
Una delle mie figlie, la più giovane, uscendo dallo stadio a un certo punto mi dice due cose: che non aveva mai visto una partita così brutta e che non aveva mai visto perdere l’Inter dal vivo. Su entrambe le affermazioni avrei qualcosa da ridire (soprattutto mi sembra strana la seconda: secondo me semplicemente non si ricorda, anche se alla sorella maggiore – spesso le ho portate a turno, alternate – è sicuramente andata peggio, mi ricordo ai tempi di Zaccheroni sconfitte orripilanti tipo Brescia, Udinese, robe così, poverina), ma di certo di Inter-Monza 0-1 conserverà l’imperituro ricordo che si tributa ugualmente alle imprese o alle contro-imprese, “Inter-Monza, io c’ero”, lo racconterà ad amici, parenti, colleghi, figli, nipoti, bis-nipoti, “pensa che una volta ho visto il Monza vincere a San Siro” e i nipoti le diranno “sì, occhei, nonna, vabbe’, certo”, ammesso che tra qualche decennio questo sport sia ancora di moda o si giochi solo in qualche enclave in giro per il mondo – chessò, il Brasile, la Catalogna, l’Inghilterra, Monza.
Dopo Inter-Monza, e dopo l’undicesima sconfitta in 30 partite di campionato (un punto nelle ultime cinque), parlare delle due Inter di quest’anno, quella della serie A e quella delle coppe, ormai è quasi banale. Andando allora alla ricerca di un argomento più sfizioso, e peraltro assolutamente oggettivo, possiamo invece iniziare a chiederci com’è possibile che la stessa Inter di Inter-Monza sia una squadra che oggi (dopo una larga vittoria in trasferta nell’andata dei quarti, e con uno scontro tutt’altro che impossibile nell’eventuale semifinale) ha un fottuto 50 per cento di probabilità di giocare la finale di Champions. Nemmeno l’Inter di Mourinho, tra l’andata e il ritorno dei quarti del 2010, poteva vantare aspettative così elevate, sapendo che tra il dire e il fare c’era di mezzo il Barcellona – quel Barcellona, you know, Messi, Iniesta, Xavi, Ibra ecc. ecc.
Sembra impossibile, eppure è così. Del resto sembra impossibile aver visto giocare l’Inter in un certo modo a Lisbona il martedì e averla vista giocare poi a Milano con il Monza il sabato. Averla vista imporsi in trasferta e averla vista vivacchiare in casa in attesa di un gol che poteva arrivare più che altro per caso, e infatti non è arrivato.
Per trovare due Inter così drammaticamente diverse bisogna tornare alla stagione 1993/94 in cui vincemmo la Coppa Uefa rischiando di retrocedere. Quella Coppa Uefa (niente gironi, era ancora la magica era degli scontri diretti dall’inizio alla fine) non è paragonabile alla Champions di oggi. Alle porte della semifinale quest’anno ce la siamo già vista con Bayern, Barcellona, Porto e Benfica, mentre in quella Coppa Uefa vinta con il doppio confronto in finale con il Salisburgo (no dico, Salisburgo) passammo i vari turni con Rapid Bucarest, Apollonia Limassol (soffrendo a Cipro e anche un po’ in casa), Norwich, Borussia Dortmund (vincendo là e perdendo a San Siro) e Cagliari in semifinale (perdendo in Sardegna). Tutt’altro calcio, certo, ma diciamo che non fu un cammino immacolato. Alzammo la coppa dopo una tormentatissima partita a San Siro in cui Jonk segnò il gol decisivo e Zenga, alla sua ultima con noi, fece i miracoli.
A guardare la classifica di quel campionato, invece, ancora vengono i brividi. Fu il peggiore dell’Inter dall’introduzione del girone unico. La serie A era a 18 squadre e la vittoria valeva ancora 2 punti. In 34 partite l’Inter fece 31 punti (11 vittorie, 9 pareggi, 14 sconfitte), perdendo 9 delle ultime 13, una serie nerissima iniziata con la sconfitta in casa con la Lazio che costò l’esonero a Bagnoli (eravamo quinti, zona Uefa, e quella domenica la Lazio ci superò). Squadra affidata a Marini, che può dunque vantare il record di aver chiuso il campionato con 8 sconfitte su 12 partite ma di avere vinto la Coppa Uefa. Ci salvammo matematicamente un venerdì sera, in un anticipo a San Siro con il Lecce vinto 4-1. Seguirono altre sconfitte: finimmo quintultimi con 31 punti, il Piacenza retrocesse con 30.
Non so se riusciremo a fare peggio di quell’anno. Questa Inter, per fortuna, ha vinto parecchio e pareggiato poco, ed è l’unica spiegazione matematica al fatto che nonostante questo sfacelo siamo ancora lì a giocarci un posto per la Champions. Sul fatto che nelle 8 partite che restano dovremo affrontare Lazio, Roma, Napoli e Atalanta vabbe’, dai, un problema per volta. Parliamo del presente. Parliamo di Inter-Monza e di Inter-Benfica.
Oggi, un servizio tv su Inter-Monza mi ha regalato un particolare che ovviamente allo stadio non potevo cogliere: le facce dei nostri mentre entrano in campo con i bambini per mano. Fossi stato a casa, penso avrei girato per vedere Sinner o il Cantante mascherato. Purtroppo allo stadio la faccia-cam non ce l’avevo e sono rimasto sul pezzo, sperando che prima o poi – chessò, la spizzata di uno stinco di Izzo – un golletto lo avremmo fatto. Oddio, quell’ossessionante sotto-ritmo con cui abbiamo giocato, e quella sistematica rinuncia a provare un contropiede quelle rare che ci era aperto il campo davanti un sospetto me lo avevano fatto venire. Tipo che sarebbe finita 0-0. Sono un tipo ottimista.
La domanda è quindi: perché? Abbiamo rinunciato al campionato per guadagnarci l’accesso alla prossima Champions vincendo questa? Oh, il progetto è affascinante, anzi, mi piacerebbe proprio un casino, ma lo vedo un pochino più rischioso che battere Spezia, Salernitana e Monza e mettere del sano fieno in cascina. E chi decide questa mosceria in campionato? Escludendo che sia l’allenatore (“Oh ragazzi, oggi fate cagare, mi raccomando!”), quindi sono i giocatori. E perché? Stanchi, forse. Stressati, forse. Concentrati su cosette più eccitanti di Inter-Monza, ci sta. Stufi di stare a Milano, beh, può darsi. Però lo stipendio lo incassano con regolarità e potrebbero prendere con un po’ più di serietà l’impegno di portare avanti tre competizioni, circostanza che a metà di aprile possono concedersi in pochi in tutta Europa.
Non so se all’Inter oggi ci sia un’autogestione tecnica, come ogni volta in cui l’allenatore per una ragione o un’altra inizia ad assumere le sembianze del morto che cammina. Di sicuro, c’è un’autogestione emozionale, per non dire morale. Gente che attacca o stacca la spina a seconda del momento o del palcoscenico o del bioritmo. Risultato: in campionato, un punto nelle ultime cinque. Ed erano cinque partite in cui si potevano fare 13 punti, non 1.
C’è poi il problemino che non segniamo più, e purtroppo le attuali regole del gioco del calcio, sia pure stoltamente, continuano a premiare chi fa i gol invece che chi tira tantissimo, crossa tantissimo o fa tantissimo possesso palla con tantissimi passaggi laterali o all’indietro – lì sì che saremmo campioni del mondo. Dal 23 gennaio (Inter-Empoli) al 15 aprile (Inter-Monza), compresa Chanpions e Coppa Italia, abbiamo giocato 18 partite e segnato 17 gol, che è già allucinante di suo per un club che da anni ha il miglior attacco o il vice-miglior attacco della serie A. In queste 18 partite, per 7 volte non abbiamo nemmeno segnato. Evito di ricordare da quanto tempo non segnano su azione (nell’ordine) Lukaku, Correa, Dzeko e Lautaro, perchè non voglio rassegnarmi a considerarla solo una sfortunata congiunzione astrale che chissà quando mai ricapiterà.
Siamo in queste pietose condizioni (con un campionato da salvare e una semifinale drammatica di Coppa Italia contro i gobbi) e abbiamo il 50 per cento delle probabilità di giocare la finale di Champions. Un giorno parleranno di noi i libri. Se di storia del calcio o (temo) di psicopatologia criminale, lo vedremo nel prossimo mese e mezzo. Con serenità (faccino ironico).









