
Al termine di 48 ore di pura follia, che rivalutano la figura storica di Antonio Tejero, bisognerebbe sforzarsi di fare un po’ di sintesi. Perché al netto delle centomila sfumature che ognuno di noi può trovare nella grottesca ma realissima vicenda della Superlega, credo si sia verificata una rara occasione di stop & go dell’intero mondo pallonaro e forse sportivo in generale, una pausa di riflessione che questo ambiente non si prende mai. E per ambiente intendo l’universo mondo del fulbar, da Infantino al bibitaro del secondo anello. Nell’ambiente ci ficco ognuno di noi tifosotti, gente con l’anello al naso che segue partite con suoni gutturali, rutti, bestemmie e qualche scoreggia, forza Inter Juve merda birra orociok gù gù, e si pone rare e spesso inutili domande sull’essenza di ciò che vede.
Abbiamo assistito a un tentativo arrogante, intempestivo, improvvisato e scomposto (tanto arrogante, intempestivo, improvvisato e scomposto da destare ben più di un sospetto) di cambiare le regole del gioco calpestando quelle dello sport. Il nostro sport. In attesa dei prossimi sviluppi – si aprono scenari molto interessanti, e non necessariamente catastrofici – io mi sono appuntato alcune cose.
- Il calcio è un enorme business in enorme difficoltà. Per metà di queste difficoltà vale il detto “chi è causa del suo mal pianga se stesso”: dal malaffare diffuso al cancro dei procuratori, qui dovrei aprire un sotto-elenco di mezzo chilometro. Per l’altra metà, è più che comprensibile che si cerchino nuove strategie. Succede in qualsiasi azienda, succede in qualsiasi settore economico. Ecco, magari non a ogni costo.
- Non si può far finta che non esista il mercato. E il mercato ha delle sue dinamiche, molto ovvie. Vendo più facilmente Arsenal-Barcellona o Crotone-Sassuolo? Spunto un prezzo migliore per Bayern-Psg o per Osasuna-Getafe? Ricavo di più da una maglietta ufficiale dell’Inter o da una maglietta ufficiale del Fimleikafélag Hafnarfjarðar (più comunemente FH). E il calcio ha più prospettive se lo vendo bene o se lo vendo male?
- Il calcio tende già da decenni a una superlega ombra, le grandi squadre godono già di discreti privilegi, si cerca in tutti i modi nelle competizioni europee di distillare il meglio il più presto possibile, si sta facendo anche con le nazionali in quella roba lì, l’ultima, come si chiama?, ah sì, Nations League. Il calcio è già pieno di meccanismi non equi. Basta che non ci tolgano l’ultimo, il più importante: che i traguardi si conquistano, che le vittorie pesano, che le sconfitte pesano. Con un po’ di fantasia, lo si troverà un meccanismo per fare una Superlega – perchè lì andremo a sbattere – in cui non conti solo la ricchezza e il merito non sia un inutile optional, o no?
- Il calcio è ricco, potente e (non del tutto, vedi sopra) autonomo, ma non è una zona franca e non è nemmeno la casa di uno dei tanti marchesi del Grillo che lo popolano. Il golpe della Superlega è stata una pessima operazione, ma non è che la controparte – Uefa e Fifa – sia occupata da simpatici e disinteressati benefattori del genere umano. E’ davvero difficile fare il tifo per l’una o per l’altra parte, siamo a livello padella-brace. Ha avuto un suo peso la reazione della politica internazionale e la reazione dei tifosi, forse entrambe inattese per proporzioni. Un piccolo bagno di umiltà, hai visto mai.
- Il calcio non è proprietà dei tifosi, però i tifosi sono importanti. Sono utilizzatori finali e azionisti. Sono un irrinunciabile contorno ideale e fisico (ce ne siamo accorti con gli stadi vuoti). Non sono i padroni (farebbero immani disastri) ma sono la passione, sono la pancia, sono il motore (o lo stimolo, almeno). Io, dovessi organizzare una Superlega tra una notte e l’altra, prima proverei a tastare in giro gli umori – no, perchè poi li devi anche spremere, i tifosi.
- Noi tifosi, però, la dobbiamo smettere di rifugiarci come sciampiste nelle reminiscenze di un calcio romantico che non esiste più. La SuperLega ci fa cagare ed eravano tutti più felici con il Super Tele, certo, ovvio. Ma le nostre paturnie vanno contestualizzate a oggi, anno 2021, sennò sono solo pugnette. Non è un processo così facile, lo ammetto, richiede qualche passo indietro o di lato. Non siamo noi quelli a cui vendere il prodotto calcio, del resto: noi siamo clienti da una vita e ci lasciamo fottere ogni giorno da un qualsiasi pallone che rotola su un qualsiasi prato. No, ci sono mercati quasi vergini da esplorare. E ci sono – così dicono – i giovani da riconquistare (loro sì che possono dire a cuor leggero che il calcio è normalmente uno spettacolo noioso). In quest’ottica, ci sono cose che si possono negoziare e altre no. Concentriamoci su quelle no, poche ma importanti (vedi sopra). Sul resto, ragazzi, mettiamoci anche nei panni di chi bene o male deve tenere in piedi questa baracca.
- Spero di riconciliarmi presto con l’Inter. Questa epocale figura di merda, alleati ai nostri peggiori nemici, pronti a vendere il culo ma stando ben attenti a non esporci troppo, rimanendo seminascosti sullo sfondo, non mi va giù. Portate a casa in fretta il diciannovesimo e dimentichiamo questo triste e per fortuna istantaneo passaggio della nostra gloriosa storia.










