionfa. Ciao Como, ciao Napoli, ciao Milan, ciao Orban: ne mancano 6, sempre troppe, ma possiamo andare a dormire tranquilli.

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Un film di sette minuti

A un certo punto, sul mio seggiolino del primo blu, mentre seguivo con apprensione gli eventi dall’altra parte del campo, mi sono sentito come risucchiato. 42′ del primo tempo, segna Mancini (come purtroppo era nell’aria, dopo tanto cincischiare davanti alla nostra porta) e, complice l’assenza dei tifosi della Roma, sullo stadio cala un tale silenzio da darmi la sensazione fisica dell’implosione – noi che si era tutti esplosi dopo un minuto appena di partita.

Ora, non vorrei esagerare dicendo che in quel momento, e nei successivi sette minuti, mi è passato davanti agli occhi il film della mia vita da interista. No, ecco, non vorrei proprio esagerare. Però, inframmezzati da frame subliminali relativi all’operazione bancaria per l’acquisto di due biglietti non esattamente a buon mercato, qualcosa in effetti mi è passato davanti agli occhi, una cosa molto personale. E cioè: ho iniziato a dubitare di me stesso e della mia teoria razionalista sulla crisi Inter del mese di marzo. Che per me – che rifiuto anche solo l’idea o l’ombra di un qualsiasi complotto, che noia – era solo, o soprattutto, un problema di “rimbalzo” fisico, la reazione inevitabile a una spremitura spaventosa di due mesi e mezzo, un calo fisiologico cui – con un minimo di pazienza – non poteva che seguire una reazione positiva, non fosse altro chè saremmo passati dal ritmo di due partite a settimana a quello di una partita a settimana. Una spcie di riposo attivo, insomma.

Prima del risucchio, non è che allo stadio fossimo tutti tranquilli, anzi. Al clamoroso urlo per il gol del Toro, omaggio al suo altrettanto clamoroso rientro, e al solito mancato 2-0 era seguito una specie di monologo della Roma, quantomeno per iniziativa, pressing e spinta – non che le occasioni fioccassero, ma noi subivamo sempre un po’ di più. Poi segna Mancini, il nastro si riavvolge e rivedi non tutta la vita ma il mese di marzo (che basta e avanza). Rivedi l’Inter involuta nelle sue paure e nei suoi intorpidimenti. Ripensi anche alla Bosnia e vedi un castello che crolla – ma come, proprio io che non ci volevo credere.

Poi al Turco a tempo scaduto si aprono cinque metri davanti e carica il tiro. Io ero proprio lì dietro e non ho esultato subito, perchè seguivo la traiettoria naturale della palla che puntava verso il primo blu. Poi però la traiettoria innaturale ha fatto prendere al pallone una short cut verso la rete e GAAAAAAAAAAAAA, uno di quegli urli che sogni prima o poi di cacciare – e ieri sera era già il secondo.

Era quasi il 47′ del primo tempo, quasi 2′ di recupero, un tiro della disperazione che però è la svolta del campionato. Lo ha spiegato anche il povero Gasperinho, la nostra mascotte presto in vendita nei canali ufficiali: stavamo finendo un ottimo primo tempo, per noi è stata una mazzata. Mentre noi stavamo finendo un primo tempo un po’ così e il secondo chissà come sarebbe stato. E così il quadro mi si è ricomposto. Il mio razionalismo (no complotti, no terrepiatte) ha ritrovato spiegazioni vieppiù razionali: torna il più forte e segna, il Turco poi trova la via da 30 metri e segna. I giocatori forti recitano il loro ruolo naturale, quello da giocatori forti. Il resto viene a strascico, a cominciare dall’indolente francese che gioca la miglior partita degli ultimi quattro mesi. Ho riscoperto il piacere delle tesi elementari: se tiri segni, se segni sorridi, se sorridi giochi bene, se giochi bene vinci. Ero lì sul mio seggiolino del primo blu e intorno avevo uno stadio che aveva solo una gran voglia di fare festa. Dopo quattro 4-0 consecutivi assisto a un 5-2: mi sono sporcato la media, è crisi Settore.

E scrivo ‘ste due righe un’ora prima che a Napoli giochino la seconda e la terza. Una partita che pensavo di dover seguire sul water closed e che invece guarderò serenamente dal divano sorseggiando un pastis doverosamente diluito in acqua con rapporto 1 a 6, o forse 7, come la partite che mancano a questo fottuto campionato.

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La solita storia – 3

Nell’attesa della sollecita riforma che sicuramente ci riporterà agli antichi fasti e già ci staglia come favoriti d’obbligo dell’edizione 2030 (ehi, sto scherzando), io mi sarei accontentato di vedere l’Italia tornare vittoriosa dalla Bosnia, con i giocatori che dalla scaletta dell’aereo salutavano la folla e poi si gettavano nella bolgia della zona arrivi seguendo un percorso segnato con i petali di rosa mentre gli astanti intonavano a cappella l’inno di Mameli, compreso di Ta-ttarata-tarata-tarata-taratattattà.

Non è andata così.

Tutti noi avevamo un secondo fine, ovviamente. E cioè che i cinque nerazzurri costretti al centesimo tour de force dell’anno ne traessero almeno un’iniezione di fiducia e positività da trasmettere a tutta la squadra che attraversa un periodo di difficoltà.

Non è andata così.

Bastoni costretto a) a un frettoloso rientro e b) a giocare fuori ruolo; Pio costretto a tirare il primo rigore (i nostri cinque rigoristi designati avevano uno storico complessivo di ZERO rigori segnati in serie A); Dimarco costretto a contendersi la maglia di peggiore in campo; Frattesi costretto a confermarsi un oggetto misterioro; Barella costretto a fare gli straordinari più inutili della storia. E noi, tutti noi, costretti domani a vivere una serata che si annuncia come tra le più inquietanti degli ultimi anni: una partita-scudetto da giocare dopo la pausa delle nazionali in cui l’Italia manca per la terza volta di fila la qualificazione ai Mondiali. Praticamente, un incubo in premessa.

L’Inter non vince una partita dal 28 febbraio e, quel che è peggio, non gioca una partita da Inter da quasi due mesi. Dopo la vittoria con la Juve, che ci ha sistemato classifica e umore ma ci ha gettati nel gorgo del caso Bastoni, abbiamo giocato 8 partite vincendone 2 (Lecce e Genoa), pareggiandone 3 (Como, Atalanta e Fiorentina) e perdendone 3 (Bodo, Bodo, Milan), segnando 8 gol (1 a partita, quando la nostra media fino alla partita con la Juve era di 2,5) e subendone 8 (di cui 5 dai simpatici norvegesi). In altri tempi la pausa per le nazionali sarebbe stata un toccasana, ma questa è stata – come dire? – un po’ così. Torniamo alle nostre faccende interne, quelle del campionato, senza aver dissolto l’aura negativa che avevamo lasciato là sopra, incombente, dopo Firenze. Senza averla dissolta proprio per niente. E’ lì, uguale. Forse peggiorata.

Però domani si ricomincia. Forse è bene ripartire da una partita vera che non da una morbida che magari non si sblocca dopo cento cross tutti uguali. Le nostre responsabilità ce le abbiamo davanti, disposte in fila per due. Chivu non nega che Bastoni, l’uomo del momento, se ne possa andare. Torna Lautaro, l’unico uomo che non doveva infortunarsi. Abbiamo ancora sei punti di vantaggio. Ne ho viste di peggio. Tipo la Nazionale che non va al terzo Mondiale di fila. La nostra crisi, al confronto, è ‘na passeggiata de salute. (3 – fine)

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La solita storia – 2

Non è inaccettabile, in sè, perdere con la Bosnia in trasferta ai rigori giocando in dieci per più di 80 minuti: può capitare. E’ inaccettabile non andare ai Mondiali per la terza volta di fila senza che – di quadriennio in quadriennio – non sia mai stata presa una decisione che non fosse quella di nominare semplicemente un nuovo ct. Nomine spesso sbagliate, tipo le ultime due consecutive: prima un signor allenatore totalmente inadatto a creare empatia con la squadra e con il mondo, poi un signor motivatore empatico totalmente inadatto a creare un progetto tecnico degno di questo nome. Vent’anni di nazionale (due mondiale falliti, tre mancati) se ne sono andati via così, in un soffio. E pensare che al primo fallimento (Sudafrica 2010), dopo la perniciosa operazione del Lippi-2, si era corsi ai ripari nominando Roberto Baggio, un ex Pallone d’Oro, presidente del Settore Tecnico della Figc. Baggio presenterà la sua famosa relazione di 900 pagine in cui un progetto c’era. E beh, però era impegnativo e pluriennale. Gli dicono che non c’è budget, il progetto non lo discuteranno mai, lui se ne andrà (fine breve storia triste). Era il 2011. Oggi è il 2026. Siamo rimasti al 2011. Passando da macedonie del nord e bosnie varie.

Nelle ultime 24 ore si sono dimessi tutti. Adesso ci saranno due mesi di campagna elettorale. Per ora circolano solo nomi ampiamente over 65. Non vedo l’ora.

Insieme alle repliche del Mondiale 2006, l’altra cosa interessante delle ultime settimane era stata l’intervista al dg del Como Carlalberto Ludi. Quando gli chiedono come mai non prendono italiani, lui risponde che non rientrano tra i profili specifici che rispondano alla visione del club. Cioè, scusa, puoi tradurre? Allora, in sintesi: se noi cerchiamo un 2004 o un 2005 pronto a giocare, in Italia non c’è. I 2004 o 2005 pronti a giocare li troviamo altrove, dove sono già titolari; qui non ce n’è. Qualcuno ci sarebbe, ovviamente, ma quei pochi – Pio, Palestra – se li tengono stretti. Ventunenni italiani titolari in serie A, una specie di categoria protetta. Poi, hai voglia a fare convocazioni in Nazionale con una strategia di lungo periodo. Più che altro, va a culo. Devi essere molto bravo a giocare a pallone e devi essere nella squadra giusta al momento giusto. Sennò, è la Cayenna.

Oddio, poi magari l’Iran decide di non andare a giocare i Mondiali negli Usa e la Fifa ci ripesca. E noi magari con un paio di partite alla Benny Hill (colpi di stinchi e glutei, zolle assassine, gabbiani in volo che deviano rinvii) arriviamo ai quarti di finale e celebriamo la rinascita del movimento. Del resto, se la Svezia va al Mondiale avendo fatto 2 punti nel girone eliminatorio con Svizzera Kosovo e Slovenia, voglio dire, perché noi no? Ma sarebbe solo un rinviare il problema per la quinta volta negli ultimi vent’anni. Un problema non da poco: trovare 23 giocatori decenti e in salute da mandare a una competizione internazionale sperando che ogni tanto vincano una partita. Ci vorrebbe un progettone serio tipo quello di Baggio, un progetto alle radici, una tabula rasa tecnica e culturale. Sarebbe stato giusto avviarlo nel 2011, ma tant’è. Un conoscente mi ha detto che a suo figlio, che avrà 10-12 anni e frequenta una scuola calcio, l’allenatore ha proibito il dribbling. Scusa? Sì, non possono dribblare, si incazza.

Divin Codino, scusa, tu cosa ne pensi? No, perchè mi scappa la nostalgia di quando si giocava a calcio per strada. Siamo fuori da tre Mondiali di fila (l’Italia ai Mondiali è una festa, un rito collettivo) e vietano il dribbling ai bambini. C’è una cosa peggiore del non andare ai Mondiali: che il calcio passi di moda. (2 – segue)

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