Particolari

Sic transit gloria mundi (more solito). La Nazionale è passata dalla retorica delle notti magiche eccetera eccetera alla merda odierna nello stretto giro di quattro mesi, da supersquadra bellissima fortissima e favorita d’obbligo dei prossimi Mondiali a squadretta senza arte nè parte che forse ai Mondiali non ci andrà nemmeno perchè sicuramente gli spareggi non li passiamo, ridotti come siamo. Non che sia cambiato granchè, nel frattempo: il centravanti non lo abbiamo da anni, per dire, e questo non ci ha impedito di vincere 37 partite consecutive e con esse gli Europei dopo 53 anni dall’ultima volta. Semplicemente: prima andava tutto bene – tiraggiro, tiraggiro! – e adesso no. Questione di culo, certamente, almeno un po’. E anche di particolari: i rigori che prima entravano adesso non entrano più. Se Jorginho avesse segnato i due rigori alla Svizzera, il girone lo avremmo vinto in carrozza e adesso saremmo qui a prenotare il pullman scoperto per il dicembre 2022. Invece siamo in pieno Ventura-2, e ringraziamo il cielo che prima degli spareggi passerà un po’ di tempo, sennò con l’umore attuale avremmo fatto fatica anche con San Marino..

Dove saremmo se Jorginho (segue elenco)? Ecco, la storia dei rigori – cioè la storia dei particolari – mi ha fatto pensare all’Inter. Dove saremmo se Dimarco avesse segnato il suo rigore all’Atalanta e se Lautaro avesse segnato il suo rigore al Milan? E dove saremmo se alla Juve non avessero dato quel ridicolo rigore contro di noi? Non sono tre particolari che, in fondo, segnano in maniera spropositata il cammino dell’Inter finora?

Il gioco dei se e dei ma, ovviamente, ha un valore pari o minore di zero, però un pochino si presta a dare una dimensione all’Inter di Inzaghino. In questi primi tre mesi di stagione l’Inter non è mai stata inferiore a nessuno e non ha mai fatto figuracce (tranne negli ultimi grotteschi 15 minuti della partita con la Lazio, un’eccezione nel percorso tutto sommato lineare di quest’anno). E’ una squadra che ha spesso divertito, ha quasi sempre creato tanto, è stata raramente messa alle corde. Eppure in campionato è terza a sette punti dalle prime. Non ha vinto nemmeno uno scontro diretto, ma non ne ha nemmeno persi (a parte quella maledetta partita con la Lazio, vedi sopra). Con quei tre rigori (due sbagliati, uno assegnato con un abuso di potere), proprio tre di questi scontri diretti avrebbero potuto andare diversamente. E quindi?

E quindi cos’è? E’ una questione profonda o è una questione di particolari? Siamo al posto che ci compete (il terzo, lontano dalle prime) o avremmo potuto essere molto più in alto se solo avessimo calciato meglio due palloni, o se all’arbitro di Inter-Juve si fosse scaricato l’auricolare? Siamo indietro per un caso – per tre piccoli particolari, appunto – o perchè è giusto così? E le altre sono troppo avanti per congiunzioni astrali favorevoli, o perchè sono forti almeno quanto noi, se non di più?

E’ una questione interessante. E adesso che ci avviciniamo a due partite-chiave con qualche problema serio (assenze, acciacchi), quei particolari che ci sono costati punti (e chissà, magari un pizzico di autostima) potrebbero pesare fin troppo. Sul cinismo dobbiamo lavorare, sull’emergenza dobbiamo saperci adattare. E’ l’ansia il prossimo trabocchetto.

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Ma non scrivi più?

“Ma non scrivi più?”. Nei mesi scorsi arrivavano mail e messaggi, qualcuno preoccupato (del tipo: sarai mica morto e non hai fatto in tempo a farci un post?). In realtà, stavo scrivendo di Inter molto più del solito e finalmente posso dimostrarlo: carta canta. “1908 Fc Inter – Le storie” (Hoepli) è uscito nello splendore delle suo 500 pagine e lo presento a Pavia venerdì 12 (Libreria Delfino Ubik, ore 18,30) e a Milano, nel calendario di Bookcity, sabato 20 (Museo della Scienza e della Tecnica, ore 14). Poi boh, probabilmente altrove (anche i miei quattro compagni di avventura – Mauro Colombo, Luigi Ferro, Andrea Maietti e Maurizio Harari – sono in pista per vari appuntamenti).

Ho avuto, partecipando a questo progetto, una bella occasione personale: poter mettere mano alla storia dell’Inter pescando dal mazzo un po’ di storie e scrivendole a la Sectuàr, perchè il registro del libro è proprio questo, la modalità un po’ diversa di raccontare i 113 anni nerazzurri. Non c’era da mettere in bella copia Wikipedia ma da prendere argomenti – calciatori, allenatori, presidenti, partite, stagioni, imprese, catastrofi – e farne storie, appunto. Bello, stancante ma divertente.

Il libro è scritto a dieci mani, ci siamo divisi gli argomenti dal ristorante Orologio al ciao-ciao di Lukaku ed ecco qui il volumone. Io ho scritto i seguenti capitoli:

  • I 13 giorni che finirono la Grande Inter (25 maggio-7 giugno 1967)
  • Lo scudetto di Invernizzi – L’incredibile vittoriosa rimonta nel campionato 1970-71
  • L’irripetibile squadra del Sergente di Ferro (Eugenio Bersellini e il campionato 1979-80)
  • Ernesto il generoso – Il presidente Pellegrini e 9 anni ambiziosi e poco fortunati
  • Il nostro Kalle amatissimo – Rummenigge e i suoi gol d’autore
  • Deltaplano Zenga – Un’irresistibile storia nerazzurra
  • I tre moschettieri: Bergomi, Ferri e Berti
  • Tra lo sprofondo e il miracolo (o della connaturata schizofrenia del tifoso nerazzurro)
  • La forza tranquilla della normalità – Javier Zanetti, il capitano dei record
  • Che sinistro! – Alvaro Recoba, croce e delizia nerazzurra
  • Bobo Vieri e i successi che non colse
  • Il 5 maggio 2002 – Cronaca di una sconfitta impensata
  • Il nostro (ex) amico Zlatan
  • L’anno del Triplete
  • Interisti d’Argentina – I Fantastici 4 e altri nerazzurri albicelesti
  • Il più offensivista dei difensivisti (tutti all’attacco spassionatamente con Mourinho)
  • Il superlativo non assoluto – storia di Mauro Icardi
  • The Special One and Half (Antonio Conte, allenatore ipomenorroico)
  • C’eravamo tanto amati – Sedotti e abbandonati da Lukaku
  • Il privilegio di essere stato presidente – intervista a Massimo Moratti (con Luigi Ferro)

Ecco tutto. Se qualcuno lo leggerà e avrà voglia di farmi sapere il suo parere, la mia mail è r.torti@gmail.com (oppure sui quei robi lì, i social)

Forza Inter, la squadra più letteraria che ci sia.

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(Per ora) non vinciamo mai

Avvolto con discrezione nella mia sciarpetta nerazzurra e nascosto con nonsciallanza dietro la mascherina, ho assistito al derby in curva sud, primo anello, guardando la coreografia della nostra curva inglobato dentro la coreografia della loro curva, un’esperienza che mi mancava. Sono lontani i tempi di Nino Manfredi in “Pane e cioccolata”: il clima era molto disteso e poi sarei passato inosservato anche se avessi passeggiato in balaustra nudo con sciarpa Inter e cartello “Ibra merda”. Perchè tutti – tutti! – ce l’avevano solo con Hakan Çalhanoğlu (ho copincollato, non lo imparerò mai) e la partita è scivolata via così, a insultare il povero turco che non ha fatto proprio niente per rendersi simpatico agli ex amici (amici? Ma non l’hanno chiamato Ciapanoglu per quattro anni? Boh). Comunque bello bello, fossero tutte così le trasferte.

Detto questo, aggiorniamo la tabella delle vittorie negli scontri diretti. Fatto: un bel cerchietto e bòn, restiamo a zero. Cambiamo il copione ogni volta, adattandoci alla circostanza e all’avversario, ma non vinciamo. Non siamo mai inferiori – anzi, spesso siamo superiori – ma non vinciamo. Il dibattito su chi ha vinto ai punti – l’Inter o il Milan, che per poco non ce lo metteva in quel posto? – non appassiona: non abbiamo vinto e stop, come era successo col Real, con l’Atalanta, con la Lazio, con la Juve (e mettiamoci pure l’andata con lo Shakthar, partita-chiave). A parte la corrida con l’Atalanta (poteva finire in dieci modi diversi), le altre sono gare non chiuse. Da noi. Secondo le modalità più varie (tipo facendo dieci tiri in porta o facendone uno in tutta la partita), ma non chiuse.

Nel mesetto post-Lazio ci siamo piuttosto sistemati, soprattutto di testa e di equilibrio. Siamo andati dritti al punto con il doppio Sheriff e con Empoli e Udinese, tutte partite da portare a casa e che abbiamo vinto bene. Non è per niente banale. Poi ci sono Juve e Milan, partite importanti, delicate, basilari (seguono altri 117 aggettivi) che sarebbe stato meglio vincere e non abbiamo vinto. Che potevamo vincere, ampiamente, e non abbiamo vinto.

Facciamo spesso molto bene la fase 1 (procurarsi tutto quello che serve per vincere) ma non la fase 2. Ogni volta ne succede una. E ne impari un’altra: segnarsi, per esempio, che se hai un centravanti con il 50% di realizzazione dei rigori, forse è meglio non farglieli tirare. Ieri sera siamo stati una bellezza nelle ripartenze, riusciamo sempre a essere pericolosi anche nei momenti di stasi, ma (segnarsi pure questa) rinculare in trincea non fa per noi. Quindi, ai punti: meritava l’Inter (che poteva chiudere il primo tempo 3-1 e tutti muti) o il Milan (che ci ha fatto cagare addosso nell’ultimo quarto d’ora e a momenti se la portava a casa, che sarebbe stata una beffa immane)?

In questa confusione, non saprei nemmeno dire che la nuova micidiale pausa delle nazionali stavolta non arrivi un po’ meno a sproposito del solito, con Barella e Dzeko messi male. Una tirata di fiato (almeno mentale, visto che comunque giocheranno tutti altrove) prima di Napoli e Shakhtar può avere un perchè. Non siamo ancora in zona ansia totale, ma non dobbiamo lasciare troppo spazio a quelle davanti (nè, peraltro, disinteressarci di quelle dietro). Il Milan è una bella squadra: a parte il culo cosmico, finiamola con le ironie. E sul Napoli non diamo per scontato che prima o poi di dissolva. I numeri, per ora, parlano per loro. E alcuni numeretti – lo score degli scontri diretti – parlano per noi. Siamo belli, siamo forti, ma non ancora abbastanza cinici. Le potremmo vincere tutte ma non succede. Non è un diffettuccio da niente.

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For he’s a jolly good fellow

Nell’era dei social, delle media house e del metaverso (questo l’ho aggiunto per fare finta di essere sul pezzo: non ci ho capito un cazzo, ovviamente), l’Inter sceglie un’immagine teneramente démodé per darci la notizia più bella della settimana, molto più della vittoria al tirasegno di Tiraspol: la firma di Barella fino al 2026.

Queste foto con la penna in mano e lo sguardo dritto in camera ce le scattavano qualche decennio fa alle elementari: ci davano una sistemata frettolosa ai capelli, al fiocco, al colletto e via, “Guarda qui!”, clic, avanti un altro. Vedere nel 2021 un ragazzo di 24 anni, tre figlie e 5 milioni di stipendio mettersi in posa esattamente come me tipo 50 anni fa, come dire, costringe il mio tenero cuoricino interista a una breve ma significativa palpitazione.

E’ una foto straordinaria. Per esempio: la firma di un contratto da 5 milioni l’anno avviene con una biro apparentemente dell’Inter Store, sopra un normalissimo foglio appoggiato su un faldone della Buffetti, con le graffette che fissano le altre copie, cioè, un’attrezzatura che quasi schiferebbe il tuo commercialista. Sullo sfondo, l’atmosfera bucolica di Appiano. Barella è vestito da bravo ragazzo, una specie di Ricky Cunningham del terzo millennio. Si è rasato quei due peletti di barba che possiede, si è dato un colpo di pettine, ha preso la biro, il faldone, 5 milioni e si è rilassato. Non è un sorriso, il suo: è la pace nel mondo.

Quando un calciatore rampante rinnova il contratto, il primo pensiero automatico è: ecco, ora lo vendono di sicuro (a questa tortuosità fattuale e di pensiero ci ha portato questa merda di calcio moderno). Ma magari no: Barella resterà fino al 2026 perchè ama l’Inter, se la porterà appresso finchè i polmoni resisteranno, ne diventerà capitano, ne sarà il simbolo, l’uomo ovunque, l’uomo in più, l’Uomo. Questo ce lo dirà solo il tempo, o lo Squid game di qualche sceicco (per Barella ti dò un sacco di soldi, sennò muori).

Nel frattempo, guardo la foto e lo invidio. Invidio la sua giovinezza, i suoi soldi, la sua straordinaria crescita cui abbiamo avuto il piacere di assistere. Invidio anche la sua complicità con Brozo, tipo Ricky e Potsie, o Ricky e Ralph, o Ricky e Fonzie, quella impagabile sensazione che si può essere calciatori serissimi epperò divertirsi un sacco. Bare, sei così forte – ma forte forte – e ti voglio così bene che quasi ti mandarei affanculo, guarda, tu e quella faccia da schiaffi con vista Buffetti e sfondo prato. Ora che hai firmato non ci lasciare, come fanno (quasi) tutti quelli che firmano. Non ci lasciare, schérsa no.

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Piccole missioni crescono

A metà tra la partita che avrebbe potuto significare qualcosa e invece no – Inter-Juve – e una doppietta di trasferte in cui la settimana prossima ci giocheremo molto, moltissimo, forse tutto – Sheriff e Milan – avevamo due partite da vincere, punto, e l’abbiamo fatto abbastanza serenamente. Che l’impresa non fosse proprio priva di insidie ce lo dimostrano i nostri amiconi della Juve, che avevano due partite “facili” come le nostre e le hanno perse entrambe, sprofondando in una crisi di risultati e di autostima che Maifredi a confronto era Kim Jong-un.

Contro l’Empoli (che è a pari alla Juve, per dire) e l’Udinese abbiamo giocato due match non banali, creando circa duemila palle gol e soprattutto non prendendone nessuno. Zero gol subiti per due partite di seguito, dopo che nelle precedenti 11 ci era successo 10 volte. D’accordo, non giocavamo contro Haaland e Lewandowski, ma è un piccolo traguardo che va celebrato.

Era dalla metà di settembre che non si vincevano due partite di fila. In più arrivavamo da un pessimo parziale di 5 punti nelle ultime 4, cioè tipo la Juve, cioè una merda. Se ne poteva uscire solo facendo sei punti in due partite e l’abbiamo fatto. Niente di epico, per carità, ma darsi una missione e portarla a termine crea fiducia. E noi di quella abbiamo bisogno.

Davanti a noi si stagliano, a dire la verità, non una ma due doppiette. Prima, Sheriff più Milan (entrambe in trasferta). Poi, Napoli più Shakhtar (entrambe in casa). In mezzo, la pausa per le nazionali con tutto ciò che ne consegue in termini di stanchezza, stress e noia (la nostra). Il mese di novembre se ne andrà via così, in attesa di altre due doppiette, prima morbide (Venezia più Spezia) e poi micidiali (Roma e Real, entrambe in trasferta). E forse proprio dopo la partita col Real, la sera di Sant’Ambrogio, avremo un’idea precisa di cosa saremo e dove andremo. Prima, bisogna solo cercare di andare dritti al punto. Cioè non fare come la Juve.

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E’ proprio da questi particolari

Se l’Inter all’89’ non avesse preso il gol di Rodrygo a causa di un abbiocco generale, la classifica del girone sarebbe Sheriff 6, Inter 5, Real Madrid 4, Shakhtar 1: oh, niente di che, ma saremmo un pochino meno angosciati e l’onere di dover rincorrere la qualificazione spetterebbe ai galactios, mica a noi.

Se l’Inter all’89’ non avesse preso il gol su rigore di Dybala a causa di una prevaricazione indebita dall’addetto al Var, la classifica della serie A sarebbe Napoli e Milan 25, Inter 20, Juventus 14: oh, niente di che, ma saremmo un pochino meno lontani dalla vetta e avremmo tenuto la Juve qualche piano più in giù, oltre ad avere dato un segnale importante a noi stessi e al campionato: la Juve è ‘sta robaccia qui, ok, va bene, ma l’abbiamo battuta e siamo belli contenti.

E invece no. Campionato e Champions alla fine si risolvono anche su piccoli particolari come questi, tipo partite buttare nel cesso a un minuto dalla fine per motivi più o meno dipendenti dalla nostra volontà. Nel caso di Inter-Juve, la nostra volontà c’entra poco nello specifico minuto 89, ma c’entra un pochino di più negli 88 precedenti, trascorsi a non-chiudere una partita tenuta quasi costantemente sotto controllo, un’Inter-Juve che stavamo vincendo tranquilli grazie a un unico tiro, con Szczęsny che ha riconsegnato intonsa la divisa al magazziniere facendo risparmiare due euro di tintoria alla Exor.

Questa storia dei particolari inquieta un pochino. Solo questione di dettagli? Con un po’ di culo saremmo messi meglio? E’ tutta un’impressione, aspettiamo che la ruota giri? Oppure siamo quelli che fanno trenta (tipo dare buona impressione di sè per 88 minuti) e mai trentuno? Niente di che, niente di che… però, come recita la saggezza popolare, cento niente ammazzano ‘o ciuccio. E noi, ecco, un po’ ciucci lo siamo.

La settimana prossima ci giochiamo Champions (in Transninrsrininstistria, guarda te cosa ci doveva capitare) e campionato (derby) e questa settimana abbiamo due partite (Empoli e Udinese) da vincere per arrivarci di buon umore. Che forse ci manca un po’. Come lo saremmo stati battendo i gobbi con un tiro. E invece siamo qui con il broncio, l’Aia, la Cia, il complotto plutocratico eccetera.

A me questa Inter fa una strana impressione: non è brutta, non è debole, non è noiosa, non è scontata, non è inferiore a nessuno. E quindi cos’é. Boh. Cerchi di definirla andando per esclusione, più che cercando un aggettivo che ancora non c’è. L’Inter deve darsi un’identità precisa, tocca al suo allenatore (ancora troppo creativo con i cambi) e a ciascuno dei suoi giocatori (il tasso di cinismo è da alzare con urgenza). Altrimenti un’Inter che vince una partita sì e una no, non batte la squadre del suo livello e si mantiene costantemente in bilico tra il paradiso e l’apocalisse potrà essere solo eterea. Non benissimo, e neanche bene.

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La enculada

La enculada (dallo spagnolo encular, ricevere prima o poi una fregatura) è sempre da mettere in conto con la Juve, se non si vuole essere etichettati come fottutissimi ingenui. La enculada è sempre in agguato per motivi tecnici o extra tecnici, tattici o extra tattici, etnici o extra etnici, ambientali o extra ambientali: bisogna vigilare fino all’ultimo secondo di gioco – sempre che la partita non si sia già messa di riff o di raffa sulla strada per Torino – perchè una regola non c’è, e nemmeno una extraterritorialità o una moratoria: la enculada è sempre in agguato dal primo al novantesimo più recupero, e diventa tanto più possibile – a volte, probabile – tanto più ci si avvicina alla fine della partita e i giochi sono ancora aperti. Ci sono due condizioni notorie e ineluttabili: 1) la Juve non è mai morta; 2) nel caso, c’è sempre un modo per resuscitarla.

Quello di Denzel Dumfries era fallo? Tecnicamente, sì. Quello di Denzel Dumfries era una fallo da Var? Tecnicamente no (quindi, rileggetevi il punto 2 e fatevene una ragione, anime candide). Fatto sta che vincevamo e invece abbiamo pareggiato. Bleah.

Se la differenza l’ha fatta un fallo che poteva benissimo non essere rilevato (l’arbitro non aveva fischiato, probabilmente perchè non l’aveva ritenuto tale. Cioè, parliamone), credo sia più produttivo parlare anche di quello che manca a questa Inter, a prescidere da questa ennesima enculada. Ai suoi problemi strutturali, ora che – dopo un quarto di campionato e metà del gironcino di Champions – si comincia a essere assistiti da una solida base statistica.

Su 12 partite, ne abbiamo vinte solo 6, che è un bottino dignitoso ma non esattamente da schiacciasassi. Solo due volte su 12 non abbiamo subito gol (due come le volte in cui non ne abbiamo segnati noi). In queste 12 partite, forse l’unica mezza impresa è stata andare a vincere a Firenze (tenendo conto della storica difficoltà del campo e del buon momento dei viola). Per il resto, in 4 partite contro pari grado (o superiori) abbiamo fatto 2 punti (perso con Real e Lazio, pareggiato con Atalanta e Juve). Potremmo aggiungerci anche la trasferta con lo Shakhtar, in quanto partita importante, e il ruolino non migliorerebbe: 5 partite, 3 punti.

Ecco, al netto dell’incazzatura di subire un rigore all’89’ con la Juve (stesso minuto del gol preso dal Real: sarà un caso?), sarebbe forse meglio preoccuparsi per il profilo di una squadra che – allo stato attuale – è perfettamente rappresentata dalle sue classifiche: in alto ma già lontana dalla vetta in campionato, totalmente in bilico (more solito) in Champions. Una squadra che non dura 90 minuti, quasi mai, se non quelle volte in cui si diverte a prendere a pallonate l’avversario scarso. Una squadra forte con i deboli e deboluccia con i forti: non perchè sia inferiore, ma perchè a un certo punto si perde. Con la Juve (come col Real) ha avuto la partita in mano a lungo, ma non abbastanza.

Il fallo di Dumfries è piuttosto simbolico di questa nuova Inter. Là dove c’era Hakimi oggi sgroppa sulla fascia un simpatico incrocio tra Daley Thompson, Chuck Norris e il mitico Villa, e la differenza a volte la puoi dover scontare. Ci stiamo cercando di autoconvincere che siamo più o meno come quelli dello scorso anno – ci sono stati giorni in cui il mantra era “anzi, siamo più forti!” – ma è con la personalità che abbiamo fatto un notevole passo indietro. E lì c’è da lavorare parecchio, se vogliamo difendere davvero quella coccardina cucita sulla nostra vezzosa divisa pitonata.

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SetTorino (scusate, mi ero dimenticato di tirarmela un po’)

Il mio nuovo libro* io non l’ho ancora nè visto nè toccato nè annusato, e in realtà uscirebbe il 22 ottobre, ma è già al Salone di Torino e tipo domenica mattina, cioè domani insomma, dovrò andare là per vederlo, toccarlo e annusarlo (ammesso che quelli dello stand della Hoepli non chiamino la security) (cioè, nessuna polemica, lo farei anch’io se uno che non ho mai visto prima annusasse i miei libri).

* Il libro si chiama “1908 Fc Inter – Le storie” (Hoepli) e l’abbiamo scritto in cinque, ma qui me la tiro solo io per pura compensazione. Se lo cercate in rete e negli store on line il mio nome non compare, perchè sono il quinto in ordine alfabetico e nel campo autori a seconda dei siti vengono caricati solo due, tre o quattro autori al massimo, e il quinto svapora nell’etere. Cioè, se mi fossi chiamato Aorti o Borti sarei stato il primo. Oppure se mi fossi chiamato Corti, Dorti o Eorti sarei il secondo. Oppure se mi fossi chiamato Forti o Gorti sarei il terzo. Invece mi chiamo Torti e amen. A scuola ho avuto qualche beneficio (quando interrogavano in ordine alfabetico, a parte quei prof creativi che partivano dall’ultimo), in letteratura debbo dire che è un problema. Comunque la copertina certifica la mia presenza, ancorchè nel secondo anello. E’ un bel libro di 500 e passa pagine, il testo supera abbondantemente il milione di battute, e 300mila sono mie.

Le foto sono state scattate a Torino, giuro.

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Ipomenorrea (il ciclo breve)

Quanto dura in media un ciclo? Da quando hanno spento Yahoo Answer la vita di tutti noi si è fatta più difficile. La risposta “in media dura 28 giorni, ma non è insolito avere un ciclo di 35 giorni o persino di 22 giorni” mi ha soddisfatto – ah ecco, dura poco, mi sono detto – ma poi mi sono accorto che ero sul sito della Società italiana di Ginecologia. Io invece pensavo al calcio e volevo controllare se ci fossero casi di cicli vincenti più brevi di quello di Conte all’Inter, durato tipo tre settimane, il tempo di fare qualche festa scudetto, rilasciare sempre meno dichiarazioni e via, verso nuove avventure (non senza avere incassato una buonuscita che è il doppio dello stipendio di un qualsiasi allenatore medio-alto).

Sorprendente? No. Sono due anni che Conte si lamenta. L’abbiamo prima catalogato come un gobbo piagnone, per poi piano piano capire che aveva anche le sue porche ragioni. E siccome alla fine lo scudetto è arrivato – uno scudetto bellissimo – dobbiamo convenire che non era tutta fuffa. Conte – un signor professionista, non un mostro di simpatia – ha portato a termine la sua personale missione: vincere uno scudetto all’Inter, un’impresona che gli lustra il palmares. Poi basta, arrivederci e grazie, non gli interessa farsi nuovi amici. Apre un ciclo e lo chiude: guardatevi Wikipedia, ha sempre fatto così.

L’addio di Conte spiace soprattutto perchè certifica che dal mercato (e dal futuro prossimo) non ci sarà granchè da aspettarsi. Perdiamo un allenatore top così come top saranno più le uscite delle entrate. Non si smantella, ma ci si ridimensiona. Conte a queste condizioni non poteva starci, non dopo aver polemizzato per molto meno. La prospettiva di una squadra non rafforzata, o peggio indebolita, non è nelle sue corde. Il ventriloquo Stellini era stato chiaro domenica: se una società ha un allenatore top deve avere programmi top, dev’essere la società a decidere cosa fare.

Bene, la società ha deciso: al 26 maggio 2021 – il ciclo vincente più breve del terzo millennio – siamo senza allenatore top e senza programma top. Pensavamo di essere tornati in alto ma non era vero. O meglio: era uno stato provvisorio.

Più ancora che arrovellarsi sulla dipartita di Conte – uomo a cui dobbiamo al 100% lo scudetto 19, ma che era anche un corpo estraneo all’interismo nonostante la buona volontà sua e nostra – dobbiamo iniziare ad arrovellarci sul futuro dell’Inter. Fa sorridere che un mesetto fa eravamo in seconda o terza fila nel golpe della Superlega: forse non ci siamo esposti troppo perché già sapevamo che ci mancavano i requisiti?

Non è giusto rassegnarsi al fatto che vabbe’, siamo nati per soffrire e allora bòn. Questa volta è un pochino diverso. Non è un’Inter senza arte nè parte. Una squadra campione d’Italia, con una Champions da giocare, un minimo di progetto lo richiede. In fondo, meglio che sia successo il 26 maggio che il 26 agosto. Ma ora che sappiamo di che morte dovremo morire, potremmo avere qualche particolare in più?

Mancano tre mesi all’inizio del prossimo campionato e saranno tre mesi inquietanti. La scelta nel prossimo allenatore sarà il primo segnale netto. Ah, bei tempi quando potevamo dire “massì, va bene tutto”. No, abbiamo lo scudo in petto e non può andare bene proprio tutto. Forza Inter, sopravviveremo anche al resizing, ammesso di capire cos’è.

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Quasi molto amici

Ho aspettato il minuto 93 di Sassuolo-Atalanta (tu pensa a quali prove ti sottopone la vita), poi sono corso alla Minerva (a Pavia i caroselli si fanno lì, paralizzando festosamente la rotonda attorno alla statua simbolo della città, e avevo proprio voglia di vedere sventolare bandiere nerazzurre e sentire suonare clacson amici, una voglia repressa per 11 anni) e adesso, prima di rilassarmi, ho un Conte da regolare. Cioè un conto in sospeso con Antonio Conte.

Ho dovuto fare una ricerca su Twitter. Sì, ho usato l’hashtag #ConteOut una volta, la notte tra il 25 e il 26 novembre 2020, nel post partita di Inter-Real, in coda a un tweet in cui rinfacciavo al mister di avere demolito la pazza-Inter e di averci consegnato una depressa-Inter. Erano giorni un po’ così, quinti in campionato a cinque punti dal meraviglioso Milan dopo otto giornate appena e scherzati in Champions dai galattici nella partita in cui – una delle rare volte nella stagione, di sicuro la più eclatante – ci siamo sentiti fuori posto, fuori fuoco, fuori tutto. Inadeguati, tutto meno che grandi.

Quella sera, dopo sole quattro partite, finiva di fatto la nostra Champions (poteva andare peggio, potevamo finire quarti: fatto) e la squadra sembrava lontana dal suo allenatore, in quel triste periodo in cui – tra le varie cose – Eriksen veniva fatto entrare a tre minuti dalla fine e io non mi capacitavo di questo inutile sfoggio di bullismo. E allora scrissi #ConteOut perché mi sentivo in un cul de sac, prigioniero di un allenatore talebano nelle scelte tattiche e umane, precipitato in un loop di negatività che non sentivo di meritarmi – cioè, mi dicevo da settimane: se non lo vinciamo quest’anno lo scudetto, con questa squadra, con questa concorrenza, quando mai lo vinciamo più?

Quello fu in effetti il momento peggiore di tutta la stagione. Non riuscimmo a salvare la Champions, ma ci fu un immediato rimbalzo in campionato (sette vittorie di fila) che ci portò ad avvicinare il Milan e a tenerlo d’occhio fino al giro di boa. Poi vabbe’, sappiamo tutti com’è andata. Ma quei giorni di novembre erano tempestosi, c’era quel fermento un po’ malato da ammutinamento sentimentale, ci divertivamo a ridisegnare l’Inter nella ormai quasi certezza che arrivasse Allegri o qualcun altro (così non si può andare avanti, ci dicevamo), e poi a fantasticare sui colpi di gennaio, prendi questo e molla quell’altro, progettando un’Inter decontizzata, leggera, felice. Naturalmente era tutta un’illusione: non solo Conte era economicamente illicenziabile, ma da lì a poco avremmo scoperto che anche l’Inter era irritoccabile. Il famoso annuncio “si va avanti così” sembrava la pietra tombale sulle nostre speranze. Per non parlare di quando a un certo punto scopriamo che a poco a poco la società si ridimensiona, anzi cerca un socio, anzi è in vendita, anzi porta i libri in tribunale, anzi siamo già tutti morti e non ce ne siamo accorti, anzi le cavallette, le cavallette!

Da lì in poi – e parliamo di quattro-cinque mesi della nostra vita – l’Inter è stata soprattutto Antonio Conte e dunque io vorrei chiedergli scusa per quell’hashtag un po’ infelice, per quanto contestualizzato e quindi non gratuito. Ma un po’ infelice e un po’ ingeneroso sì. Io non gli ho mai rimproverato la gobbitudine: è stato il mio allenatore sin dal minuto 1, per quanto faccia sempre un po’ strano vedere vestito con la tua divisa sociale un tipo che sportivamente hai abbastanza odiato (ma se uno sta 16 anni in una società ha tutto il diritto, direi anche il dovere di provare sentimenti e conservare ricordi). Gli rimproveravo la rigidità, l’insistenza su scelte sbagliate, l’atteggiamento distante dalla società (del tipo: io faccio tutto quello che posso e anche di più, ma la situazione la vedete anche voi), le conferenze stampa un po’ grottesche, il percorso, il lavoro, quelle robe lì.

Ma poi ha vinto lo scudetto, e lo ha vinto con una percentuale mourinhana di meriti personali, avendo puntellato la baracca e motivato la truppa proprio quando tutto lasciava presagire il contrario. In questi due anni ha fragorosamente fallito in Champions, ha solo accarezzato il colpaccio nell’Europa League anomala (dove siamo mancati proprio a pochi passi dal traguardo) ma ci ha riportati stabilmente in vetta la campionato, vincendo – anzi, trionfando – al secondo colpo (lui che era noto per vincere al primo, ma tant’è) grazie a un cambio di passo clamoroso in corso d’opera. Trasformando cioè la squadra da quella che ne prende due a partita a quella che ne prende due a bimestre, e per il campionato italiano basta e avanza.

Questo scudetto ha molti volti e abbiamo tempo per elencarli e magnificarli uno a uno. Ma un hashtag mi era rimasto sul gozzo e oggi sono riuscito a mandarlo giù. Ne abbiamo avuti di più simpatici, più empatici, più interisti. Ma questo scudetto ha la tua firma, Antonio, e non solo per quel dito medio sguainato in una serata amara: il punto non era allontanarsi dalla Juve ma sprofondare un po’ di più nel nerazzurro. Lo hai fatto di partita in partita, tuffandoti in quegli abbracci generali che fanno tanto gruppo e piacciono tanto ai tifosi. Hai riempito il silenzio degli stadi. Hai interrotto un decennio di niente. E adesso sì, possiamo dirlo: è il trionfo del #ConteIn e oggi siamo quasi (molto) amici.

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