
Una delle 347.941 differenze tra noi gente normale e Sinner è esattamente questa: se mentre facciamo sport noi abbiamo un momento di difficoltà, ci fermiamo; se ce l’hai lui, è costretto a gestirlo in diretta tv, in uno stadio dove ha addosso gli sguardi di diecimila persone e in un mondo – il tennis in particolare, lo sport ai massimi livelli in generale – dove le attese ti si accumulano impietose sulle spalle, tipo che hai vinto 6 Master 1000 di fila e adesso devi vincere il settimo – che ci vorrà mai?, o tipo che sei a Parigi e non c’è Alcaraz e questo Slam lo hai già vinto e quindi sbrigati – che ci vorrà mai?
Per reggere questo tipo di pressione, il tuo corpo e la tua testa devono andare al massimo e di pari passo. Se il corpo va in difficoltà (magari anche non insormontabile, tantopiù se hai davanti un avversario mediocre), la testa deve compensare. E non sempre ce la fa. Quando ieri ho visto Sinner improvvisamente arrancare contro il meno forte dei fratelli Cerundolo, a partita già praticamente vinta (stava 6-3 6-2 5-1), ho pensato prima al caldo, ai crampi, alla stanchezza, a un forte malessere. E poi ho pensato a Federica Pellegrini che aveva gli attacchi di panico in vasca, mentre faceva i 400 sl da migliore al mondo e forse proprio per questo – perchè doveva vincere e lei stessa non concepiva un altro risultato – la sua testa ha iniziato a dire stop.
Sinner ha scelto la strada più difficile per affrontare questa improvvisa battuta a vuoto, con la testa che gli si è spenta e il corpo che ha recalcitrato: in campo, non si è ritirato e ci ha provato fino all’ultimo sperando che corpo e testa trovassero un punto d’appoggio comune per ripartire; e poi, fuori campo, dichiarando che non era stata colpa del caldo e che non stava bene già dal giorno prima. Il che è coerente con quello che gli è successo durante la partita: a un certo punto – a match praticamente vinto – si è spento tutto e non c’è stato verso. Fosse successo al tie break del quinto set con Alcaraz, non ce ne saremmo accorti. Ma è successo a un game dalla vittoria con il più scarso dei Cerundolo che stava ormai pensando alla doccia, e questo è un campanello d’allarme per Sinner e per chi lavora con lui.
Quello che è successo a Sinner non succede ad Alcaraz. Lo spegnimento del cervello Carlitos lo programma, se lo impone. Ogni tanto prende e va a Ibiza, sparisce per una settimana in cui fa solo una cosa: il ragazzo. Questo gli costa qualcosa – gli è costato anche la separazione dal suo storico coach Ferrero – ma forse gli dà un po’ di respiro. Jannik è più serio, programmato, rigoroso. Anche le macchine migliori però si inceppano. Alcaraz è ai box per un infortunio. Sinner si è trovato nudo in un mezzo a un campo da tennis.
P.S.: trovo ridicola la polemica su “non dovevano farlo giocare alle 12 con quel sole visto che è il numero 1”. Da sempre i super top player sono già fin troppo coccolati rispetto agli altri giocatori: tabelloni a difficoltà progressiva, primi turni saltati, il privilegio dei campi migliori, partite fissate spesso la sera (o negli orari strategici) per motivi di incassi e di diritti tv. Djokovic ha sempre preteso la sessione serale o in subordine la prima partita della giornata, l’unica che ha un orario di inizio certo (e quindi ti permette di programmare riposo, alimentazione e riscaldamento). Se Sinner ha un problema col caldo, ha anche un mega staff che lo può gestire. Ma il problema, l’ha detto pure lui, non è solo il caldo. Il problema sono 29 partite al massimo giocate in 70 giorni e quelle centinaia di milioni di appassionati che ne vorrebbero ancora di più. E che – anche questo è lo sport – vogliono vederti solo vincere.









