
Il titolone del Corriere dello Sport – “Altro pianeta” – è sbagliato. Non rappresenta la realtà di Inter-Liverpool, è stupidamente compiaciuto e gronda di quel provincialismo di cui bisognerebbe ogni tanto sbarazzarsi. “Peccato” di Tuttosport magari contiene un retropensiero – o un risolino sarcastico – ma è sicuramente più legato ai fatti: “Peccato” ieri sera l’abbiamo detto un po’ tutti, no? “L’Inter si mangia le mani” della Gazza (con impeccabile foto di Perisic intento a mangiarsi le mani, la stessa usata dal Corriere dello Sport che quindi ha pure sbagliato foto) centra sicuramente di più il nostro mood: ci abbiamo sperato, abbiamo avuto le nostre chance, non le abbiamo sfruttate e ora, vabbe’, ci mangiamo le mani.
Altro pianeta no. L’Inter ieri sera ha dimostrato che nell’altro pianeta ci può stare, ed è forse l’eredità più importante che ci lascia una partita giocata nel presunto altro pianeta che invece è piuttosto simile alla Terra, esseri con due gambe a spasso su erba rizollata, pallone di cuoio che rotola, quelle robe lì. Un’Inter impanicata, passiva, persa, trincerata sarebbe stata la dimostrazione pratica della differenza di pianeti. E invece no, proprio no, proprio mai. Altro pianeta un cazzo.
Altro livello invece sì, questo bisogna serenamente riconoscerlo e faceva parte delle incognite più banali del prepartita. Il livello differente di due squadre con basi e trascorsi molto diversi (il Liverpool agli ottavi di Champions è la normalità, l’Inter agli ottavi di Champions è un ritorno dopo dieci anni, che sono tanti). Il livello di differenza che c’è tra un’Inter che ha un’assenza importante e oggettivamente non la può rimediare, e un Liverpool che inizia la partita schierando un ragazzino (proprio laddove doveva essersi Barella) e tenendo in panchina – parlando solo di centrocampisti – Henderson, Keita, Oxlade-Chamberlain e Millner (cioè una seconda intera linea di centrocampo a tre, più un altro ancora), più Firmino, Luis Diaz, Gomez, Matip, Origi ecc. ecc., una squadra 2 che in Italia sarebbe minimo in zona Champions.
Su questo, beh, non possiamo farci niente. Il livello è diverso, si sapeva. Ti può capitare di non pagarlo (chissà se Chala avesse segnato invece che prendere la traversa, o se Dzeko fosse stato mezzo metro più indietro nell’azione del gol annullato) oppure no, ti può capitare di dover seguire uno schema spietatamente preciso e di dover passare a un certo punto alla cassa lasciando giù anche le mutande, mentre gli altri alla cassa a fianco aprono quei portafoglia a fisarmonica con venti carte di credito e bòn, vuoi questa?, vuoi quella?, e via verso la prossima avventura.
Le partite non durano 70 minuti – peccato, direbbe Tuttosport – sennò avremmo 10 punti di vantaggio in campionato e andremmo a giocarcela ad Anfield. Le nozze non si fanno con i fichi secchi e aggiungete voi qualche altra perla di antica saggezza. Ma bisogna trarre il meglio da una notte splendida e poi certo deludente, ma non certo devastante. Ha ragione Inzaghi: oggi, pur fuori dalla Champions salvo eventi miracolosi, dovremmo sentirci un po’ più forti. Bisogna autoconvincersi che siamo atterrati nel pianeta giusto. Abbiamo magari lo scafandro con le toppe e un’astronave di seconda mano, ma siamo nel pianeta giusto.
Se solo, sant’iddio, avessimo tirato in porta tutte le volte che ne avevamo l’opportunità: ma questa è tipicamente una questione di livello, non di pianeta.










