Rompicapo & rompiballe

Si può oggettivamente criticare una squadra – chiamiamola Squadra A – prima in classifica in campionato, sesta in classifica in Champions (a pari punti con Real e Liverpool ma con migliore differenza reti) e fieramente qualificata per i quarti di Coppa Italia?

E’ oggettivamente possibile non criticare una squadra – chiamiamola Squadra B – che ha perso quattro delle ultime otto partite, che nelle ultime due stagioni ha un tasso di vittorie negli scontri diretti tipo del 10% e che ha fallito il primo obiettivo della stagione perdendo ai rigori (tirati orribilmente) la semifinale di Supercoppa?

E come comportarsi, infine, se la Squadra A e la Squadra B sono la stessa squadra?

E’ scritto nel nostro destino che la pazza Inter renda schizofrenici i suoi tifosi. E’ scritto del resto anche sul dizionario che il concetto di schizofrenia si attagli perfettamente alla nostra attuale situazione. La schizofrenia causa sintomi come allucinazioni (spesso uditive), deliri (false credenze), pensiero e linguaggio disorganizzati, una ridotta espressione emotiva e motivazionale, compromettendo vita sociale, lavorativa e autonomia. Oh, siamo proprio noi, sputati.

Allucinazioni: “Avvocato Prisco, che piacere! Continuiamo a perdere, eppure siamo primi, perdiamo tutto, vinciamo tutto, è bellissimo, Juve merda”. Deliri (false credenze): “Andiamo avanti così, perdiamole tutte, noi scudetto, poi finale Champions con il Sangilluàs, Pisa in Europa League, Milan in B, banzai!”. Pensiero e linguaggio disorganizzati: “Bisseck aaargh, trentratrterè trantriirini, Jurda meve”. Ridotta espressione emotiva e motivazionale: “Eh? (sbadiglio). Atalanta-Inter. Uh? (sguardo fisso) Domenica ore 20.45. Eh? Ah sì, buon Natale. (sbadiglio). Juve merda anche ai tuoi cari (sguardo fisso). Ora levati dal cazzo”. Compromissione della vita sociale, lavorativa e autonoma (vabbe’, non c’è nulla da spiegare: è la norma da qualche decennio).

Questa è la situazione in cui tagliamo il panettone 2025. Panettone a cui Chivu – cui era stato pronosticato il peggio del peggio – è arrivato con una certa disivoltura, persino da capolista, un lusso pazzesco. Mister piuttosto trendy, capolista seppur con una squadra plurideflorata. Ma in questo pazzo contesto stagionale ci sta. Ed essendo ormai quasi al giro di boa, con le statistiche ormai solide, il quadro è chiaro: vincerà chi non esagererà con le sconfitte.

Divisi tra sognatori e rompiballe, come un sol uomo (è la schizofrenia) avanziamo verso il 2026, cui ci separa solo la trasferta di Bergamo, partita ideale per capire se abbiamo smaltito il pandoro e siamo sufficientemente tonici per affrontare il micidiale gennaio che ci aspetta tra campionato e – soprattutto – verdetto Champions. Un rompicapo. Leggo che forse torna Bellanova, ma dev’essere un’allucinazione (o un delirio, spero). Buon Natale amici, sursum corda.

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E’ da questi particolari

Se proprio la volevi vincere ai rigori, forse non dovevi togliere Zielinski all’86’ e, con una sostituzione ancora a disposizione, al 92′ mettevi Calhanoglu al posto di chiunque. Si tratta pur sempre del primo e del secondo tuo rigorista. Boh, non so… potessi prendere un caffè con Chivu glielo chiederei. Magari, col polacco e il turco, non ne sbagliavi tre su cinque. Ma questo riguarda i rigori, la lotteria eccettera. E prima?

Ascolta “La corale di Bereguardo” su Spreaker.

Chivu è soddisfatto di quello che ha visto in campo, al netto del Var negativo. Beh, la prestazione è stata buona, per quanto il Bologna fosse molto meno moscio di quanto visto nelle ultime tre di campionato. Ma non sta diventando un po’ lezioso continuare a giudicare positive prestazioni che non ti portano alla vittoria, che partono da un gol bellissimo, passano attraverso la solita carrettata di opportunità non sfruttate e, nel caso di stasera, sono un po’ condite da una sottile dose di sufficienza?

E quindi niente, anche quest’anno il quadruplete lo faremo l’anno prossimo. Chivu l’aveva detto, l’Inter e il Milan erano le due imbucate in un trofeo che dovevano giocarsi Napoli e Bologna: detto, fatto. Girano sempre un po’ i coglioni, per una finale che sfuma un po’ così, tirando rigori alla cazzo. Guadagniamo qualche giorno di riposo, diciamo così, in vista di un gennaio che sarà micidiale. Per il resto mi sento un po’ meno soddisfatto di Chivu, ma è questione di opinioni.

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Keep calm and dream on

Chi siamo, dove andiamo, come ce la giochiamo? L’Inter diventa capolista solitaria (prima nonostante 4 sconfitte in 15 partite e gli scontri diretti persi) di uno stranissimo campionato (il Milan, 14 risultati utili consecutivi, è solo secondo) proprio alla vigilia del primo trofeo da conquistare, la Supercoppa araba che la scorsa stagione ci regalò uno di quei rospi difficili da ingoiare – del resto fu una stagione di rospi e di orgasmi alternati, fino al mega-rospo del 31 maggio. Quindi, insomma, come la mettiamo? Che si fa?

No, perché l’evidenza della scorsa stagione è stata inequivocabile: Supercoppa persa in finale 2-3 dopo essere stati in vantaggio 2-0; Coppa Italia persa nella semifinale di ritorno dopo aver pareggiato quella d’andata; scudetto perso per un punto; Champions League persa in finale. L’esperienza che ci è rimasta in memoria è che i sogni da inseguire sono stati forse troppi, attraverso troppe partite, accumulando troppo stress. E quindi? Meglio selezionare? Fare turnover tra i cammelli? Giocare la Coppa Italia con i ragazzi? Tenersi tutto per lo scudo e la Champions per poi vedere come si mette strada facendo?

Ma come si fa a selezionare? L’Inter è arrivata cinque volte prima o seconda negli ultimi sei campionati, è arrivata due volte in finale nelle ultime tre Champions, ha vinto due delle ultime cinque Coppe Italia e tre delle ultime cinque Supercoppe: ammesso che selezionare sia possibile, siamo una squadra che può farlo? Siamo una squadra che l’ha mai fatto?

La scorsa stagione dimostra che non è possibile nemmeno selezionare tra i sogni: li si insegue e stop, finché ce n’è. La mancata selezione è alla base dello zeruplete? No, è stato un mix di stanchezza e di pressione, è stato l’effetto di giocare una stagione di 60 partite (esclusa quella orribile penitenza del mondiale per club) senza paracadute. Inseguire sogni moltiplica le forze, il problema è quando i sogni svaniscono – e lo è stato anche per noi.

Cosa facciamo, andiamo in Arabia a farci perforare (a pagamento) senza colpo ferire? Speriamo di uscire ai quarti in quella sbobba della Coppa Italia? Tutto questo ci farebbe conservare forze per affrontare meglio il resto? In realtà, a spostare gli equilibri è solo la Champions, per quello che richiede in energie fisiche e mentali. Va giocata con tutte le forze, consapevoli che la legge dei grandi numeri ci mette con le spalle a muro (terza finale in quattro edizioni? E chi siamo, il Real?). Un approccio sereno alla Champions, ecco, sarebbe il top. Giocarsela step by step, considerando non apocalittica la prospettiva prima o poi di uscire. Sapendo di un avere nulla da perdere, ma anche senza pretendere l’impossibile. Parlo di noi tifosotti, eh?

La rinuncia a questo campionato, invece, sarebbe un delitto. Avanti così si vincerà lo scudo con 80 punticini, non c’è una squadra superiore, noi siamo totalmente in gioco, va evitata la seconda stella del Milan. Senza lasciare nulla di intentato, mi piacerebbe tanto che il focus fosse questo: un obiettivo ragionevole da fissare durante un rilassato inseguimento a più sogni possibili, perchè siamo nati per soffrire ma anche per vincere.

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Il lodo Wirtz

Quindi, ricapitolando: a) Bastoni inequivocabilmente trattiene Wirz per la maglia; b) la trattenuta è bagatellare e del tutto ininfluente sull’azione (così pare a tutti, compreso l’arbitro che vede e lascia correre); c) ma il Var chiama l’arbitro (che ha giudicato in autonomia, quindi non ha bisogno del Var); d) e quindi l’arbitro deve andare a vedere il monitor e a quel punto non può negare a se stesso e al mondo intero che quella che vede è una trattenuta: e) e quindi assegna il rigore (che nel caso specifico fa sorridere amaramente gli stessi beneficiari).

E’ “solo” la seconda volta che un Var inopportuno ci costa un rigore contro e la sconfitta (due volte in un mese e mezzo è un po’ tantino), un pegno di punti che potevano darci il primo posto in campionato e una posizione un pochino più solida in Champions, dove ora ci restano “solo” le due partite più difficili in assoluto per provare a qualificarci direttamente al turno successivo o almeno per i play off. Errori di procedura ammessi con tante scuse prima in Italia e poi in Europa, ma che errori (a nostro carico) rimangono. Chivu con fair play dice che dobbiamo allenarci e attrezzarci anche contro le ingiustizie, ma intanto ci tocca sfoggiare questo record planetario di Var invasivo, che invece di riparare le ingiustizie ne rifila un paio ai malcapitati di turno (noi).

Detto questo, resta la questione Wirtz. Trattenuto per la maglia da dietro, non fa nessun movimento all’indietro, nemmeno minimo, e cade in avanti: un assurdo fisico che 147 monitor del Var immortalano tanto quanto la trattenuta di Bastoni, ma tant’è. Eppure è proprio la caduta di Wirtz ad attirare l’attenzione del Var, perché se fosse rimasto in piedi non ci sarebbe stata nemmeno l’ipotesi del fallo. Se è influente la trattenuta di Bastoni, non lo è altrettanto la sceneggiata di Wirtz? E poi: in una normale azione di calcio d’angolo (mediamente in una partita accadrà dunque dieci volte) le trattenute per la maglia “non fallose” sono fisiologiche. Non tutti però cadono come trafitti a tradimento alle spalle da una baionetta, come Wirtz. E quindi? Le valutiamo per quello che sono (falli) o per quello che determinano (poco o nulla)? Le vediamo, o facciamo finta di non vederle per consuetudine?

Fa abbastanza impressione rivedere questa azione e pesare i due comportamenti: assodato che Bastoni fa una pirlata inutile (perché mai trattenere in area un giocatore spalle alla porta e in precario possesso palla?), quale dei due gesti è più plateale, la trattenuta di Bastoni o la merolata di Wirtz? Quale dei due è più fastidioso? Quale dei due è fisicamente e sostanzialmente più assurdo? Quale dei due è più delittuoso?

Volendo fare un paragone automobilistico, a Bastoni è stato fatta fatta la multa per divieto di sosta (non ha esposto il biglietto del parchimetro, ok, non si fa) mentre Wirtz parcheggiava a due metri di distanza nel posto per disabili esponendo il contrassegno di una zia morta nel 2022 (e il vigile non controlla perché impegnato a fare la multa a Bastoni).

Il calcio faccia la pace con le sue regole, per questa impefetta sincronia tra arbitro e Var. Ma perché non affronta seriamente la questione delle simulazioni? Quante ce ne sono in ogni partita? E ogni quante decine di partite vi capita di vedere un’ammonizione? E ‘sta cosa vi pare minimamente educativa, ammesso che gliene fotta qualcosa della funzione educativa dello sport? Dal caso Bastoni-Wirtz, proiettato in uno spogliatoio di giovani calciatori, stando così le cose il rude allenatore che è in me segnalerebbe due fatti: 1) non trattenete per la maglia nessuno in area, non si sa mai; 2) se qualcuno vi trattiene, buttatevi come se mi avesse urtato un bisonte in calore: funziona.

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Robbery

Dopo l’Atletico Madrid (gol preso al 93′), ecco il Liverpool (rigore contro all’87’): due pareggi già in saccoccia che diventano due sconfitte, che ci complicano parecchio il cammino in Champions e allungano il nostro penoso ruolino di marcia negli scontri diretti in stagione (Juve, Milan, Napoli, Atletico, Liverpool: cinque partite, zero punti). Penoso e frustrante, perchè non meritavamo di perdere nessuna di queste partite. Abbiamo sempre pagato per i nostri errori, magari episodici, mentre il campo ha sempre detto altro. Tantopiù in questo match con il Liverpool instradato verso un naturale 0-0 prima di uno scandaloso rigore.

Per la seconda volta ci dobbiamo incredibilmente piegare a una chiamata irrituale del Var (che invece non interviene sul mani di Virgil), culminata con una decisione che speriamo faccia scuola. La trattenuta di Bastoni – una pirlata: evidente, così come evidentemente ininfluente – viene seguita da una simulazione clamorosa di Wirtz. Eppure – due irregolarità contestuali – si fa prevalere la prima sulla seconda (plateale, disonesta). La fattispecie della trattenuta per la maglia si ripete in ogni singola partita a ogni calcio d’angolo: si dovessero fischiare tutti, andrebbe preparato il pallottoliere (e decretata la morte del calcio), eppure è questo il rigore che ci è stato fischiato contro. E che ci incaina stramaledettamente la Champions in attesa di Borussia Dormund e Arsenal (capolista).

Depurata dai furti, la nostra partita non è stata poi così male, considerando la prova del Liverpool che ci si attendeva prostrato da sconfitte e polemiche e invece ha fatto un signor match. La sfiga dei due infortuni nei primi 20 minuti ha cambiato tutti i piani di Chivu, costretto a posticipare il più possibile le sostituzioni avendo un solo slot a disposizione, mentre il Liverpool assumeva il controllo della partita avendo potuto dosare un po’ meglio le forze. Nel primo tempo ci abbiamo messo un po’ per capirci qualcosa, ma gli ultimi venti minuti li abbiamo dominati. Nel secondo tempo solo qualche sprazzo, ma sufficiente per portare a casa uno 0-0 che invece ci hanno rubato. Sesta sconfitta su 21 partite: niente di irreparabile, ma oggettivamente troppe. Noi si procede così, per contraddizioni.

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Io, Luis e il prufesùr

Colpisce che Fabregas non abbia notato grandi differenze tra Inter e Como in una partita che ha perso 4-0, particolare non da poco per una squadra sconfitta una sola volta nei precedenti 13 match e che viaggiava alla media di un gol preso ogni due partite. Però il calcio, oltre che da punti di vista, è fatto anche di dettagli. E io che ero al primo blu, dietro la porta in cui il Como attaccava nella ripresa, non posso fare a meno di ricordare il paio di grossi spaventi che ci siamo presi quando il punteggio era ancora sull’1-0 e non avevamo ancora chiuso un bel niente. Se Fabregas si riferisce a quei 10 minuti in cui il Como ha avuto oggettivamente l’occasione di tornare in partita e – chissà – di cambiarla, allora posso provare a capirlo. Se fosse successo, ci saremmo trovati di fronte a un’altra partita buttata via dall’Inter – non, non ci voglio pensare. Ma non è che sempre deve andare tutto male (legge di Murphy brandizzata Inter). Succede anche che la migliore difesa del campionato ti regala un gol assurdo su calcio d’angolo e che finisce com’è ovvio che finisca, con l’Inter che vince e vince pure largo, perché ci sono partite che avrebbero potuto finire 1-1 e invece no, finiscono 4-0 perché – che a Fabregas piaccia o meno – è giusto così.

L’Inter è questa, fa e disfa, produce tanto e rischia un po’ troppo. Per questo un 4-0 liberatorio poteva anche essere un 1-1 profondamente iniquo: una chance agli altri la concediamo sempre (abbiamo preso un gol anche dalle riserve del Venezia). Ma se le chance che creiamo per noi restano sempre a questi livelli di qualità e di quantità, solo la sfiga o qualche fattore esterno – oltre all’autolesionismo – possono negarci il bottino pieno. A San Siro c’è un bel clima e la cartina di tornasole è l’atteggiamento nei confronti di Luis Henrique, uno dei tanti laterali in rampa di lancio per la pubblica gogna che però lo stadio mediamente si è dimostrato disposto ad aspettare. E la sua ottima partita contro il Como è una specie di miracolo laico: dal pubblico ludibrio alla (quasi) standing ovation il passo, in fondo, è stato breve.

Dal mio seggiolino pensavo al Liverpool e, sinistramente (nel senso che sono pensieri da prendere con le pinze), a quanto stiamo meglio di loro, che hanno perso 9 delle ultime 15 partite. Ero circondato da una compagnia (forse una compagnia teatrale?) di uomini e donne che parlavano in milanese, una circostanza rara che mi ha riportato indietro di tipo 50 anni, quando bambino sedevo sugli stessi gradoni e in quella zona dei distinti trovavo personaggi milanesissimi che spesso mi divertivano assai più della partita stessa. Stavolta avevo di fianco una sciura che parlava come Maria Amelia Monti e dietro un ottantenne esagitato che nel secondo tempo è entrato in paranoia per Diao, il tipo fisicato entrato al posto di Morata.

“Uè, Civu (senza l’acca), metti il Bisek (con una esse sola), che serve uno veloce, mica chel cristu lì (si riferiva ad Akanji), e nanca il Gigi (si riferiva a Luis Henrique)”.

Ogni volta che partiva la costruzione dal basso e Sommer serviva Bastoni all’altezza dall’area piccola, il vecchio lasciava partire un

“Nuuuooooooooaaaaaaaaaaaaaaa”

al termine del quale pensavo mi sarebbe finito addosso privo di vita. Stavo iniziando a preoccuparmi seriamente per la salute del vecchio, che gli altri della compagnia ogni tanto aizzavano (“Uè prufesùr!”), tipo quando scedeva sulla sinistra Diao. “Guarda, guarda, aténto (con una t sola) prufesùr!”. E lui:

“Cambia Civu, cambia! ocio a questo qui, fisicamente c’ha il dribbling!”

Al che, al limite della tensione, stavo per voltarmi e dirgli:

“A parte che mi hai rotto il cazzo, cerca di essere più appropriato: io direi che tecnicamente ha il dribbling, non fisicamente, minchia, le basi!”.

Poi per fortuna Thuram ha segnato per caso il 2-0 e il vecchio si è placato. E anch’io, devo dire. Viva l’Inter.

P.S.: ultime quattro partite viste allo stadio: 4-0, 4-0, 4-0, 4-0. Fornirò a breve l’Iban cui mandare contributi per il mio abbonamento.

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Cinque pizze

Partite come Inter-Venezia sono come quelle uscite liberatorie con i colleghi, magari dopo una giornata o un periodo difficile: “Pizza?”, “Dai, pizza!”, e ci si rilassa con due risate e due birre medie cadauno. Incastonato in un periodo difficile (appena iniziato e che durerà tipo due mesi, già ho l’ansia), un ottavo di finale di Coppa Italia sul velluto, 5 gol, tre ragazzini in campo nel finale, è come una pizzata senza pensare a calorie o bilanciamento. Una serata magari un po’ ingannevole, ma ottima per lo spirito – che poi fa bene al bilanciamento, dicono.

L’ultima volta che mi ero soffermato sui sorrisi non ha portato benissimo, ma eravamo ad agosto, fu una partita un po’ irreale (noi eravamo messi maluccio, ma il Toro faceva così cagare che ne prese 5, come il Venezia) e quei sorrisi erano illusori sul momento ma molto evocativi in assoluto: i primi sorrisi veri e manifesti dopo la bastonata di Champions, un 5-0 in risposta a uno 0-5 certo non con lo stesso peso specifico, per carità, ma comunque un modo molto simbolico di voltare pagina. In quella partita si rise molto e fu piacevole vedere i nostri ridere dopo tanti tormenti (che sarebbe tornati da lì a pochi giorni, ma tant’è).

I sorrisi di Inter-Venezia hanno basi un po’ più solide e sono stati comunque importanti. Ha sorriso molto persino Frattesi, uno a cui il muso lungo porta solo danni. Ha sorriso parecchio Diouf – gol su assist di Frattesi, due ex-tristi – passato nel giro di qualche giorno da bidone del decennio a pedina interessante, forse addirittura molto interessante dopo il cambio di ruolo. Stava quasi per sorridere anche Luis Henrique e sarebbe stata addirittura una serata miracolosa – ma per i miracoli ci stiamo ancora attrezzando. Abbiamo tutti sorriso a vedere in campo Cocchi, Bovo e Spinaccè, perché sono quelle cose rare che fanno sempre piacere e magari chissà, un giorno racconteremo che stavamo guardando Inter-Venezia alla tv e “ma ti ricordi?”.

Dopo la pizzata, si torna a lavorare. Como e Liverpool nel giro di tre giorni ci diranno parecchie cose. Poi magari – che buon segno sarebbe – ce ne andiamo tutti a mangiare un’altra pizza, che fa bene allo spirito e fa molto gruppo, come dicono.

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Il primo canto del Gallo

Milano, 15 luglio 2005. La Pallacanestro Armani Jeans Milano, di comune accordo con il giocatore e con la famiglia, ha deciso di cedere in prestito per la prossima stagione Danilo Gallinari, classe 1988, alla Pallacanestro Pavia. Danilo, giovane guardia di 202 cm di grande talento, dopo aver disputato la scorsa stagione una buona annata in quel di Casalpusterlengo in Serie B1, avrà così l’opportunità di fare esperienza sul campo in LegaDue in una società prestigiosa come quella di Pavia con un allenatore, Alessandro Finelli (ex Montecatini, tra gli altri), che ne saprà valorizzare le capacità. Gallinari sarà comunque disponibile per le partite casalinghe di Euroleague dell’AJ Milano per prepararsi gradualmente all’ingresso in prima squadra previsto per il campionato 2006/2007.

Quando la notizia appare sul sito della allora LegaDue, poco dopo il comunicato dell’Olimpia e dell’allora Edimes Pavia (di comune accordo con la famiglia, che formula meravigliosamente vintage), il baskettaro che alberga in me ha un discreto fremito. Danilo Gallinari ha 16 anni (ne compirà 17 il mese dopo, l’8 agosto, come noto la sua data di nascita è 8/8/88) ma se ne parla già come di un predestinato. Ancora non posso saperlo, ma sto vivendo il prequel di Sinner (il 15 luglio del 2005 Sinner ha tre anni, quasi quattro – li compie anche lui ad agosto): sul nemmeno diciassettenne Gallinari già si addensano aspettative della madonna e quindi aspetto con curiosità il suo arrivo a Pavia. Gallinari per noi pavesi è più che altro il figlio di Gallinari, cioè Vittorio, cioè Tojo, uno che a Milano ha vinto la Coppa dei Campioni, la Korac e quattro scudetti e poi viene da noi per una stagione prima di andare alla Virtus e vincere un altro po’. Tojo Gallinari era un difensore clamoroso ma un giocatore tutt’altro che fascinoso. Invece il figlio, così dicono, sta venendo su come l’esatto contrario: come difensore magari si farà, ma è un giocatore e realizzatore clamoroso. O meglio: promette di esserlo.

Ascolta “La biondina in gondoeta” su Spreaker.

Intanto arriva a Pavia e si iscrive al quarto anno del liceo scientifico Copernico, lo stesso di Max Pezzali e Mauro Repetto. Poi a settembre inoltrato debutta in campionato, la prima è in casa e io mi ci fiondo. Non mi ricordo chi fosse l’avversaria, ma mi ricordo il debutto del Gallo: gli arriva il pallone, tiro da tre, canestro. Pum!

Gli almanacchi dicono che a Pavia il 17enne Gallinari ha giocato 16 partite ufficiali e segnato 228 punti, media 14,3 a partita (massimo in stagione 22). Il mercoledì andava a Milano e giocava qualche minuto in Eurolega. Dopo Natale la caviglia gli ha fatto crack, anche questo un segno di predestinazione (agli infortuni). Milano ne approfitta e se lo riporta a casa per farlo recuperare e respirare l’aria della A1. Poi farà due stagioni clamorose con l’Olimpia(campionato ed Eurolega) e poi, come previsto, l’Nba. Nel 2008 è a New York. Anch’io sono a New York, a correre la maratona. Non lo vedo giocare, ma nel mega-store Nba sulla Quinta strada trovo la sua maglia arancione numero 8, Gallinari, roba da matti, tre anni prima era a Pavia e adesso è qui, la Grande Mela, l’Nba, roba da matti. Ci starà 16 stagioni, con 9 franchigie diverse. Peccato per gli infortuni che lo fermano sempre nel momento migliore. Clamorosa la sfiga a Boston, con cui non gioca neanche una partita: se le avesse giocate, Boston forse avrebbe vinto il titolo.

E niente, nel giorno in cui dice basta, a 37 anni, mi piace ricordarlo imberbe e sfacciato 20 anni fa a Pavia, un go-to-guy nemmeno maggiorenne, uno che avrebbe mantenuto in pieno le suppur esagerate promesse – non capita spesso, anzi, quasi mai: il Gallo, Sinner e pochissimi altri eletti.


(nell’angolo Podcast, giunto nel frattempo all’episodio #162, io e il mio socio Max attendiamo sempre i vostri vocali al numero dedicato Whatsapp 351 351 2355. Cosa ci dovete dire? Beh, direi che gli argomenti non mancano nell’estesissimo range tra vinciamo tutto e moriremo tutti, tra essere belli e perdenti oppure orribili e vincenti) (o sulla vita in generale)

(il podcast, oltre che su Spreaker – il cui player trovate qui sul blog – lo potete ascoltare anche su Spotify, Audible, Apple Podcast, Google Podcast e tutte le principali piattaforme. Non lo trovate? Prendete appunti – non è difficile – : scrivete “Settore” o “interismo moderno” nell’apposito campo e per incanto vi apparirà. E’ la tecnologia, bellezza, e non possiamo farci niente)

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Nik, che si rivolterà

Ribadisco: cambiate il nome alla Coppa Davis di oggi. Qualche consiglio: Davis Fast, Davis Slim, Turbo Davis, Davis Look Alike, Once Upon a Davis, Davis Cheat, Davis Fake. Cambiatele il nome, e non solo perché Dwight Filley Davis ogni volta si rivolta nella tomba. Cambiategli nome perchè intere generazioni di tennisti e addetti al lavoro tennistico si rivoltano nelle rispettive tombe dal 2019, quando la formula fané e invasiva è stata cambiata con questa merda attuale (una delle motivazioni fu: non la vuole più giocare nessuno. Ah, certo, quest’anno l’hanno giocata tutti quelli forti, oh sì, pullulava). Alla lista dei rivoltamenti nelle tombe del tennis si aggiungerà a funerali celebrati anche il nome di Nicola Pietrangeli, tennista eccelso ed egotico brontolone supremo, uno che in Davis – quella vera – ci ha giocato più di 160 match e che da capitano non giocatore ne ha vita una, in quella che resta un’impresa leggendaria nello sport italiano – e ci vorrebbero 10 o 20 Davis Slim consecutive per eguagliarla, ammesso che la gente capisca o gliene freghi qualcosa, intorpidita dai tunz-e-tunz-e-tunz e dai coriandoli.

E’ il secondo pezzo della Davis 1976 che se ne va dopo Mario Berardinelli, altro personaggio dal carattere impossibile, direttore tecnico federale e scopritore di talenti a cominciare da Panatta, eminenza grigia di quel movimento fantastico degli anni ’70 che fece quattro finali di Davis in cinque anni, la Davis vera, che non era un torneino di un pomeriggio, tzè, ma ogni volta era una battaglia, anzi no, una guerra, una romantica sequela di scorrettezze e sgambetti, tatticismi e colpi bassi, un’anacronistica e affascinante tre giorni di partite ai cinque set ai quattro angoli del mondo, che roba meravigliosa. Cambiategli nome a ‘sto torneino liofilizzato odierno. Davis Act, tipo.

Pietrangeli e Berardinelli per il nostro tennis di allora erano una specie di Coppi e Bartali, intesi come personalità forti ma anche come borracce scambiate. Quando nel ’76, trasferta in Inghilterra, i padroni di casa decisero di farci giocare sull’erba – che meraviglia questa cosa della scelta delle città e delle superfici -, ci fu da scegliere il secondo singolarista: la nomina cadde non sul titolarissimo Barazzutti ma sul quarto uomo Zugarelli, molto più indietro in classifica ma più dotato sul veloce. Zugarelli sul campo 1 di Wimbledon vinse entrambi i singolari. Non si è mai capito di chi fosse stata la pensata: pare che la proposta venne da Belardinelli, ma Pietrangeli no, disse che era tutta farina del suo sacco. Ci sta, dati i personaggi. Teniamoci il dubbio.

La storia meravigliosa di quel decennio di vera Davis è tutta della docu-serie Una Squadra di Domenico Procacci (poi diventata film e ora anche libro), una delle cose più divertenti viste in tv negli ultimi 5 anni e di cui consiglio vivamente la visione. Si capisce bene cos’era la Davis (non ‘sta sbobba istantanea attuale) e si capisce bene anche cos’era Pietrangeli, che alla fine ne esce come uno di quegli zii oggettivamente un po’ insopportabili ma ai quali altrettanto oggettivamente non puoi non volere bene. Pietrangeli rivendicava una carriera superiore a quella di qualsiasi altro tennista italiano a cominciare da Panatta, primo italiano (e unico fino al 2024) a vincere uno Slam in era Open nel ’76 subito dopo il trionfo al Foro Italico. Pietrangeli diceva: io di Roland Garros ne ho vinti due (e anche dagli Internazionali d’Italia ne ho vinti due, tiè!). Il che era vero, ma i suoi due Slam (e i due Roma) erano dell’era pre-Open e quel tennis era diviso tra professionisti e non professionisti e i migliori erano un po’ di qui e un po’ di là. Non era la stessa cosa, Nik, per niente. Ma aspettare che lui lo ammettesse era inutile. Impossibile.

E’ stato Sinner a mettere fine questa manfrina. Quando ha conquistato il suo terzo Slam, anche Nicola si è messo il cuore in pace – non aveva più pezze d’appoggio ed esalò un “prima o poi i primati vengono abbattuti”. Il mio primo ricordo di tennis è datato 27 settembre 1970, e lui c’era. Finale del campionato italiano (che bei tempi) a Bologna, lungo servizio la sera alla Domenica Sportiva: il ventenne Adriano Panatta batte al quinto set il 37enne Nicola Pietrangeli nel più classico dei passaggi generazionali tra due grandi leader. Sei anni dopo vinceranno, insieme, la Coppa Davis.

Insomma: comunque sia, un personaggione. Di quelli che in vita gli intitolano il campo più bello di Roma. Di quelli che al passo d’addio già ti mancano un po’. Perchè sono stati interpreti di stili che oggi sembrano terribilmente fuori moda, quasi al rallentatore. Ma i gesti bianchi di cui parlava Gianni Clerici sono di questa gente qui. Che la terra rossa ti sia lieve, Nik.

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Customer satisfaction

La Customer satisfaction (copincollo) è il grado di soddisfazione dei clienti nei confronti di un prodotto, servizio e/o impresa. Si parla di customer satisfaction quando le aspettative del cliente relative a diversi elementi – benefici, rapporto qualità/prezzo, le promesse fatte, ecc. -sono state soddisfatte o anche superate.

Quindi non so se sia stato Chivu, se siano stati i giocatori in autogestione o se sia stato direttamente l’ufficio marketing, ma l’Inter nel giro di poche ore si è adattata alle richieste del cliente – cioè noi tifosotti acefali avventisti del settimo anello – soddisfacendole in pieno. Dopo il derby e la trasferta di Madrid, ci siamo tutti dichiarati stufi di queste belle partite buttate nel cesso e perse malamente, auspicando piuttosto di far cagare ma vincere.

Accontentati.

Nel ringraziare l’ufficio marketing, diciamo che la partita di Pisa – proprio perché arrivava dopo Milan e Atletico Madrid – era il classico trappolone in cui avevi tutto da perdere e nulla da guadagnare, considerando la vittoria l’unico risultato accettabile. In realtà il Pisa non perdeva da sei giornate e non aveva subito gol nelle ultime quattro partite in casa. Squadra che non vince (solo una volta in 13 partite) ma pareggia tanto, aveva fatto 2-2 a San Siro col Milan, pari con Atalanta e Lazio, perso di misura con Napoli e Roma. Ci ha fatto giocare male, noi ci abbiamo messo un po’ del nostro e diciamo che non collocherei Pisa-Inter tra le migliori mille nostre partite dal 1908 a oggi. Ma tant’è, in effetti c’è una differenza tra giocare benissimo e perdere e giocare maluccio e vincere: la differenza, appunto, è che nel secondo caso ti assegnano tre punti.

Ascolta “Pisani all'uscio” su Spreaker.

A proposito di customer satisfaction, anche le ultime lamentele su Lautaro sono state accolte e risolte. E persino quelle su Diouf, che abbiamo scoperto essere in grado di toccare la palla anche tre volte di fila e di cavarsela bene in un ruolo non suo (su Luigi Enrico c’è ancora da lavorare, ma non è che i clienti li accontenti in una botta sola).

Entriamo così, facendo cagare ma stravincendo, nella centrifuga del mese di dicembre, dove ci attendono quattro competizioni diverse – campionato, Champions, Coppa Italia e Supercoppa – e una gradazione di difficoltà tendente verso l’alto, vuoi per il valore delle avversarie o la frequenza delle partite. Gennaio potrebbe anche essere peggio. Quindi focalizziamo bene gli obiettivi: magari con qualche benefico sprazzo di simil-bellezza, a me questa modalità dei tre punti incassati a fine match piace parecchio. Al limite durante le partite si può fare altro per ingannare il tempo: io oggi, per esempio, ho fatto un ordine su Cortilia e pagato l’acconto della Tari.


(nell’angolo Podcast, giunto nel frattempo all’episodio #161, io e il mio socio Max attendiamo sempre i vostri vocali al numero dedicato Whatsapp 351 351 2355. Cosa ci dovete dire? Beh, direi che gli argomenti non mancano nell’estesissimo range tra vinciamo tutto e moriremo tutti, tra essere belli e perdenti oppure orribili e vincenti)

(il podcast, oltre che su Spreaker – il cui player trovate qui sul blog – lo potete ascoltare anche su Spotify, Audible, Apple Podcast, Google Podcast e tutte le principali piattaforme. Non lo trovate? Prendete appunti – non è difficile – : scrivete “Settore” o “interismo moderno” nell’apposito campo e per incanto vi apparirà. E’ la tecnologia, bellezza, e non possiamo farci niente)

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