Al-qualcosa

Mettiamo il caso che uno lavori in un bel posto (boh, facciamo Parigi), in un’azienda importante, con una mansione di rilievo e con un ottimo stipendio (boh, facciamo 100mila euro netti l’anno). Ecco, se a questo qua un giorno si palesasse uno che gli offre venti volte tanto (sì, tipo due milioni l’anno) per un analogo o superiore incarico in un’azienda meno importante ma moooolto solida in un posto oggettivamente di merda (boh, facciamo Rozzano, per dire), offrendogli una casa di mille metri quadri con piscina, eliporto e rubinetteria d’oro (sì, a Rozzano, embè?) questo cosa fa?

Ci va, a piedi.

Quindi, basta con queste litanie sui campioni che vanno in Arabia. Avranno le loro ragioni e non c’è bisogno di spiegarle. Adesso che anche Milinkovic-Savic (uno tutt’altro che vecchio, o bollito, o entrambe le cose) ha deciso di andare a prendere pacchi di soldi nel deserto, passando direttamente da “giocatore che piace da anni a 200 squadre europee e nessuno però se lo piglia” a “vado in Arabia e andatevene tutti affanculo, lavoratori? Prrrrrrrrrrrrrrr”, ecco che ormai sarà meglio rassegnarsi a questa nuova situazione: l’Arabia entra a far parte del Primo mondo calcistico, che ci piaccia o no (è chiaro che non ci piace, ma quanto pensate che gliene fotta a Ronaldo, Benzema, Firmino e ai nostri amici Brozo e Milinkovic-Savic?) (Ve lo dico io: un cazzo).

Piuttosto, vediamo di conoscere meglio questo campionato. Per motivi di mercato sentiamo solo parlare di Al Nassr, Al-Hilal, Al-Ahli, Al-Ettifaq e Al-Ittihad. Ma le altre? Ecco qualche info.

Al-Caraz. Club di recente fondazione, fino a qualche anno fa si occupava prevalentemente di tennis e di padel, prima che i soci si rompessero i coglioni di sudare come bestie in mezzo alle dune. La nuova moda del calcio ha così imposto una provvidenziale riconversione al football. Per un paio di stagioni ha giocato in uno stadio ricavato dai vecchi campi in mateco: da qui il simpatico nomignolo con cui sono conosciuti i giocatori dell’Al-Caraz, gli “Escoriati”.

Al-Ban. Lo sceicco proprietario della squadra è un appassionato del bel canto e grazie all’impegno nel calcio si sta togliendo qualche sfizio personale. La squadra va ogni anno in ritiro precampionato in Puglia e l’inno del club è un remix arabeggiante di Felicità. L’Al-Ban non gioca mai durante il Festival di Sanremo: la partita viene di solito rinviata il lunedì, nel match che viene ormai tradizionalmente chiamato Nostalgia Canaglia Monday.

Al-Gorythm. E’ un club rivoluzionario nei suoi assetti: nel cda siedono uno sceicco e un computer. I giocatori vengono scelti da un software che li seleziona per ruolo, efficienza fisica e attitudini. Le trattative di mercato vengono condotte da Chat Gpt. Di una di queste è stata protagonista l’Inter, che ha offerto Correa per 50 milioni. Il computer ha esaminato la proposta e mandato questa mail: “Costa troppo poco, di sicuro è una sòla. Tenetevelo, barbùn”.

Al-Capon. E’ il club più chiacchierato e torbido, non a caso soprannominato “la Juventus saudita”. Già negli anni Settanta era sospettata di ingraziarsi gli arbitri offrendo loro barili di petrolio greggio. Poi, dopo uno scandalo doping negli anni Novanta (parecchi giocatori furono trovati positivi al cherosene, prima che tutto venisse insabbiato), la clamorosa condanna nel 2006 per Beduinopoli, con due petro-scudetti revocati.

Al-Miranth. E’ il club più schierato politicamente. Il proprietario, lo sceicco Al-Alà, ha dichiarato in una recente intervista di collocarsi nel solco della destra moderata europea, tra Marine Le Pen ed Hermann Göring. Dopo le polemiche suscitate da una recente vicenda – la squadra è entrata in campo con il fez al posto della kefiah -, l’Al-Miranth sta cercando di ripulire la propria immagine aderendo con convinzione al progetto di Fratelli d’Arabia.

Al-Legrhi. Il club è da sempre riconosciuto come simbolo dell’anti-calcio saudita. Per tradizione, la squadra si schiera in campo con lo schema 8-1-1, evoluzione di un antico 9-1-0 che ora l’Al-Leghri ritiene con orgoglio di aver superato con il nuovo spregiudicato assetto. I tifosi però non sono soddisfatti e ogni anno gli abbonamenti sono in calo: l’allenatore ha annunciato novità (“passerò al 7-1-2”), ma senza per ora aver sortito alcun effetto.

Al-Gidah. E’ l’unico club controllato non da uno sceicco petroliere, ma da uno sceicco gelataio monopolista dopo l’accordo con l’industriale arabo-americano Sam Montahn ancora al vaglio dell’Antitrust saudita. Simbolo della squadra è il Kornet, un tradizionale prodotto dolciario arabo: una cialda a forma di cono riempita di gelato alla vaniglia e cioccolato. Il Kornet viene servito semi-sciolto, proprio come a San Siro: “Il calcio italiano è il nostro riferimento”.

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Luisito, io, noi

Sono tanto vecchio da aver visto giocare Luis Suarez, ma non abbastanza vecchio da averlo visto giocare nell’Inter. Avevo otto anni e lui aveva la maglia della Sampdoria, fu una partita assurda – assurda lo dico oggi, all’epoca non avevo i mezzi per catalogare le partite se non attraverso gli umori scomposti e genuini dei miei zii – che fini 4-4 e lui, Suarez, un arzillo vecchietto (aveva ben 36 anni, quasi 37, poco meno dei miei zii già stravecchi, cioè era pronto per la fossa nel mio immaginario di ottenne), segnò nel finale il rigore del 4-4, non pago di avere servito poco prima a Marcello Lippi l’assist per il 4-3 (vincevamo 4-2, tripletta di Bonimba: non bastò).

Chi fosse – anzi, chi fosse stato per noi e per il mondo intero – Luisito Suarez l’avrei pian piano imparato nel tempo. Le mie primissime Inter vedevano in campo Facchetti, Mazzola, Burgnich, Jair, Corso, una roba superlusso e al contempo un po’ malinconica, la Grande Inter che invecchiava e vinceva sempre meno e perdeva i pezzi poco a poco, com’è normale che sia, c’est la vie. Tra i miti viventi mancava giusto lui, che ho intravisto quel pomeriggio con una maglia nemica ma poi avrei incrociato negli anni mille altre volte in un nerazzurro velocemente e finalmente ritrovato: allenatore, osservatore, uomo immagine, ambasciatore, commentatore, leggenda vivente, eccetera eccetera. Nell’imprinting del mio interismo c’è anche Luisito Suarez, senza averlo mai visto giocare ma avendolo sentito nominare un milione di volte, “eh, Suarez”, “ma ti ricordi Suarez?”, “ci vorrebbe uno come Suarez”, “uno come Suarez lo vedi ogni cent’anni”, e citato alla riga numero 10 della filastrocca sartiburgnichfacchetti che è poesia pura, una delle nostre preghiere laiche, la formuletta del nostro giuramento nerazzurro.

La Grande Inter è per me il parametro della Memoria e del tempo che passa. Nella mia traumatica prima volta a San Siro (8 novembre 1970, Milan-Inter 3-0) quella della Grande Inter era un’epopea ancora freschissima: l’ultimo titolo 4 anni prima, l’ultima finale di Coppa Campioni 3 anni prima, molti dei protagonisti ancora in campo, ancora giovani (Facchetti e Mazzola, per dire, avevano 28 anni). Non era solo storia recente, era storia ancora in corso, i racconti erano precisi, in fondo quasi non necessari, tanto gli avvenimenti erano vicini. Ecco, sono così vecchio che la Grande Inter non l’ho vista, ma non me l’hanno nemmeno raccontata abbastanza perchè era ancora lì, latente, una favola che nessuno voleva che finisse, e forse raccontarla significava archiviarla, e nessuno – tipo mia mamma e i miei zii – voleva farlo.

Poi il compito della Memoria – eh, ti tocca – piano piano te lo devi accollare tu. Passa il tempo e ti trovi a dover spiegare non solo chi erano i Beatles e Battisti, ma ormai anche Pino Daniele e Lucio Dalla. Non solo chi erano Suarez e Facchetti, ma anche Bonimba, Spillo, Lothar e ormai Ronaldo (perché non tutti sanno bene la storia del Ronaldo vero), Vieri, Baggio, per non dire di Zenga e Bergomi che a qualcuno devi raccontare che un tempo facevano un altro mestiere, altroché. Passa il tempo e cresce il numero delle cose che devi spiegare, perchè i ragazzi mica le sanno, o non le sanno tutte, o non le sanno bene. Anche il mito va un po’ alimentato. E siccome a me non hanno spiegato abbastanza cos’era stata la Grande Inter, mi tengo stretta la vaghezza di certi ricordi e di certe informazioni, per fortuna confermate dagli almanacchi. Mi tengo stretti i contorni sfumati di una leggenda che si costruiva mentre io era nella culla, del tutto ignaro del destino calcistico che mi attendeva mentre là fuori undici ragazzi con la maglia più bella del mondo scrivevano la Storia.

Luis Suarez non è solo quel centrocampista – il primo vero regista, dicunt – di cui si tramanda qualche vecchio filmato in bianco e nero, un giocatore elegante, abbagliante, affidabile, carismatico, decisivo. E non è solo quella cifra abnorme (300 milioni, era il 1961, un pacco di soldi con cui – dicunt – il Barcellona ristrutturò il Camp Nou) che Moratti padre spese per accontentare Helenio Herrera e mettere le solide basi a una squadra che infatti dominerà la scena mondiale per cinque anni, quasi sei. Luis Suarez è la Grande Inter, come gli altri nomi della nostra filastrocca preferita, e della Grande Inter è stato uno dei più grandi, forse il più grande, ma non starei qui a fare graduatorie perchè a) faremmo notte e soprattutto b) sarebbero parziali, ingenerose, probabilmente sbagliate. Inutili, ecco.

La Grande Inter è per me il parametro della Memoria e del tempo che passa. Oggi, che se ne perde un altro pezzo, mi sento un pelino più vecchio. E siccome mi accorgo ora che volevo scrivere un post su Luisito Suarez e invece l’ho scritto su di me, credo di aver capito il succo della questione odierna: Luis Suarez è l’Inter, noi siamo tutti Suarez, Luisito è tutti noi.

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Io e il calciomercato (un rapporto complicato)

Ho un rapporto sereno con il calciomercato. In estrema sintesi, posso tranquillamente dichiarare che mi farei ibernare ai primi di giugno per poi farmi scongelare il primo settembre direttamente davanti a un’edicola, al termine di una breve cerimonia alla presenza delle autorità civili, militari e sanitarie. Gocciolante e ancora mezzo rattrappito, andrei al chiosco e pronuncerei le mie prime tre parole da redivivo

“La Gazza, grazie”

e poi mi siederei al tavolino di un bar a leggere le due pagine di tabelle definitive, cominciando dall’unica che mi interessa veramente – Inter acquisti, Inter cessioni – per poi proseguire a scalare con le altre. Poi cercherei la classifica di serie A (perchè nel frattempo saranno state giocate almeno un paio di partite) (e se l’Inter avesse meno di 6 punti tirerei giù i primi santi da redivivo) e infine andrei dal medico di famiglia a farmi dare una controllatina a battito, pressione e quel paio di altre cosette che potrebbero interessargli del suo unico paziente che si fa ibernare due mesi e mezzo l’anno, quasi tre.

Certo, mi perderei l’estate, le vacanze, mondiali ed europei vari (compresi quelli di calcio, se giocati non nel deserto), le Olimpiadi, Wimbledon, le amichevoli precampionato (un giorno giochi con la rappresentativa della Val Trompia, il giorno dopo con il Paris St. Germain), e vabbe’, chi se ne frega. Ma mi leverei da cazzo il calciomercato, che sarebbe come dire che da un’estate-tipo mi leverei dal cazzo afa, zanzare, notti torride, ascelle pezzate, quelle robe lì.

Se il calciomercato fosse una sequela di annunci veri, sarebbe anche divertente. In fondo io da sempre guardo l’Eurofestival solo per le votazioni finali: cioè, roba concreta, numeri fatti e finiti, classifiche in rapido divenire, collegamento con l’Albania, i 12 punti vanno all’I-ta-liaaaaaa, figata. Invece no: prima di arrivare all’annuncio concreto – Tizio passa dalla squadra X alla squadra Y per Z euro e per tot anni di contratto – ci si deve sorbire una tale ridda di voci, illazioni, ipotesi incrociate e dichiarazioni di comodo che io di solito verso il 15 giugno ho già esaurito la pazienza.

Per inciso, il 15 giugno mancano ancora 15 giorni alla vera apertura del calciomercato.

Per cui dopodopomani, primo giorno ufficiale di calciomercato, io vorrei non-esserci da almeno due settimane. Se solo la commissione di bioetica approvasse questa mia proposta, io adesso sarei in un blister a -50 e starei già sognando quel tiepido mattino di settembre in cui, gocciolante, intorpidito ma sempre più lucido, scoprirei tutto dalla Gazza in un colpo solo. Tra “argh!” e “ma dai!”, tra “nooo!” e “sì!”, in pochi minuti (con Wikipedia a disposizione nel caso estremo del “ma chi cazzo è?”) verrei a sapere quello che voi, sì, voi, sarete costretti a elaborare in due mesi e mezzo di scoop e smentite, accordi e giravolte. Sarebbe bellissimo.

Sarebbe anche un modo un po’ estremo per saltare a piè pari la fase più complicata del calciomercato, quella sentimentale, tra giocatori che se ne vanno (perchè ci si affeziona a tutti) (quasi a tutti) e altri che vorrebbero arrivare e magari sono stritolati nell’effetto domino di affari che non si fanno. Zac!, una volta scongelato affonterei anche queste spossanti questioni a cuore più leggero, essendo già successe da settimane e quindi bòn.

Oppure, in subordine, vorrei che si tornasse al calciomercato antico, quello solo all’hotel Gallia, i box delle squadre, i trasferimenti conclusi al bar o nel garage. Pochi giorni di suk e via, verso la nuova stagione. Invece, alla diciassettesima ipotesi su un affare che “tarda a concretizzarsi” mentre si profila “l’inserimento della (nome di squadra che ti sta sui coglioni)”, vengo preso da pensieri di morte, terrore, distruzioni o disfattismo. Quella voglia di non occuparsi mai più di calcio e di Inter, una voglia insana che dura magari anche dieci minuti e poi passa. Ma sono dieci minuti bruttissimi, che non mi merito.

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Trattatello in laude di Acerbi

Mentre l’Inter viveva la stagione dei suoi successi a raffica (tra il 2006 e il 2012, da Mancini a Leonardo passando dallo Special One e Benitez, scudetti, Champions, triplete, coppe varie) (sospiro), a Pavia – 40 km da San Siro, controllate pure su Maps – transitavano giocatori che poi avremmo visto più o meno stabilmente in Serie A, o addiririttura in Nazionale. Il Pavia – che nel frattempo è fallito, sprofondato e rinato e oggi milita in Eccellenza, una specie di limbo tra il calcio che conta poco e il calcio che non conta un cazzo – in quegli anni così densi di interismo militava tra C2 e C1 (poi LegaPro): diciamo che avevo calcisticamente altro a cui pensare, ma che mi poteva capitare, in momenti di astinenza o di particolare afflato cittadino (o anche per lavoro, occasionalmente), di fare un salto allo stadio Fortunati e di guardare la partita di quella che, volendo essere precisi, potrei definire una delle mie seconde squadre, qualche gradino sotto la prima.

(la prima, non so se l’ho mai detto, è l’Inter. Poi, a livello di club, ci sono tre squadre di cui seguo passo passo i risultati e i rispettivi campionati: Vogherese, Pavia e Liverpool)

C’è stato un momento, diciamo a metà dello scorso decennio, che in Serie A giocavano contemporaneamente da titolari un calciatore di Pavia (Simone Verdi, che curiosamente non ha mai giocato nel Pavia) e quattro ex del Pavia: Giaccherini, Pavoletti, Falco e Acerbi. Una felice e rara coincidenza, per una città un po’ ai margini del calcio che conta. Giaccherini, Pavoletti e Falco hanno giocato un solo campionato a Pavia per poi andare altrove. Acerbi, invece, è stato a Pavia parecchio. Cinque stagioni, dalle giovanili alla prima squadra, inframmezzati da un paio di prestiti. Cinque stagioni. Potrei bullarmi a dire che io sì, l’avevo visto giocare da ragazzo e bla bla bla, si intuiva che bla bla bla, ma non me lo ricordo proprio. Probabilmente no, non l’ho mai visto.

A Pavia Francesco Acerbi ha esordito a 18 anni in prima squadra in C1, quindi nel calcio professionistico, domenica 23 aprile 2006 in Pavia-San Marino 4-0 (forse era un segno del destino, passato del tutto inosservato, ma nella corrispondente giornata di Serie A, anticipata a sabato 22, anche l’Inter vinceva 4-0 con la Reggina). Aprile 2006: da lì a un mesetto sarebbe successo il finimondo. Le ultime due stagioni le ha giocate da giovane titolare al centro della difesa. Poi il Pavia lo cedette in comproprietà proprio alla Reggina, che lo cedette al Genoa, che lo rimpallò in comproprietà prima al Chievo e poi al Milan (solo 10 presenze, ma due in Champions) e via così per qualche confuso passaggio di maglia e di cartellino fino a quello definitivo al Sassuolo. E da lì – è il 2013, dieci anni fa – la storia è nota.

Quando arriva al Sassuolo, Acerbi ha già 25 anni, e ne perderà uno abbondante per curarsi un tumore con recidiva. Quando a 26 anni e mezzo torna in campo, non più giovanissimo e una drammatica storia alle spalle, praticamente non ne uscirà più. Dopo un campionato di (ri)assaggio, seguiranno nove stagioni in cui le giocherà tutte o quasi. Quando parla della malattia lo fa con serenità e una punta di orgoglio: “Se non avessi avuto il tumore forse giocherei in B, o in C, o forse avrei già smesso”. Invece la sua rinascita personale si è realizzata sui campi di Serie A, dove per recuperare il tempo perduto (o forse, apprezzando la seconda chance che gli veniva data) è diventato un giocatore affidabile, generoso, puntuale, necessario. Lo ha fatto senza forzare, soprattutto nei toni, lasciando parlare i fatti. Punto di riferimento assoluto di Sassuolo e poi Lazio. E anche in azzurro, con la formula dell’usato sicuro: delle 31 presenze in Nazionale, 29 le colleziona dopo aver compiuto 30 anni.

Quando arriva all’Inter, anche a seguito di (oggi possiamo dire: grazie a) una spiacevole situazione creatasi con la tifoseria laziale, diamo tutti per scontato che sia il centrale di riserva, anzi, il sostituto di Ranocchia, non mancando di notare che Acerbi è addirittura 6 giorni più vecchio dell’ex capitano, alla faccia del ringiovanimento della rosa. Ma Ranocchia nel suo ultimo anno all’Inter aveva fatto 10 presenze, per lo più spezzoni, di cui 3 in Coppa Italia. Acerbi, nel suo primo anno all’Inter, farà 49 presenze di cui 12 in Champions League, compresa la finale, duellando in mondovisione con il miglior giovane centravanti dell’universo che toccherà tre palloni in 90 minuti.

Se l’aggettivo “sorprendente” è quello che forse più si adatta a descrivere la stagione 2022/23 dell’Inter, il giocatore simbolo non può che essere uno sorprendente come Francesco Acerbi. Che è meno patinato di Lautaro, meno frenetico di Barella, meno strabordante di Onana, meno pulito di Bastoni, ma ha dato a tutti una straordinaria lezione di calcio. La naturalezza con cui si è inserito nell’Inter, nel suo gruppo e nel suoi meccanismi difensivi è una delle chiavi dell’intera annata nerazzurra. Nella perenne ricerca del “giovane”, quasi non ti accorgi che il tuo colpo di mercato va per i 36. E quando te ne accorgi vieni colto da una piacevole sensazione: tipo che non c’è niente di scritto e che gli schemi possono essere stravolti anche da chi non ti aspetti. Un vecchio, o presunto tale.

Che poi varrebbe anche per Darmian, anche lui uno serio, senza effetti speciali, che magari ti distrai a guardare gli altri fino a quando non gli vedi fare una diagonale che Chuck Norris al confronto è Carla Fracci e ti alzi dal divano ad applaudire come avesse fatto un gol – che poi ogni tanto ne fa. E’ l’Inter italiana, diligente e un po’ operaia che ti regala una stagione con tre finali e tu che fai?, ringrazi e stop, la ami, li ami.

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Rimpianto & orgoglio

Cioè, qualcuno avrebbe davvero firmato per una buona sconfitta? Ovviamente no, in una finale di Champions esistono solo due risultati – hai vinto, hai perso – e tutte le possibili sfumature della sconfitta non cambiano il risultato. La Champions l’ha vinta il Manchester, il nome sull’albo d’oro sarà quello e non ci sarà nessun asterisco di fianco al risultato City-Inter 1-0*

* ma cagandosi addosso perché l’Inter ha fatto un partitone

No, purtroppo non funziona così. Non ci sarà nessun asterisco nemmeno riguardo la serenità, ancora più impalpabile della paura altrui. Però quella ce la possiamo godere, prendendo sonno con naturalezza: la serenità di avere giocato al 100%, di avere onorato l’impegno, di essere stati al livello di un’avversaria che gli algoritmi mettevano qualche gradino sopra. La malinconica serenità di accettare un sentimento che non era nella Top 10 delle previsioni della vigilia: il rimpianto. Il rimpianto di non aver prolungato la partita ai supplementari, forse addirittura di non averla vinta quando si poteva.

Ecco, l’Inter ci ha sorpreso anche stasera. Ancora non ci si credeva di vederla lì, a giocarsi la finale di Champions, e in fondo è andata oltre: ci ha fatto vivere una notte da leoni, una partita in cui non si capiva bene chi stava dominando chi, quando nei pronostici della vigilia era tutto molto chiaro. Il fatto di avere addirittura dimostrato di poterla vincere, beh, ci provoca un inatteso rimbalzo di umore: contenti proprio no, nemmeno così sereni, gne, umf.

Ci è mancata un po’ di lucidità e un po’ di culo, in una dose fisiologica, non clamorosa: sarebbe bastato. Aver concesso al City tre occasioni da gol in 95 minuti dà l’idea della razza di partita che abbiamo fatto in quella che è diventata quest’anno la nostra specialità di coppe, applicazione più sacrificio. Essere qui a mangiarsi i gomiti per essere arrivati anche noi tre volte vicini a segnare (anzi, più vicini di loro) è un altro indicatore di quanto l’Inter se la sia giocata, se la sia voluta tenacemente giocare.

Consoliamoci con l’orgoglio. Quello sì, poteva traballare di fronte a una partita anonima, passiva, rinunciataria. E invece gli abbiamo dato una bella lustrata: non ricorderemo questa serata per il risultato, ma per la bellezza di essere interisti sì. La sventolata di bandiere della nostra curva all’Ataturk, dopo il fischio finale, è stata una bella immagine di interismo.

E’ stata una stagione pazzesca, a tratti bellissima, qualche volta insensata, perché la pazzia una non la può eliminare del tutto. Abbiamo fatto tre finali, vincendone due. Inzaghi (anche lui non ha sfigurato davanti al presunto genio del calcio, anzi) e tutta la squadra vanno ringraziati per averci portato fin qui, ben oltre quanto potessimo immaginare. Abbiamo perso la Champions, arrivando a un millimetro dal mettere un gol che avrebbe cambiato le sorti della partita: è lo sport, è il calcio, le co-vittorie sono solo un’invenzione dei poveri di spirito. Forza Inter, siamo tornati nel club delle grandi: provare a restarci sarà il prossimo step, ma pensiamo pure tra un po’.

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Meno zero (ci siamo)

Per tutta la settimana – è una scaramanzia talmente farlocca che posso tranquillamente spoilerarla – dopo pranzo mi sono fatto un Istanbul. Quelli che come me fanno uso del Nespresso, anzi, fanno parte del Nespresso – una specie di massoneria alimentare – sanno di cosa parlo. Capsulina giallo ocra istoriata, intensità 8, un caffè eclettico e allo stesso tempo armonioso – sto copincollando lo spiegone – come l’atmosfera frenetica delle prime caffetterie, nate in questa città cosmopolita dell’antico Impero Ottomano (sospiro). Dinamico come la storia del caffè in questa città, storico crocevia delle antiche rotte commerciali.

Che copy, che poesia. Uhm, questa settimana insomma mi sono fatto quasi una stecca di Istanbul. Avverto, schioccando le labbra, che l’unione di due diverse varietà – l’Arabica dell’Etiopia e il Robusta dell’India, e torno a copincollare – offre un profilo splendidamente complesso, con note tostate e di frutti selvatici e un gusto amaro e una spiccata acidità. Secondo Nespresso, nel minuto circa della mescita potevo legittimamente sentirmi un po’ a Istanbul, e così ho fatto.

(un giorno mi occuperò della questione Nespresso. Dall’inizio nutro il sospetto che dentro le 25 diverse capsule ci sia lo stesso caffè e che le note tostate e la spiccata acidità siano un’esperienza indotta da una specie di autosuggestione, l’effetto dell’appartenere a questa casta che aspetta l’uscita delle nuove fragranze come fossero un disco di Battisti e che, dovunque ci si trovi nel mondo, entra nel negozio Nespresso come fosse il Prado)

A parte il caffè, che per qualche istante mi faceva sentire a Istanbul prima di affacciarmi alla finestra e di rendermi conto con un’indicibile tristezza di essere a Pavia – poi dicono che il caffè ti tira su – di Istanbul mi sono occupato poco. Calcisticamente, intendo. Ho letto pochissimo, quasi niente. Non ho letto nulla del City. Mi ricordo che 13 anni fa mi successe la stessa cosa con il Bayern: dopo tutto quello che ci era successo nelle settimane e nei mesi precedenti, non c’era nulla che mi interessasse dei nostri avversari. Quando qualcuno mi disse che non avrebbe giocato Ribery, il mio commento tecnico fu:

“Ah”.

Non me ne frega niente di chi gioca e di chi non gioca. Di questo City, come di quel Bayern. Lo scoprirò quando si schiereranno a centrocampo con i bambini davanti. Del City abbiamo tutti ben fisse quelle tre o quattro nozioni: in sintesi, sono fortissimi, hanno un sacco di alternative, saranno cazzi. Ma non mi interessa, lo sappiamo tutti e basta, stop. Tantomeno, mi interessano le questioni tecniche. Fossi io l’allenatore dell’Inter, darei sommarie indicazioni ai giocatori:

“Lo vedete quello spilungone biondo? Ecco, qualcuno gli dia un’occhiata. Anche all’altro biondo, quello un po’ meno grosso, visto, sì? E’ uno che ci sa fare a centrocampo. State all’occhio, divertitevi, domani giorno libero! Mucha Mierda!”

Non mi interessa se pioverà o ci sarà il sole, se l’arbitro è neonazista o castrista, non mi interessa più niente. Mi interessa solo che si giochi.

Il City è un gradino sopra, ci può ingoiare in un sol boccone, vincere il match di un due/tre semplici mosse, concedersi una goleada per il suo triplete in grande stile. In teoria non c’è partita. Ma a me interessa la pratica, voglio sentire la musichetta, il fischio dell’arbitro, l’urlo della folla. Voglio vedere rotolare il pallone. In teoria non c’è partita, ma nella pratica?

Nella pratica, abbiamo conosciuto quest’anno un’Inter di coppa che non ha avuto niente da spartire con una certa Inter di campionato. Un’Inter che in Europa ha giocato partite di grande sofferenza portando a casa il risultato. Un’Inter che in Italia ha giocato quattro finali in due stagioni e le ha vinte. Se tutto questo avrà un peso, boh, io non lo saprei dire. In questi giorni mi sono molto concentrato sul distinguere le note tostate nel contesto di un gusto amaro che mi ha fatto dire:

“Ma se io adesso mi bevo un Milano, un Palermo, un Napoli (rumore di tuoni) sentirò le stesse cose? Le note tostate le sta elaborando il mio cervello per farmi sentire in pace con me stesso ed evitare una spiacevole class action?”

Ma oggi è diverso, oggi tocca concentrarsi e aspettare le nove di sera. Se la Nespresso avesse un Madrid, me lo berrei un’oretta prima e chiuderei gli occhi per sentirmi come mi ero sentito al Bernabeu. “Entra, respira, guarda dove ti hanno portato i ragazzi”. Ecco, questo pensiero lo replicherò di sicuro. Non perchè porta bene, ma perchè è vero.

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Meno uno

Tra cose che non si dicono, cose che non si pensano e cose che si fanno finta di non sapere, a chi mai delegare una sana botta di realismo (che non siamo più in grado di isolare dalla scaramanzia)? Beh, a chi se ne intende: alle società di scommesse. Fate anche voi questo esperimento. Vi stendete a letto o sul divano, guardate il soffitto, socchiudete gli occhi, pensate a sabato, lasciate fluire le sensazioni. Poi riaprite gli occhi, prendete lo smartphone, cercate City-Inter quote, cliccate, leggetele. Eh, lo so. Tirate un sospiro. Posate lo smartphone.

Più o meno, la quote di City-Inter sono quelle di un’Inter-Bologna. In cui loro sono l’Inter e noi il Bologna. La vittoria al 90esimo del City è data a circa 1.4/1.5, una miseria; il pareggio a 4.5/4.7, che sarebbe già un bel prendere; la vittoria dell’Inter 6.5/7.0. Col passare delle ore, la quota è aumentata di qualche decimale: insomma, non solo il City è favorito, ma sull’Inter non si sono addensate nel frattempo grandi aspettative. Le quote degli allibratori possiamo considerarle la fotografia più o meno esatta della situazione: naturalmente capita che il Bologna vinca a San Siro – capitano i pali, le traverse, le occasioni sbagliate, le partite di merda, le espulsioni, l’arbitro fenomeno, la pioggia, le sfighe varie -, ma l’imponderabile fa parte del gioco.Stiamo cercando una base oggettiva, e la base oggettiva di tutte le società di scommesse dice che il City è strafavorito e l’Inter molto probabilmente perderà.

Questo lo sapevamo dall’inizio anche senza andare a sfrucugliare Snai, Sisal, Better ecc. ecc., ma ogni tanto è giusto soffermarsi sul lato più spiacevole di questo meraviglioso finale di stagione: e cioè che sarà dura, durissima, probabilmente impossibile. Quando due interisti i incontrano per strada e parlano della finale iniziano in punta di piedi, fanno della gran teoria, massimizzano i sistemi, poi planano lemmi lemmi sul terreno del “non succede, ma se succede” che tiene aperta la porta principale. Eh, ma quello di Istanbul non sarà il migliore dei mondi possibili.

Noi siamo l’Inter, la sorpresa. Loro sono il City, i più forti del mondo. L’importante è non dare per scontato tutto questo, nè l’impossibilità nè la possibilità. Rassegnarsi a un ruolo subalterno, accontentarsi di essere arrivati a una finale in cui le società di scommesse ti quotano come un Bologna qualsiasi perchè probabilmente è giusto così. O confidare che c’è una chance per tutti, che comunque qualcosa possa accadere, e che per una simpatica combinazione sarà proprio quello che desideri.

Il mio mantra in questi giorni è stato “con serenità”. Cosa potevamo fare di più? Niente, siamo arrivati alla più insperata delle finali, abbiamo giocato 12 partite di Champions e ci resta la tredicesima. “Con serenità” è un concetto che racchiude un sacco di cose. A proposito delle società di scommesse, la serenità di accettare di essere quotati come ampiamente sfavoriti: 80 per cento delle possibilità a loro, il 20 a noi (un 20 che comprende anche la possibilità di allungare la partita). Ma anche la serenità, forse, di essere più sereni di loro, che hanno davanti l’occasione della storia da netti favoriti. La serenità – che spero non sia troppa – di non avere eccessiva pressione da parte nostra.

E’ questa la sfumatura più complicata. E’ chiaro che tutti sogniamo di vincere, è ovvio che tutti nel nostro intimo cediamo a un ottimismo magari eccessivo (siamo in finale, why not?). Ma non siamo lì a fiatare sul collo dei nostri beniamini: tutti vorremmo che vincessero, nessuno – almeno, credo sia così – lo pretende davvero. Sarebbe ingeneroso. Ecco, io vorrei tanto che questo meccanismo infondesse serenità alla squadra, non appagamento, non autoassoluzione a priori. La partita è da giocare fino in fondo, e so che lo faremo. Per una sera cercheremo di essere un Bologna o un Monza, quando vengono a San Siro a giocare quelle partite che nessuno pretenda che vincano (“non è qui che dobbiamo fare i punti”) e invece, mannaggia a loro, lo fanno. Perchè i risultati delle partite non li decidono gli algoritmi degli allibratori.

La cosa davvero clamorosa, ecco, è che domani sera sapremo tutto, conosceremo il finale della finale. Mi basterebbe – non lo dico per scaramanzia – non rimanere deluso.

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Meno due

Tranquilli, non succede, è praticamente impossibile, ma se dovessimo vincere questa Champions

(la frase si presta a almeno 12 diverse sfumature di scaramanzia, quindi va bene così)

ci potrebbe essere qualcuno che tira fuori la storia di Steven Bradbury, l’australiano che vinse l’oro a Salt Lake City nello short track perchè i quattro che correvano la finale con lui (che erano molto davanti a lui ed erano molto più forti di lui) caddero tutti all’ultima curva. Steven Bradbury, che tra cadute e squalifiche altrui aveva passato fortunosamente anche i quarti e le semifinali, è così passato alla storia per due motivi: è stato la prima medaglia d’oro di un atleta dell’emisfero australe alle Olimpiadi invernali ed è stato il protagonista della più gigantesca botta di culo della storia dello sport. Tanto che in Australia – terzo motivo di fama imperitura – si dice ancora oggi doing a Bradbury, fare un Bradbury, per indicare un successo insperato.

Tranquilli, non succede, è praticamente impossibile, ma se dovessimo vincere questa Champions

(la ripetizione della scaramanzia è essa stessa una scaramanzia)

qualcuno potrebbe dire che siamo stati come Bradbury, riferendosi ai fortunati sorteggi che ci hanno riservato Porto, Benfica e Milan quando dall’altra parte del tabellone City, Real, Liverpool, Chelsea, Bayern e Psg si scannavano tra di loro.

Il paragone potrebbe essere simpatico (tra l’altro presuporrebbe che abbiamo vinto la Champions, quindi sticazzi, potrebbero paragonarci anche a Bokassa), ma è ovviamente inesatto. Guadagnarsi la finale di Champions vuol dire arrivare a giocare 13 partite, che sono tante, e passare indenni le 12 precedenti non può essere frutto del caso. E se siamo stati fortunati in primavera, in autunno non lo siamo stati per niente: aver passato il turno in un girone con Bayern e Barcellona (Barcellona che hanno subito catalogato come disastroso, salvo poi vederlo vincere la Liga con 10 punti di vantaggio sul Real nonostante tre sconfitte nelle ultime quattro) è stata un’impresa della madonna.

Quanto poi alla fortuna, vabbe’, ne abbiamo avuta a livello di sorteggi, ma in ogni singola partita ce la siamo cavata ampiamente da soli, mica a colpi di autogol o di rigori che non c’erano. E infine: parlando degli accoppiamenti fortunati, i Bradbury in questa Champions sono stati otto (la nostra parte del tabellone), mica uno solo. Abbiamo stravinto il torneo dei fortunelli, e giustamente approdiamo in finale.

Tranquilli, non succede, è praticamente impossibile, molto più probabilmente che si perda 5-0, ma se dovessimo vincere questa Champions

(amplificare la scaramanzia può sempre rivelarsi utile)

con un autogol di ciuffo di Grealish, o per un tiro di Barella destinato al fallo laterale e che invece incoccia in un gluteo di Gagliardini – entrato nel finale come mossa disperata di Inzaghi – ecco, diciamo che con onestà intellettuale sarei il primo a dire che abbiamo avuto culo e che siamo i Bradbury del soccer. Ma lo direi alzando la coppa con una mano e con l’altra stringendo l’ultima birra mentre la finisco a canna. E dopo aver dominato per decenza un enorme rutto, dopo aver cantato Pazza Inter e l’Inno di Mameli in rapida successione, dopo avere guardato 46 volte gli highlights, intratterrei gli astanti raccontando la vera storia di Bradbury, delle sue sofferenze, dei suoi 118 punti di sutura, della sua vertebra cervicale, degli avversari che facevano strike tra di loro e delle porte del paradiso che si aprivano all’improvviso nel palaghiaccio. Perchè bisogna esserci, in finale.

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Meno tre

He did not say that because he knew that if you said a good thing it might not happen

(Non lo disse perché sapeva che se dicevi una cosa bella poteva non accadere)

(Ernest Hemingway, Il vecchio e il mare)

Ecco, già sento un brusio di ammirata approvazione: “Ma che cultura, ma che profondità, ma che blog, che blogger!, forza Inter, Juve merda!”. Amici, credo sia giusto spiegare: sono semplicemente andato alla pagina “Scaramanzia” di Wikipedia e ho fatto copincolla. Adoro le pagine di Wikipedia che sono brevi e vanno dritte al punto. Quindi, nello spirito più puro del blog di servizio e di divulgazione, copincollo la definizione:

La scaramanzia è una forma di superstizione secondo la quale alcune frasi o gesti attirerebbero o allontanerebbero la fortuna o la sfortuna. L’etimologia è incerta e potrebbe derivare dall’alterazione della parola “chiromanzia” (a sua volta di origine greca), quindi con un collegamento con l’ipotetica capacità di prevedere del futuro.

E fin qui ci siamo. Wikipedia parla di noi. In questi giorni è tutto un non dire (“No, non dire niente!”) tanto che se ci troviamo faccia a faccia con un altro interista, restiamo in silenzio. Magari siamo amici da trent’anni, ma siccome ogni frase potrebbe riservare un trabocchetto, non la diciamo. Il 95% degli argomenti nasconde insidie, doppi sensi, rimandi, link. “Come stai?”, per esempio, è una domanda crudele. Meglio stare zitti. Stiamo zitti come negli ascensori degli alberghi, quando facciamo qualche piano con degli sconosciuti a cui non sapremmo cosa cazzo dire – e perchè poi dovremmo mai dirgli qualcosa? – e poi dopo una lunga scena muta ci salutiamo, ciao ciao, perché in effetti un ciao non ha doppi sensi, mentre un “ci vediamo” potrebbe averne, e una qualsiasi scadenza (“ci vediamo la settimana prossima”) è una clamorosa badilata di rogna. La settimana prossima? Fanculo, chissà dove/come saremo la sett (frase tronca, mani sui coglioni, fuga).

Un tipico esempio di tale credenza è l’idea che dicendo qualcosa, questa non accadrà, o potrebbe accadere il contrario di ciò che si è detto. Per tale motivo, in particolare in Italia, si usa augurare il contrario di ciò che si desidera che accada. Per esempio, a un cacciatore non si dirà “Buona caccia”, ma “In bocca al lupo”, termine entrato anche nel linguaggio comune e utilizzato per augurare “buona fortuna”.

Quindi “Ho sempre ammirato il meraviglioso tiki-taka di quel genio di Guardiola” oppure “Haaland è il miglior attaccante mai apparso sul pianeta Terra” sono considerazioni che ogni interista dovrebbe far in questi giorni. Questa mattina ho aiutato ad attraversare la strada a una signora di 97 anni, lei mi ha detto “grazie mille” e io le ho risposto “Ma si figuri, tra l’altro Ederson è un portiere che mi è sempre piaciuto e sbaglia pochissimo”.

La scaramanzia non è limitata soltanto a frasi dette, ma anche a gesti e comportamenti. Per esempio, credere che se si esce senza ombrello pioverà, mentre invece portandolo con sé non pioverà (gesto apotropaico).

Io non ho comprato champagne, e quello che ho in casa non lo metto in frigo. Un mio amico voleva comprare una copia a grandezza naturale della Coppa dei Campioni, ma ha rinunciato. Sono giorni complicati. Io per sabato, a proposito, ho preparato un rito scaramantico clamoroso, che naturalmente non posso rivelare. Lo farò forse nei giorni successivi. Successivi a cosa? A sabato? Sabato non esiste. Il calcio non esiste. La tv non esiste. Il divano non esiste. No, non dire niente. Noi non ci conosciamo.

La figata della pagina di Wikipedia dedicata alla scaramanzia è che – per scaramanzia? – viene messa in dubbio da Wikipedia stessa:

Questa voce o sezione sull’argomento antropologia non cita le fonti necessarie o quelle presenti sono insufficienti. Questa voce o sezione sull’argomento antropologia è ritenuta da controllare.
Motivo: voce un po’ raffazzonata

Non è meraviglioso? Quindi, fatemi capire: la scaramanzia è un po’ raffazzonata? Cioè, non ha basi di nessun tipo (stavo per dire scientifica, muahahaha)? Oh, lo dice Wikipedia. Quindi?

(disclaimer: da qui in avanti, non si fa uso di scaramanzia)

Il Manchester City è il grande favorito, è più forte dell’Inter, ci potrebbe mangiare in un sol boccone. Ha la grande occasione della sua storia, la prima Champions, il Triplete, tutto. Potrebbe caricarsi a palla, oppure sentire la pressione, questo è da vedere. Dipenderà anche da noi, se gli daremo l’impressione non solo che la partita se la dovranno sudare, ma che non staranno giocando proprio contro nessuno. Non facciamo finta di non avere visto le quote dele scommesse: sono la fotografia esatta della situazione. Senza offesa, partiamo da un gradino sotto. E’ una delle tre/quattro finali più sbilanciate dell’intera storia della Champions. Ma questo potrebbe essere un punto di forza. Le favorite ogni tanto si fanno la cacca addosso. Le underdog a volte fanno la partita della vita. La palla è rotonda. La partita è secca. Forza Inter.

(disclaimer: da qui in avanti si torna scaramantici)

Scusate, non ho scritto io. Avevo una gomma a terra. Non avevo i soldi per prendere il taxi. La tintoria non mi aveva portato il tight. Mi hanno hackerato il sito. E’ stata Chat Gpt. Non è stata colpa mia! Lo giuro su Dio!

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Meno quattro

Come stavamo il 18 maggio 2010, il martedì prima della finale? Sì, certo, eravamo di sicuro alle prese con l’ansia per il partitone, l’attesa che montava, eccetera eccetera, ovvio. Ma come stavamo davvero?

Ho fatto una cosa semplice, per quando riguarda me: sono andato a vedere cosa ho scritto sul blog il 18 maggio 2010. Beh, in effetti la cosa mi ha colpito parecchio: 13 giorni dopo aver vinto la Coppa Italia, due giorni dopo aver vinto lo scudetto, quattro giorni prima di giocare la finale di Champions, insomma nel bel mezzo di un crescendo pazzesco, alla vigilia di quella che poteva rappresentare – e lo rappresenterà, come ben sappiamo – la più clamorosa impresa di un club nella storia del calcio italiano, ecco, io scrivevo un post su Mourinho che se ne sarebbe andato.

Vigilia serena, eh? Il giorno prima, lunedì 17 maggio, non mi ricordo da quale giornale iniziò a diffondersi una notizia che doveva per forza essere vera. Perché non erano illazioni dei soliti tromboni del calciomercato o presunte superbombe dei gossipari del pallone. No: semplicemente, si venne a sapere che Mourinho non aveva rinnovato l’iscrizione dei figli alla Scuola americana del Canton Ticino. E tra i compagni – beata innocenza – non solo si confermava la cosa, ma qualcuno disse: sì sì, ci hanno detto che l’anno prossimo saranno a Madrid.

Ecco come stavamo il martedì prima della finale di Champions 2010. Di merda? No, tutt’altro. L’addio di Mourinho era l’ennesimo capitolo epico di una stagione epica, vissuta sempre in trincea, soli contro tutti dall’inizio alla fine, rischiando di perdere tutto e riacciuffandolo più di una volta. Mourinho fu sempre in prima fila in quella eterna battaglia contro il mondo intero: avversari, arbitri, circostanze, anche qualche mulino a vento. Decidendo di andarsene dopo due stagioni vissute pericolosamente, Mourinho faceva la cosa giusta per lui. Per fare la cosa giusta per noi, invece, gli mancava ancora un tassello. Gli addii anticipati (o almeno dati per certi, per quanto non ancora ufficializzati) di solito portano le squadre allo sbando. Non fu il caso di quell’Inter, che era un tutt’uno con il suo allenatore: bastò l’inerzia dell’incidibile tensione di quei mesi del 2012 per andarsi a prendere tutto anche al Bernabeu.

Non c’è forse niente che, sportivamente e storicamente parlando, possa essere paragonato tra l’Inter del 2010 e quella del 2023. Forse nemmeno l’attesa di noi tifosotti, se non per quella infantile e genuina percentuale di aspettativa che precede una finale, 90 cazzo di minuti in cui può succedere di tutto, e quindi perché non sperare?

Nel 2010, la nostra ansia era condita da una voglia feroce. Mancavamo da una finale di Champions da 38 anni – 7 anni prima ce l’aveva negata lo stinco di un milanista -, non la vincevamo da 45. In più, c’era aria di Triplete, un filotto clamoroso e mai riuscito a nessuna italiana. Arrivavamo da cinque scudetti di fila, era il momento di riprendersi l’Europa. Sotto la guida dell’allenatore più decisivo del mondo e di un presidente tanto munifico, tanto innamorato, tanto milanese da meritarsi la migliore ricompensa dopo 15 anni di presidenza faticosa, drammatica, a volte tragica. Arrivammo a Madrid tutti – giocatori e tifosi – stravolti eppure carichi a palla. Mentre vagavo per Madrid aspettando la partita, vedevo gli sguardi degli altri specchiarsi nel mio: non potevamo dircelo, ma eravamo sicuri che avremmo vinto. Quell’Inter non poteva perdere.

Nel 2023, stiamo inventando uno stato d’animo nuovo, a cui forse, se ne avranno voglia, psicoterapeuti e patologi della criminalità daranno un nome: un mood in cui albergano contemporaneamente la serenità, l’incredulità, la speranza, l’orgoglio e il panico. Il nostro allenatore è Simone Inzaghi, caratterialmente l’antitesi di Mourinho, uno che regala un campionato al Milan, in quello successivo cerca di battere il record di sconfitte ma in due anni fa percorso netto nelle coppe nazionali e ci riporta ai piani altissimi in Europa. La società ha un’altra veste, il presidente non parla sul marciapiede e, se anche lo facesse, lo farebbe in inglese. La squadra non ha quel peso specifico, non regge il ritmo-triplete ma è occasionalmente capace di tutto: la pazzia del resto è la nostra comfort zone.

La serenità, l’incredulità, la speranza, l’orgoglio e il panico: in attesa di studi più approfonditi, questa gnagnagnanza ci terrà per le palle ancora per quattro giorni. Ma va bene così: sono sensazioni rare e bisogna goderne. La gnagnagnanza provoca insonnia, nervosismo, pressione alta, amnesie temporanee? E chi se ne frega. Il messaggio del mio amico Michele – lui già sugli spalti del Bernabeu, io in coda ai tornelli – torna di moda 13 anni dopo: “Entra, respira, guarda dove ti hanno portato i ragazzi”. Già, comunque vada.

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