
A un certo punto, sul mio seggiolino del primo blu, mentre seguivo con apprensione gli eventi dall’altra parte del campo, mi sono sentito come risucchiato. 42′ del primo tempo, segna Mancini (come purtroppo era nell’aria, dopo tanto cincischiare davanti alla nostra porta) e, complice l’assenza dei tifosi della Roma, sullo stadio cala un tale silenzio da darmi la sensazione fisica dell’implosione – noi che si era tutti esplosi dopo un minuto appena di partita.
Ora, non vorrei esagerare dicendo che in quel momento, e nei successivi sette minuti, mi è passato davanti agli occhi il film della mia vita da interista. No, ecco, non vorrei proprio esagerare. Però, inframmezzati da frame subliminali relativi all’operazione bancaria per l’acquisto di due biglietti non esattamente a buon mercato, qualcosa in effetti mi è passato davanti agli occhi, una cosa molto personale. E cioè: ho iniziato a dubitare di me stesso e della mia teoria razionalista sulla crisi Inter del mese di marzo. Che per me – che rifiuto anche solo l’idea o l’ombra di un qualsiasi complotto, che noia – era solo, o soprattutto, un problema di “rimbalzo” fisico, la reazione inevitabile a una spremitura spaventosa di due mesi e mezzo, un calo fisiologico cui – con un minimo di pazienza – non poteva che seguire una reazione positiva, non fosse altro chè saremmo passati dal ritmo di due partite a settimana a quello di una partita a settimana. Una spcie di riposo attivo, insomma.
Prima del risucchio, non è che allo stadio fossimo tutti tranquilli, anzi. Al clamoroso urlo per il gol del Toro, omaggio al suo altrettanto clamoroso rientro, e al solito mancato 2-0 era seguito una specie di monologo della Roma, quantomeno per iniziativa, pressing e spinta – non che le occasioni fioccassero, ma noi subivamo sempre un po’ di più. Poi segna Mancini, il nastro si riavvolge e rivedi non tutta la vita ma il mese di marzo (che basta e avanza). Rivedi l’Inter involuta nelle sue paure e nei suoi intorpidimenti. Ripensi anche alla Bosnia e vedi un castello che crolla – ma come, proprio io che non ci volevo credere.
Poi al Turco a tempo scaduto si aprono cinque metri davanti e carica il tiro. Io ero proprio lì dietro e non ho esultato subito, perchè seguivo la traiettoria naturale della palla che puntava verso il primo blu. Poi però la traiettoria innaturale ha fatto prendere al pallone una short cut verso la rete e GAAAAAAAAAAAAA, uno di quegli urli che sogni prima o poi di cacciare – e ieri sera era già il secondo.
Era quasi il 47′ del primo tempo, quasi 2′ di recupero, un tiro della disperazione che però è la svolta del campionato. Lo ha spiegato anche il povero Gasperinho, la nostra mascotte presto in vendita nei canali ufficiali: stavamo finendo un ottimo primo tempo, per noi è stata una mazzata. Mentre noi stavamo finendo un primo tempo un po’ così e il secondo chissà come sarebbe stato. E così il quadro mi si è ricomposto. Il mio razionalismo (no complotti, no terrepiatte) ha ritrovato spiegazioni vieppiù razionali: torna il più forte e segna, il Turco poi trova la via da 30 metri e segna. I giocatori forti recitano il loro ruolo naturale, quello da giocatori forti. Il resto viene a strascico, a cominciare dall’indolente francese che gioca la miglior partita degli ultimi quattro mesi. Ho riscoperto il piacere delle tesi elementari: se tiri segni, se segni sorridi, se sorridi giochi bene, se giochi bene vinci. Ero lì sul mio seggiolino del primo blu e intorno avevo uno stadio che aveva solo una gran voglia di fare festa. Dopo quattro 4-0 consecutivi assisto a un 5-2: mi sono sporcato la media, è crisi Settore.
E scrivo ‘ste due righe un’ora prima che a Napoli giochino la seconda e la terza. Una partita che pensavo di dover seguire sul water closed e che invece guarderò serenamente dal divano sorseggiando un pastis doverosamente diluito in acqua con rapporto 1 a 6, o forse 7, come la partite che mancano a questo fottuto campionato.









