Di questa partita andrà ricordato tutto. Tipo che a nessuno puoi regalare troppo spazio o tantomeno cagate astronomiche, nè all’Arsenal nè al Pisa. E che nessuna partita va lasciata andare per la strada che sembra avere preso, mai mai mai, finché c’è tempo, finché ce n’è. Sullo 0-2 sembravamo la classica squadra in preda a vuoti di concentrazione, già svuotata dai troppi impegni e dalle prime forti pressioni (due giorni prima di Roma-Milan e Juve-Napoli, noi lì sotto la pioggia e tra qualche fischio a giocare sullo 0-2 col Pisa in casa. Ma ti rendi conto?). Poi è arrivata la risposta. I due gol di testa del Toro e di Pio hanno detto tutto. Sono i gol che vorresti sempre vedere, con i tuoi giocatori che si catapultano sul pallone e insaccano di pura rabbia. I gol che non facciamo quasi mai, pur segnandone tanti, più di tutti. Ma nei gesti e nelle posture di quelle due incornate c’è tutta l’Inter di adesso. A volte esce di più, a volte di meno. Ma c’è.
La pazza Inter poi torna nel possesso delle sue funzioni – la pazzia, appunto – sbaglia mille gol e rischia di prendere il 3-3 (una replica del gol di Madrid che ci avrebbe fatto bestemmiare per ore). Ma non lo prende, e ne fa altri tre. Era il Pisa, certo, l’utima in classifica. Ma era un Pisa che stava due gol avanti. Ed era una partita fondamentale data la concomitanza con i due scontri diretti di domenica, che significano punti da guadagnare su almeno due concorrenti (e pensate se finissero con due pareggi). Un’altra Inter avrebbe perso questa partita 0-2, forse 1-2, toh. Questa Inter l’ha vinta 6-2. Con quella maglia, tzè. E ha persino segnato Miky (di testa, infatti).
Ed è un’Inter sempre senza Dumfries (il migliore dello scorso campionato) e Calha (il perno del centrocampo). Ma quest’anno la nuova linfa non è arrivata solo con gli acquisti di Pio, Bonny, Sucic e Akanji. Abbiamo ritrovato Zielinski e Dimarco, che l’anno scorso abbiamo avuto molto a sprazzi. Il polacco è una sicurezza e Dimash è in condizioni strepitose, come non era più stato dopo l’anno della seconda stella. Nella folle serie delle 16 partite in 58 giorni non siamo nemmeno al giro di boa – questa era solo la settima. Ma questa è un’Inter che prende di petto le partite. E le vince molto spesso, quasi sempre.
Magra soddisfazione: anche con l’Arsenal, la migliore squadra incontrata quest’anno, attrezzata per vincere la Premier e la Champions, te la sei giocata. E per alcuni tratti te la sei giocata alla grande, sbagliando per almeno due volte il gol del possibile 2-1 e reggendo il confronto per un’ora almeno. Nel calcio dei dettagli, la dinamica un po’ estrema del secondo gol, di fatto quello decisivo della partita (palla recuperata a un millimetro dalla riga di fondo, con Barella che non chiude nemmeno stavolta, e che sfiora la traversa ingannando due dei nostri e finendo dritta sulla testa di Jesus), rompe l’equilibrio con un po’ di sfiga per noi e consegna i tre punti ai Gunners che si erano presi il lusso di fare un mezzo turnover. Poi vabbe’, Arteta si gira e dalla panca (da cui nemmeno fa alzare Odegaard) chiama Rice, Martinelli e Gyokeres. E niente, c’è chi d’estate spende 300 milioni sul mercato e chi no. Noi godiamoci l’ingresso di Pio, un quarto d’ora devastante.
Con Atletico, Liverpool e Arsenal abbiamo fatto zero punti ma – come in tutte le sconfitte di quest’anno – senza soccombere. Alla fine di Inter-Arsenal, una buona partita contro una squadra teoricamente fuori portata con cui invece hai a lungo duellato alla pari – crescono i rimpianti per quel gol da fessi preso a Madrid o per quel rigore di merda che ci è costato il match con i Reds. Due punticini con cui ora potresti sperare di arrivare tra le prime otto, mentre ora – dovendo andare a Dortmund contro un Borussia che è un punto dietro – non sei nemmeno sicuro di arrivare tra il nono e il sedicesimo posto, che ti garantirebbe il ritorno in casa nei play off.
Ma il punto è questo. L’Inter di Inter-Arsenal, un’Inter che ha perso 1-3 in casa, si dimostra a un livello che in Italia è terreno per pochi, forse nessuno. Potessi firmare la liberatoria – liberarsi cioè della Champions, che cabalisticamente dopo due finali in tre anni è una competizione senza sbocchi – lo farei subito. Non perché questo significhi di default vincere il campionato, per carità. Ma perché mi piacerebbe vedere la mia squadra, che tecnicamente è quello che abbiamo visto o intravisto anche stasera, giocarsela ad armi pari fisicamente con le altre in Italia. Questa follia di giocare tra il 4 gennaio e l’8 febbraio compresi – 36 giorni – undici (11!) partite non è sostenibile. E a fine febbraio dovremmo aggiungere i due playoff. Tra il 4 gennaio e l’1 marzo compresi – 57 giorni – avremo giocato sedici (16!) partite. 7 infrasettimanali in 8 settimane. Non so come ne usciremo.
Chivu e i ragazzi hanno già davanti un’impresa quasi sovrumana a questo punto della stagione, sicuramente decisivo per i destini futuri ma ancora lontano dai verdetti definitivi. Non è lo sforzo per lo sprint finale, ma è la Cima Coppi a 60 km dal traguardo. Amiamoli, sosteniamoli, pazientiamo anche. Perché sarà durissima.
A parlare della prima mezz’ora – bella, densa, travolgente, ma solo un gol – quasi rischieresti di incazzarti per la solita Inter che stradomina e non chiude (quasi) mai le partite. E allora per una volta parliamo degli ultimi venti minuti ruvidi, di De Vrij che entra al posto di Lautaro, di qualche spallata ben data e di un paio di palloni tirati dritti in tribuna. E delle facce – le nostre – al triplice fischio, stanche ma non devastate, sorridenti per la missione compiuta, soddisfatte per la missione compiuta in un turno in cui eravamo i primi a giocare e avevamo solo da perdere. L’Udinese non è l’Arsenal e nemmeno il Napoli, però l’Inter è stata l’Inter ed è proprio questo di cui abbiamo bisogno in premessa: essere sempre noi stessi. Più o meno. Più sicuri e concreti. Meno talebani nel nostro “bellismo”.
Chivu ha fatto una cosa che Inzaghi non avrebbe mai fatto. E non solo perchè ha tolto il centravanti e capitano per mettere un difensore centrale. Quanto perchè ai quattro difensori centrali – quattro! il Demone non avrebbe mai scompigliato i numeri – ha trovato un ruolo, un senso, una missione e una posizione. Lunga vita al “bellismo” e al “giochismo” che ci riempiono gli occhi e il cuore da qualche anno. Ma il tabù non di non abbassarsi mai a difendere un risultato andava rotto prima o poi. Anche contro un’Udinese che abbiamo per lunghi tratti reso innocua e non sembrava francamente in grado di combinare granchè. Ma a un’Udinese del genere, che comunque a un certo punto mette dentro punte e mezzepunte alla ricerca del miracolo, bisogna rispondere adeguatamente e senza vergognarsi: per la tranquillità di tutti, fuori un attaccante e dentro un difensore centrale. Sacrilegio? Macchè, quando le circostanze lo richiedono si fa così. O stiamo lì seduti sulla tazza ad aspettare l’ennesima tranvata su mischia o cross dalla tre quarti?
Mai come al triplice fischio di Udinese-Inter, tra esultanze varie e abbracci vigorosi, mi è apparso chiaro che i ragazzi ci credono davvero. In maniera manifesta, senza nascondersi dietro le scaramanzie o le false modestie. Che tutto questo avvenga a quattro mesi dalla fine del campionato, e con 17 partite ancora da giocare, a me sembra una bellissima cosa. Abbiamo davanti tre settimane in cui giocheramo ogni tre giorni e può accadere di tutto. E di tutto potrà accadere andando avanti, quanti più saranno i fronti in cui dovremo impegnarci e quanto più alta sarà la pressione fisica e psicologica. Ci capiterà di essere fuori registro come con il Lecce, o belli concentrati come con l’Udinese. Ci capiterà che tutto questo capiti a poche ore di distanza. L’importante sarà portare a casa le partite senza preccuparci delle pagelle o degli expected goal. Se proprio non riusciamo a chiudere, facciamo che l’estetica non sia nella top 5 delle nostre preoccupazioni. Gli altri li scudetti li vincono così. Ma come diceva Umberto Tozzi, gli altri – quando ce vo’ – siamo noi.
La corsa di Chivu fin sotto la curva ad abbracciare Pio Esposito per un gol al Lecce con un tiro un po’ sbilenco, manco avesse segnato al Real con un gancio cielo in rovesciata, dà l’esatta dimensione dell’importanza del momento: la vittoria strasudata con il Lecce ci dà il titolo d’inverno, ci fa guadagnare due punti sul Napoli che tre giorni prima ci aveva messo alla frusta e completa il quadro dell’Inter di quest’anno, che con il Lecce ha battuto tutte e dieci le squadre della metà di destra della classifica, l’enplein che ci mette davanti a tutti nonostante quattro sconfitte e un punto nei quattro scontri diretti con Milan, Napoli e Juve.
Il terribile gennaio passava anche da qui, da una partita facile che ovviamente si rivela complicata se viene tre giorni dopo la corrida col Napoli e sei giorni prima la supersfida con l’Arsenal, non fosse che prima dell’Arsenal hai pure da andare a Udine. Le nove partite che compongono la serie-shock dal 4 gennaio all’1 febbraio – 9 partite in 28 giorni appunto – avranno un crescendo di difficoltà che ancora non ci possiamo bene immaginare. O forse sì, ce lo possiamo immaginare pensando appunto che quella col Lecce era una delle più morbide, ed era solo la quarta. Ma di morbido, è chiaro, da qui a maggio non ci sarà molto. Forse nulla.
Per questo, vittorie come quella di stasera (giocando male, senza guizzi, anche se con i soliti 16 tiri – contro 3 – per fare un gol) sono fondamentali. Ti sollevano lo spirito e ti evitano qualche domanda di troppo (al limite, la rimandi). I dettagli stasera hanno girato dalla nostra parte, visto che al Napoli, con muscoli e cervelli intossicati tanto quanto i nostri, hanno annullato un gol per fuorigioco di un polso. Chivu, oltre al turnover, si è inventato il giorno di riposo prima della partita, una soluzione estrema che forse da qui all’1 febbraio gli toccherà pure ripetere. Alla fine, giocando complessivamente male, è andata bene. Ha ragione Chivu quando ringrazia i suoi giocatori per l’atteggiamento: in una serata in cui nulla girava spontaneamente per il verso giusto, l’averci costantemente provato ha comunque pagato.
Una nota a margine. Ci è toccata anche una rarissima ammonizione per simulazione. Oh, io sono favorevolissimo a punire i simulatori. Però le azioni andrebbero riguardate per controllare se la simulazione c’è stata, o se è stata una grande o piccola accentuazione di un contatto. Che nel caso di Thuram in effetti c’era stato. Per dire: con lo stesso metro, per Wirtz andava applicata la legge marziale.
“Ma che cazzo dici, Basto?”. D’accordo, ero nervosetto e un pochino deluso a fine partita, lo ammetto, però durante l’intervista a Dazn mi sono alzato dal divano come se avessimo sbagliato un gol a porta vuota. Riporto testuali le dichiarazioni del nostro caro e amato braccetto di sinistra: “Sicuramente c’è qualche dettaglio che dobbiamo mettere a posto, però mi tengo stretto il passo in avanti che c’è stato oggi dal punto di vista mentale e della lucidità (è stato in questo preciso momento che, sotto lo sguardo attonito dei miei familiari, mi sono alzato esclamando “Ma che cazzo dici, Basto?”), chiaramente potevamo e dovevamo fare meglio sui gol ma c’è da riconoscere la qualità degli avversari, giocatori di altissimo livello. Nonostante tutto mi tengo stretto anche il girone d’andata che abbiamo fatto, è normale che voi analizziate ogni singola partita ma mi ricordo qual era la percezione nei nostri confronti a inizio stagione… Vi assicuro che non è facile ripartire ogni volta come facciamo ormai da diversi anni”.
Che poi su tante cose possiamo essere d’accordo, a cominciare dai dettagli. Tipo Lautaro che respinge un tiro di Zielinski che mi sembrava diretto al sette, o tipo il tiro di Miky deviato sul palo che se fosse entrato adesso sarei qui a scrivere della miglior prestazione 2026 di onanismo collettivo invece che del 14esimo scontro diretto non vinto. Così com’è un dettaglio quell’attimo di sufficienza di Barella nel non accompagnare in angolo il pallone che Bruce Lee Lang invece rimette al centro per il 2-2 di McTominay. Dettagli, come anche i due gol del 2-1 per loro falliti da Hojlund e Di Lorenzo. Tutti dettagli, tutte situazioni in bilico tra il tutto e il nulla – le partite dalla notte dei tempi sono fatte di questi dettagli.
Ma veniamo alle due frasette che dicono un sacco di cose. Che Bastoni (281 presenze nell’Inter, quindi ne ha viste di cotte e di crude) parli di passo in avanti che c’è stato oggi dal punto di vista mentale e della lucidità, proprio in una delle rare occasioni in cui l’Inter in questa stagione è stata poco lucida e a tratti addirittura in balìa degli avversari (parlo dei primi 20-25 minuti del secondo tempo), mi sembra abbastanza inquietante. Nella partita con il Napoli non abbiamo fatto nessun passo in avanti. Abbiamo semmai tenuto alta l’asticella e confermato che ce la giochiamo con tutti, anche con il miglior Napoli degli ultimi due mesi, una squadra che aveva fuori De Bruyne, Anguissa, Gilmour, Neres e Lukaku eppure ha fatto un partitone, con quasi nessuno da cui attingere in panchina (forse il passo in avanti l’ha fatto proprio il Napoli, ecco). Noi abbiamo fatto una buona partita da Inter, con i pregi e i difetti che conosciamo e che ieri sera sono usciti puntualmente tutti (la bellezza, la leziosità, gli sprechi, le amnesie difensive). Nessun passo indietro, ma nemmeno avanti.
Quanto alla percezione nei nostri confronti a inizio stagione, la trovo una frase a doppio taglio. E’ verissimo che a inizio stagione ci davano per morti, destinati a un campionato dimesso, con Chivu quasi certamente spedito altrove prima del panettone; e quindi capisco l’orgoglio e la rivalsa di dire “ehi merde, e invece toh!, siamo primi e Chivu è il nostro profeta”, orgoglio e rivalsa che non sono solo della società e dei giocatori ma anche di tutti noi tifosi e tifosotti. Però non vorrei che questa frase si trasformasse in un altro asterisco, dopo il *però giochiamo bene messo a fianco del risultato delle partite perse. L’Inter di quest’anno non ha mai giocato male quando ha perso, non ha mai meritato di perdere, e questo è un fatto (importante). Così come è un fatto che *però giochiamo bene non dia valore accessorio a partite che valgono zero punti. Il *però a inizio stagione ci davate per morti è un giusto segnale di orgoglio ma non diventi un alibi nel momento in cui magari non saremo più primi e magari nemmeno più secondi: anche questo asterisco “morale” non varrà per le statistiche e non lenirà i rimpianti.
L’ultimo scontro diretto vinto con Milan, Napoli e Juve è stato il derby della seconda stella, 22 aprile 2024, un serata entrata nella nostra storia e anche l’inizio di uno strano incantesimo che dura da quasi 21 mesi. Nonostante tutto questo, siamo primi, anzi primissimi. Noi in 19 partite abbiamo pareggiato con il Napoli e perso con Napoli (andata), Udinese, Juve e Milan. Fa 14-1-4. E come mai le altre sono tutte dietro?
Milan 11-7-1. Il Milan, sconfitta alla prima di campionato, è quindi in serie positiva da 18 partite. He perso terreno soprattutto con le piccole: in casa ha perso con la Cremonese e pareggiato con Pisa, Sassuolo e Genoa (tre punti in queste quattro partite!), fuori (dove è imbattuta) ha pareggiato con Atalanta, Juve, Parma e Fiorentina.
Napoli 12-3-4. Il Napoli era partito vincendo le prime 4, per poi assestarsi su un rendimento meno eclatante (togli le prime 4 fa 8-3-4, praticamente da metà settembre ne vince una sì e una no). Ha perso (sempre in trasferta) con Milan, Torino, Bologna e Udinese, ha pareggiato in trasferta con noi e in casa con Como e Verona.
Roma 13-0-7. La Roma ha perso in casa con noi, il Torino e il Napoli, fuori con Milan, Cagliari, Juve e Atalanta (vabbe’, qualcuno più scarso di noi negli scontri diretti c’è).
Juventus 10-6-3. La Juve in casa ha pareggiato con Atalanta, Milan, Torino e Lecce. In trasferta ha pareggiato con Verona e Fiorentina e perso con Como, Lazio e Napoli.
Noi abbiamo un problema con gli scontri diretti, è vero, ma per il resto è stato un cammino quasi immacolato (perso con l’Udinese ad agosto, loro avevano un mese di preparazione più di noi). Le altre hanno sperperato qua e là, ecco perché sono dietro. L’Inter deve continuare così, con i suoi difetti e i suoi grandi pregi. E senza mai autoconvincersi – è il senso delle frasi di Bastoni – che sia sufficiente giocare bene e dimostrare che siamo meglio di come ci dipingono. Dobbiamo metterla, e basta. E qualche volta, anche se è brutto, buttarla in tribuna.
(nell’angolo Podcast, giunto nel frattempo all’episodio #171, io e il mio socio Max attendiamo sempre i vostri vocali al numero dedicato Whatsapp 351 351 2355.Cosa ci dovete dire? Beh, direi che gli argomenti non mancano. Siamo primi in classifica, per esempio).
(il podcast, oltre che su Spreaker – il cui player trovate qui sul blog – lo potete ascoltare anche su Spotify, Audible, Apple Podcast, Google Podcast e tutte le principali piattaforme. Non lo trovate? Prendete appunti – non è difficile – : scrivete “Settore” o “interismo moderno” nell’apposito campo e per incanto vi apparirà. E’ la tecnologia, bellezza, e non possiamo farci niente)
A Chivu sarà anche piaciuto l’atteggiamento dei suoi, ma è proprio una questione di atteggiamento ad avere consentito al Napoli incompleto e praticamente senza cambi di uscire indenne da San Siro dopo essere stato due volte in svantaggio (quindi, chi ce l’ha avuto più tosto?). E l’atteggiamento c’entrerà pur qualcosa nel fatto che per la quattordicesima volta di fila non riusciamo a vincere con Napoli, Juve o Milan, cioè gli stramaledetti scontri diretti. Non si può dire che quella di stasera non sia stata un’occasione persa (l’avevate vista la classifica dopo il rigore del 2-1?), eppure l’Inter che ha l’atteggiamento un po’ così e che da una vita non vince uno scontro diretto “vero” conclude la prima metà di campionato con tre punti di vantaggio sulla seconda e quattro sulla terza. Boh, c’è da andare via di testa.
Potevamo dare una bella spallata al campionato e non l’abbiamo data. Non ne usciamo nemmeno dando un’impressione diversa – un pochino migliore, un pochino più inquietante per gli altri – da quella che abbiamo dato finora. Perché, alla fine, sia pure attraverso qualche variazione di schema, Inter-Napoli è stata l’ennesima replica di noi stessi: belli, addirittura scintillanti quando vogliamo, mai davvero impeccabili dietro, e infine un po’ sfigati (il palo nel finale). La prova di forza l’ha data il Napoli, tornando puntualmente in partita quando sembrava esserne uscito. La prima metà del loro secondo tempo è stata notevole. Noi, pescato il jolly del rigore (siamo onesti, d’accordo lo step on foot ecc. ecc., ma a maglie invertite ci saremmo incazzati pure noi), abbiamo tenuto questo secondo vantaggio solo 8 minuti, prendendo l’ennesimo gol nel finale (difesa molle). A Chivu sarà piaciuto l’atteggiamento, ma io non ho visto tutta la cattiveria che mi ero augurato di vedere, date le circostanze.
Eppure siamo primi. A questo campionato basta anche un’Inter così, bella e imperfetta, che pareggia per la prima volta dopo quasi 5 mesi di stagione, che si prende le sue pause ma che, nonostante tutto, è la migliore – così dicono i numeri. Forse c’è anche un aspetto positivo nella mancata vittoria di questa sera: un monito a non calare l’attenzione, perchè il Napoli recupererà gli infortunati, il Milan avrà sempre un culo esagerato e si riposerà molto di più, la Roma potrebbe uscire potenziata dal mercato di gennaio e la Juve è sempre la Juve. Questo bizzarro campionato che, con tutto quello che abbiamo combinato, stiamo comandando non ci deve trarre in inganno: bisognerà sempre restare sul pezzo e questo ci costerà fatica. Ma è uno sporco lavoro che qualcuno dovrà pur fare.
Basket: se un giocatore fa oscillare il tabellone o l’anello con l’intento di ostacolare il gioco, può essere fischiato un fallo tecnico. Calcio: se un giocatore scava il dischetto del rigore prima che l’avversario tiri il medesimo, va bene così. E’ stato un po’ come il furto al Louvre: ma come?, ti chiedi, tutto così, in pieno giorno, nel punto più visitato di Parigi, semplicemente piazzando un montacarichi sotto un balcone travestiti da operai, usando un camion con montacarichi per raggiungere una finestra della Galleria d’Apollo, usando una smerigliatrice per entrare e tagliare le vetrine blindate in pochi minuti, sfruttando un angolo cieco della videosorveglianza, e fuggendo su scooter, perdendo però la corona dell’imperatrice Eugenia per strada? Sì, proprio così. Pavlovic si è messo a scavare il dischetto con un’azione insistita davanti ad arbitri e colleghi (amici o avversari), a qualche decina di migliaia di spettatori allo stadio e a qualche centinaia di migliaia sul divano di casa. Bei colpi decisi di tallone, per fare il lavoro nel miglior modo possibile. Poi tira il genoano e fiuuuummm!, palla al primo anello.
Non sapendo con chi parlarne, ho dato qualche input a Gemini che alla fine di dieci minuti di chiacchierata ha concluso, sfinito: “Finché la regola non cambia, il calciatore che scava il dischetto agisce in una zona di impunità regolamentare, anche se in aperta violazione dei principi etici dello sport”.
Al che mi sono preoccupato, perchè non vorrei che – agendo in una zona di impunità regolarmente – Juan Jesus domani sera usasse il Taser per fermare Lautaro, o qualcuno buttasse fialette puzzolenti dietro la porta di Sommer per distrarlo. Sarebbe anche interessante se oggi o domani, sapendo di non poter essere punito – al limite sgamato -, qualcuno non ci riprovasse senza nemmeno bisogno di nascondersi troppo. E perchè non scavare il dischetto prima della partita? (certo, se poi il rigore càpita a te… ma lo sai e sistemi il pallone un po’ più di lato o avanti).
E come tratta l’argomento – interessante – la stampa italiana? La Gazza dà un colpo al cerchio e uno alla botte. Colpo divulgativo. Perché non può essere usata la prova tv? “Per i fatti e le infrazioni commessi nelle gare, la prova tv può essere utilizzata per dar prova di: 1) condotta violenta non rilevata da arbitri o Var; 2) uso di espressione blasfema non rilevata da arbitri e Var; 3) evidente simulazione da cui scaturisce l’assegnazione del calcio di rigore a favore della squadra del calciatore che ha simulato; 4) evidente simulazione che determina l’espulsione diretta dell’avversario; 5) realizzazione di una rete colpendo volontariamente il pallone con la mano; 6) aver impedito la realizzazione di una rete colpendo volontariamente il pallone con la mano. Quindi nessun pericolo per Pavlovic”. Nessun pericolo per Pavlovic.
Poi l’altro colpo, genere “buttiamo tutto in vacca”. Intervista a Riccardo Maspero, eroe civile del dischetto scavato: con questa pratica truffaldina inculò Salas (e vabbe’, tempo quasi scaduto, stavano 3-3 nel derby) e quindi si è collocato tra i Giusti. Poi però si allarga: praticamente, Maspero dà la colpa a Stanciu, colpevole di omesso controllo. “Protestare non ha senso, ‘scavare’ è l’unico modo per disturbare l’avversario. Ma l’errore è di Stanciu, come nel mio caso fu di Salas. Ed è grave. Perché un giocatore deve sempre controllare il dischetto. Pavlovic ha fatto una furbata, ma il giocatore del Genoa è stato superficiale”. Tesi piuttosto ardita. Tipo, chessò: stanotte un figlio di puttana mi ha tagliato tutte e quattro le gomme, ma la colpa è mia perchè non ho parcheggiato nel cortile dei carabinieri.
Il bello è se cerchi in rete Pavlovic + rigore ti esce come primo risultato il pezzo di Fanpage (scritto nell’orribile modalità “tiro in lungo il più possibile”), dove si avverte che video di Pavlovie e Tomori “è diventato virale” (sospiro) e che “il comportamento di entrambi non è certo esempio di fair-play ma rientra nel corredo accessorio di agonismo estremo e reazioni sopra le righe dettate dall’adrenalina e dal sangue che ribolle nelle vene considerata la posta in palio. Cosa hanno combinato? L’uno s’è messo a zappare il terreno aiutandosi con la punta della scarpa e i tacchetti. L’altro ha esultato in faccia a Stanciu che ha sbagliato il penalty spedendo la palla in curva”. Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno.
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Dopo il derby, in un mese e mezzo accidentato che comprende anche le due sconfitte in Champions e quella ai rigori in Supercoppa, l’Inter ha vinto 6 partite su 6 in campionato, 14 gol fatti e due subiti (entrambi a risultato acquisito). Delle ultime 10 partite in serie A ne abbiamo vinte 9, abbiamo nettissimamente il migliore attacco (40 gol, 2,2 a partita), il capocannoniere (Lautaro, 10) e stiamo sistemando anche le cifre della difesa: 9 clean sheet in 18 giornate, e considerando che dei 15 gol subiti 7 li abbiamo presi in due partite (Juve e Napoli), gli altri 8 li abbiamo presi nelle restanti 16, uno ogni due partite. Siamo primi nonostante 4 sconfitte, con 4 punti di vantaggio sul Napoli e 6 sulla Juve (che ha giocato un partita in più). Quanto al Milan, lo sapremo domani.
Il trittico delle partite post-Natale ci restituisce la migliore immagine dell’Inter, che pre-Natale si era un po’ sbiadita nelle coppe: vittoria importante a Bergamo, vittoria-vendetta col Bologna che non ha visto palla, e stasera vittoria a Parma con 20 tiri a una squadra che aveva parcheggiato un pullman a due piani davanti all’area, una di quelle situazioni che di solito ci mettevano in crisi totale e invece no. Queste tre partite, oltre a 9 punti, ci raccontano di un’Inter consapevole, paziente, concentrata, mai in affanno. Per fare sei gol avremo fatto tipo 50 tiri, vabbe’, ma è il complesso delle tre prestazioni a farci gonfiare il petto. Più forti del freddo e della nebbia, più forti anche della terza maglia.
E se puntassimo seriamente – ma tanto seriamente – solo al campionato?
Vabbe’, all’epoca Miky aveva un po’ esagerato (son quelle frasi che ti escono dalla bocca già con un’aura di effetto boomerang) e l’argomento è chiuso, stop. Però, ogni tanto, un pochino ingiocabili diamo proprio l’impressione di esserlo, quando ci gira. Il Bologna, che 16 giorni fa ci spediva fuori dalla Supercoppa ai rigori dopo una più che discreta partita, stasera il pallone più che altro l’ha intravisto. E l’Inter ha dimostrato che certe partite le sa fare: determinati dal minuto 1 al minuto 90, con qualche pausa (sennò saremmo inumani, oltre che ingiocabili) ma con tanta qualità. 15 tiri per fare 3 gol, d’accordo: ma l’incredibile traversa di Lautaro era un gol più facile da fare che da sbagliare, e Ravaglia di miracoli ne ha dovuti fare almeno tre o quattro. Al netto del momento un po’ così del Bologna – 2 punti nelle ultime 5 partite -, una partita che merita di stare tra le nostre top 3 della stagione. E poi il Bologna era una delle bestie nere recenti (solo 2 vittorie nostre negli ultimi 10 confronti): magari avessimo sempre giocato così. Lautaro strepitoso, altri tre o quattro in grande spolvero. Tra cui Zielinski, che di fatto è uno dei migliori acquisti di quest’anno, dopo la sfortunata stagione d’esordio.
Noi, nelle ultime 5 partite di campionato, di punti ne abbiamo fatti 15. Dopo la sconfitta nel derby le abbiamo vinte tutte, tra cui le sfide con la sesta, la settima e l’ottava della classifica. Il pari della Juve e la sconfitta della Roma ha scavato un solco in classifica tra le prime tre – Inter, Milan e Napoli – e le altre. E le prime tre, oltretutto, hanno una partita in meno. A 21 giornate dalla fine, per carità, non c’è nulla di definitivo e nemmeno di definito, ma lo scudo è probabile che se lo giochi questo trio. Tra una settimana, dopo l’infrasettimanale a Parma, a San Siro arriva il Napoli e sarà il match-chiave nel bel mezzo di un ciclo micidiale. Basterebbe mantenere arriva la modalità di stasera: concentrati, cattivi, dritti al punto. Giocando così, ci si può addirittura concedere qualche licenza. Col Bologna ne hai messi tre, ma potevano essere sei o sette, in serenità. Insomma, partita da circoletto rosso. Nel minuetto di questo strano campionato, ogni tanto qualche paletto va piantato. Potrebbe tranquillamente essere un episodio. Oh, magari no.
(nell’angolo Podcast, giunto nel frattempo all’episodio #168, io e il mio socio Max attendiamo sempre i vostri vocali al numero dedicato Whatsapp 351 351 2355.Cosa ci dovete dire? Beh, direi che gli argomenti non mancano. In più c’è da votare per il Ballon de merde (ultimi giorni, tra poco stop al televoto).
(il podcast, oltre che su Spreaker – il cui player trovate qui sul blog – lo potete ascoltare anche su Spotify, Audible, Apple Podcast, Google Podcast e tutte le principali piattaforme. Non lo trovate? Prendete appunti – non è difficile – : scrivete “Settore” o “interismo moderno” nell’apposito campo e per incanto vi apparirà. E’ la tecnologia, bellezza, e non possiamo farci niente)
Visto che la Juve giocava col Pisa, il Milan col Verona, il Napoli con la Cremonese e la Roma domani giocherà col Genoa, la vittoria a Bergamo è forse l’evento clou del nostro campionato, i tre punti più importanti, una risposta autorevole al momento giusto (con la pressione di tre avversarie dirette che avevano già vinto le loro partite). Poco importa se con l’Atalanta non perdiamo da otto anni, e poco importa se l’Atalanta è nona in classifica: vincere a Bergamo è tutt’altro che scontato. E anche il come si è vinto ha il suo perchè: dominando il primo tempo e correndo in generale pochi rischi. Ne abbiamo corso uno clamoroso, clamorosissimo, ma Samardzic ha fatto una frittata pari a quella di Djimsiti in occasione del nostro gol. Sul nostro piatto della bilancia c’è il bellissimo gol di Thuram annullato per un fuorigioco di 10 cm. E’ stata una vittoria meritata, punto. Oggi, poi, la ruota ha girato nel verso giusto.
Depurata da questi highlights, è stata la solita Inter nel bene e nel male. Nel bene: nessuno in Italia gioca come noi. Nel male: nessuno in Italia spreca quanto noi. E risulta difficile spiegarlo se, come risulta dalla classifica, abbiamo finora segnato 8 gol più del Milan, 9 più del Napoli, 12 più della Juve (con una partita in meno), 18 (!) più della Roma. E risulta difficile spiegarlo se, c0me risulta dalla stessa classifica, siamo primi – nonostante quattro sconfitte.
C’è sempre uno sbilanciamento evidente tra la nitidezza di certe opportunità – che ci procuriamo con estrema naturalezza – e i modi a volte creativi con cui non le sfruttiamo: per leziosità, per poca cattiveria, per gusto del ricamo, per scarico di responsabilità. Poteva accadere anche a Bergamo non dico di perdere (non vedo come), ma sicuramente di non vincere. E saremmo qui a morderci gli avambracci. Resta questo il problema principe di questa squadra. No, non siamo ingiocabili, per carità. Piuttosto, a volte siamo imperdonabili. Basterebbe un 20% di ferocia in più per guardare con serenità al prossimo futuro. Basterebbe spalmare su tutta la rosa l’approccio di Pio alla partita: primo pallone toccato, palla rubata; secondo pallone toccato, assist; il tutto dopo essere entrato 5 secondi prima.
Abbiamo chiuso bene il 2025. Il gennaio 2026 – 8 partite, 6 di campionato (con Napoli e Bologna) e 2 di Champions (micidiali) – non sarà solo il primo mese del nuovo anno, ma probabilmente il periodo decisivo dell’intera stagione. Un ciclo in realtà di 9 partite: la nona sarà l’1 febbraio, che vuol dire 9 match in 28 giorni, con 4 turni infrasettimanali consecutivi. Avessi la bacchetta magica e l’accesso al cervello dei giocatori, cambierei il settaggio: un pochino meno belli, un pochino più cattivi. Forza Inter, dipende (quasi) tutto da noi.