Un film di sette minuti

A un certo punto, sul mio seggiolino del primo blu, mentre seguivo con apprensione gli eventi dall’altra parte del campo, mi sono sentito come risucchiato. 42′ del primo tempo, segna Mancini (come purtroppo era nell’aria, dopo tanto cincischiare davanti alla nostra porta) e, complice l’assenza dei tifosi della Roma, sullo stadio cala un tale silenzio da darmi la sensazione fisica dell’implosione – noi che si era tutti esplosi dopo un minuto appena di partita.

Ora, non vorrei esagerare dicendo che in quel momento, e nei successivi sette minuti, mi è passato davanti agli occhi il film della mia vita da interista. No, ecco, non vorrei proprio esagerare. Però, inframmezzati da frame subliminali relativi all’operazione bancaria per l’acquisto di due biglietti non esattamente a buon mercato, qualcosa in effetti mi è passato davanti agli occhi, una cosa molto personale. E cioè: ho iniziato a dubitare di me stesso e della mia teoria razionalista sulla crisi Inter del mese di marzo. Che per me – che rifiuto anche solo l’idea o l’ombra di un qualsiasi complotto, che noia – era solo, o soprattutto, un problema di “rimbalzo” fisico, la reazione inevitabile a una spremitura spaventosa di due mesi e mezzo, un calo fisiologico cui – con un minimo di pazienza – non poteva che seguire una reazione positiva, non fosse altro chè saremmo passati dal ritmo di due partite a settimana a quello di una partita a settimana. Una spcie di riposo attivo, insomma.

Prima del risucchio, non è che allo stadio fossimo tutti tranquilli, anzi. Al clamoroso urlo per il gol del Toro, omaggio al suo altrettanto clamoroso rientro, e al solito mancato 2-0 era seguito una specie di monologo della Roma, quantomeno per iniziativa, pressing e spinta – non che le occasioni fioccassero, ma noi subivamo sempre un po’ di più. Poi segna Mancini, il nastro si riavvolge e rivedi non tutta la vita ma il mese di marzo (che basta e avanza). Rivedi l’Inter involuta nelle sue paure e nei suoi intorpidimenti. Ripensi anche alla Bosnia e vedi un castello che crolla – ma come, proprio io che non ci volevo credere.

Poi al Turco a tempo scaduto si aprono cinque metri davanti e carica il tiro. Io ero proprio lì dietro e non ho esultato subito, perchè seguivo la traiettoria naturale della palla che puntava verso il primo blu. Poi però la traiettoria innaturale ha fatto prendere al pallone una short cut verso la rete e GAAAAAAAAAAAAA, uno di quegli urli che sogni prima o poi di cacciare – e ieri sera era già il secondo.

Era quasi il 47′ del primo tempo, quasi 2′ di recupero, un tiro della disperazione che però è la svolta del campionato. Lo ha spiegato anche il povero Gasperinho, la nostra mascotte presto in vendita nei canali ufficiali: stavamo finendo un ottimo primo tempo, per noi è stata una mazzata. Mentre noi stavamo finendo un primo tempo un po’ così e il secondo chissà come sarebbe stato. E così il quadro mi si è ricomposto. Il mio razionalismo (no complotti, no terrepiatte) ha ritrovato spiegazioni vieppiù razionali: torna il più forte e segna, il Turco poi trova la via da 30 metri e segna. I giocatori forti recitano il loro ruolo naturale, quello da giocatori forti. Il resto viene a strascico, a cominciare dall’indolente francese che gioca la miglior partita degli ultimi quattro mesi. Ho riscoperto il piacere delle tesi elementari: se tiri segni, se segni sorridi, se sorridi giochi bene, se giochi bene vinci. Ero lì sul mio seggiolino del primo blu e intorno avevo uno stadio che aveva solo una gran voglia di fare festa. Dopo quattro 4-0 consecutivi assisto a un 5-2: mi sono sporcato la media, è crisi Settore.

E scrivo ‘ste due righe un’ora prima che a Napoli giochino la seconda e la terza. Una partita che pensavo di dover seguire sul water closed e che invece guarderò serenamente dal divano sorseggiando un pastis doverosamente diluito in acqua con rapporto 1 a 6, o forse 7, come la partite che mancano a questo fottuto campionato.

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La solita storia – 3

Nell’attesa della sollecita riforma che sicuramente ci riporterà agli antichi fasti e già ci staglia come favoriti d’obbligo dell’edizione 2030 (ehi, sto scherzando), io mi sarei accontentato di vedere l’Italia tornare vittoriosa dalla Bosnia, con i giocatori che dalla scaletta dell’aereo salutavano la folla e poi si gettavano nella bolgia della zona arrivi seguendo un percorso segnato con i petali di rosa mentre gli astanti intonavano a cappella l’inno di Mameli, compreso di Ta-ttarata-tarata-tarata-taratattattà.

Non è andata così.

Tutti noi avevamo un secondo fine, ovviamente. E cioè che i cinque nerazzurri costretti al centesimo tour de force dell’anno ne traessero almeno un’iniezione di fiducia e positività da trasmettere a tutta la squadra che attraversa un periodo di difficoltà.

Non è andata così.

Bastoni costretto a) a un frettoloso rientro e b) a giocare fuori ruolo; Pio costretto a tirare il primo rigore (i nostri cinque rigoristi designati avevano uno storico complessivo di ZERO rigori segnati in serie A); Dimarco costretto a contendersi la maglia di peggiore in campo; Frattesi costretto a confermarsi un oggetto misterioro; Barella costretto a fare gli straordinari più inutili della storia. E noi, tutti noi, costretti domani a vivere una serata che si annuncia come tra le più inquietanti degli ultimi anni: una partita-scudetto da giocare dopo la pausa delle nazionali in cui l’Italia manca per la terza volta di fila la qualificazione ai Mondiali. Praticamente, un incubo in premessa.

L’Inter non vince una partita dal 28 febbraio e, quel che è peggio, non gioca una partita da Inter da quasi due mesi. Dopo la vittoria con la Juve, che ci ha sistemato classifica e umore ma ci ha gettati nel gorgo del caso Bastoni, abbiamo giocato 8 partite vincendone 2 (Lecce e Genoa), pareggiandone 3 (Como, Atalanta e Fiorentina) e perdendone 3 (Bodo, Bodo, Milan), segnando 8 gol (1 a partita, quando la nostra media fino alla partita con la Juve era di 2,5) e subendone 8 (di cui 5 dai simpatici norvegesi). In altri tempi la pausa per le nazionali sarebbe stata un toccasana, ma questa è stata – come dire? – un po’ così. Torniamo alle nostre faccende interne, quelle del campionato, senza aver dissolto l’aura negativa che avevamo lasciato là sopra, incombente, dopo Firenze. Senza averla dissolta proprio per niente. E’ lì, uguale. Forse peggiorata.

Però domani si ricomincia. Forse è bene ripartire da una partita vera che non da una morbida che magari non si sblocca dopo cento cross tutti uguali. Le nostre responsabilità ce le abbiamo davanti, disposte in fila per due. Chivu non nega che Bastoni, l’uomo del momento, se ne possa andare. Torna Lautaro, l’unico uomo che non doveva infortunarsi. Abbiamo ancora sei punti di vantaggio. Ne ho viste di peggio. Tipo la Nazionale che non va al terzo Mondiale di fila. La nostra crisi, al confronto, è ‘na passeggiata de salute. (3 – fine)

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La solita storia – 2

Non è inaccettabile, in sè, perdere con la Bosnia in trasferta ai rigori giocando in dieci per più di 80 minuti: può capitare. E’ inaccettabile non andare ai Mondiali per la terza volta di fila senza che – di quadriennio in quadriennio – non sia mai stata presa una decisione che non fosse quella di nominare semplicemente un nuovo ct. Nomine spesso sbagliate, tipo le ultime due consecutive: prima un signor allenatore totalmente inadatto a creare empatia con la squadra e con il mondo, poi un signor motivatore empatico totalmente inadatto a creare un progetto tecnico degno di questo nome. Vent’anni di nazionale (due mondiale falliti, tre mancati) se ne sono andati via così, in un soffio. E pensare che al primo fallimento (Sudafrica 2010), dopo la perniciosa operazione del Lippi-2, si era corsi ai ripari nominando Roberto Baggio, un ex Pallone d’Oro, presidente del Settore Tecnico della Figc. Baggio presenterà la sua famosa relazione di 900 pagine in cui un progetto c’era. E beh, però era impegnativo e pluriennale. Gli dicono che non c’è budget, il progetto non lo discuteranno mai, lui se ne andrà (fine breve storia triste). Era il 2011. Oggi è il 2026. Siamo rimasti al 2011. Passando da macedonie del nord e bosnie varie.

Nelle ultime 24 ore si sono dimessi tutti. Adesso ci saranno due mesi di campagna elettorale. Per ora circolano solo nomi ampiamente over 65. Non vedo l’ora.

Insieme alle repliche del Mondiale 2006, l’altra cosa interessante delle ultime settimane era stata l’intervista al dg del Como Carlalberto Ludi. Quando gli chiedono come mai non prendono italiani, lui risponde che non rientrano tra i profili specifici che rispondano alla visione del club. Cioè, scusa, puoi tradurre? Allora, in sintesi: se noi cerchiamo un 2004 o un 2005 pronto a giocare, in Italia non c’è. I 2004 o 2005 pronti a giocare li troviamo altrove, dove sono già titolari; qui non ce n’è. Qualcuno ci sarebbe, ovviamente, ma quei pochi – Pio, Palestra – se li tengono stretti. Ventunenni italiani titolari in serie A, una specie di categoria protetta. Poi, hai voglia a fare convocazioni in Nazionale con una strategia di lungo periodo. Più che altro, va a culo. Devi essere molto bravo a giocare a pallone e devi essere nella squadra giusta al momento giusto. Sennò, è la Cayenna.

Oddio, poi magari l’Iran decide di non andare a giocare i Mondiali negli Usa e la Fifa ci ripesca. E noi magari con un paio di partite alla Benny Hill (colpi di stinchi e glutei, zolle assassine, gabbiani in volo che deviano rinvii) arriviamo ai quarti di finale e celebriamo la rinascita del movimento. Del resto, se la Svezia va al Mondiale avendo fatto 2 punti nel girone eliminatorio con Svizzera Kosovo e Slovenia, voglio dire, perché noi no? Ma sarebbe solo un rinviare il problema per la quinta volta negli ultimi vent’anni. Un problema non da poco: trovare 23 giocatori decenti e in salute da mandare a una competizione internazionale sperando che ogni tanto vincano una partita. Ci vorrebbe un progettone serio tipo quello di Baggio, un progetto alle radici, una tabula rasa tecnica e culturale. Sarebbe stato giusto avviarlo nel 2011, ma tant’è. Un conoscente mi ha detto che a suo figlio, che avrà 10-12 anni e frequenta una scuola calcio, l’allenatore ha proibito il dribbling. Scusa? Sì, non possono dribblare, si incazza.

Divin Codino, scusa, tu cosa ne pensi? No, perchè mi scappa la nostalgia di quando si giocava a calcio per strada. Siamo fuori da tre Mondiali di fila (l’Italia ai Mondiali è una festa, un rito collettivo) e vietano il dribbling ai bambini. C’è una cosa peggiore del non andare ai Mondiali: che il calcio passi di moda. (2 – segue)

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La solita storia

Da un paio di mesi su Sky Legend sono state trasmesse più e più volte le nostre partite del Mondiale 2006. E io ne ho visto almeno uno spezzone di tutte: Italia-Ghana 2-0 (vittoria tranquilla), Italia-Stati Uniti 1-1 (autogol di Zaccardo, De Rossi espulso e squalificato per 4 giornate), Italia-Repubblica Ceca 2-0 (dovevamo vincere per evitare il Brasile agli ottavi), Italia-Australia 1-0 (ottavi di finale: espulso Materazzi, rigore per noi in pieno recupero), Italia-Ucraina 3-0 (quarti: vittoria netta, da loro c’era Sheva), Italia-Germania 2-0 dts (semifinale, che partita, il capolavoro sono stati i supplementari, potevamo fargliene sei), Italia-Francia 6-4 ai rigori (la finale, vabbe’, la storia è nota). E’ stato il nostro ultimo vero Mondiale: nei due successivi faremo parecchio cagare (eliminati sempre al primo turno, 1 vittoria e 3 sconfitte su 6 partite), negli ulteriori tre non ci andremo neanche.

Il Mondiale del 2006 fu giocato molto sull’emotività. Era appena deflagrata Calciopoli, mentre gli azzurri erano già in ritiro ci fu pure il dramma Pessotto: tutta roba che cementò la squadra, i giocatori tra di loro e i giocatori con lo staff, a cominciare da un altrimenti insopportabile allenatore. Poi, per ogni vittoria che si rispetti, ci sono anche i pianeti che si allineano. In squadra c’erano Cannavaro, Buffon, Pirlo, Totti, Del Piero, Pippo Inzaghi, De Rossi, Nesta, Toni – cioè, quelli di oggi gli spicciano casa – e manco potevi farli giocare tutti assieme. E pur con tutto ‘sto talento fu altrettanto decisivo il lato operaio: Materazzi, Grosso, Camoranesi, Zambrotta, Gattuso, eggià, Gattuso. Tra i 23 c’erano quattro del Palermo, per dire. I 12 gol dell’Italia in quell’edizione furono segnati da 10 giocatori diversi. Subimmo due gol in tutto il torneo, ma nemmeno uno su azione (un autogol, un rigore). I cinque rigori della finale li segnammo tutti.

Quindi, erano due mesi che davanti alla tv facevo spesso paragoni tra quell’Italia e quest’Italia. Tra un’Italia dove Lippi poteva pescare tra Cannavaro, Buffon, Pirlo, Totti, Del Piero, Pippo Inzaghi, De Rossi, Nesta, Toni, Materazzi, Grosso, Camoranesi, Zambrotta e Gattuso e un’Italia in cui proprio Gattuso poteva al massimo permettersi Politano, Raspadori, Retegui, Cristante, Frattesi, Locatelli, Mancini, Gatti… Eppure, le convocazioni sono state ineccepibili: i migliori, quelli disponibili, c’erano tutti. Tra gli indisponibili: Chiesa (in teoria uno dei nostri top player dell’ultimo decennio, che gioca in Premier al ritmo di 10 minuti ogni tre partite), Zaniolo (che ha battuto i record di Balotelli nel rapporto tra talento e inaffidabilità), Zaccagni (Zaccagni?) e Di Lorenzo (non è una battuta, purtroppo). La crisi è in parte generazionale e in parte frutto di errori ultradecennali. Errori a cui non si è nemmeno mai accennato a porre rimedio, se è vero che il presidente della Figc Gravina – entrato in carica subito dopo quella del 2018 – è alla sua personale seconda mancata eliminazione ai Mondiali ed è lì bello tranquillo ad attendere il consiglio federale. Non scatta nemmeno più il riflesso pavloviano delle dimissioni come diretta conseguenza di un fatto grave. Fosse per Gravina, si andrebbe avanti ancora quattro anni così, perchè di meglio non si poteva fare e comunque ce l’abbiamo messa tutta.

I titoli e i commenti catastrofici e ultimativi dei giornali di oggi sono gli stessi del 2018 e del 2022, ma dopo non è mai successo niente di significativo. Nei vent’anni dal 2006 a oggi ci si è sempre lasciati ingannare a bienni alterni dai risultati agli Europei: l’incredibile vittoria del 2021 (non lo rivinceremmo manco se rigiocassero cento volte le stesse partite, ma è il bello del calcio), la finale del 2012 (persa 4-0, peraltro), l’ingiusta eliminazione ai quarti del 2016 con la Germania (al nono rigore) giocando con una squadra che all’epoca giudicavamo improponibile (Eder, Pellè, Giaccherini, Zaza, Parolo, Sturaro, Candreva, De Sciglio) ma che oggi potremmo guardare con un occhio un po’ diverso. Nel frattempo il tempo passava e si rimandava sempre il momento di affrontare i problemi strutturali e culturali del nostro calcio, che vive su allori ormai quasi tutti lontani e su una reputazione andata un po’ a puttane.

Mi è venuto in mente il quarantennio di tenebre del nostro tennis, dalla fine dell’epopea della Davis (vera) di Panatta (quattro finali in cinque anni dal 1976 al 1980) fino all’ingresso di un giocatore in top ten nel 2019 (Fognini, 40 anni dopo Barazzutti). In quei quattro decenni abbiamo avuto buoni giocatori e vissuto qualche discreta emozione, ma del tutto marginali rispetto ai piani nobili di questo sport. Prima che Fognini (ormai ultratrentenne) aprisse la strada a Berrettini e poi al messia Sinner e in successione ai vari Musetti, Cobolli ecc. (da cenerentola a prima nazione al mondo, da stropicciarsi gli occhi per mesi) siamo rimasti lì a dibatterci in una situazione dove l’autoreferenzialità e l’antimodernità facevano da zavorra all’intero movimento. Nel 1987 fu festeggiata in pompa magna la vittoria del 17enne Nargiso al torneo di Wimbledon juniores. Peccato che due anni prima il 17enne Becker (che l’anno dopo fece pure il bis) avesse vinto Wimbledon, quello vero. Gli altri sfoggiavano i migliori diciottenni nel circuito principale, noi li mandavano ancora ai tornei juniores. Eravamo sempre un passo o due indietro e lo siamo rimasti per anni, sempre a perder tempo cercando voti nei circoli e facendo ammuffire talenti negli antiquati centri federali. Poi succede che ad Arma di Taggia nasce un Fognini, a Roma un Berrettini e in Alto Adige – dove quella notte splendeva una cometa e dall’Africa arrivavano tre personaggi bizzarri portando oro incenso e mirra – un Sinner. Anche noi staremmo meglio oggi nel calcio con un nuovo Totti, un nuovo Pirlo o un nuovo Del Piero. Ma non ce li abbiamo. E se anche si fossero, forse non ce ne accorgeremmo. Probabilmente non giocherebbero. (1 – segue)

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Crisi Inter reloaded

Questa crisi Inter è una delle crisi Inter più scontate della storia delle crisi Inter. E’ la crisi Inter (oh, non vinciamo da quattro partite! A marzo non ne abbiamo vinta una!) di un’Inter che ha giocato 18 partite in 64 giorni (dal 4 gennaio all’8 marzo), che la partita più importante l’ha dovuta giocare al giorno 64 e che adesso sta pagando dazio – una fase down che avrebbe pronosticato anche un professore di ginnastica di scuola media, mica un qualsiasi Lab di cervelloni.

Spoiler: poteva anche andarci peggio. Potevamo passare il turno con il Bodoe, così avremmo giocato due partite in più in due settimane consecutive, allungando a dismisura il periodo di superlavoro. Spoiler/2: saremmo usciti dalla Champions con ignominia e probabilmente con Atalanta e Fiorentina avremmo perso, perchè saremmo stati più cotti di quanto non lo siamo ora.

Il fatto che la crisi Inter sia una crisi Inter piuttosto annunciata e forse inevitabile non deve diminuire la nostra preoccupazione, anche se alle crisi Inter dovremmo essere abituati – ma alle crisi Inter non ci si abitua mai, diciamolo. Le cause della crisi Inter sono oggettive: la squadra è stanca (come non potrebbe esserlo, se non affidandosi al sovrumano?), l’uomo più determinante manca da un mese (un mese in cui si sono giocate sette partite, mica due o tre) e qualche altro uomo determinante manca, manca a sprazzi oppure c’è ma è come se mancasse. La crisi Inter è nata un mese fa ma per un po’ non ce ne siamo accorti. Ora sì.

A Firenze abbiamo giocato da Inter per 15 minuti, poi abbiamo giocato i restanti 75′ da crisi Inter. Potevamo sfangarla solo nel caso avessimo segnato due gol nei primi 15′, perchè dopo è subentrata la crisi Inter e uno degli effetti più evidenti della crisi Inter è che non segniamo più (2 gol nelle ultime 4 partite per una squadra che viaggiava a 2 gol abbondanti a partita). Abbiamo preso l’ennesimo pessimo gol stagionale (errori, mollezze). Avesse segnato Pio all’ultimo minuto sarei uscito in macchina con il bandierone a fare il carosello intorno al mio isolato, ma sarebbe stato un miracolo a livello della resurrezione di Lazzaro. Restando a un livello di analisi più terrena, possiamo essere soddisfatti di avere fatto un punto a Firenze, contro una squadra più in forma di noi. Era un turno sfavorevole (Milan e Napoli avevano partite molto più facili) e sfavorevole è stato. Purtroppo solo la Juve, che ha pareggiato con la Pertossese, non è avanzata. Le altre hanno vinto, pace e amen.

La pausa per la Nazionale va benissimo per recuperare gli infortunati e le forze. Il problema è che non tutti potranno riposarsi, anzi. Si stancheranno abbestia. Mancano otto partite, abbiamo 6 punti sulla seconda e 7 sulle terza. Ne ho viste di peggio, nonostante l’indubbia crisi Inter.

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In absentia

A chi non è mai capitato di non poter vedere partite importanti dell’Inter? Suvvia, fate mente locale. Io me le ricordo tutte (almeno credo).

22 maggio 1991. Sono a Venezia, invitato a un’incredibile visita privata serale della storica mostra sui Celti. L’Inter, mentre io passeggio per le sale di palazzo Grassi, gioca a Roma la finale di ritorno della Coppa Uefa. All’andata avevamo vinto 2-0 e io ero piuttosto tranquillo. La Roma segna all’81’ con Rizzitelli, vince solo 1-0 e l’Inter conquista la sua prima Coppa Uefa. Gli smartphone sarebbero stati inventati qualche lustro più tardi.

19 ottobre 2002. Sono passati solo 5 mesi e mezzo dal 5 maggio e quando capisco che le mie figlie volevano vedere il Pinocchio di Benigni e non il padre macerarsi davanti alla tv per Inter-Juve, ecco, mi reco al cinema sospinto dalla diligenza del buon padre di famiglia. Questo è un caso un po’ particolare, perchè la partita in realtà non l’ho vista fino al 94′: rientrato a casa e acceso distrattamente il televisore convinto che fosse già tutto finito da un pezzo, assisto incredulo all’ultima azione della partita. Cross di Crespo, angolo. Tira Emre, mischia da non capirci un cazzo, gol di Toldo (forse). La Juve protesta perché era inaudito subire un gol al 95′. Collina convalida. “Papà, ma chi ha segnato?”. Non lo so, figlie mie, forse Dio in persona.

11 novembre 2003. Sono a Pavia, al teatro Fraschini, ad assistere al concerto di Ivano Fossati mentre l’Inter gioca a San Siro contro l’Arsenal la quinta partita della fase a gironi della Champions League. Sì, lo so, i ragazzi avrebbero avuto bisogno di me (esonero Cuper, sconfitta 3-0 con la Lokomotive a Mosca con Verdelli in panca, arrivo di Zaccheroni, Kallon positivo al nandrolone, un periodo un po’ così), ma ha prevalso il buon senso (andare al concerto, appunto) e quel mai sopito istinto di distinguere l’uomo dall’animale (cioè dal tifoso), almeno ogni tanto. Chiedo ad amici interisti: “Mandatemi un messaggio a ogni cambio di punteggio”. Il telefonino nel taschino della camicia continua a vibrare e io mi faccio un sacco di film. Dopo l’ultimo bis guardo il telefono e apprendo che avevamo perso 5-1, un film che non mi ero fatto. Saremo eliminati per differenza reti.

26 agosto 2006. Sono a Gressoney (stesso luogo dove il mese prima, mentre cucinavo un piatto di spaghetti, apprendevo dal Tg3 che ci avevano giustamente assegnato lo scudetto). La sera è in programma la finale di Supercoppa italiana tra Inter e Roma, ma io so già che dovrò andare a vedere il concerto (gratuito) di Fabio Concato in piazza. A metà pomeriggio scoppia un uragano e io, intimamente, esulto (“Ma vieni!”). Dopo 10 minuti un’auto con megafono avverte che il concerto si terrà comunque, ma al palazzetto dello sport. Dato il risultato e lo svolgimento (l’Inter rimonta da 0-3 a 3-3, ai supplementari segna Figo su punizione), è una delle partite che mi ruga di più non aver visto. Bel concerto, peraltro.

24 febbraio 2010. Parto per Tokyo, dove correrò la maratona (e deciderò, come noto, le sorti del Triplete), mentre l’Inter gioca col Chelsea a San Siro l’andata degli ottavi. Un sorteggio particolarmente sfigato, la prima da giocare in casa, io che non la posso vedere (la partita si svolge proprio durante il volo): mi sembrava già tutto scritto (spoiler: non lo era). Apprendo del risultato sul pullmino che mi porta in albergo. Il resto è storia. Durante il soggiorno a Tokyo, giochiamo anche a Udine, in campionato, dove vinciamo 3-2 una partita fondamentale non tanto in sè e per sè, quanto per il fatto che c’era mezza squadra fuori per infortuni o squalifiche, Mourinho in tribuna, Mariga titolare e Thiago Motta centrale difensivo. Che bei tempi.

Ascolta “As Time Goes By” su Spreaker.

Vabbe’, poi ci sono un po’ di partite secondarie, ovvio. Tipo Lecce-Inter e Como-Inter negli ultimi 15 giorni, saltate a piè pari per impegni vari. Càpita, no?

“Sì, occhei, ma perché ci racconti ‘ste cose?”.

Per meri fini statistici. E perchè mica potevo sapere, prenotando una vacanza in un altro continente, che l’8 marzo avremmo dovuto disputare la partita del secolo. E anche l’anticipo al sabato pomeriggio di Inter-Atalanta è una bella enculada, direbbero in Spagna. Ma è proprio in questi momenti che si forgia l’animo del vero interista. Milan merda.

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No regrets

Se non bastano trenta tiri, trecento cross e il 103% di possesso palla, vuol dire che non era cosa. E che la Champions non fosse cosa per noi, quest’anno, lo dice il fatto che dopo i quattro primi match molto facili abbiamo perso 5 partite su sei, non esattamente il ruolino di marcia di una squadra che vuole andare chissà dove. Forse era destino che la nostra Champions dovesse girare a Madrid, dove abbiamo perso scioccamente una partita che invece questi del Bodo hanno vinto. E vanno avanti loro, spinti dal loro campo sintetico, dal loro stato fisico eccellente (e ti credo, non fanno un cazzo), dalla loro velocità di esecuzione e dal loro culo over size (quanti pali abbiamo preso in due partite?). Buon proseguimento, amici norvegesi.

Del resto, qual è la percentuale di interisti che teorizzava l’uscita dalla Champions per dedicarsi al campionato? Settanta-ottanta per cento? Di più? Stasera era giusto provarci, anzi, era fascinoso. Lo abbiamo fatto, non ci è riuscito bene. Il calo vistoso nei secondi tempi delle due partite ci dice che iniziamo a sentire la stanchezza, il minimo che possa accadere in questo micidiale 2026 in cui stiamo giocando sempre ogni tre giorni (e abbiamo ancora un infrasettimanale prima del derby). La Champions l’anno scorso ci ha fatto vivere emozioni indicibili e ci ha spremuto fino all’ultima stilla di energia costringendoci all’anti-triplete. Quest’anno non escluderei che Inter-Bodo sia la partita-scudetto.

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Non toccate nulla

Si fa fatica a rendersi conto con lucidità della situazione. Proviamo a fissare alcune tappe di questa irreale stagione, a sei mesi dall’inizio e tre mesi dalla fine.

Terza giornata. L’Inter ha perso due partite su tre (Udinese, in casa, e Juve, fuori), rimbalzano voci di imminente retrocessione e di sereno esonero dell’inadeguato Chivu, senza fretta, ma alla prima occasione, prima del panettone. La classifica: Juve e Napoli 9, Milan e Roma 6, Inter 3.

Ottava giornata. Dopo quattro vittorie consecutive l’Inter perde a Napoli, tre sconfitte su otto partite, rimbalzano voci di un’annata di transizione, in cui sarà difficile anche qualificarsi per la Champions. La classifica: Roma e Napoli 18, Milan 17, Inter 15, Juve 12.

Dodicesima giornata. Con tre vittorie cerchiamo di superare il trauma di Napoli, ma perdiamo il derby e con esso il centodiciottesimo scontro diretto consecutivo, rimbalzano voci di ambizioni da ridimensionare, cerchiamo almeno di arrivare quarti sennò è la fine. La classifica: Roma 27, Milan e Napoli 25, Inter 24, Juve 20.

Ventiseiesima giornata. L’Inter, che non ha più perso dopo il derby, vince a Lecce la tredicesima delle ultime quattordici partite e l’ottava trasferta di fila. Le altre perdono tutte. Ah no, vince la Roma, vabbe’. La classifica: Inter 64, Milan 54, Napoli e Roma 50, Juve 46.

Dalla dodicesima alla ventiseiesima giornata passano tre mesi esatti, per un totale di quattordici partite, con questa classifica parziale: Inter 40, Milan 29, Juve 26, Napoli 25, Roma 23. Tralascio il calcolo dei gol fatti e subiti, che è imbarazzante. Abbiamo fatto quasi il doppio dei punti della Roma, che tre mesi fa era ancora in testa. Quindici punti in più del Napoli, no dico, quindici. Quattordici in più della Juve che ha cambiato allenatore (ma sta facendo peggio che con Thiago Motta). Undici più del Milan, che in totale ha perso la metà delle nostre partite. Tutto questo si è realizzato per buona parte nelle ultime cinque partite (classifica parziale: Inter 15, Milan e Roma 8, Napoli e Juve 7), cioè sostanzialmente a febbraio.

Non è tutto. Milan, Napoli, Roma e Juve sono tutte uscite dalla Coppa Italia. Quanto alle coppe europee, il Milan non c’era dall’inizio, il Napoli è uscito della Champions (30esima su 38) e la Juve probabilmente uscirà mercoledì (deve vincere con 4 gol di scarto sul Galatasaray). La Roma, vabbe’, è negli ottavi di Europa League: è comunque l’unica squadra, insieme all’Inter (parlo di Coppa Italia, perché in Champions rischiamo l’uscita pure noi), certa di avere turni infrasettimanali nei prossimi mesi. Le altre hanno smesso di giocare durante la settimana e avranno solo le 12 partite di campionato cui pensare.

Ascolta “Death metal e parmigiano” su Spreaker.

Ah, l’Inter, dimenticavo. L’Inter con l’allenatore oggetto misterioso, l’Inter che ha iniziato la preparazione un mese dopo le altre, l’Inter che per due anni non ha vinto uno scontro diretto (poi ne ha vinto uno, finalmente), l’Inter che ha in rosa un sacco di over 35, l’Inter che non ha mai avuto Dumfries (miglior giocatore della scorsa stagione), l’Inter che ha avuto Calhanoglu un po’ sì e un po’ no, l’Inter che ha avuto poco da Barella, l’Inter che Sommer è una zavorra, l’Inter che Thuram sembra Balotelli, l’Inter che Luis Henrique non è da Inter, sì insomma, l’Inter, questa Inter, a 12 partite dalla fine ha 10 punti di vantaggio sulla seconda e 14 sui campioni d’Italia in carica.

Ecco. O è una gigantesca messinscena architettata per farci credere di avere già vinto il campionato sperando che ci distraiamo, oppure non svegliatemi, non spiegatemi niente, non fate analisi, non fate previsioni. Va bene così.

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Bodo of evidence

Serata vissuta su tre piani temporali diversi, tanto che Christopher Nolan pare essersi interessato per farne qualcosa.

1) Partita strana, che a leggere le statistiche senza nemmeno averne visto un minuto diresti che c’è stato un errore. L’Inter ha segnato un gol, preso due pali, creato le sue solite occasioni (poche, ma ci sono state), tenuto palla più degli avversari. Che però erano molto più aggressivi, atletici, a loro agio sul panno del Subbuteo e nel clima polare. Tutte cose ampiamente preventivabili. E allora, se era tutto così scontato, stona un po’ il condivisibile ma un po’ estremo turnover Inps di Chivu (in campo tutti gli over 35) e quella passività che a volte ci prende in campo e che ci costa palle perse e contropiedi sanguinosi. Come con la Juve, prendiamo gol da spettatori. Stavolta, avendone segnato solo uno (ampiamente sotto la nostra media), abbiamo perso. A San Siro, su un campo normale, sarà un’altra cosa. Ma due gol da recuperare non sono una banalità.

2) In questa serata negativa di Champions, guadagniamo due punti sulla seconda in campionato. Milan-Como 1-1, adesso i cacciaviti sono a -7. La cosa si fa sempre più seria.

3) Il terzo piano temporale è il futuro. Chivu rivela che Lautaro si è fatto male, quanto non si sa. Lautaro è uno di quelli che non dovrebbero farsi male mai, in questa stagione è stato finora il pilastro essenziale al pari di Dimarco e Zielinski. Il futuro è che avremo due partite nei prossimi sei giorni (Lecce e Bodo) che non possiamo permetterci di sbagliare. Il futuro è pregno di insidie, se com’è evidente iniziamo un po’ a segnare il passo e a perdere qualche pezzo. Il futuro è pregno anche di partite, perchè rispetto alle nostre avversarie dirette – tutte uscite – ne avremo sicuramente due in più in Coppa Italia e poi boh? Con la Juve più fuori che dentro dalla Champions, in infrasettimanale non giocherà più nessuno. Anche noi, peraltro, al momento siamo più fuori che dentro. Il futuro sarà un bivio dopo l’altro, speriamo di imboccare sempre la strada giusta.

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Bastoni, Kalulu e 10 pensieri sparsi

Pensieri sparsi sul caso Bastoni-Kalulu dopo 36 ore di spropositi:

  1. Questione preliminare e necessaria. Se c’è una squadra che sulle questioni arbitrali non dovrebbe MAI parlare in Italia, in Europa, sulla Terra, nel Sistema solare, nella Via Lattea, nell’intero Universo e su su fino al Big Bang e anche prima, quindi dalla cosiddetta notte dei tempi a oggi, questa è la Juventus. Non c’è bisogno di spiegarlo e di elencare precedenti (basterebbero quelli con l’Inter, pensate a quante altre squadre ci sono…), li conoscono anche i sassi. Le due squadre che su questi temi si stanno agitando di più sono il Napoli e la Juve, attualmente in classifica a -11 e a -15 dalla capolista. Pensassero anche ad altro, tipo a rimontare o a guardarsi alle spalle. Se la Juve avesse vinto a San Siro sarebbe ora a -9 (wow! episodio che falsa il campionato!). Noi lo scorso anno, che abbiamo perso lo scudetto per un (1) punto e ce ne hanno fatte di cotte e di crude, cosa dovremmo mai dire?
  2. Una settimana prima di Inter-Juve, lo sapete cosa ha fatto e poi detto Vergara (Napoli) a proposito del rigore che ha deciso Genoa-Napoli 2-3? La cosa è interessante perché Vergara gioca in serie A tipo da due settimane. Ed è già nel mood. Mood che descrive bene anche Saelemaekers (Milan) che a Torino (sponda granata) ricordano ancora per la mirabile interpretazione dell’uomo morente e plurifratturato (non si era fatto un cazzo, ovvio) nel match dello scorso dicembre: “Se in area ti senti toccare, il più delle volte non resti in piedi, vai giù. Lo vedi fare agli altri e lo fai anche tu. Talvolta si rimane a terra più a lungo aspettando che venga richiamata l’attenzione dell’arbitro. Non è che in quei momenti stai troppo a pensare“.
  3. Tutto questo per dire che Bastoni ha fatto quello che fanno tutti. Ha fatto per una volta quello che fanno tutti, perchè possiamo dire un sacco di cose del nostro Basto ma non che sia un giocatore scorretto, anzi, tutt’altro. La sua esultanza come avesse segnato un gol in rovesciata da 25 metri, ecco, quella magari è stata un autogol mediatico. Ma provate voi a giocare con la Juve con cui non vinci da due anni in mezzo a 75mila spettatori ululanti. Io, per esempio, minimo gli avrei mostrato il pacco e poi avrei bruciato una bandiera bianconera nel cerchio di centrocampo cantando Bella ciao. Lui, più sobriamente, ha festeggiato. Questa crocifissione di Bastoni, con la ciliegina dell’intervento di uno che era premier finchè lo ha sfiduciato il suo stesso partito, che incita alla sua giubilazione dalla Nazionale, è piuttosto vergognosa. Anche perchè se il criterio dello sfoltimento dei ranghi è la specchiata sportività, allo spareggio per i Mondiali ci mandiamo i Pulcini (forse).
  4. Saviano, la ‘ndrangheta, Marotta… Stendiamo un velo pietoso. Saviano è un Pavarotti a cui nessuno chiede più il Nessun dorma e lui lo canta davanti allo specchio filmandosi col telefonino appoggiato sulla mensola.
  5. Ora, che Bastoni abbia fatto quello che fanno tutti, ovviamente, non va bene. Non va bene che tutti facciano quella roba lì. Proprio Bastoni solo due mesi fa si è trovato nella situazione opposta, quella di avere provocato un grande casino (rigore al Liverpool, partita persa) avendo fatto un fallo risibile reso evidente dalla spropositata reazione altrui (Wirtz). Uguale uguale. E siccome noi interisti, quella sera nel ruolo di vittime, nel giro di qualche replay e a mente un po’ più fredda, siamo passati da “Ladri bastardi ci avete rubato la partita!” a “Ok, quello è un figlio di puttana ma Basto ha fatto una grandissima e inutile cazzata, quindi purtroppo il rigore ci sta”, ecco, inviterei tutti a cambiare i nomi e a planare sulla stessa conclusione. Se Kalulu, appena ammonito, evitava il gesto inutile di dare una risibile manata di frustrazione a uno che lo anticipa di netto e parte in contropiede, ecco, saremmo qui a parlare d’altro. Bastoni ha accentuato? Certamente sì. Kalulu ha sbagliato? Eh, certamente sì.
  6. Lo step-on-foot oltranzista, i falli di mano e di falange, i fuorigioco di un’unghia (a volte incarnita), il Var che qui interviene e lì no e lì forse, ecc. ecc.: queste regole le dobbiamo accettare tutti di default, non solo quando lo mettiamo in quel posto agli altri. E’ una dannata ruota che gira. Per tutti. Sì, anche per te, Chiellini, con quella faccia da suffragetta 2.0 che oggi non può che farci ridere.
  7. Nemmeno 24 ore dopo, Parisi fa una sceneggiata epocale in Como-Fiorentina, simulando di essere stato aggredito con l’acido in faccia da un avversario. Niente, è solo per dire che la battaglia culturale iniziata la sera prima ha subito mostrato i suoi limiti.
  8. Pesanti critiche a Chivu: doveva dire, doveva fare… Doveva dire e fare cosa? Chivu ha fatto bene così: fare meno la Teresa di Calcutta, e fare di più il difensore ruvido che è sempre stato, gli può fare bene. Mentalmente, dico. Perché adesso ci sarà da rimboccarsi le maniche e sporcarsi un pochettino di più la divisa e le mani. La missione è lo scudetto, con mezza Italia contro. Pim, pum! Fantastico.
  9. Le sanzioni su accentuatori/simulatori vanno cambiate e inasprite? Sono d’accordo. Il protocollo Var va affinato? Sono d’accordo, è dal giorno 1 che il protocollo Var viene affinato, tanto che nessuno lo saprebbe più recitare a memoria. Parliamone ma seriamente, non tipo il situazionista governo Meloni che fa una legge per ogni cosa che accade e non gli piace. Il calcio riunisca i suoi saggi, se ne ha, e si trovi una quadra tutti insieme.
  10. Grazie Marotta, perchè ogni tanto bisogna alzare la voce. Noi non lo facciamo mai. Ed è un atteggiamento che mi piace, se non fosse che in questo povero Paese chi urla di più alla lunga si trova ad aver ragione. Tipo che, per la stessa cosa, Vergara fa il Masaniello tra due ali di folla e a Bastoni tocca andare in giro cosparso di pece e piume.

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