Il Var che annulla l’ennesimo gol del Napoli al novantesimo e rotti + noi che la sfanghiamo a Roma nonostante i soliti gol-sicurezza mancati e i tanti rischi presi nel secondo tempo. Questa combo basta e avanza per andare a dormire sereni – anzi, un filo eccitati – dopo questo sabato che ci vede tornare capolista solo qualche settimana dopo aver rischiato lo psicodramma. Sì, ok, sono due partite nell’eternità di una stagione, ma era tanto che non ci arrivava forte e chiaro un segnale così dirompente, e cioè che il vento stia un po’ cambiando. Il vento generale, il nostro e quello degli altri.
Ma restando a casa nostra, la vittoria a Roma è un’altra tappa del crescendo dopo-Juve. Sesta vittoria consecutiva e una prova importante, gran primo tempo (serviva il 2-0, peraltro meritato) e ripresa di sofferenza, un briciolo di culo e qualche grande ripartenza. Vinciamo 1-0 una partita che poteva finire 4-2, 5-5 e che magari in altri tempi un’altra Inter avrebbe anche potuto perdere, e invece no. Vinciamo 1-0 a Roma, contro una buona Roma, una partita che aveva tanti rischi intrinsechi dopo una pausa di non-riposo. La portiamo a casa grazie anche a Sommer, ma con la certezza di avere ritrovato in grandissimo spolvero due giocatori – Barella e Mkhitaryan – che per diversi motivi credevamo bolsi e invece stanno tornando alla loro solita modalità di uomini ovunque. Su Bonny (e anche Pio) non è il caso di spendere altre parole: il confronto con la panchina della scorsa stagione fa quasi girare i coglioni.
Intanto, nel concorso di idee per la nostra prossima mascotte si staglia ormai un grande favorito: è Gasperino, un simpatico pupazzo incazzoso che non ne azzecca una.
“Adesso bisogna vincerne cinque su cinque, sono facili”, ci siamo detti con l’espressione un po’ impanicata dopo Juve-Inter 4-3, maxima enculada con l’aggravante di essere stata la seconda sconfitta consecutiva. Bisogna, dobbiamo, è necessario. Ma eravamo tutti un po’ così. Un po’ scettici. Tutto questo avveniva tre settimane fa, mica tre mesi. Eppure sembra essere trascorso del tempo, un bel po’. L’Inter è cambiata da allora. E’ cresciuta, è meno impacciata, più performante. Questo è oggettivo. Ne ha vinte cinque su cinque. Anche questo è oggettivo. E sì, diciamolo: oggettivamente, sono state piuttosto facili.
Quindi? L’Inter ne ha vinte cinque “solo” perché erano facili, o ne ha vinte cinque perchè sta in effetti migliorando?
Sono vere entrambe le cose – voglio dire, non sono andato al bar a offrire champagne a tutti i presenti per le vittorie con Slavia Praga e Cremonese. Però è indubbio che, in questo quadro di facilità, l’Inter ha via via assunto una diversa consistenza. Slavia Praga e Cremonese non sono Real e Psg, però 35 tiri a 5 qualcosa lo dicono. Lo dicono anche i sorrisi che si erano visti fugacemente nella prima col Toro – forse erano sorrisi un po’ di sorpresa – e poi erano svaporati dopo le tranvate con Udinese e Juve. Ecco, l’Inter è tornata pure a divertirsi. Non lo aveva fatto col Sassuolo, con quel finale da angoscia. Non lo aveva fatto con l’Ajax, dove non c’era modo e tempo di rilassarsi davvero. Ma con Slavia e Cremonese l’Inter si è divertita.
E si stanno divertendo in tanti, visto che Chivu sta facendo un bel turnover. Sembrano (quasi) tutti coinvolti: Bonny che alla prima da titolare fa un gol e tre assist è un’altra situazione che dice tanto. E sembrano tutti in progresso fisico: Dimarco sembra il fratello più giovane e forte del Dimarco dell’intera ultima stagione. 8 gol subiti in 6 partite sono troppi, ma i 17 segnati sono tanti, quasi 3 a partita. Con buona pace di chi pensava – lo pensavo anch’io, per dire – che l’Inter di Chivu sarebbe stata meno spumeggiante di quella di Inzaghi. Diversa sì, ma sulle spumeggianza potremmo sin d’ora discutere. Viaggiamo a 3 gol a partita in campionato. Ne abbiamo segnati 3 anche alla Juve, prima di suicidarci come una setta giapponese.
Dopo la pausa faremo un sacco di controprove. Però questa Inter promette bene. Che non è male, per una squadra che tre settimane fa si dibatteva nella bufera del moriremo tutti. Siamo vivi, per ora. Vivi.
Dovessimo giudicare la partita con lo Slavia dalla statistica dei tiri (14-1) e dalla monumentale papera del portiere ceco che ha sbloccato il risultato, il commento potrebbe finire tranquillamente qui. Però era a) una partita di Champions, b) una partita da vincere assolutamente e c) una partita attraverso cui proseguire il percorso imboccato dopo la disgraziatissima partita con la Juve. E siccome da quel tardo e storto pomeriggio di Torino sono trascorsi soli 17 giorni, nei quali abbiamo giocato (e vinto) quattro volte, beh, allora il commento può continuare.
In questi 17 giorni e 4 partite, dopo la scoppola con la Juve, abbiamo subito un gol solo segnandone nove. Il ciclo delle cinque partite facili (sabato c’è l’ultima, con la Cremonese) va preso per quel che è – un ciclo di partite facili, appunto – ma provando anche ad apprezzare i progressi fatti e a goderci la bellezza dell’ordinaria amministrazione, perchè non è che ogni volta dobbiamo perdere mesi di vita.
Chivu sta iniziando a prenderci la mano e la squadra sta iniziando a prendere la mano con Chivu. Il turnover funziona: certo, sarebbe molto proeccupante se non funzionasse con Cagliari e Slavia, ma questa resta un’esigenza fondamentale – dobbiamo giocare un’enormità di volte – e tutti vanno coinvolti. Tutto questo stasera si è tradotto in una tranquillità di fondo , una sensazione di fiducia e di sicurezza – la confidence inglese – che va tarata sullo Slavia Praga ma che non ci deve fare schifo. E’ una tipica cosa che cresce col tempo e, nel caso dello sport, si alimenta con le vittorie.
E noi di confidence dobbiamo fare il pieno, perchè dopo la Cremonese avremo la pausa per le nazionali e al ritorno saranno cazzi: 7 partite in 23 giorni, due di Champions (facili, quindi da vincere senza se e senza ma) e cinque di campionato, tra cui Roma e Napoli in trasferta e la Lazio in casa. Il mondo non è fatto solo di Slavie, ma è da queste occasioni marginali che nascono certe imprese. Vincere senza angosce andando dritti all’obiettivo è una pratica virtuosa fin dai tempi in cui hanno hanno inventato la palla.
Dopo la Juve, l’Inter ha vinto tre partite su tre, di cui due in trasferta senza subire gol. Due le reti segnate a match, pum pum, regolare. Niente di che, lo sappiamo. In un ciclo di partite facili, vincere è il minimo sindacale. Però nella politica dei piccoli passi – quelli di una squadra che deve trovare la forma e deve ritrovare sè stessa, prima di dedicarsi eventualmente agli effetti speciali – i piccoli passi fatti bene producono i primi effetti. Piccoli pure loro, d’accordo. Ma li produce.
La vittoria di Cagliari è un po’ come quella di Amsterdam: niente di epocale, va bene, ma nemmeno di banale. 16 tiri contro 4, il 58% di possesso: se fosse entrato il colpo di testa di Folorunsho, dopo il palo quasi-gol del turco, sarebbe stata una beffa atroce. Lo spazio-beffa lo concediamo sempre e a chiunque, del resto, ma forse è il caso che abbassiamo un poco le nostre pretese di perfezione: stiamo tornando ai nostri standard di squadra che produce molto più di quello che realizza, che paga care le sue distrazioni eccetera. La solita Inter delle ultime cinque stagioni, in fondo.
Sono trascorsi giusto tre o quattro giorni dalla strepitosa serie di pagine che la Gazza ci ha dedicato, sul tema “Inter quanto fai cagare” e “Cosa fareste voi per migliorare l’Inter, e perché proprio esonerare Chivu?”. Ci hanno descritto, noi tifosotti, come divisi sul nostro presente e il nostro futuro. Divisi soprattutto sul nostro inesperto e inadeguato allenatore. Ma è davvero così? Io di interisti così disperatamente preoccupati per Chivu (e da Chivu) proprio non ne frequento. Parlo con interisti preoccupati per un sacco di cose – fin troppe -, ma nel podio delle preoccupazioni non c’è quasi mai Chivu. Allora di cosa parla esattamente la Gazza, che un giorno fa una prima pagina sul Milan champagne che batte in Coppa Italia il Lecce in 10 e il giorno dopo ci descrive come un popolo allo sbando?
Visto che non vado pazzo per Chivu, lo posso dire con estrema serenità: è proprio intorno a Chivu che possiamo trovare le motivazioni per ripartire. Non vado pazzo per lui ma mi piace la genuinità nell’affrontare la sua grande occasione. Un gruppo forte e non facile da gestire per tante ragioni, un mercato dove le sue richieste sono state per lo più disattese, il supplizio di doversi sottoporre di continuo al raffronto con un recente passato difficile da eguagliare: non è mica facile. Chivu è il nostro allenatore e si va avanti con lui. A Cagliari per almeno metà partita siamo stati ottimi, con qualche sprazzo notevole. Sull’altra metà possiamo migliorare. E se intanto allunghiamo la striscia, diamo una sistemata anche all’umore. Che non è secondario.
Classica partita che devi leggere al contrario, cioè partendo dalla fine. Quindi, partendo dalla fine, per prima cosa devi sentirti dire “E vabbe’, dai, rilassati, hai vinto, che cazzo pretendi?”. Beh, ecco, non è che lo pretenda, ma mi piacerebbe davvero potermi rilassare da un certo punto della partita in poi. Altrimenti mi tocca rispolverare il celeberrimo aforisma di Marcello Marchesi “Siamo nati per soffrire. E ci siamo riusciti” e mi spiace rispolverarlo per un’Inter-Sassuolo piuttosto marginale nel nostro campionato, nella nostra storia e nella stessa specifica e variegatissima storia dei confronti tra Inter e Sassuolo. Una partita che oggettivamente potevamo vincere comodamente e invece abbiamo vinto scomodamente – nel senso che gli ultimi 5 minuti li ho visti in piedi, è vita questa?
Chivu, nelle interviste post-partita, ci chiede di apprezzare anche questa situazione: che sappiamo soffire e che comunque la partita l’abbiamo portata a casa. Posso anche provare a essere d’accordo con lui, ma – sempre procedendo a ritroso – mi imbatto nelle immagini del gol del Sassuolo e non posso che rimanerne turbato: due minuti e mezzo dopo aver segnato – di culo – il gol del 2-0 e avere sistemato le cose per vivere in serenità gli ultimi 10 minuti di partita, ti fai prendere d’infilata in un modo clamoroso, loro in movimento e noi fermi, una distrazione che poteva costare caro e che non è un buon segno. La leziosità precedente e la statuaria sufficienza di quel momento lì: no, non benissimo.
C’è una sproporzione – procedendo al contrario, incoraggiante – tra quello che produci e quello che realizzi. Incoraggiante nel senso che magari, un giorno, chissà se vicino o lontano, l’alchimia tra la postura dei piedi e il livello di cattiveria funzionerà meglio e vinceremo le partite 3-0 invece di 2-1, che farebbe tutta la differenza del mondo. I difetti dell’Inter si perpetuano nei suoi uomini: lo dicevamo dell’Inter di Inzaghi e lo diciamo dell’Inter di Chivu, che per la gran parte sono infatti gli stessi. Per noi è un 21 settembre che potrebbe essere benissimo un 21 agosto, per il ritardo con cui abbiamo iniziato la preparazione e le tossine che ci portiamo appresso. Ci tocca portare pazienza ma non è facile. Ci tocca persino guardare gli ultimi 5 minuti di un’Inter-Sassuolo in piedi davanti alla tv, e non è facile nemmeno questo. Abbiamo vinto, quindi dovremmo rilassarci. E però no, non è facile nemmeno questo: con questi tre punti passiamo dall’undicesimo al decimo posto, ma si può? Non ci sono più le vittorie di una volta.
Consoliamoci con Pio Esposito. Non solo per quello che è (e quello che speriamo possa diventare), ma perché perlomeno ci fa parlare d’altro. Non siamo sempre lì a fare confronti con Inzaghi, a valutare i difetti di Chivu, a fare la conta dell’età media o di quanto siamo scoppiati. C’è un ragazzo interista che ha vent’anni e fa il centravanti in un certo modo, non banale. Se riuscissimo anche a non mettergli troppa fretta, sarebbe proprio bello.
Missione compiuta. Nel suo piccolo, Ajax-Inter era un match delicatissimo: il primo di Champions, che arrivava dopo due sconfitte in campionato, in particolare quattro giorni dopo la partita inconcepibile con la Juve; in più, nel bizzarro calendario di Champions che ci constringe ad affrontare prima le quattro partite facili e poi le quattro difficili, Ajax-Inter era la più difficile delle facili. E quindi, averla vinta vale parecchio in termini di umore e di prospettiva. Niente di indimenticabile, ma molto di utile.
Meno effetti speciali, meno possesso (si è ribaltata la statistica della partita con la Juve, dove con 60-40 ne abbiamo presi 4 e abbiamo perso), più “normalità”, più consapevolezza. Pochi rischi: sul peggiore ci ha pensato Sommer, che intelligentemente Chivu non ha giubilato a furor di popolo (anche se Martinez bisognerà farlo giocare un po’, in serenità). Bene in attacco, dove oggi Thuram vale da solo mezza Inter e dove Pio Esposito ha fatto un partitone tra sportellate e finezze, uno che se non si perde può diventare davvero un pezzo da novanta (milioni). A Lautaro in precarie condizioni si sarebbe potuto risparmiare la Juve e, chissà, poteva anche diversamente. In panca abbiamo due ragazzi che legittimamente possono giocarsele.
Prima della pausa, da qui al 4 ottobre abbiamo altre quattro partite che, onestamente, dobbiamo catalogare tra le facili: Sassuolo, Cagliari, Slavia Praga e Cremonese, tre in casa (dopo la pausa, avremo 4 trasferte su 5 partite). La cosa curiosa è che nessuna delle tre avversarie di campionato – facili, dai – sono dietro di noi in classifica: con il Sassuolo sarà uno scontro diretto tra undicesime, mentre Cagliari e (nettamente) Cremonese ci precedono. Sarà una prova al contrario: più che un ciclo di ferro è un ciclo di burro, ma non potendo più sbagliare colpi avrà il suo perché.
Il tema del non-rinnovamento dell’Inter è piuttosto interessante. Che sia un grosso problema Chivu l’ha già detto (“difficile far cambiare abitudini a giocatori che fanno le stesse cose da quattro anni”). Peraltro, con questa dichiarazione, Chivu dice esplicitamente che vorrebbe cambiare qualcosa. Ma Chivu ci sta provando a rinnovare?
Finora, nelle tre giornate di campionato, ha sempre schierato dall’inizio sette giocatori: Sommer, Acerbi, Bastoni, Dumfries, Barella, Lautaro e Thuram. Ha sempre cambiato il difensore centrale di destra: Pavard, Bisseck, Akanji. A sinistra ha fatto giocare dall’inizio due volte Dimarco e una volta Carlos. A centrocampo, in una rotazione determinata per un terzo da una squalifica (cioè da causa di forza maggiore), hanno due presenze dall’inizio Calhanoglu, Miky e Sucic. Quindi, sui 33 giocatori schierati nella formazione iniziale (11 x 3), 30 sono vecchi. Gli altri sono Akanji (sostituto “diretto” di Pavard appena ceduto, una presenza obbligata) e Sucic (2). L’unica ventata di nuovo in queste tre prime giornate è stata dunque rappresentata da Sucic: bene contro il Toro, male contro l’Udinese (sostituito al 62′) e subentrato (per 11′) con la Juve.
Bonny (un gol al Toro) è subentrato dalla panchina tutte e tre le volte (totale 64 minuti), come Zielinski. Pio Esposito (27′), Diouf (11′) e Luis Henrique (4′) li abbiamo intravisti una volta sola (come Darmian). Quindi, ‘sti nuovi, boh? Saranno buoni, non lo saranno? Non lo sappiamo. Oggettivamente, non li sta usando. Anche Bonny è un cambio obbligato (vuoi non far rifiatare almeno una delle due punte?). E comunque, resta un cambio.
Poi c’è Frattesi.
Frattesi zero minuti. E’ vivo e vegeto (ha giocato tipo 25′ in Nazionale) (anche Pio ha giocato in Nazionale), ma inutilizzato. Frattesi, parlando di rinnovamento dell’Inter, non è una figura marginale. Inzaghi, nel ritenerlo esterno al suo progetto talebano del 3-5-2, lo ha usato come guastatore di lusso. Via Zalewski, è rimasto l’unico uomo in rosa che può scompaginare le cose. E’ un incursore nato, ha il mal di pancia latente ma sfruttando i ritagli ha segnato per noi gol importantissimi e tolto un tot di volte la castagne dal fuoco. Nel suo essere vecchio, nel senso di reduce inzaghiano (con i suoi quasi 26 anni è in realtà uno dei più giovani), potrebbe essere la grande novità. Invece, zero minuti.
Quando sono entrati Zielinski e Darmiam, avevamo in campo 6 over 30. La Juve ha vinto la partita con un 2006.
Allora, cosa sta facendo in realtà Chivu? Voglio pensare, intanto, che stia prendendo tempo in attesa che tutti arrivino a una forma decente, nelle more dell’allucinante stagione scorsa e di una preparazione iniziata 15-20 giorni dopo gli altri. Quindi – ipotizzo – si affida a una macchina rodata in attesa di cambiare qualche pezzo e qualche assetto senza buttare nessuno allo sbaraglio. La partita di Torino dimostra che la squadra c’è (non faresti il 60% di possesso e tre gol al Latta stadium sennò) ma non c’è (non faresti il 60% di possesso per prendere 4 gol in 4 tiri sennò). La forma fisica crescerà. Ma la forma, quella sostanziale, quella filosofico-tattica, quando la vedremo? Perchè, diciamolo, in questo momento noi tifosotti siamo sospesi sul baratro: i vecchi invecchiano, la difesa è perforabile, il gruppo si sgruppa, i giovani sembrano lì per caso (e Chivu boh?, voleva proprio quelli?), alla terza giornata siamo a 6 punti da Napoli e Juve…
Prendete me, per esempio. Dopo tutto ‘sto pippone mi viene solo da dire (in coerenza con il mio essere più intimo) che sì, cioè no, ecco, non ci sto capendo un cazzo. Che in fondo è il suo bello: se tutto mi fosse chiaro, magari non sarei nemmeno qui ma in un forum di vecchi tromboni o alla proiezione di un film cecoslovacco con sottotitoli in tedesco.
(nell’angolo Podcast, giunto nel frattempo all’episodio #145, io e il mio socio Max attendiamo sempre i vostri vocali al numero dedicato Whatsapp 351 351 2355.Cosa ci dovete dire? Beh, direi che gli argomenti non mancano. Riassumibili nel sempre avvincente e gradevole assunto che moriremo tutti)
(il podcast, oltre che su Spreaker – il cui player trovate qui sul blog – lo potete ascoltare anche su Spotify, Audible, Apple Podcast, Google Podcast e tutte le principali piattaforme. Non lo trovate? Prendete appunti – non è difficile – : scrivete “Settore” o “interismo moderno” nell’apposito campo e per incanto vi apparirà. E’ la tecnologia, bellezza, e non possiamo farci niente)
La foto è fortemente simbolica. Di un certo scollamento dalla realtà, intendo. Un giocatore dell’Inter che sghignazza con il fratello juventino dopo averne preso quattro a Torino (uno dal fratello, tra l’altro, che potrebbe sghignazzare, lui sì, ma sghignazza meno), un giocatore dell’Inter che trova non sufficientemente luttuosa la circostanza di una sanguinosa sconfitta con la Juve, vabbe’, è un uomo che – al di là del Mulino Bianco che c’è in tutti noi – dovrebbe farsi un paio di domande. E spero che qualcuno in società un paio di domande gliene faccia. Una gliela suggerisco io: che cazzo ridi?
Detto questo, parlando di scollamento della realtà arriverei a Chivu. “Abbiamo fatto una grande prestazione in entrambi i tempi, però bisogna capire certi momenti. Siamo venuti qui a fare la partita, a cercare di vincere, ci è mancata sicuramente un po’ di lucidità. Specialmente negli ultimi dieci minuti. Mi interessa capire i momenti della partita, non gli atteggiamenti perché oggi la squadra li ha avuti giusti. Nel secondo tempo c’è stato uno stra-dominio, poi non abbiamo saputo gestire”. Si può stradominare e non vincere? Si può stradominare e prenderne quattro? Si può stradominare, condurre 3-2 a Torino a 11′ dalla fine e poi perdere?
Sì, altroché! risponderebbe Thuram coprendosi la bocca ma sghignazzando.
E ancora. Si può considerare stradominata una partita in cui gli avversari ti fanno quattro gol con quattro tiri in porta? E se consideriamo il clamoroso salvataggio di Carlos su un tiro a colpo sicurissimo, si può considerare stradominata una partita in cui ne hai presi quattro, quasi cinque?
Che l’Inter non meritasse affatto di perdere, figuriamoci, l’ha detto pure Tudor. Che l’Inter abbia disputato una buona partita, a tratti ottima, considerando che stavamo giocando al Latta Stadium con la Juve, lo dico pure io che ho i coglioni girati. Però sul concetto di stradominio ci andrei con i piedi di piombo. Per essere degli stradominatori, ecco, siamo un po’ fragilini. Se per stradominare devi segnarne almeno cinque, forse abbiamo un problema.
Al 13 settembre siamo ancora lontani da una forma collettiva accettabile (qualcuno viaggia, qualcun altro batte in testa) e questo si poteva prevedere. Abbiamo provato ad autoconvincerci che proprio la differenza fisica fosse stata la causa prima – forse l’unica – della sconfitta con l’Udinese. Ok, ma con la Juve? Vai sotto, rimonti due volte, passi davanti e la perdi. Ne segni tre, e non bastano. Tre gol in casa della Juve, diamine: non capita spesso. Ne prendi quattro, tutti evitabili, almeno due parecchio scoccianti. Forse, stradominando ci siamo distratti. E’ un tipico difetto degli stradominatori.
La nostra difesa ha preso sei gol in due partite, cinque su azione. Le avversarie capitalizzano le occasioni con una percentuale spaventosamente alta. La difesa è il reparto che più richiedeva interventi strutturali e su cui invece non è stato fatto niente (lo scambio Pavard-Akanji non lo considero, non cambia granchè soprattutto in prospettiva). I due giocatori della Juve che hanno segnato i gol del 2-1 e del 4-3 sono rispettivamente del 2005 e del 2006 (e il piccolo Thuram è del 2000). Potrebbero essere i figli di Acerbi, Darmian e Sommer – sapete, quegli errori di gioventù, stai facendo i compiti e metti incinta una. Tutto questo dà da pensare. E non sono pensieri leggeri.
Parliamone serenamente, senza disfattismi nè discese dal carro. Due partite di agosto valgono quel che valgono (in scala da 0 a 10, forse 1), ne mancano altre 36, nessuna squadra sta facendo niente di speciale, a parte avere culo (e noi ieri proprio non ne abbiamo avuto: in scala da 0 a 10, direi 0). Però parliamone.
La frasi di Chivu in conferenza stampa a San Siro dopo la sconfitta con l’Udinese – bisogna specchiarsi meno e giocare più in verticale, i ragazzi vengono da anni di abitudini che non si cancellano in una settimana, la responsabilità è mia ma bisogna trovare qualche stimolo in più, devo realizzare le mie idee con quelli che ho perché altre soluzioni non ce ne sono – colpiscono parecchio. Un po’ troppo presto, per un allenatore, essere così frustrati. Per un allenatore nuovo, poi. Ma Chivu è un allenatore nuovo molto sui generis: in realtà è all’Inter da tre mesi, protagonista di un cambio della guardia inedito nella nostra storia, ed è interista da un pezzo. Quindi sa di cosa parla. Passata la fase di brutale adattamento – arrivare sostanzialmente da ripiego a gestire un Mondiale per club al termine di una stagione massacrante conclusa con uno 0-5 in finale di Champions – adesso per lui è iniziato il lavoro vero. E il lavoro vero non dev’essere rose e fiori.
Intanto, diamoci tutti una sana svegliata. Ci siamo resi conto in questi 15 mesi della differenza tra l’avere come proprietario un Moratti/Pellegrini, uno sceicco o un fondo? Il fondo ci ha illusi facendo finta di avere un cuore, mettendo Marotta sulla poltrona di presidente invece di un John Smith qualunque. Ma è un fondo. Fa gli affari suoi, cercando di fare quadrare i conti con parametri che non sono i nostri da tifosotti. L’anno scorso ha fatto un mercato totally fake (ma inebriati com’eravamo non ce ne siamo accorti) e quest’anno ha fatto un mercato quasi fake, svecchiando la panca ma non acquistando un titolare che è uno (possiamo sperare che lo diventi Sucic, ma con calma).
Devo realizzare le mie idee con quelli che ho perché altre soluzioni non ce ne sono, ragazzi, è una frase che pesa come un macigno sui nostri sogni da persone limitate nel cervello, gente che vorrebbe sempre vincere scudetti e coppe, battere la Juve e il Milan, quelle robe lì. Quelli che ha sono dei signori giocatori che giocano un certo tipo di calcio da un tot di anni, e lui vorrebbe fare altro. Ma altro cosa? Gli hanno comprato cinque ragazzi e il resto sono quelli di prima.
A proposito. Siamo soliti sentire dire che l’Inter si è rinnovata poco e la squadra titolare ha un anno in più. Ma la faccenda è un po’ più complessa, nell’ottica di Chivu e del minimo rinnovamento che gli piacerebbe apportare. Dumfries, De Vrij, Lautaro, Çalhanoğlu, Barella, Dimarco, Darmian e Bastoni (totale: 8) sono i reduci della prima stagione di Inzaghi, cui possiamo aggiungere gli ultratrentenni Acerbi e Mkhitaryan arrivati l’estate successiva (totale: 10). Questa squadra non ha un anno in più, ma quattro.
Al di là della carta d’identità – perché i nostri vecchietti hanno fatto cose mirabolanti e inscalfibili nelle nostre menti bacate – pretendere un rinnovamento in queste condizioni è piuttosto temerario. Con un allenatore nuovo, e una squadra oggettivamente consunta dopo quattro stagioni inzaghiane in cui tutti si sono spremuti come limoni, forse si doveva osare un po’ di più. Inter-Udinese fa testo fino a un certo punto: la partita del 31 agosto di una squadra reduce da un’estate del tutto anomala e da una preparazione molto breve rispetto a 18 avversarie su 19, ecco, conta quel che conta. Soprattutto se dall’altra parte c’è una squadra fisica e cazzuta con nulla da perdere e tutto da guadagnare. Ok, ma a lungo termine? O anche a breve termine, dal 13 settembre, quando la stagione inizierà davvero e avremo la Juve e poi la Champions?
A me ha disturbato parecchio vedere il turco in condizioni (anche motivazionali?) molto precarie, il bisteccone fatuo come l’avevamo lasciato, vedere sprecare metà dei cross e dei corner come se non ne avessimo tirato uno negli ultimi sei mesi, incaponirsi in iniziative sbagliate. Poi mi ha disturbato ripensare al mercato, mettendo le cose in fila.
Bene il mercato d’uscita, fino a Zalewski: decisione incomprensibile, ma poi realizzi che siamo di proprietà di un fondo e allora la capisci – non hai venduto Yamal ma comunque l’unico giocatore in grado di sparigliare le cose, però era una plusvalenza che camminava e quindi zitti. Il mercato in entrata, boh? Bene (concettualmente) Sucic e Bonny, Pio era già tuo, Luis e Diouf sono due scommesse con poco senso tecnico, almeno allo stato delle cose – ma poi realizzi che siamo di proprietà di un fondo che dice di voler puntare sui giovani, magari un po’ a caso. Un mese ad assistere alla penosa trattativa Lookman, mentre i possibili colpi (da Leoni fino a Solet, cazzo) sfumavano uno a uno. Dovevamo prendere un difensore, non l’abbiamo preso. Non sarebbe stato male prendere un altro attaccante, non l’abbiamo preso. Potevamo benissimo non prendere un altro centrocampista, l’abbiamo preso. Va bene, certo. Diciamo che non va benissimo.
E Chivu? Con quella modalità da sergente dell’Est, ci ha messo la faccia in modo fragoroso. Che può anche andar bene, per carità. Certo, il 31 agosto è dannatamente prematuro anche solo accennare a questione così spinose e in totale evoluzione. Sperando che sia un vigoroso tentativo di creare un po’ di pathos positivo nella truppa, e non il gesto un po’ disperato di uno condannato a lottare duro per restare tra gli eletti sapendo che sarà il primo a cui scaricheranno tutte le colpe, comprese le molte non sue.
Il campionato d’agosto è già finito con un bilancio un po’ così, perché tre punti in due partite in casa è un bilancio un po’ così. Tecnicamente, il dato – molto parziale – è questo: siamo implacabili con squadre che fanno cagare, lo siamo un po’ meno con squadre fisiche che se la giocano. Siamo sfortunati (il fuorigioco di Thuram e il rigore di Dumfries sono roba di millimetri), ma ci mettiamo molto del nostro: al quarto angolo tirato alla cazzo (sembrava l’Inter di Mazzarri) ho avuto l’insano pensiero di disdire Dazn, Sky, Prime ma anche l’Enel, per non ricadere in tentazione di accendere i device. I sorrisi di Inter-Torino si sono trasformati nei bronci di Inter-Udinese. In sei giorni. E io che maledicevo l’assurda pausa delle nazionali dopo due giornate adesso sono qui che guardo il soffitto e dico: meno male che adesso c’è la pausa. Sono anch’io un po’ in confusione, come l’Inter.
Il campionato d’agosto ha i suoi rischi, tipo trovare l’Udinese e non venirne a capo. Il massimo che potevamo fare, senza farci troppe domande, era vincere le due partite (come hanno fatto Napoli, Juve, Roma e rumore di tuoni Cremonese) (noi oltretutto le avevamo entrambe in casa) e invece no. Vinci 5-0 con il Torino e ti sembra che sia già tutto a posto. Perdi 1-2 con l’Udinese e ti sembra che ci manchi questo, quello e quell’altro. Vinci 5-0 con il Torino e ti sembra che la squadra sia già in grande spolvero. Perdi 1-2 con l’Udinese e ti sembra che la squadra stia già arrancando, pagando subito il pegno a una preparazione che – nel caso stasera – sarà stata minimo 15 giorni più breve di quella degli avversari.
Avendo rinviato il momento delle disdette, mi sono indivanato nell’attesa di Chivu. Che ha detto, con chiarezza, una cosa dirompente: questa squadra è abituata a giocare in un modo che non è quello che voglio io, è dura far cambiare le abitudini di quattro anni. E quindi? Ora che succede? Finisce il mercato e abbiamo pochi difensori, pochi attaccanti (stasera hanno giocato tutti e quattro insieme) e molti centrocampisti. “Con quelli che siamo”, ha sottolineato Chivu. La leziosità gli sta sui maroni, il gioco non è proprio quello che vuole lui, e lo deve inseguire “con quelli che siamo”. E io che anelavo alla tranquillità dell’animo. Forse era meglio che mi guardavo Squid Game.