“Sì, magari! Allora, sono stato mandato qui dal mio Ministero dello Sport per assumere delle informazioni sulle vostre usanze e sugli eventi sportivi di maggiore importanza del vostro pianeta. Mi è stato detto che questo è il testo più interessante da consultare (mi mostra una copia della Gazza)“.
Sì, corretto. Abbastanza corretto. Sì, insomma, per un marziano va più che bene. Con tutto il rispetto, eh?
“Sto stilando sulla relazione sull’evento sportivo più importante del pianeta Terra e quindi volevo chiederti…”
Ah beh, sulla finale di Champions League so più o meno tutto, dimmi pure, sono una persona informata sui fatti, dunque, devi sapere che…
“Champions cosa? Ah, Champions League, sì. Ok, è al ventiduesimo posto sulla home page di Gazza.it in questo momento. Ho altre ventuno domande da farti prima, se hai tempo. Da questo testo ho appreso che l’avvenimento sportivo più importante del pianeta Terra è l’arrivo di Allegri al Milan”.
Non mi dire.
“Sì. Mi dai due info?”
Allora, lui è un grandissimo rimpicoglioni e ha già allenato il circo Medrano dove giustamente torna per rimettere le cose a posto, dopo alcune gestioni molto folk.
“Grazie. Poi avrei Roland Garros, Giro d’Italia, Heysel, Gasperini…”
Senti, non ho tutto ‘sto tempo. Potrei parlarti invece della Champions che è un grandissimo evento e…
“No no, andiamo per ordine. Chi è questo Gasquet?”
No, ascolta. Facciamo così: estraiamo una domanda a caso e poi vattene affanculo tu, Marte, i marziani, Musk, the Mask, la Gazza e l’ordine mondiale delle cose.
“Aspetta, ho giusto una app per estrarre un argomento a casa. Ecco… 3, 2, 1… Sophie Rose”.
E che roba è? Tennis? Atletica leggera? Volley?
“No, aspetta…”
Sci? Sollevamento pesi? Badminton? Freestyle? Burraco? Pole dance?
“No, aspetta, copincollo. Una signora, di nome Sophie Rose, ha lasciato l’auto in un parcheggio dell’aeroporto di Stansted prima di partire per l’Irlanda. Al suo ritorno, la signora Rose ha dichiarato di avere ritrovato la sua vettura con danni per un valore di circa 6.500 sterline (circa 7.761 euro al cambio del 27 maggio 2025), provocati da un incidente avvenuto ad Harlow, località a oltre 22 km di distanza dallo scalo aeroportuale. La proprietaria ha detto di aver ritrovato il veicolo con il bagagliaio alzato e il paraurti completamente distrutto. La società tramite cui aveva prenotato il parcheggio con servizio “meet-and-greet” era segnalata come servizio di parcheggio sicuro. Il direttore dell’aziendo si è difeso così: “Respingiamo qualsiasi insinuazione secondo cui le auto dei clienti siano state utilizzate per scopi diversi dalla custodia e restituzione ai proprietari – prosegue -. Dovendo gestire più di 300 chiavi alla volta, può però capitare che a volte alcune chiavi, a causa di errori umani, vengano smarrite”.
Scusa?
“Ecco, di che sport si tratta? Perchè l’ho letto su questo giornale di colore rosa e…”
Scusa, posso vedere?
“Certo, prendi pure”.
(accartoccio la Gazza, strappo le pagine, ne mangio una, le altre le appallottolo e le butto nel naviglio)
“Ehi, terrestre, era un documento fondamentale!”
Comunque ti riassumo tutto quello che so sulla Champions League – fìdati, è importante – e che ho letto su questo giornale e sul sito. Allora: l’Inter stanotte dorme ancora ad Appiano e parte domani per Monaco di Baviera dove è attesa per pranzo.
“Wow, interessante (prende appunti)! E poi?
E poi niente, tutto qui.
“Scusa, ma c’è più roba su: paura a Chicago, camion esplode per strada”.
Beh, a Chicago è un problema molto sentito. Scusa, debbo andare, mi scade il disco orario.
“Ciao terrestre, grazie per il tempo che mi hai dedicato”.
Figurati. Toh, prendi questo.
“Le Ore mese? Cos’è?”
Antiche usanze del pianeta Terra. Ciao amico mio.
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(nell’angolo Podcast, giunto nel frattempo all’episodio #135, io e il mio socio Max attendiamo sempre i vostri vocali al numero dedicato Whatsapp 351 351 2355.Cosa ci dovete dire? Quello che volete. Cioè, siamo in finale di Champions, è una stagione meravigliosa: vi mancano gli argomenti?
(il podcast, oltre che su Spreaker – il cui player trovate qui sul blog – lo potete ascoltare anche su Spotify, Audible, Apple Podcast, Google Podcast e tutte le principali piattaforme. Non lo trovate? Prendete appunti – non è difficile – : scrivete “Settore” o “interismo moderno” nell’apposito campo e per incanto vi apparirà. E’ la tecnologia, bellezza, e non possiamo farci niente)
Dove eravamo rimasti? Ah, sì. Dunque, è un discorso lungo. Un attimo ancora, però. Sono circa le 14, tg di La7, arrivano le notizie sportive. Uhm, mi metto comodo. Prima notizia, il valzer degli allenatori. Ok, adesso diranno ancora che il Dem… no, si parla di Conte, di Allegri, di Gasperini, di Palladino, di Italiano, niente Demone. Seconda notizia: “Ma c’è un allenatore che punta all’Europa bla bla bla”, oh finalmente, adesso parleranno di Inz… no, parlano di Maresca e della finale di Conference. Terza notizia: “Ci colleghiamo con Parigi per bla bla bla”, ah ecco, faranno un servizio sul Psg, Donnarumma, ok, meglio di niente… no, parlano del Roland Garros, Sinner, Alcaraz, Musetti. “E adesso”, adesso? “…linea alla nostra redazione digitale”.
Cioè, niente Champions?
Ok, c’è senz’altro uno squilibrio tra il nostro coinvolgimento emotivo – nostro di noi interisti, intendo – e quello del resto del genere umano, ma da dove si dovrebbe trarre il senso di tutta questa attesa per la partta dell’anno? Per dire: sulla Gazza cartacea, in prima pagina, alla Champions è stato dedicato un titolino a una colonna e un’area pari a occhio a circa il 10%.
Cioè, contando che non c’era nemmeno una riga su Sinner (pazzesco!), e contando che il titolo sul Giro d’Italia (organizzato dalla Gazza) era uguale a quello dell’Inter, e constatando che mezza pagina era dedicata ad Allegri (“Il Milan punta Max”, il Milan? quella squadra arrivata tipo centosettesima in campionato? quella?), mi è sgorgato dal petto un interrogativo:
perché nessuno si incula la Champions?
Ho pensato: è tutta invidia. Noi siamo in finale di Champions e gli altri no. Anzi peggio: noi siamo degli habitué della finale di Champions e gli altri no. Ok, lo so, è solo mercoledì. Peraltro, si sono fatte le 18, sto scrollando il sito della Gazza e finalmente trovo grande così in apertura “Il giorno Del Toro, classe e cuore”, evvai, un omaggio al capitano, un incoraggiamento, un segnale di coralità, finalmente, tutti con Lautaro, tutta Italia, tutto il mondo, al di là delle bandiere.
No.
Pensavo fosse un refuso quella D maiuscola. Non è il Toro, ma Del Toro che ha vinto la tappa del Mortirolo e forse anche il Giro, va bene, è giusto così. Scrollo la home page e trovo ciclismo e tennis in quantità. Tracce di Inter qua e là: l’acquisto di Luis Enrique buttato lì tra le dimissioni di Palladino e la pisciata di Zaniolo. Ventesima notizia: Mourinho che è contento che l’Inter non ha rifatto il Triplete, cioè un Triplete senza di lui. Quarantesima notizia: giocheremo in maglia gialla perchè lo hanno voluto i ragazzi, per scaramanzia. Centesima notizia: Cristiano Ronaldo saluta l’Al Nassr (ecco Simone, vedi cosa capita ad andare in Arabia? Centesimo titolo).
Centoventesimo titolo: “Stress quotidiano, 4 alimenti insospettabili che aiutano a combatterlo”
Ooooh! Grazie Gazza, finalmente una cosa interessante. Leggo avidamente. I quattro alimenti sono: avocado (grassi buoni per una mente più leggera); yogurt (intestino sereno, mente rilassata); avena (il cereale amico del buonumore); semi di zucca (piccoli, grandi generatori di relax). E’ quello che fa per me. Sto finendo questo post frullando con il minipimer pezzi di avocado, yogurt magro, semi di zucca e avena. Ne sta uscendo un pastone orribile, ma che assumerò per via orale tra poco. Perchè lo stress, insospettabilmente, si combatte anche così. E andatevene tutti affanculo, casi osservatori esterni dei miei coglioni: quelli in finale di Champions, con l’intestino sereno e la mente rilassata, siamo noi.
(nell’angolo Podcast, giunto nel frattempo all’episodio #134, io e il mio socio Max attendiamo sempre i vostri vocali al numero dedicato Whatsapp 351 351 2355.Cosa ci dovete dire? Quello che volete. Cioè, siamo in finale di Champions, è una stagione meravigliosa: vi mancano gli argomenti?
(il podcast, oltre che su Spreaker – il cui player trovate qui sul blog – lo potete ascoltare anche su Spotify, Audible, Apple Podcast, Google Podcast e tutte le principali piattaforme. Non lo trovate? Prendete appunti – non è difficile – : scrivete “Settore” o “interismo moderno” nell’apposito campo e per incanto vi apparirà. E’ la tecnologia, bellezza, e non possiamo farci niente)
Due anni fa, la finale di Champions fu una specie di regalo inatteso, fantastico, quasi un po’ eccessivo. Tipo se uno, che due mesi prima avevano trovato mentre si faceva una canna nei cessi della scuola, prendesse 82 alla maturità e il papà gli regalasse la Lamborghini Gallardo. L’Inter, due anni fa, aveva fatto una stagione clamorosamente imperfetta, o meglio, totalmente senza senso: insomma, da neurodeliri. Ve ne ripropongo un frammento, che dice molto, forse tutto.
Tra il 10 marzo e il 19 aprile, 40 giorni giusti giusti, l’altalenante Inter di quella stagione giocò 9 partite (c’era pure una pausa della Nazionale tra i coglioni) di cui tre di Champions (il ritorno con il Porto e i due quarti con il Benfica – 2 pareggi e una vittoria, passando due turni), una di Coppa Italia (l’andata della semifinale con la Juve, un pari a Torino) e 5 di campionato: tenetevi forte, un pari con la Salernitana (!) e 4 sconfitte con Juve (ancora), Fiorentina, Spezia (!) e Monza (!). Recap: 1 vittoria (a Lisbona) in 9 partite, un punto in cinque partite di campionato, una squadra allo sbando eppure con un piede in finale in Coppa Italia e in semifinale di Champions con il Milan (!).
Anche tutti noi tifosotti eravamo allo sbando. Oscillavamo tra #Inzaghiout e il palesarsi di un sogno impudico, quello della finale di Champions per conquistare la quale dovevamo “solo” battere quei saltimbanchi dei nostri cugini. Ci si era materializzata questa incredibile prospettiva in un momento in cui facevamo ca-ca-re in campionato, mentre nelle coppe magicamente si sistemava tutto. Compreso quello sbilanciatissimo tabellone che ci aveva steso un teorico red carpet verso Istanbul con squadre tutte alla nostra portata. Nulla era scontato, per carità, ma urne così favorevoli le abbiamo avute raramente.
A un certo punto, boh, cambia tutto. Dopo il 3-3 con il Benfica a San Siro e prima di Istanbul, abbiamo giocato 12 partite vincendone 11, tra cui la finale di Coppa Italia e i due derby di Champions con quel Milan che supereremo anche in campionato arrivando terzi (dopo Inter-Monza 0-1 eravamo quinti).
Questo fu il finale della stagione 2022/23. Dopo aver sofferto le pene dell’inferno contro Spezia e Monza, trascorremmo qualche settimana di pura spensieratezza, bi-inculando i cugini e pure i gobbi, vincendo, rimontando, sistemando un po’ di cose. Siamo arrivati a Istanbul con il cuore leggero, nella ideale situazione di chi non aveva nulla da perdere. Anzi, di più: anche nella situazione di chi sapeva di essere andato oltre ogni aspettiva e che a quel punto, contro la squadra super-favorita, avrebbe potuto limitarsi a non fare brutta figura per guadagnarsi comunque il plauso generale. Eravamo sereni. La sconfitta era ampiamente in conto. Forse, in un certo senso, avevamo già perso. Sì, ok, c’era il solito fatto della palla rotonda, della partita secca, quelle robe lì. Ma non c’erano troppe illusioni da farsi. Realismo. Tranquillità. Stavamo bene.
Stavolta no.
Ecco, c’ho l’ansia. Vado avanti domani, sennò passo la notte sveglio e mi tocca vedere la semifinale dell’Nba.
(nell’angolo Podcast, giunto nel frattempo all’episodio #133, io e il mio socio Max attendiamo sempre i vostri vocali al numero dedicato Whatsapp 351 351 2355.Cosa ci dovete dire? Quello che volete. Cioè, siamo in finale di Champions, è una stagione meravigliosa: vi mancano gli argomenti?
(il podcast, oltre che su Spreaker – il cui player trovate qui sul blog – lo potete ascoltare anche su Spotify, Audible, Apple Podcast, Google Podcast e tutte le principali piattaforme. Non lo trovate? Prendete appunti – non è difficile – : scrivete “Settore” o “interismo moderno” nell’apposito campo e per incanto vi apparirà. E’ la tecnologia, bellezza, e non possiamo farci niente)
Simone Inzaghi è un allenatore che ha portato la sua squadra due volte in finale nelle ultime tre edizioni di Champions League (la più importante competizione del mondo per club) (no, lo scrivo caso mai un marziano appena arrivato sulla Terra leggesse per caso questo blog sbagliando a cercare YouPorn) e sarebbe innaturale, del tutto innaturale, se continuasse a tenere il profilo basso che tutti gli riconosciamo, e di cui a volte anzi lo rimproveriamo. Ed è normale che si parli del suo futuro nel momento clou della stagione, in questa settimana in cui le sue quotazioni – tecniche, umane e contrattuali – sono altissime. A dirla tutta, è il momento clou dell’intera carriera. Domenica al risveglio potrebbe ritrovarsi quello che è adesso, un normale allenatore top con alto profilo e adeguate ambizioni, oppure ritrovarsi quello che quattro anni fa al suo arrivo a Milano non avrebbe mai osato immaginare di poter diventare, una figura storica a un passo dal livello leggenda.
Quindi, non è un complotto – spoiler: se c’è una cosa non non sopporto è il complottismo – se su giornali, tv, radio, web e social si parla molto del futuro di Inzaghi e del suo possibile addio all’Inter, proprio alla vigilia della finale di Champions. Direi che è normale. E’ il mercato, per esempio: ci sono società gloriose e/o danarose che (altro spoiler) pensano di cambiare allenatore e tendono a trovarne uno migliore e/o diverso da quello che hanno. Che è il profilo di Inzaghi: per quanto il suo mood pane e salame lo renda ai nostri occhi meno trendy di quello che è, Simone è a livello (se non migliore, appunto) della buona parte dei top allenatori europei, e sicuramente è diverso. Vi rivelo anche il mezzo con cui si è fatto un sacco di pubblicità nelle ultime quattro stagioni e specialmente nelle ultime tre:
l’Inter.
Quanto alla presunta alzata di cresta nella prospettiva di trattare l’addio o il prolungamento con l’Inter, cioè, scusate, cosa dobbiamo ancora pretendere da un allenatore che porta due volte in tre anni la sua squadra alla finale di Champions, più o meno con gli stessi uomini e senza praticamente aver fatto mercato nell’ultima stagione? Non può permettersi di chiedere qualche garanzia in più alla proprietà e alla dirigenza? Allenare l’Inter non è propriamente fare le nozze con i fichi secchi, per carità, però il calcio di Inzaghi merita di essere nutrito di forze fresche, qualche variazione, una ventata di gioventù – cioè di prospettiva. Il tutto fa parte di un discorso che un allenatore può impostare quando finisce una stagione e prima che inizi l’altra. E quindi – al netto di quella follia del mondiale per club – quando potrebbe fare questo discorso Inzaghi se non dall’1 giugno (è domenica), cioè. dal 2 giugno (è festa), e vaffanculo, ok, dal 3 giugno?
E’ tutto normale. In conferenza stampa, oggi, il Demone lo ha candidamente confessato: certo che ho delle offerte, ce le ho sempre (concedete un minimo di vanità professionale a quest’uomo sempre così contenuto); però, scusate, non possiamo parlarne dalla settimana prossima che adesso avrei la finale di Champions?
C’è solo una cosa che mi deluderebbe, nel caso: l’Arabia. Sì, ok, è dura dire di no a una valanga di milioni e alla suite con la tazza del cesso d’oro. Ma è una cosa che posso concepire da uno come Brozo, per dire. Non da un allenatore 50enne in grande ascesa e nel pieno del suo splendore. Cioè, andrebbe a insegnare calcio ai cammelli? Che cosa se ne farebbe l’Al-(nome a caso) del suo calcio? No, veramente, non ce lo vedo proprio scomparire in quel buco nero di gente straricca che esce dai radar forse per sempre. No.
Comunque, Simone, tutto questo è prematuro. Tu sei concentrato, la squadra speriamo altrettanto. E’ tutto intorno che vedo deconcentrazione. Porca puttana, siamo in finale di Champions! Ci staremo mica facendo l’abitudine? Demone, portaci dove tu sai. Poi, con calma, parleremo del resto. A una leggenda – capisci ammè – sarebbe concesso tutto, anche andarsene.
“E’ l’anno del Napoli” si è sentito dire così tante volte nel corso della stagione che alla fine la previsione si è avverata. Una previsione che hanno fatto in molti, quasi a bocce ferme o comunque in largo anticipo, di fronte alla combo “c’è Conte che li rimette in riga” e “non hanno le coppe, possono concentrarsi sul campionato”. Anche i più scettici a un certo punto della stagione non hanno potuto fare a meno di notare che il Napoli avrebbe giocato 10, 15 o 20 partite meno dell’Inter, un’enormità, e la cifra esatta dipendeva solo da noi, da quanto saremmo andati avanti in Coppa Italia e soprattutto in Champions. Anche quella, impudica, è stata una previsione che i più ottimisti hanno azzeccato: siamo arrivati in finale di Champions, giocando solo lì, in Europa, 14 partite in più di loro. Ne è valsa la pena e, contemporaneamente, ci è costato lo scudetto. Nove mesi di duello e ti ritrovi dietro di un punto.
Secondo una tesi che non sposo, l’Inter avrebbe perso lo scudetto anche (o soprattutto, addirittura) per colpa degli arbitri. Io continuo a pensare che l’abbiamo perso, a rate, in una dozzina di occasioni in cui gli arbitri c’entrano poco o nulla. L’abbiamo perso non chiudendo un sacco di partite, questa è la verità. Sarebbe bastata chiuderne una – una vittoria invece di un pareggio – e adesso saremmo qui a fare i caroselli. E’ lo sport, è la vita. Ci siamo imbarcati in un’avventura meravigliosa che fino a una quarantina di giorni fa sembrava destinata a realizzare un disegno clamoroso. Poi abbiamo ceduto alla fatica e allo stress, oltre che agli effetti di qualche infortunio che ci ha tolto le pedine strategiche al momento sbagliato. Abbiamo fatto 11 punti nelle ultime sette partite, gli scudetti non si vincono così. Abbiamo fatto 4 punti nelle 6 partite con Napoli, Juve e Milan: gli scudetti non si vincono così. Abbiamo buttato via i due scontri diretti con il Napoli: alla fine lo scudo, guarda caso, l’hanno vinto loro.
Ma ripenso a tutte queste cose, anche le più negative, con grande serenità. L’Inter, quest’anno, è stata straordinaria. Imperfetta e straordinaria. Abbiamo vissuto grandi emozioni, ci siamo concessi grandi sogni. Il più grande di tutti è ancora in corso. Lo possiamo realizzare, in una partita secca, se saremo abbastanza bravi e fortunati.
Tra otto giorni giochiamo la finale di Champions. Non abbiamo vinto lo scudetto perché, per una serie di ragioni, non siamo riusciti a stare davanti a una squadra meno forte della nostra: quindi, diciamolo brutalmente, non siamo riusciti a meritarlo più di quanto lo abbiano voluto loro. Peccato. Ma abbiamo ancora una partita e un traguardo davanti, un’opportunità che ci siamo immensamente meritati – questa sì – con la stagione europea che abbiamo fatto, le partite che abbiamo giocato, gli avversari che abbiamo superato uno dopo l’altro, in un crescendo pazzesco. Senza questa prospettiva, stanotte dormiremmo poco e male per la delusione del non-scudetto. L’Inter invece ci ha regalato altri otto giorni di attesa, un’attesa che già ora è più forte di un campionato perso maluccio. Forza, andiamo a Monaco e facciamo vedere chi siamo.
In fondo il tifo, come la religione – così la definiva Freud -, è una forma di nevrosi collettiva. E chissà, in preda alla nevrosi, come abbiamo elaborato il lutto di domenica sera, quello di uno scudetto già regalato. Già, chissà. Anche perché non c’è stato nessun lutto – non siamo ancora morti – e lo scudetto non è stato ancora assegnato – proprio noi potremmo fare lezioni sul tema “non è detto”. Insomma, ha ragione Freud: siamo tutti preda di un qualcosa che ci fa anticipare lutti e verdetti, come se averli anticipati – ok, siamo morti domenica mentre Bisseck allargava il gomito, e sì, lo scudetto lo ha già vinto in Napoli – potesse rendere meno angoscioso il nostro venerdì sera.
Il paragrafo qui sopra, del resto, è chiaramente scritto sotto l’influenza di una nevrosi. Cioè un disturbo psicologico caratterizzato da un elevato livello di ansia, preoccupazione irrazionale, emozioni negative e difficoltà ad adattarsi alla realtà.
E quindi? Stasera che si fa? Si guarda “Quarto grado” sul delitto di Garlasco, ostentando indifferenza, o si guarda la partita, anzi, si guardano due partite? Al 99% succederà quel che non vorremmo succedesse, ma a tutti noi dovrebbe solo importare di coltivare quell’1% come fosse un’orchidea rara. Sennò, cosa siamo qui a fare? A pettinare le bambole? A dare per morta una squadra che ha ancora 90 minuti di respiro? Perchè abbiamo difficoltà ad adattarci a una realtà che non sia quella che siamo già morti? (che poi è preoccupazione irrazionale, emozione negativa, merda che incombe, bleah, che schifo)
La cosa che rende la nostra situazione mentale del tutto borderline è che questa partita del non-scudetto (chiamiamola così per scaramanzia, che in un certo senso è un po’ nevrosi) non chiuderà la stagione, ma sarà solo una tappa verso la finale di Champions, una roba fastasmagorica cui non riusciamo a sacrificare tutto ciò che resta del nostre cervello perché dobbiamo andare a Como a finire il campionato, in una partita che al 99% ci darà solo terrore morte e distruzione ma che è anche il trampolino verso quell’1% che non possiamo nè vogliamo escludere, perché siamo tutti qui per questo, per l’1%.
Da qui alla Champions, l’inutile (al 99%) partita di Como è una cosa da togliersi dai coglioni al più presto, ma per quel cazzo di 1% non è finita finché non è finita, e non bisogna vergognarsi di veder salire il livello di ansia, di dibattersi tra preoccupazioni irrazionali, di pogare tra emozioni negative, no, è solo la merdosa difficoltà ad adattarsi alla realtà, quella di un campionato che finirà senza che lo vinciamo, al 99% però.
E comunque sapete che vi dico? Como merda, Napoli merda, Juve merda, Milan merda, Psg merda, Uefa merda, Fifa merda, mondo merda. Volete querelarmi? Vaffanculo, che ne sapete voi di nevrosi collettive? Siete fuori da tutto, noi no, noi siamo qui a inseguire due sogni, di cui uno al 99% è già sfumato e l’altro è così bello che non faremo percentuali. La notte prima dei lariani fa veramente cagare, ma la giornata sarà anche peggio (al 99%). E quindi forza Inter.
Questo rimarrà forse un campionato più unico che raro. La squadra che probabilmente lo vincerà, il Napoli, avendo nell’ultima giornata un match point clamoroso – come se Sinner servisse contro un avversario che gioca con la racchetta da ping pong – ha vissuto i suoi ultimi tre mesi e mezzo di campionato praticamente in stallo. Delle ultime 15 partite, quelle giocate da febbraio in poi, il Napoli ne ha vinte 6. E’ un dato pazzesco. Cioè, il rush finale della squadra che vincerà lo scudetto consiste nell’aver vinto praticamente una partita su tre da febbraio a oggi. Non per un mese: per quasi quattro mesi. 6 vinte, 8 pareggiate, 1 persa. Queste sono le ultime 15 partite (totale 26 punti) del Napoli. Che vincerà uno scudetto con un un girone di ritorno che in altri campionati forse non avrebbe nemmeno garantito la Champions.
L’Inter, nelle stesse 15 giornate, ha fatto 8-4-3 (totale 28 punti). Nello stesso periodo va aggiunto il recupero con la Fiorentina, perso. Abbiamo quindi fatto 2 punticini in più del Napoli-slow, giocando una partita in più. Insomma, è davvero un campionato più unico che raro, in cui le due contendenti stanno percorrendo il rettilineo finale con la lingua fuori e i nervi a fior di pelle, due maratoneti che per ragioni diverse hanno finito da un pezzo le energie e chiuderanno la loro deludente corsa con un tempo di merda, con il residuo vantaggio sul gruppone degli altri atleti che sono andati uno peggio dell’altro. Eravamo davanti noi, ci siamo fatti superare e ora non riusciamo a metterci davanti a un Napoli che corre in surplace.
Forse sto solo cercando di convincermi che non è stasera che abbiamo buttato via lo scudetto ma un tot di altre volte sparse negli ultimi mesi, a cominciare dallo scontro diretto di Napoli passando per Torino, Parma e Bologna, oltre alla disgraziata partita con la Roma. Sapete com’è, scatta sempre un meccanismo di autodifesa. Del resto se cadi a un passo dal traguardo (rigore contro al 90′) per colpa tua (il rigore c’era, inutile girarci attorno), resti vittima di un tale turbinìo di pensieri e di rimpianti che ragionare diventa difficile. Quindi ti autodifendi.
Forse ci è addirittura andata bene. Primo tempo praticamente due tiri un gol, secondo tempo praticamente uguale con l’aggravante che per un po’ non abbiamo passato la metacampo. Solito paio di miracoli di Sommer. Insomma, non è tutta colpa di Pedro. Il Napoli ha preso un palo e una traversa, dopo 10 minuti di Var non gli hanno dato un rigore a tempo scaduto. Forse ci è addirittura andata bene.
Però che male pensare a quella classifica virtuale che per 40 minuti ci ha visti davanti al Napoli di un punto, che male pensare che al termine di una partita imperfetta e sofferta avremmo acciuffato alla penultima giornata questo campionato imperfetto e sofferto, che male dover rinunciare a un’impresa che sarebbe passata alla storia. Tutto per colpa di un gomito, una frazione di secondo, un movimento istintivo. E lo sport, è il calcio, è la vita. E’ il vaffanculo che è sgorgato dalla pancia di tutti noi. Perchè poteva andarci bene, e invece no.
Non è ancora finita. La disabitudine a giocare tutti in contemporanea o i festeggiamenti troppo anticipati potebbero giocare ancora qualche scherzetto trasversale. Al 19 di maggio siamo ancora qua a giocarci lo scudetto dopo averlo buttato via un tot di volte. E sei giorni dopo la Champions, da protagonisti. E’ una stagione da uscire pazzi. E’ una stagione da fottutissimi privilegiati. Grazie Inter, nonostante tutto e sopra ogni cosa.
Innanzitutto: forza Venezia. No, perché a questo punto contano anche i particolari minimi. Se lunedì alle 18,30 il Venezia batte la Fiorentina, si riduce di un punto il distacco tra il Parma e la zona baratro. E Parma-Napoli potrebbe diventare una partita con implicazioni un pochino più ansiogene. Si noti l’ampio giro di parole: non ci sono più partite facili o difficili, scontate o pericolose. Le due partite che restano di qui alla fine – anzi quattro, le due nostre e le due loro – sono tutte uguali: da giocare, intanto, e poi da vincere.
Il Napoli se n’è accorto proprio in quella che, delle tre che le restavano, era sicuramente la più (scegliere aggettivo giusto), anzi no, la meno (scegliere aggettivo giusto).
Qual è l’aggettivo giusto?
Non c’è e non proviamoci nemmeno a cercarlo. Il Napoli ha perso due punti giocando in casa contro una squadra tranquilla e già sapendo il risultato dell’Inter: in teoria, le condizioni migliori possibili. Anche l’Inter giocava con una squadra tranquilla, ma fuori casa, con la formazione B e con i postumi lisergici di 130′ leggendari con il Barcellona. In più, come direbbe Mazzarri, si è anche messo a piovere. Ma quale piovere, no no, diluviare. Tipo che a un certo punto non rimbalzava neanche la palla. Insomma, era un turno sfavorevole: eppure ha rimontato due punti.
E niente, che volete che sia? Ci toccherà riempire di emozioni e di speranze i prossimi 14 giorni, che già ne sarebbero stati densi per la sola attesa del 31 maggio. La prossima giornata è assolutamente decisiva: ci attende una partita vera a San Siro con la Lazio in corsa per la Champions, al Napoli tocca andare a Parma a casa di una squadra matematicamente non salva e che speriamo voglia sistemare le cose davanti al suo pubblico. L’ultima giornata boh, ci penseremo a suo tempo. E’ la penultima in cui dobbiamo giocarci tutto. In proiezione Monaco è tutta salute: o volevate passare tre settimane a pensare al Psg?
(nell’angolo Podcast, giunto nel frattempo all’episodio #129, io e il mio socio Max attendiamo sempre i vostri vocali al numero dedicato Whatsapp 351 351 2355.Cosa ci dovete dire? Quello che volete. Se riuscite a stare nel tema – l’Inter, il calcio, la vita – va bene. Cioè, siamo in finale di Champions, è una stagione meravigliosa: vi mancano gli argomenti? Se non ci riuscite, va bene lo stesso. Chi siamo noi per impedirvelo?
(il podcast, oltre che su Spreaker – il cui player trovate qui sul blog – lo potete ascoltare anche su Spotify, Audible, Apple Podcast, Google Podcast e tutte le principali piattaforme. Non lo trovate? Prendete appunti – non è difficile – : scrivete “Settore” o “interismo moderno” nell’apposito campo e per incanto vi apparirà. E’ la tecnologia, bellezza, e non possiamo farci niente)
Dumfries (Denzel Justus Morris – Rotterdam, Olanda, 18 aprile 1996). Durante le numerose feste scudetto della scorsa primavera, Dumfries era quello che sorrideva meno o per nulla. Si dava per scontato (forse lo dava per scontato anche lui) che sarebbe stato il giocatore sacrificato sul mercato, al culmine di tre stagioni in cui lo avevamo amato molto ma non moltissimo, ancora abbacinati dalla leggiadria della meteora Hakimi e incerti su come giudicare un esterno destro assai diverso, un decathleta prestato al calcio con qualche tara e qualche limite. Poi accade che il suddetto giocatore rimanga per il quarto anno e si riveli il vero crack della stagione – 10 gol finora e assist, sgroppate e imprese al limite del possibile. Quando si infortuna, nel momento clou, per l’Inter è una mazzata. Poi torna, giusto per il Barça. Nella foto sopra, scattata prima dell’inizio della partita di ritorno, è rappresentata la situazione opposta a quella post-22 aprile: tutti sono seri, l’unico che ride è lui. Forse è un segno. Ha riso pochissimo anche il Barcellona: 6 dei 7 gol dell’Inter agli insopportabili blaugrana portano il sigillo del Papa nero (li ha segnati lui, o ha fatto l’assist, o ha dato il via all’azione). Con il settimo, quello di Frattesi, Dumfries non c’entra proprio nulla. Beh, nessuno è perfetto. Soprattutto se ti hanno sostituito 5 minuti prima allo stremo delle forze, un premio per avere arato il campo per un centinaio di minuti, su e giù, su e giù.
Sommer (Yann – Morges, Svizzera, 17 dicembre 1988). Sembra ancora di vederlo nel letto d’ospedale – era il 22 febbraio, mica dieci anni fa – dopo l’operazione al dito sorridere al fotografo a petto nudo, un’immagine che ha preoccupato i maschi interisti e sovraeccitato le femmine di ogni bandiera e i cui effetti potremo verificare solo a nove mesi di distanza, quindi indicativamente verso metà novembre, you know, quei picchi di nascite che scatenano la fantasia dei demografi. Da martedì sera non lo sognano solo le donne ma anche due uomini, Lamine Yamal ed Eric Garcia, che se lo vedono spuntare dappertutto, anche dalla tazza del cesso mentre si piegano nella prospettiva intima di evacuare – a entrambi sembra di vedere un guantone uscire dal water.
Eric penserà per tutta la vita a quella porta spalancata e a quella doppietta mancata (due gol in tre minuti, in semifinale di Champions, dio mio) per la noncuranza di tirare troppo centrale con tutto quello spazio a disposizione proprio mentre Sommer si librava nel meno speranzoso dei voli. Yamal di tiri a giro scoccati all’improvviso ne farà altri seimila in carriera, più o meno precisi. Non gli capiterà spesso, invece, di vedere partire dal nulla uno svizzero così handsome e così chirurgico, un Clark Kent vestito da portiere che gli toglie la gioia di un gol che sembrava automatico, oggettivamente automatico, e invece no.
Dimarco (Federico – Milano, Italia, 10 novembre 1997). Quanto sarà che Dimash non fa una partita veramente ma veramente con i controcazzi? O, in subordine, da quant’è che non ne fa due consecutive da 7,5 in pagella? Quest’inverno si è preso un’influenza pesantuccia e non è più tornato davvero lui. Ora, nessuno più di me può capirlo: io a gennaio ho fatto l’influenza e mi sono ripreso a marzo, più o meno. Però io sono un boomer e Dimarco potrebbe essere mio figlio, santa madonna. Ma tutto ciò non conta niente quando al minuto 21 di una semifinale di Champions tu rubi palla sulla trequarti e servi l’uomo che farà l’assist dell’1-0. Questa descrizione però non rende l’idea dell’impresa: quando tra il rubare palla e il servire l’assist trascorre meno di un secondo – un lasso di tempo che ti basta per vedere il compagno libero e lanciarlo in porta – e i due gesti diventano un unico disegno criminoso (violenza/raggiro a squadra avversaria non consenziente), allora tutti noi dobbiamo levarci in piedi e niente, applaudire e basta. Lo farebbe anche De Gregori, pur costretto a riscrivere “La leva calcistica del ’68” perchè, porca miseria, è proprio da questi particolari che si giudica un giocatore.
Martìnez (Lautaro Javier – Bahía Blanca, Argentina, 22 agosto 1997). Per un’elongazione lieve (primo grado) dei flessori sono sufficienti 2-3 settimane di riposo, riducibili a 10-12 giorni nel caso l’atleta abbia particolari impegni e due coglioni così. E’ quindi probabile che la Nasa – e forse anche Elon Musk, e forse anche The Mask – proceda in questi giorni alla misurazione ufficiale dei testicoli del capitano, già, “I testicoli del capitano”, vabbe’, scusa De Gregori, anche tu sei sempre tra le palle. Lautaro ha avvertito dolore all’andata e non si è toccato la coscia, chiamato il cambio, steso per terra rotolandosi, no: si è portato la mani sulla faccia e si è semplicemente, totalmente, impudicamente disperato. E’ andato a casa e ha pianto per giorni, così racconta. Piangeva e giocava con i suoi figli e la madre lo chiamava dall’Argentina e lui non rispondeva per non doverle dire che no, non andava proprio tutto bene, e infatti piangeva. Tra una caragnata e l’altra andava alla Pinetina a fare terapie e doppie sedute di allenamento. E’ sceso in campo perchè col cazzo che avrebbe rinunciato a giocare per la fottuta elongazione di un fottuto flessore di merda. Ha segnato il primo gol, ha procurato il rigore del 2-0. Ha cantato e portato la croce. Capiremo la grandezza di questo giocatore quando ce lo venderanno a tradimento e noi piangeremo come se ci si fosse elongato un flessore.
Acerbi (Francesco – Vizzolo Predabissi, Italia, 10 febbraio 1988). Per capire il fenomeno Acerbi, basti pensare che 15 anni fa, quando l’Inter vinceva la sua ultima Champions, lui giocava a Pavia in C1. E ci stava giocando non per caso, ma per la seconda stagione di fila. Siccome 37 meno 15 fa 22, per capire il fenomeno Acerbi – e per capire il fenomeno Yamal – bisogna dunque considerare che Acerbi, quando aveva 5 anni più di Yamal, stava ancora giocando nella periferia del calcio. La storia poi la conosciamo, è maturato tardi e tutto d’un botto per una storia drammatica che lo ha reso un uomo diverso. E’ arrivato da noi in prepensionamento ed è invece diventato protagonista, a fine mese giocherà la sua seconda finale di Champions in tre stagioni e magari gli verrà in mente anche di quando brutalizzava attaccanti a Pavia e di quando a Roma, chez Lazio, volevano a tutti i costi che andasse via perché, tra le altre cose, era ormai finito (spoiler: non lo era). Del gol del 3-3 che lo spinge nei piani alti della storia dell’Inter vanno segnalate due cose, entrambe un pochino soprannaturali. Intanto, che uno di 37 anni al terzo minuto di recupero si fa tutto il campo e va a segnare come un attaccante, in più con il suo piede sbagliato. Ma è un’altra cosa che mi è piaciuta ancora di più, rivista al replay: nell’andare all’arrembaggio a un certo punto finisce in fuorigioco (gli avevano annullato un gol in fuorigioco in tutto di testa qualche minuto prima), se ne accorge, non smette un attimo di guardare l’azione sulla sua destra ma intanto rallenta e attende il rientro del difensore del Barça, torna in gioco, cross, ci mette il destro, gol. All’incrocio.
Barella (Nicolò – Cagliari, Italia, 7 febbraio 1997). Barella martedì ha giocato praticamente due partite, di cui una sbagliata. Ha perso palloni (perso? palloni??), ha sbagliato colpi di tacco (sbagliato? tacco??), creato casini ma anche sbrogliato matasse e sparso quel senso di sicurezza che distingue l’Inter con Barella (anche in versione fuzzy) dall’Inter senza Barella. L’Inter senza Barella, semplicemente, non esiste. Gli altri dieci in campo devono sempre potersi girare e vederselo vicino, oppure impegnato a fare sombreri, tiri al volo, salti carpiati, lanci di 75 metri, proteste plateali, miracoli e opere di bene. Gli altri dieci hanno il sacrosanto diritto di avere un Barella accanto, perchè noi vogliamo bene a tutti, a Barella e altri altri dieci. Barella va sempre bene, anche quando fa qualche cazzata che gli si perdona perchè è fatto così, non può fare cose normali, non ne è più capace. Le partite da 6 di Barella sono innaturali, una specie di tributo al fatto che c’è un pallone solo, devono giocare anche gli altri e che non ci si esibisce ogni volta a Monaco o Barcellona ma tipo chessò, a Catanzaro. Se non fossero già felicemente fidanzate, e se lui non avesse già moglie e un numero indeterminato di barellini – e se tutto ciò non fosse perfuso da un insopportabile senso vetero-patriarcale di cui mi vergogno e che solo in parte è perdonabile per interismo – gli offrirei in sposa una a caso della mie figlie. E poi andrei con lui all’Esselunga o portare in giro il cane, sapendo che farebbe sempre le scelte giuste, guiderebbe bene il carrello, parcheggerebbe bene la macchina, raccoglierebbe bene la cacca e infilerebbe il sacchetto nel cestino con un pallonetto da 47 metri.
Frattesi (Davide – Roma, Italia, 22 settembre 1999). Negli schemi mentali di Simone Inzaghi, la figura professionale e tecnica di Davide Frattesi non è prevista. E quindi, da un paio d’anni, conviviamo tutti con l’equivoco Frattesi, uno che – si dice sempre così – giocherebbe titolare in tutte le altre 19 squadre di serie A, oltre che in Nazionale (di cui è goleador), ma non in quella che lo ha profumatamente pagato e tesserato, cioè l’Fc Internazionale. Frattesi è un lusso: è come gestire un ristorante per matrimoni e avere preso Cracco, ti bulli con il mondo ma alla fine non sai che cazzo fargli fare. Frattesi, a proposito, una cosa la sa fare bene ed è segnare – mica pizza e fichi: per questo ce lo teniamo stretto pur non potendogli dare una maglia da titolare fisso perchè i tre che ha davanti sono imprescindibili per il Demone e lui non è il sostituto di nessuno dei tre, lui è uno a parte, uno specialista. Un lusso, ecco. Tipo che al culmime di un anno complicato, che a momenti se ne andava via a gennaio, segna lui i gol decisivi di Bayern-Inter e Inter-Barcellona, due vittorie storiche, storicissime, leggendarie. Sì, è come avere un ristorante per matrimone e poi esce Frattesi e mentre tutti si aspettano il vitello tonnato lui ti fa un uovo di Frattesi, anzi due. Cosa c’è di soprannaturale? Il gol di Monaco era un tipico gol alla Frattesi. Il gol di San Siro no, non è un gol alla Frattesi, è il gol di un altro, è un gol alla Cracco, una finezza che non ti aspetti anche se sai che il biondino seduto in panca è il tuo piccolo lusso e niente, si va avanti così, perché?, cos’è?, non possiamo trattarci bene?
Taremi (Mehdi – Bushehr, Iran, 18 luglio 1992). Dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci e la camminata sulle acque nel lago di Tiberiade, la partita di Taremi con il Barcellona entra dritta nella galleria dei miracoli e qualche parroco spiritoso potrebbe presto raccontarla durante l’ora di catechismo agli alunni più svogliati. Non è chiaro – non può esserlo – come quello che fino a 15 giorni prima avevamo classificato come un bradipo vestito da calciatore sia stato l’unico uomo in campo a fermare sistematicamente Yamal, uno che ha la metà dei suoi anni e viaggia al doppio della sua velocità. Eppure niente, Taremi imponeva i suoi piedi al passaggio del giocatore più futuribile dell’intero universo e la palla rimaneva lì, ancorata a Taremi e non a Yamal com’era normale che fosse. A pensarci bene, questo è l’evento più soprannaturale di tutti. Evento a cui ho assistito dal mio divano senza proferire parola e incredulo, come se durante la partita avesse suonato il campanello il parroco e io aprendogli gli avessi detto “porca troia, ti sembra l’ora di venire a benedire le case?” e lui mi avesse risposto “scusa, mi hanno appena eletto Papa, non è che hai delle scarpe di velluto rosso da prestarmi?”.
Il calcio è anche questione di centimetri, millimetri forse. E forse è destino che nelle semifinali di Champions i millimetri contino tanto, come fossero chilometri. Mercoledì scorso il fuorigioco di un alluce ci aveva negato una vittoria epica, ma non è niente rispetto alle dita protese di Sommer verso il pallone liftato di Yamal, un tiro perfetto che solo una parata perfetta poteva neutralizzare. 22 anni fa un tiro non perfetto ma potenzialmente vincente di Kallon incocciò nell’estrema periferia di un polpaccio di Abbiati – un’uscita nemmeno perfetta – e in finale ci andò il Milan (che poi la vinse, quella Champions, contro la Juve, tu pensa che disastro per uno stinco). E quando Messi, nel 2010, esplose un sinistro che sarebbe stato vincente 99 volte su 100, fu Julio Cesar a stendersi in un tuffo irreale alla sua destra e a certificare che sì, quella era la volta numero 100, la volta che qualcuno decide che quel pallone non deve entrare, benchè difficilmente Messi potesse fare meglio – fu Julio a superare il muro del suono. E in finale ci andò l’Inter, a Madrid, tu pensa che beffa per il Barcellona.
Roba di millimetri e di talento, di fortuna e di sfortuna. Poi c’è il cuore, e quello è tutto un altro discorso. E’ un fattore trasversale che qualche volta cambia le carte in tavola, altrimenti basterebbero l’AI e gli expected goals, uh, meraviglioso. Il cuore è quel qualcosa in più che permette a una squadra come l’Inter – stremata e vulnerabile, a furia di inseguire sogni e di vederne svanire qualcuno – di eliminare dalla Champions in un mese Bayern e Barcellona, segnando 11 gol in 4 partite e senza mai perdere. Il cuore, in particolare, ti può consentire di trasformare un’impresa direttamente in leggenda, ciò che è successo la sera del 6 maggio 2025 a Milano, una partita che non dimenticheremo, una data che d’ora in poi celebreremo ogni anno e non solo perchè Facebook ce la proporrà tra i ricordi.
Quando l’8 aprile (meno di un mese fa) l’Inter sembrava essersi superata andando a vincere a Monaco, nessuno poteva immaginare che in Champions sarebbero seguite tre partite una più bella dell’altra, una più difficile dell’altra. Bayern-Inter, 8 aprile, 1-2, che sembrava il capolavoro dei capolavori, è stata la più semplice delle quattro, nettamente. Sarebbe stato molto più difficile il ritorno, e poi sarebbe stata più difficile la semifinale d’andata a Barcellona, e poi sarebbe stato terribilmente più difficile il ritorno con i blaugrana a Milano. Sempre più dura, sempre più complicata. Eppure l’Inter non ha mai perso. Che nei quattro match con Bayern e Barcellona abbia sfiorato la media dei tre gol a partita, beh, è stupefacente. La doppia sfida col Barcellona è stata un inno al calcio, che dovrebbe aver fatto divertire tutta l’Europa e forse, in un rigurgito di onestà intellettuale, avrà strappato un applauso anche alla batteria di gufi nemici, anche se non lo ammetteranno mai.
Due anni fa, prima della finale di Champions con il City, ci siamo accorti che l’Inter era tornata ai piani alti, finalmente. Dopo la finale, persa, abbiamo realizzato che l’esperienza ci aveva dato un dolore ma anche tanta consapevolezza. Oggi, dopo queste straordinarie quattro partite, e soprattutto dopo questa stratosferica doppia sfida con il Barcellona, l’Inter non ha più niente da dimostrare. Il calcio di Inzaghi, per mezzo del talento e delle qualità umane di questo gruppo, ha dato lezione all’Europa. Manca l’ultimo gradino, la lotteria di una partita secca alla fine di una stagione massacrante: potrebbe – lo sappiamo bene – anche finire come non vorremmo. Ma la partita col Barcellona resta e resterà per sempre. Rimarrà il simbolo dall’Inter del Demone, dell’affidabilità e dell’orgoglio di un gruppo provato e forse un po’ consunto, ma che così coeso, serio, compreso nel suo ruolo, fiero della sua appartenzenza non abbiamo mai avuto. Una partita in cui tutti hanno saputo superarsi. Lo stopper che segna come un centravanti al 93′. Il giocatore fuori progetto che segna i due gol decisivi delle due vittorie. Il capitano che recupera in sei giorni un infortunio da sei settimane. Il portiere che fa i miracoli, letteralmente. La seconda punta che fa una partita mostruosa. La riserva che fino a ieri avremmo accompagnato alla frontiera che fa la partita dell’anno.
Ecco, ditemi voi se tutto questo è normale. O è, semplicemente, leggenda.