Facciamo ordine

Dunque, facciamo un po’ d’ordine. 17 partite ufficiali in stagione, 12 di campionato e 5 di Champions. 12 vittorie, 0 pareggi, 5 sconfitte. Vediamole.

12 vittorie. Inter-Torino 5-0, Ajax-Inter 0-2, Inter-Sassuolo 2-1, Cagliari-Inter 0-2, Inter-Slavia Praga 3-0, Inter-Cremonese 4-1, Roma-Inter 0-1, Unione Saint Gilloise-Inter 0-4, Inter-Fiorentina 3-0, Verona-Inter 1-2, Inter-Kairat 2-1, Inter-Lazio 2-0.

5 sconfitte. Inter-Udinese 1-2, Juve-Inter 4-3, Napoli-Inter 3-1, Inter-Milan 0-1, Atletico Madrid-Inter 2-1.

Il quadro è chiarissimo. Nei due gruppi vittorie-sconfitte ci sono due eccezioni. Nel gruppo delle vittorie, l’eccezione è la Roma: è l’unica volta in stagione, oltretutto in trasferta, in cui abbiamo fatto risultato con una squadra nel nostro livello (ci piaccia o no, la Roma è prima in campionato), perchè le altre del “gruppo vittorie” sono squadracce, squadrette o squadre di nome con medio/gravi problemi (Ajax, Fiorentina, Lazio). Diciamo, insomma, che 11 vittorie su 12 sono il minimo sindacale. Molto bene averle vinte tutte, le partite facili (vedi Milan). Qualcuna in modo un po’ così (Sassuolo, Verona, Kairat), comunque un bilancio ineccepibile, quasi un percorso netto (vedi sotto). Però, erano sulla carta tutte facili.

Nel gruppo delle sconfitte, l’eccezione è l’Udinese: era agosto, era la seconda giornata di campionato, e dopo l’illusoria goleada col Toro si siamo trovati a giocare contro una squadra molto fisica che aveva alle spalle quasi un mese di preparazione più di noi (oggi l’Udinese è decima, 15 punti in 12 partite, la sua dimensione). Le altre quattro partite erano con squadre del nostro livello: le abbiamo perse tutte.

Primo bilancio: partite con squadrette, 11 vinte e 1 persa (media punti 2,75); partite con squadre vere, 1 vinta e 4 perse (media punti 0,6).

Parliamo anche di gol. Sulle reti fatte, non ci sarebbe da lamentarsi (26 in 12 partite di campionato, 12 in 5 partite di Champions, siamo sopra la media di 2 gol a match) se non sapessimo che paradossalmente i gol sono uno dei nostri problemi principali: quei gol che – squadrette a parte – non riusciamo mai a fare per chiudere le partite, creando opportunità a grappoli e realizzandone una minima percentuale (togli i 5 al Toro, i 4 ai belgi e alla Cremonese, e vedi che le medie tornano in un alveo di discreta normalità). Sulle reti subite, spiccano i “soli” 8 clean sheet (con la Roma più sette squadrette/squadracce/squadre con problemi). Con le 5 squadre di pari grado (in ordine cronologico: Juve, Roma, Napoli, Milan, Atletico Madrid) lo score è di 6 gol fatti e 10 subiti: uno score che non è da squadretta o squadraccia, ma (parliamone) da squadra con problemi.

Il calcio, con i regolamenti attuali, ci dà alcune certezze. Per esempio, l’asterisco *ma giochiamo bene non dà alcun impulso alle classifiche, questo è giusto ricordarlo. La sconfitta *però abbiamo giocato molto meglio noi vale zero punti: severo, ma giusto. E dopo due partite di fila giocate in quattro giorni entrambe perse *ma giocando bene, ecco, per quanto mi riguarda la questione inizia a diventare un po’ stucchevole. Soprattutto se il calcio basico del Milan e quello vetero-rissaiolo dell’Atletico alla fine della partita risultano essere quelli vincenti, e quello *però siamo belli dell’Inter alla fine non vale un cazzo.

Voglio cogliere qualcosa – non so cosa di preciso, ma la voglio cogliere – dal botta e risposta a distanza tra Bisseck (abbiamo fatto tutto bene, è mancato solo un po’ di culo) e Chivu (non abbiamo fatto bene, in più quelli che sono entrati dopo hanno fatto cagare), che mi sembra tradire quegli equivoci che regnano tra di noi, intesi come squadra e anche come tifosotti. Bisseck dice il vero, ma spero che la squadra non si limiti a pensare che il calcio e il culo sono due ruote che girano, perché sarebbe letale. Chivu dice il vero, però deve anche fare chiarezza con se stesso, perché è l’allenatore che cerca di fare andare le cose in un modo invece che in un altro, ed è l’allenatore che toglie giocatori a partita in corso per metterne altri (tipo che, cinque minuti dopo l’1-1, togliere proprio l’autore del gol e dell’assist che erano tra i migliori non mi è sembrato di grandissimo tempismo – aspetta altri 10′, no? -, nè togliere il quasi nullo ma cazzuto Lautaro in un finale che necessitava cazzutaggine, nè mettere l’ormai perso Frattesi) (ma vabbe’, io ero su divano).

Siamo a un bivio importante, secondo me. Il bivio tra le depressione (gioco bene e perdo, ma è giusto? moriremo tutti) e la consapevolezza (gioco bene ma non basta se non ci metto la cattiveria, quindi adesso invece di fare Nureyev mi metto a fare Chuck Norris e vaffanculo). Chivu, portaci verso una bellezza consapevole: è la strada più breve verso lo scudo. Sennò, a furia di asterischi, ci ritroveremo in Conference.

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Expected inculation

Dopo queste ultime due partite con Milan e Atletico Madrid, propongo che a livello sperimentale – l’Uefa potrebbe essere interessata per sviluppi futuri – alle statistiche dell’Inter vengano aggiunti due dati finora mai presi in considerazione: il possesso sfiga e l’expected waste (spreco previsto). Solo così l’analisi delle nostra partite sarà completa e adeguatamente approfondita.

Il possesso sfiga sta raggiungendo ormai cifre insopportabili: la sfiga attiva (pali, traverse ecc.) e la sfiga passiva (basti guardare e riguardare il flipper del loro primo gol) ci stanno devastando ben oltre i nostri demeriti. Canzone consigliata: “What have I done to deserve this” dei Pet Shop Boys.

L’expected waste è un dato spesso sovrapponibile con quello degli expected goal, perchè gli expected goal noi li sprechiamo. Usciamo dal Wanda metropolitano (o come cavolo si chiama adesso) con il dato degli expected goal superiore a quello dei padroni di casa, avendo fatto un tiro più di loro, avendo esercitato un possesso superiore al loro. E avendo perso la partita. Perché la percentuale di spreco è sempre quella, alta, altissima, e sembra davvero non esserci niente da fare. Se fossero analisi del sangue, avremmo tutti i valori sballati, una sequela di asterischi da far paura. E’ tutto fuori norma: i gol che facciamo, quelli che non facciamo, quelli che prendiamo, il possesso palla, il possesso sfiga. Tutto drammaticamente fuori norma.

Se prendi un gol su calcio d’angolo al 93′, dopo la fottuta partita che hai fatto, no, niente, non puoi accampare nessuna scusa: l’hai buttata nel cesso e stop. Nei primi 92′ è stata una bella Inter, a tratti bellissima, per una ventina di minuti straripante, un gol bellissimo, qualche azione da lustrarsi gli occhi, una lezione di calcio al materassai. Che però l’hanno vinta.

A tutto questo va trovata una spiegazione. Permettersi di buttare al vento quattro-cinque colossali opportunità in una partita come questa è un vero delitto. Sul campo dell’Atletico Madrid c’era il clima ideale per sporcarsi un po’ di più la divisa sociale: vai al tiro 13 volte (ottimo) e fai 8 falli in 97 minuti, uno ogni 12 minuti, sempre puliti, sempre alla ricerca del bello e regolarmente inculati. Non incito alla violenza, per carità. Ma incito alla sporcizia, diciamo così. Questi primi 100 giorni di Chivu ci lasciano l’immagine di un’Inter incompiuta, che non mantiene ciò che promette, che non finisce il lavoro che comincia, che perde il tempo a specchiarsi come certe ragazze convinte di avercela soltanto loro.

Dovremmo un po’ simeonizzarci o allegrizzarci. Meno expected, più real. A meno che non ci interessi battere il record planetario di maggior differenza tra expected gol e gol effettivamente realizzati. E’ un obiettivo un po’ di nicchia, ma ci sta.

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Non è successo (quasi) niente

(ANSA)

Cioè, ma vi ricordate il campionato 2022/23? Beh, parliamo di tre anni fa – cioè, se non lo ricordate passate quantomeno in parafarmacia a prendere un integratore. Fu l’anno dell’Inter bipolare, quasi catastrofica in campionato (12 sconfitte) e quasi perfetta in Champions, che con un briciolo di culo in più potevamo addirittura vincere in finale con il City. La rievocazione è necessaria, perchè in quel campionato (terminato a 72 punti, 23 vinte 3 pareggiate 12 perse, terzo posto grazie alla penalizzazione della Juve, sennò eravamo quarti), dopo 12 giornate l’Inter aveva 24 punti, 8 vittorie e 4 sconfitte, esattamente come oggi. Dunque, arriveremo quarti?

La risposta è: se ci diamo una mossa, no.

La percezione di quel campionato è molto diversa da quello attuale. Il nostro campionato, intanto: avevamo perso quattro partite nelle prime otto giornate, quattro sconfitte senza attenuanti (il derby, la Lazio e l’Udinese fuori, la Roma in casa), quattro partite che non avremmo meritato di vincere, qualcuna neanche di pareggiare. Mettiamoci anche che alla 13esima giornata perderemo 2-0 con la Juve, bleah. Restando alla 12esima, avevamo segnato 25 gol e subiti 17.

Ma anche il campionato degli altri. Dopo 12 giornate c’era in testa il Napoli con 32 punti (dunque noi eravano già a -8), Napoli che avrebbe stradominato il campionato. Ecco, quest’anno un Napoli non c’è. Siamo a -3 dalla Roma, che a sua volta ha già perso 3 partite. Siamo a -1 dal Napoli e dal Milan, che ci ha incredibilmente battuti nel derby (gentilmente offerto, come facciamo spesso) (è tipo la sindrome di Stoccolma) e che pur con una sola sconfitta ha avuto le sue belle defaillance, come i 2 punti fatti nelle tre partite con Cremonese, Pisa e Parma.

Insomma, è un campionato diverso, più equilibrato verso il basso, più aperto. E siamo diversi anche noi, che su tre delle nostre quattro sconfitte (le peggiori, gli scontri diretti) possiamo solo piangerci addosso per quanto e come abbiamo sprecato. Siamo meglio di quell’Inter là (26 gol fatti, 13 subiti), più competitiva rispetto alla media delle avversarie, forse – andando dietro alla schizofrenia nelle nostre sensazioni, a seconda che si vinca o si perda – addirittura più forte di tutte. Eppure siamo dietro, eppure ne abbiamo già perse quattro. Dunque, arriveremo quarti?

La risposta è: se ci diamo una mossa, no.

Le cifre del derby dicono molto. Due expected gol, zero gol fatti. 64% di possesso. 14 tiri contro 7. 9 corner contro 1. Sette falli. Sette falli in 90. Cioè, le cifre dicono che produciamo tanto e realizziamo poco (pur essendo nettamente la squadra con più gol fatti e quella, col Bologna, con la migliore differenza reti). E dicono anche che non siamo cattivi, se in quella che dovrebbe essere una partita da coltello tra i denti facciamo un fallo ogni 13 minuti. Questa cosa del tendere al bello più che a sfondare la porta e a intimidire qualche stinco non è una tendenza positiva per la nostra classifica e il nostro futuro. Mi immaginavo, nel passaggio da Inzaghi a Chivu, un’Inter un po’ meno bella e un po’ più rude: non è così, e chissà se lo sarà mai.

Finora, considerando le quattro (partitucole) di Champions, ne abbiamo vinte 12 su 16. Facendo mente locale, ricordo qualche partitone e anche qualche vittoria un po’ faticosa. Udinese a parte (partita che a un certo punto ci è sfuggita di mano), non ricordo neanche sconfitte ignominiose. Anzi, tutt’altro. Piuttosto, delle partite regalate, buttate via: partite che stavamo vincendo o che potevamo vincere, questo sì. Aggiungiamo la non eccelsa stagione del portiere e quelle solite amnesie difensive (qualcuna può starci, per carità) e il quadro è completo.

Siamo tutt’altro che perfetti, ma intorno – parlo del campionato – c’è parecchia imperfezione. Quindi possiamo arrivare quarti, certo, ma anche primi. E se adesso qualcuno mi dicesse che si potrebbe barattare l’uscita ai play in di Champions con la conquista dello scudetto, porca miseria, firmerei intingendo il pennino in uno qualsiasi degli umori del mio corpo ormai consunto.

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Non disperiamo (ma un po’ sì)

Il campionato, mi sembra chiaro, lo vince il Milan. Ha un portiere pazzesco, un discreto culo, un allenatore che trasmette sicurezza, una squadra strana ma mica male (in più ha preso un tizio di 40 anni che non li dimostra affatto), come il Napoli lo scorso anno non fa le coppe europee e viene graziato da Calha su rigore (allo stesso minuto, poi). Mi sembrano già elementi sufficienti. In più, ha perso una volta sola in 12 giornate (noi 4) e perdipiù alla prima giornata, per cui è in serie positiva da fine agosto. Ha perso con la Cremonese, sì, ma gli scontri diretti li ha tutti vinti o pareggiati (ha battuto Inter, Napoli, Roma e Bologna, cioè quattro delle prime cinque) (l’altra è il Milan, appunto).

E l’Inter? L’Inter ha perso 4 delle prime 12 partite, un numero che si potrebbe definire eccessivo in maniera definitiva. L’ultima squadra scudettata ad avere perso più di 4 partite nell’intero campionato fu la Juve nel 2019: ne perse 7, ma tre nelle ultime quattro partite, a titolo già vinto in anticipo. Si sta profilando una quota punti per lo scudetto molto bassa, potrebbero bastare poco più di 80 punti con questo andazzo e questo equilibrio, e le nostre 4 sconfitte in 12 partite ci consentono comunque di dire che siamo lì, a 3 punti dalla prima e appena un punto sotto il meraviglioso Milan che ci ha appena inculato e che non perde da agosto e vince tutti gli scontri diretti. Un punto.

E quindi?

Quindi il giramento di coglioni non si attenua, e nemmeno la preoccupazione. Se facessimo leggere a un marziano le statistiche del derby di stasera, il marziano (non so in quale lingua, forse a gesti) ci direbbe “Ueilà, complimenti! quanto avete vinto? 2-0? 3-1? Bravi!” e a noi toccherebbe spiegare al marziano che beati loro che su Marte non giocano a questa merda di gioco che è il calcio, bleah!, uno sport che se invertivi i portieri la vincevi 4-0 e invece no, siamo qui a disperarci e a smadonnare (il marziano ci resterebbe male, credo).

Detto questo, abbiamo un problema, anzi no, più di uno. Il principale è che a una data mole di gioco spesso corrisponde un raccolto misero o nulla. Questo derby è stato particolarmente sfortunato (un miracolo di Maignan, palo di Acerbi, altro miracolo di Maignan più palo di Lautaro, rigore sbagliato: oggettivamente, il confine tra lo zero e il quattro è veramente labile), ma il problema di fondo resta. Con l’aggravante che perdi contro una squadra allegriana, che fa degli 1-0 la sua missione. E il contrasto si fa frustrante, con i belli che persono e i brutti che vincono.

Poi c’è il problema degli scontri diretti, che inizia a farsi imbarazzante. Ok, abbiamo battuto la Roma. Ma gli zero punti con Juve, Napoli e Milan un giorno – magari non tanto lontano – potrebbero pesare assai. Qui bisogna superare lo shock dell’ennesimo derby non vinto, ma anche quello di non aver vinto una partita in cui di cose per vincerla ne abbiamo fatte eccome. Ci hanno pure dato uno di quei rigori che un tempo non davano, vabbe’. Adesso Chivu deve dimostrarsi davvero all’altezza della situazione. Non si può andare in Champions frignando contro la sfiga: il gioco si è già fatto duro e noi non lo siamo abbastanza.

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Strano (ma vero)

Ormai è chiaro che sarà una stagione strana. Nel giro di quattro giorni l’Inter ha giocato forse la peggior partita dell’anno (col Kairat, vincendola) e una delle migliori (con la Lazio, vincendola). E torna capolista all’undicesima giornata: lo era stata alla prima, per poi perderne due di fila e sprofondare nelle retrovie. In testa alla classifica c’è anche la Roma, con il nostro stesso ruolino di marcia: 8 vinte, 0 pareggiate, 3 perse – dove le 3 perse costituiscono la stranezza principale, due capoliste che hanno perso 3 partite su 11, quando in molte stagioni 3-4 sono le sconfitte che le contendenti per lo scudo si concedono in un intero campionato. La classifica è corta, la prime cinque sono in tre punti appena (poi c’è la Juve a -5). Sarà una stagione strana.

Napoli-Inter sembra giocata l’altroieri, invece abbiamo già fatto altre quattro partite dopo quello sciagurato pomeriggio e le abbiamo vinte tutte (una bella risposta, niente da dire). E siccome avevamo vinto anche le sette partite precedenti quella col Napoli, l’Inter sta viaggiando da due mesi (cioè da dopo la Juve) a un ritmo vertiginoso, 11 vittorie su 12 partite tra campionato e Champions, una roba a cui metterei la firma anche subito, anche due, tre, dieci firme – 11 vinte su 12, avanti così fino a maggio, no?

Al catalogo delle stranezze aggiungiamoci anche questa: continuiamo ad avere più o meno tutti – amici o nemici – la percezione di una squadra imperfetta, non affidabilissima, prepotente davanti (abbiamo segnato il doppio dei gol della co-capolista) e vulnerabile dietro (abbiamo subito il doppio dei gol della co-capolista), E continuiamo noi stessi a non goderci troppo le vittorie e a macerarci assai per le sconfitte (le partite perse con Napoli e Juve sono stampate nella nostra memoria ben più delle partite migliori). Eppure la nostra stagione parla finora di 12 vittorie e 3 sconfitte in 15 partite ufficiali, anche questo un ruolino di marcia magari non proprio immacolato ma a cui prenderei il rischio di mettere la firma per le prossime 15.

Dopo 15 partite, in cui la sconfitta in casa con l’Udinese è l’unica falla poco spiegabile, le rocambolesche sconfitte con Juve e Napoli ci inchiodano alla nostra vera responsabilità dei primi tre mesi di stagione: quella di avere fallito gli scontri diretti. Sì, certo, abbiamo vinto a Roma, a casa della co-capolista. Ma è con Juve, Napoli e Milan che dobbiamo rapportarci in prima battuta. La partita numero 16, il derby, dopo la pausa sarà un test fondamentale per capire non tanto chi siamo, quanto dove vogliamo andare. Ora che negli altri match abbiamo raggiunto un rendimento quasi chirurgico, è dagli scontri diretti che passa il nostro futuro. E’ vero che poi magari ne vinci dieci di fila e resti solido in carreggiata, ma l’autostima te la costruisci lì, mica col Kairat.

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Il minimo sindacale

L’Inter fa 4 su 4, 12 punti. Al giro di boa del girone di Champions è prima a punteggio pieno ma non è un’impresa epocale, è l’obiettivo minimo. Anzi, il minimo sindacale. Le quattro squadre che abbiamo affrontato hanno fatto sei punti in totale, la metà dei nostri. La migliore è 28esima, la peggiore è 38esima, l’ultima. Ed è l’Ajax, la più titolata tra quelle che abbiamo affrontato, e andando a vincere là avevamo pensato di aver fatto una mezza impresa: invece ha zero punti, un gol fatto e 14 subiti, un disastro. I nostri 12 punti sono preziosi e un po’ mendaci, comunque la riserva aurea con cui affonteremo le prossime partite: Atletico Madrid, Liverpool, Arsenal e Borussia Dortmund (che in questo momento sono tra il secondo e il 17esimo posto).

Ascolta “Andrej Gromyko” su Spreaker.

Voglio pensare che la pessima partita con il Kairat (vinta ma giocata male, un grottesco gol subito, un atteggiamento abbastanza irritante nel complesso) sia figlia di questa situazione più unica che rara, di questo calendario folle che ci ha messo nell’ordine quattro partite facili e quattro partite molto difficili. Come se il Kairat fosse una perdita di tempo prima di affrontare avversarie vere: i kazaki che arrivavano dopo i cechi, i belgi e gli olandesi decaduti, un inno alla noia ma anche l’obbligo di non sbagliare. Una pratica da sbrigare, senza entusiasmo. Sinner non si deconcentra mai con Alcaraz, Zverev o Medvedev. Gli capita magari con Altmaier o Bublik e qualcuno mai sentito nominare (tipo il Kairat), nei primi turni, sapendo che le partite vere arriveranno più in là. Ma intanto devi giocartela contro Pincopallo che ce la mette tutta mentre tu hai altro per la testa, magari ti strappa un servizio o vince pure un set. Ecco, a noi – voglio sperare – è capitato proprio questo. Tutti ‘sti Pincopalli di cui sbarazzarsi sapendo che la Champions vera deve ancora iniziare.

In effetti alla fine si è un po’ incazzato anche Chivu, così come ci siamo incazzati un pochino anche noi. Quel gol ridicolo (sette dei nostri che guardavano il kazako colpire di testa prendendo pure la mira, roba da oratorio) ci poteva costare due punti, e due punti nel cammino che ci tocca affrontare – ora che il gioco di fa duro – potevano essere mortali. Poi per fortuna abbiamo vinto, anche perchè era più facile vincere che perdere, con tutto il rispetto per il Kairat. E’ la seconda partita di fila che vinciamo per un pelo. La partita prima l’avevamo persa male, anche se dopo un furto. Ecco, diciamo ce non siamo in un momento scintillante. Sei punti con Verona e Kairat, sulla carta, erano belli che serviti. Non è andata esattamente così, ma abbiamo vinto. Prendiamolo come un buon segno. Ma con la buona sorte non è il caso di scherzare troppo.

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C.U.L.O.

Non bisogna vergognarsi di avere culo. C’è gente, in serie A, che sul culo ci ha costruito un impero, a cominciare dal Napoli la cui combo cazzimma-culo ha portato la squadra a rimediare o a vincere partire con gol in zona Cesarini, o nel recupero, in situazioni spesso di culo assoluto oltre che di culo relativo – cioè, diciamolo, è grazie all’Inter e al culo (anche aver preso McTominay è culo) che il Napoli ha vinto lo scudo. Anche il Milan ha un culo poderoso, un culo che spesso le salva il culo. E noi, quindi? Non bisogna vergognarsi di avere culo se, come nel caso nostro, in questi prima due mesi e mezzo di campionato sei piuttosto in credito con il culo, oltre che con il sistema. Ben venga il culo, nelle dosi giuste e al momento giusto.

Culo e ardir vanno spesso insieme (che è la variante del culo che aiuta gli audaci), per non dire che quel che non può l’ingegno può spesso il culo, un proverbio che si attaglia perfettamente a Verona-Inter, in cui l’ingegno era un po’ annebbiato e questo, per un processo misterioso, può avere affilato il culo. Il culo è parte del gioco, non facciamo finta che non sia così. L’autogol dell’ex – come dimenticare Frese, difensore dell’Inter di Ronaldo, mi ha fatto piacere vederloancora in campo – ci ha tolto le castagne dal fuoco e ci ha fatto urlare di gioia e poi sospirare “che culo” mentre tornavamo a sederci sul divano o sugli spalti del Bentegodi, perchè noi siamo gente onesta e quando abbiamo culo confessiamo di avere avuto culo, perchè non è del culo – credo di averlo detto prima – che bisogna vergognarsi.

Sia benedetto il culo se consente di dissolvere due maledizioni: quella di non vincere una partita in cui il 2-0 l’hai mancato almeno tre volte prima del pareggio altrui, e quella che il marcatore avversario è al suo primo gol in serie A, e se non esistesse l’Inter – pensate che culo ha il calcio italiano ad avere generato l’Inter e noi a essere interisti, che culo – i marcatori della storia del campionato sarebbero tipo un centinaio di meno, perchè senza Inter – anche loro hanno culo – non avrebbero mai segnato il loro primo gol in serie A, e magari non avrebbero mai segnato in assoluto, e magari non avrebero neanche fatto i calciatori e starebbero consegnando i pacchi di Amazon, tu pensa che culo.

A chi culo zufola, ha un bel ballare (il proverbio sta a significare che chi ha culo può godersi la vita e trarre vantaggio dalle situazioni): questo era noto anche prima di Verona-Inter, risolta come sappiamo da un discreto colpo di culo. La cosa curiosa è che prima del culo avevamo fatto un gol pazzesco, frutto di due scelte tecniche e balistiche sopraffine, una roba che col culo c’entra proprio poco – certo, qualcuno potrebbe dire che l’angolo del turco tirato in quel modo solo con la collaborazione del culo poteva arrivare sul piede di Zielinski, il cui meraviglioso piattone al volo ha sfiorato dieci nuche prima di insaccarsi sotto la traversa. Ma il vostro è culo, la nostra è classe, cari i miei coglionazzi.

Quindi, chiudo con alcune istruzioni. Vi dicono: madonna che culo! E voi: sì, un grandissimo culo, e allora? Vi dicono: vincete sempre di culo! E voi: no, non sempre, quasi mai, stavolta sì ed è stato bellissimo, così anche noi, come voi, possiamo capire come si sta dopo aver vinto di culo. Vi dicono: ma che culo, ma vergognatevi! E voi: è meglio avere culo che essere bravi, al culo bisogna sempre lasciare aperta una finestra, chi ha culo a pallon non giochi a carte, volete che continui? Viva il culo.

Vincerle tutte di culo da qui fino a fine maggio: ci metto la firma. Perché il culo altrui è insopportabile, ma il culo tuo è qualcosa di liberatorio. Dimentichi un’ora di brutta partita e ti godi il momento, nella tua dimensione di culattone che ha avuto culo. Il culo vale tre punti, quindi lunga vita al culo. In culo alla balena, Inter.

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Cravattando Pio

Così come – tipo in Napoli-Inter – quando si perde cerco di considerare le colpe nostre prima dei furti altrui, per par condicio dopo Inter-Fiorentina cercherò di considerare le questioni accessorie prima di celebrare la nostra vittoria. E cioè: se non avessimo vinto, come avremmo preso i due falli da rigore (il secondo incredibile) su Pio?

Vabbe’, il primo è il solito wrestling tra difensore e attaccante (anche se Comuzzo il pallone manco sapeva dove fosse), facciamo finta che tra dare e avere si potesse anche sorvolare. Ma il secondo, santissima madonna, com’è che tre o quattro arbitri seduti davanti a 27 monitor non dicono che è rigore (e ammonizione)? Com’è che se prendi per il collo un attaccante proteso verso il pallone non è rigore? Com’è che nessuno lo dice all’arbitro? Com’è?

Ascolta “Liquidi e mutanti” su Spreaker.

Stasera abbiamo vinto, quindi tutto è bene ciò che finisce bene. Ma non facciamo calare l’attenzione. Gli arbitri – parliamone – hanno iniziato questa stagione come la Fiorentina: fanno cagare. In 9 giornate ne hanno già fatte fin troppe, le comunicazioni tra campo e Var non funzionano, a furia di ritocchi e aggiustamenti il regolamento ormai andrebbe interpretato non alla sala Var ma alla corte di Ginevra o all’Accademia della Crusca. Questo pessimo momento arbitrale rischia di invelenire il campionato, forse anche di rovinarlo. Una roba indecente. Serve una riflessione generale, urgentemente.

Vabbe’, adesso parliamo di cose serie. Dopo un’ora di patimenti, in cui abbiamo sbagliato un po’ troppo e/o siamo andati a sbattere contro un De Gea che sembrava avere la calamita per il pallone in ogni estremità del corpo – forse anche il membro virile -, abbiamo chiuso alla grande. Era una partita fondamentale nella sua marginalità, perchè dovevamo archiviare Napoli e pensare ad altro, sentirci altro, dimostrare altro. Potevamo vincere 6-0 ma dobbiamo rassegnarci all’evidenza che le altre squadre possano schierare un portiere o mettersi a sette in difesa. L’abbiamo sbloccata con due prodezze individuali e anche noi dobbiamo rassegnarci al fatto che ogni tanto vada così, che la si metta senza bisogno di fare azioni con 15 triangolazioni e andando in porta con il pallone.

Calhanoglu capocannoniere, Sucic al primo gol (decimo marcatore diverso in nove giornate), Bisseck che forse da centrale può trovare la sua vera strada: beh, andiamo a dormire sereni.

La forma conta, ma il contenuto è più importante. E noi dobbiamo essere così, non arrenderci, giocare fino alla fine, cercare la bellezza anche attraverso qualche ruvidezza, non lasciarci deconcentrare dalle avversità. Abbiamo un percorso netto in Champions e quasi netto a un certo livello in campionato (tranne l’Udinese). Sopra quel certo livello, due scontri diretti importanti persi (due su due): ecco, lì non ci siamo proprio, a proposito di contenuto. Adesso scavalliamo questo periodo pre-pausa, perchè al ritorno ci sarà il Milan e sarà un piccolo Armageddon.

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Vedi Napoli e poi duoli

Meglio noi, ma abbiamo perso. Meglio noi, ma abbiamo preso due gol da dilettanti allo sbaraglio. Hanno vinto loro, ma grazie a un rigore che non c’era. Complimenti a loro, ma quel rigore ha cambiato la partita (Marotta’s version). Complimenti ai miei, ma non dobbiamo sprecare energie a litigare e non dobbiamo frignare dopo (Chivu’s version). Trovare la strada giusta per commentare Napoli-Inter non è facile, in tutti i sensi. Sembra una di quelle azioni riprese da 10 angolazioni diverse, e da ogni angolazione sembra – in effetti – un po’ diversa. Oppure, più semplicemente, è una partita da uovo e da gallina: è nato prima l’uno o l’altra, ha fatto meglio il Napoli o ha fatto peggio l’Inter, hanno avuto più culo loro o siamo stati più fessi noi?

Qualche punto fermo bisogna metterlo. Che il rigore abbia cambiato la partita è fuor di dubbio, un rigore che non c’era, o comunque dato in modo irrituale. Marotta – in fondo è solo il 25 ottobre e gli arbitri hanno già dato ampiamente il peggio – ha deciso di esporsi e ha fatto bene. Chivu ha fatto sapere al mondo che lui non è come gli altri (” Sto cercando di cambiare le cose ma per ora lotto da solo, siamo sempre abituati a piangere e lamentarci e dobbiamo evolverci”, capolavoro) e ha fatto bene. Fottuti da un rigore ingiusto. Cio non toglie, comunque, che abbiamo perso mettendoci anche del nostro.

Abbiamo avuto parecchia sfiga (due pali), sbagliato gol (Bastoni e soprattutto Lautaro, imperdonabile), controllato a lungo la partita. Ma abbiamo perso meritatamente, perché due gol così non li dovrebbe prendere neanche il Pavia (terzultimo in serie D), due dormite colossali – l’azione del 3-1 è partita da una rimessa laterale, santa madonna, livello scuola calcio – che hanno stravolto lo scenario che ci si poteva prospettare. Un mondo al contrario, per dirla alla Vannacci: nelle ultime sette partite l’Inter aveva preso 2 gol e in Napoli 15, ma in quei due precisi momenti noi sembravamo quel Napoli e il Napoli sembrava quella Inter. E comunque non dimentichiamo che noi schieravamo la formazione tipo per 10/11 (assente solo Thuram) e il Napoli ne aveva fuori cinque, più De Bruyne in corso d’opera. In più, erano depressi dal 6-2 di Champions e con poche e semplici mosse li abbiamo rimessi in piedi.

Insomma, un commento incisivo e ficcante alla luce di tutto ciò potrebbe essere: bella merda.

Ma non è una partita che ci ridimensiona. Ci rimette con i piedi per terra, questo sì, ma non ci ridimensiona. Potrebbe anche essere utile a farci capire che non si vive di luce riflessa e che il mondo non è fatto solo di Cremonesi, Slaviepraghe e Sangilluas. E che bisogna essere brutti sporchi e cattivi se il momento lo richiede. La strada è lunga, in testa alla classifica fino stasera c’era una squadra che in casa con Cremonese e Pisa ha fatto un punto. In questo campionato dove escono per infortunio il giocatore che ha causato il rigore e quello che lo ha tirato, tirandolo – un campionato consunto, lacero e contuso – ci siamo dentro alla stragrande, purché certe dure lezioni servano a farci capire che nulla ci è dovuto, nulla mai ci regaleranno, le partite finiscono quando l’arbitro fischia tre volte e l’uccello padulo vola che è una meraviglia.

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Le magnifiche sette

Era inevitabile, stasera, fare un po’ di zapping con la partita del Napoli, giusto per dare un’occhiata ogni tanto alla squadra cui abbiamo devoluto lo scudetto dello scorso anno e che ci attende sabato al San Paolo per la prova del nove: siamo forti con le scarse, o siamo forti (punto)? Beh, al netto delle notevoli differenze tra Usg e Psv, faceva una discreta impressione vederli triturati in Olanda nel secondo tempo proprio mentre noi in Belgio ce la giocavamo in relax e ogni tanto ne mettevamo dentro uno.

Con quella di Bruxelles, abbiamo vinto tutte e sette le ultime partite. Nello stesso speculare ciclo di sette partite (quattro in campionato e tre in Champions) il Napoli ne ha perse quattro. Dopo la Juve, noi 21 punti su 21. Loro, 9 su 21. Noi due (2) gol subiti, loro quindici (15!). Noi cinque clean sheet, loro hanno sempre preso almeno un gol. Che a vedere ‘sto sbrilluccichio di cifre e le loro facce all’uscita dal campo poco fa, verrebbe da dire che sabato sarebbe un peccato non vincere l’ottava di fila.

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Da un mese stiamo giocando benissimo. Non è il caso di fare grandi proclami per queste partite (a parte la Roma, e forse l’Ajax, le altre erano tutte facili) ma è un fatto che l’Inter stia crescendo. Ed è un fatto che all’aut-aut del dopo Juve – adesso o le vinciamo tutte o ciao – sia seguito un chirurgico mantenimento degli obiettivi. Non era impossibile, certo, ma nemmeno scontato. Le vittorie seriali portano un carico di positività notevole. Forse ti portano anche un po’ di fortuna.

A Bruxelles dopo 10 minuti potevamo essere sotto 2-0 e sarebbe stata una tranvata micidiale. Ma càpita che il tuo centravanti salvi un gol fatto sulla linea e che il tuo portiere ti risolva un altro paio di spaventi. Poi è venuto quasi tutto da sè. Tanto da digerire in fretta il turnover e passarla liscia con una difesa composta per due terzi da Bisseck e dal peggior De Vrij dell’ultimo anno. E’ la positività, è l’aura dello star bene. Il resto vien da sè, divertendosi. Pum pum pum pum.

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Le prossime cinque partite (tre a San Siro) ci diranno qualcosa in più. Vedremo se è questa Inter a rendere facili le partite complicate. Sabato a Napoli è un esamone difficile, tipo diritto privato o anatomia. Difficile ma non impossibile. Siamo come quegli studenti a cui piacciono le materie complicate e che si godono lo stato di grazia – fare poca fatica, divertirsi, avere quel pizzico di culo che non guasta. Chivu dice che i giocatori, smaltite le delusioni, hanno ancora il fuoco dentro. Bene, no?


(nell’angolo Podcast, giunto nel frattempo all’episodio #153, io e il mio socio Max attendiamo sempre i vostri vocali al numero dedicato Whatsapp 351 351 2355. Cosa ci dovete dire? Beh, direi che gli argomenti non mancano nell’estesissimo range tra vinciamo tutto e moriremo tutti)

(il podcast, oltre che su Spreaker – il cui player trovate qui sul blog – lo potete ascoltare anche su Spotify, Audible, Apple Podcast, Google Podcast e tutte le principali piattaforme. Non lo trovate? Prendete appunti – non è difficile – : scrivete “Settore” o “interismo moderno” nell’apposito campo e per incanto vi apparirà. E’ la tecnologia, bellezza, e non possiamo farci niente)

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