In absentia

A chi non è mai capitato di non poter vedere partite importanti dell’Inter? Suvvia, fate mente locale. Io me le ricordo tutte (almeno credo).

22 maggio 1991. Sono a Venezia, invitato a un’incredibile visita privata serale della storica mostra sui Celti. L’Inter, mentre io passeggio per le sale di palazzo Grassi, gioca a Roma la finale di ritorno della Coppa Uefa. All’andata avevamo vinto 2-0 e io ero piuttosto tranquillo. La Roma segna all’81’ con Rizzitelli, vince solo 1-0 e l’Inter conquista la sua prima Coppa Uefa. Gli smartphone sarebbero stati inventati qualche lustro più tardi.

19 ottobre 2002. Sono passati solo 5 mesi e mezzo dal 5 maggio e quando capisco che le mie figlie volevano vedere il Pinocchio di Benigni e non il padre macerarsi davanti alla tv per Inter-Juve, ecco, mi reco al cinema sospinto dalla diligenza del buon padre di famiglia. Questo è un caso un po’ particolare, perchè la partita in realtà non l’ho vista fino al 94′: rientrato a casa e acceso distrattamente il televisore convinto che fosse già tutto finito da un pezzo, assisto incredulo all’ultima azione della partita. Cross di Crespo, angolo. Tira Emre, mischia da non capirci un cazzo, gol di Toldo (forse). La Juve protesta perché era inaudito subire un gol al 95′. Collina convalida. “Papà, ma chi ha segnato?”. Non lo so, figlie mie, forse Dio in persona.

11 novembre 2003. Sono a Pavia, al teatro Fraschini, ad assistere al concerto di Ivano Fossati mentre l’Inter gioca a San Siro contro l’Arsenal la quinta partita della fase a gironi della Champions League. Sì, lo so, i ragazzi avrebbero avuto bisogno di me (esonero Cuper, sconfitta 3-0 con la Lokomotive a Mosca con Verdelli in panca, arrivo di Zaccheroni, Kallon positivo al nandrolone, un periodo un po’ così), ma ha prevalso il buon senso (andare al concerto, appunto) e quel mai sopito istinto di distinguere l’uomo dall’animale (cioè dal tifoso), almeno ogni tanto. Chiedo ad amici interisti: “Mandatemi un messaggio a ogni cambio di punteggio”. Il telefonino nel taschino della camicia continua a vibrare e io mi faccio un sacco di film. Dopo l’ultimo bis guardo il telefono e apprendo che avevamo perso 5-1, un film che non mi ero fatto. Saremo eliminati per differenza reti.

26 agosto 2006. Sono a Gressoney (stesso luogo dove il mese prima, mentre cucinavo un piatto di spaghetti, apprendevo dal Tg3 che ci avevano giustamente assegnato lo scudetto). La sera è in programma la finale di Supercoppa italiana tra Inter e Roma, ma io so già che dovrò andare a vedere il concerto (gratuito) di Fabio Concato in piazza. A metà pomeriggio scoppia un uragano e io, intimamente, esulto (“Ma vieni!”). Dopo 10 minuti un’auto con megafono avverte che il concerto si terrà comunque, ma al palazzetto dello sport. Dato il risultato e lo svolgimento (l’Inter rimonta da 0-3 a 3-3, ai supplementari segna Figo su punizione), è una delle partite che mi ruga di più non aver visto. Bel concerto, peraltro.

24 febbraio 2010. Parto per Tokyo, dove correrò la maratona (e deciderò, come noto, le sorti del Triplete), mentre l’Inter gioca col Chelsea a San Siro l’andata degli ottavi. Un sorteggio particolarmente sfigato, la prima da giocare in casa, io che non la posso vedere (la partita si svolge proprio durante il volo): mi sembrava già tutto scritto (spoiler: non lo era). Apprendo del risultato sul pullmino che mi porta in albergo. Il resto è storia. Durante il soggiorno a Tokyo, giochiamo anche a Udine, in campionato, dove vinciamo 3-2 una partita fondamentale non tanto in sè e per sè, quanto per il fatto che c’era mezza squadra fuori per infortuni o squalifiche, Mourinho in tribuna, Mariga titolare e Thiago Motta centrale difensivo. Che bei tempi.

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Vabbe’, poi ci sono un po’ di partite secondarie, ovvio. Tipo Lecce-Inter e Como-Inter negli ultimi 15 giorni, saltate a piè pari per impegni vari. Càpita, no?

“Sì, occhei, ma perché ci racconti ‘ste cose?”.

Per meri fini statistici. E perchè mica potevo sapere, prenotando una vacanza in un altro continente, che l’8 marzo avremmo dovuto disputare la partita del secolo. E anche l’anticipo al sabato pomeriggio di Inter-Atalanta è una bella enculada, direbbero in Spagna. Ma è proprio in questi momenti che si forgia l’animo del vero interista. Milan merda.

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No regrets

Se non bastano trenta tiri, trecento cross e il 103% di possesso palla, vuol dire che non era cosa. E che la Champions non fosse cosa per noi, quest’anno, lo dice il fatto che dopo i quattro primi match molto facili abbiamo perso 5 partite su sei, non esattamente il ruolino di marcia di una squadra che vuole andare chissà dove. Forse era destino che la nostra Champions dovesse girare a Madrid, dove abbiamo perso scioccamente una partita che invece questi del Bodo hanno vinto. E vanno avanti loro, spinti dal loro campo sintetico, dal loro stato fisico eccellente (e ti credo, non fanno un cazzo), dalla loro velocità di esecuzione e dal loro culo over size (quanti pali abbiamo preso in due partite?). Buon proseguimento, amici norvegesi.

Del resto, qual è la percentuale di interisti che teorizzava l’uscita dalla Champions per dedicarsi al campionato? Settanta-ottanta per cento? Di più? Stasera era giusto provarci, anzi, era fascinoso. Lo abbiamo fatto, non ci è riuscito bene. Il calo vistoso nei secondi tempi delle due partite ci dice che iniziamo a sentire la stanchezza, il minimo che possa accadere in questo micidiale 2026 in cui stiamo giocando sempre ogni tre giorni (e abbiamo ancora un infrasettimanale prima del derby). La Champions l’anno scorso ci ha fatto vivere emozioni indicibili e ci ha spremuto fino all’ultima stilla di energia costringendoci all’anti-triplete. Quest’anno non escluderei che Inter-Bodo sia la partita-scudetto.

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Non toccate nulla

Si fa fatica a rendersi conto con lucidità della situazione. Proviamo a fissare alcune tappe di questa irreale stagione, a sei mesi dall’inizio e tre mesi dalla fine.

Terza giornata. L’Inter ha perso due partite su tre (Udinese, in casa, e Juve, fuori), rimbalzano voci di imminente retrocessione e di sereno esonero dell’inadeguato Chivu, senza fretta, ma alla prima occasione, prima del panettone. La classifica: Juve e Napoli 9, Milan e Roma 6, Inter 3.

Ottava giornata. Dopo quattro vittorie consecutive l’Inter perde a Napoli, tre sconfitte su otto partite, rimbalzano voci di un’annata di transizione, in cui sarà difficile anche qualificarsi per la Champions. La classifica: Roma e Napoli 18, Milan 17, Inter 15, Juve 12.

Dodicesima giornata. Con tre vittorie cerchiamo di superare il trauma di Napoli, ma perdiamo il derby e con esso il centodiciottesimo scontro diretto consecutivo, rimbalzano voci di ambizioni da ridimensionare, cerchiamo almeno di arrivare quarti sennò è la fine. La classifica: Roma 27, Milan e Napoli 25, Inter 24, Juve 20.

Ventiseiesima giornata. L’Inter, che non ha più perso dopo il derby, vince a Lecce la tredicesima delle ultime quattordici partite e l’ottava trasferta di fila. Le altre perdono tutte. Ah no, vince la Roma, vabbe’. La classifica: Inter 64, Milan 54, Napoli e Roma 50, Juve 46.

Dalla dodicesima alla ventiseiesima giornata passano tre mesi esatti, per un totale di quattordici partite, con questa classifica parziale: Inter 40, Milan 29, Juve 26, Napoli 25, Roma 23. Tralascio il calcolo dei gol fatti e subiti, che è imbarazzante. Abbiamo fatto quasi il doppio dei punti della Roma, che tre mesi fa era ancora in testa. Quindici punti in più del Napoli, no dico, quindici. Quattordici in più della Juve che ha cambiato allenatore (ma sta facendo peggio che con Thiago Motta). Undici più del Milan, che in totale ha perso la metà delle nostre partite. Tutto questo si è realizzato per buona parte nelle ultime cinque partite (classifica parziale: Inter 15, Milan e Roma 8, Napoli e Juve 7), cioè sostanzialmente a febbraio.

Non è tutto. Milan, Napoli, Roma e Juve sono tutte uscite dalla Coppa Italia. Quanto alle coppe europee, il Milan non c’era dall’inizio, il Napoli è uscito della Champions (30esima su 38) e la Juve probabilmente uscirà mercoledì (deve vincere con 4 gol di scarto sul Galatasaray). La Roma, vabbe’, è negli ottavi di Europa League: è comunque l’unica squadra, insieme all’Inter (parlo di Coppa Italia, perché in Champions rischiamo l’uscita pure noi), certa di avere turni infrasettimanali nei prossimi mesi. Le altre hanno smesso di giocare durante la settimana e avranno solo le 12 partite di campionato cui pensare.

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Ah, l’Inter, dimenticavo. L’Inter con l’allenatore oggetto misterioso, l’Inter che ha iniziato la preparazione un mese dopo le altre, l’Inter che per due anni non ha vinto uno scontro diretto (poi ne ha vinto uno, finalmente), l’Inter che ha in rosa un sacco di over 35, l’Inter che non ha mai avuto Dumfries (miglior giocatore della scorsa stagione), l’Inter che ha avuto Calhanoglu un po’ sì e un po’ no, l’Inter che ha avuto poco da Barella, l’Inter che Sommer è una zavorra, l’Inter che Thuram sembra Balotelli, l’Inter che Luis Henrique non è da Inter, sì insomma, l’Inter, questa Inter, a 12 partite dalla fine ha 10 punti di vantaggio sulla seconda e 14 sui campioni d’Italia in carica.

Ecco. O è una gigantesca messinscena architettata per farci credere di avere già vinto il campionato sperando che ci distraiamo, oppure non svegliatemi, non spiegatemi niente, non fate analisi, non fate previsioni. Va bene così.

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Bodo of evidence

Serata vissuta su tre piani temporali diversi, tanto che Christopher Nolan pare essersi interessato per farne qualcosa.

1) Partita strana, che a leggere le statistiche senza nemmeno averne visto un minuto diresti che c’è stato un errore. L’Inter ha segnato un gol, preso due pali, creato le sue solite occasioni (poche, ma ci sono state), tenuto palla più degli avversari. Che però erano molto più aggressivi, atletici, a loro agio sul panno del Subbuteo e nel clima polare. Tutte cose ampiamente preventivabili. E allora, se era tutto così scontato, stona un po’ il condivisibile ma un po’ estremo turnover Inps di Chivu (in campo tutti gli over 35) e quella passività che a volte ci prende in campo e che ci costa palle perse e contropiedi sanguinosi. Come con la Juve, prendiamo gol da spettatori. Stavolta, avendone segnato solo uno (ampiamente sotto la nostra media), abbiamo perso. A San Siro, su un campo normale, sarà un’altra cosa. Ma due gol da recuperare non sono una banalità.

2) In questa serata negativa di Champions, guadagniamo due punti sulla seconda in campionato. Milan-Como 1-1, adesso i cacciaviti sono a -7. La cosa si fa sempre più seria.

3) Il terzo piano temporale è il futuro. Chivu rivela che Lautaro si è fatto male, quanto non si sa. Lautaro è uno di quelli che non dovrebbero farsi male mai, in questa stagione è stato finora il pilastro essenziale al pari di Dimarco e Zielinski. Il futuro è che avremo due partite nei prossimi sei giorni (Lecce e Bodo) che non possiamo permetterci di sbagliare. Il futuro è pregno di insidie, se com’è evidente iniziamo un po’ a segnare il passo e a perdere qualche pezzo. Il futuro è pregno anche di partite, perchè rispetto alle nostre avversarie dirette – tutte uscite – ne avremo sicuramente due in più in Coppa Italia e poi boh? Con la Juve più fuori che dentro dalla Champions, in infrasettimanale non giocherà più nessuno. Anche noi, peraltro, al momento siamo più fuori che dentro. Il futuro sarà un bivio dopo l’altro, speriamo di imboccare sempre la strada giusta.

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Bastoni, Kalulu e 10 pensieri sparsi

Pensieri sparsi sul caso Bastoni-Kalulu dopo 36 ore di spropositi:

  1. Questione preliminare e necessaria. Se c’è una squadra che sulle questioni arbitrali non dovrebbe MAI parlare in Italia, in Europa, sulla Terra, nel Sistema solare, nella Via Lattea, nell’intero Universo e su su fino al Big Bang e anche prima, quindi dalla cosiddetta notte dei tempi a oggi, questa è la Juventus. Non c’è bisogno di spiegarlo e di elencare precedenti (basterebbero quelli con l’Inter, pensate a quante altre squadre ci sono…), li conoscono anche i sassi. Le due squadre che su questi temi si stanno agitando di più sono il Napoli e la Juve, attualmente in classifica a -11 e a -15 dalla capolista. Pensassero anche ad altro, tipo a rimontare o a guardarsi alle spalle. Se la Juve avesse vinto a San Siro sarebbe ora a -9 (wow! episodio che falsa il campionato!). Noi lo scorso anno, che abbiamo perso lo scudetto per un (1) punto e ce ne hanno fatte di cotte e di crude, cosa dovremmo mai dire?
  2. Una settimana prima di Inter-Juve, lo sapete cosa ha fatto e poi detto Vergara (Napoli) a proposito del rigore che ha deciso Genoa-Napoli 2-3? La cosa è interessante perché Vergara gioca in serie A tipo da due settimane. Ed è già nel mood. Mood che descrive bene anche Saelemaekers (Milan) che a Torino (sponda granata) ricordano ancora per la mirabile interpretazione dell’uomo morente e plurifratturato (non si era fatto un cazzo, ovvio) nel match dello scorso dicembre: “Se in area ti senti toccare, il più delle volte non resti in piedi, vai giù. Lo vedi fare agli altri e lo fai anche tu. Talvolta si rimane a terra più a lungo aspettando che venga richiamata l’attenzione dell’arbitro. Non è che in quei momenti stai troppo a pensare“.
  3. Tutto questo per dire che Bastoni ha fatto quello che fanno tutti. Ha fatto per una volta quello che fanno tutti, perchè possiamo dire un sacco di cose del nostro Basto ma non che sia un giocatore scorretto, anzi, tutt’altro. La sua esultanza come avesse segnato un gol in rovesciata da 25 metri, ecco, quella magari è stata un autogol mediatico. Ma provate voi a giocare con la Juve con cui non vinci da due anni in mezzo a 75mila spettatori ululanti. Io, per esempio, minimo gli avrei mostrato il pacco e poi avrei bruciato una bandiera bianconera nel cerchio di centrocampo cantando Bella ciao. Lui, più sobriamente, ha festeggiato. Questa crocifissione di Bastoni, con la ciliegina dell’intervento di uno che era premier finchè lo ha sfiduciato il suo stesso partito, che incita alla sua giubilazione dalla Nazionale, è piuttosto vergognosa. Anche perchè se il criterio dello sfoltimento dei ranghi è la specchiata sportività, allo spareggio per i Mondiali ci mandiamo i Pulcini (forse).
  4. Saviano, la ‘ndrangheta, Marotta… Stendiamo un velo pietoso. Saviano è un Pavarotti a cui nessuno chiede più il Nessun dorma e lui lo canta davanti allo specchio filmandosi col telefonino appoggiato sulla mensola.
  5. Ora, che Bastoni abbia fatto quello che fanno tutti, ovviamente, non va bene. Non va bene che tutti facciano quella roba lì. Proprio Bastoni solo due mesi fa si è trovato nella situazione opposta, quella di avere provocato un grande casino (rigore al Liverpool, partita persa) avendo fatto un fallo risibile reso evidente dalla spropositata reazione altrui (Wirtz). Uguale uguale. E siccome noi interisti, quella sera nel ruolo di vittime, nel giro di qualche replay e a mente un po’ più fredda, siamo passati da “Ladri bastardi ci avete rubato la partita!” a “Ok, quello è un figlio di puttana ma Basto ha fatto una grandissima e inutile cazzata, quindi purtroppo il rigore ci sta”, ecco, inviterei tutti a cambiare i nomi e a planare sulla stessa conclusione. Se Kalulu, appena ammonito, evitava il gesto inutile di dare una risibile manata di frustrazione a uno che lo anticipa di netto e parte in contropiede, ecco, saremmo qui a parlare d’altro. Bastoni ha accentuato? Certamente sì. Kalulu ha sbagliato? Eh, certamente sì.
  6. Lo step-on-foot oltranzista, i falli di mano e di falange, i fuorigioco di un’unghia (a volte incarnita), il Var che qui interviene e lì no e lì forse, ecc. ecc.: queste regole le dobbiamo accettare tutti di default, non solo quando lo mettiamo in quel posto agli altri. E’ una dannata ruota che gira. Per tutti. Sì, anche per te, Chiellini, con quella faccia da suffragetta 2.0 che oggi non può che farci ridere.
  7. Nemmeno 24 ore dopo, Parisi fa una sceneggiata epocale in Como-Fiorentina, simulando di essere stato aggredito con l’acido in faccia da un avversario. Niente, è solo per dire che la battaglia culturale iniziata la sera prima ha subito mostrato i suoi limiti.
  8. Pesanti critiche a Chivu: doveva dire, doveva fare… Doveva dire e fare cosa? Chivu ha fatto bene così: fare meno la Teresa di Calcutta, e fare di più il difensore ruvido che è sempre stato, gli può fare bene. Mentalmente, dico. Perché adesso ci sarà da rimboccarsi le maniche e sporcarsi un pochettino di più la divisa e le mani. La missione è lo scudetto, con mezza Italia contro. Pim, pum! Fantastico.
  9. Le sanzioni su accentuatori/simulatori vanno cambiate e inasprite? Sono d’accordo. Il protocollo Var va affinato? Sono d’accordo, è dal giorno 1 che il protocollo Var viene affinato, tanto che nessuno lo saprebbe più recitare a memoria. Parliamone ma seriamente, non tipo il situazionista governo Meloni che fa una legge per ogni cosa che accade e non gli piace. Il calcio riunisca i suoi saggi, se ne ha, e si trovi una quadra tutti insieme.
  10. Grazie Marotta, perchè ogni tanto bisogna alzare la voce. Noi non lo facciamo mai. Ed è un atteggiamento che mi piace, se non fosse che in questo povero Paese chi urla di più alla lunga si trova ad aver ragione. Tipo che, per la stessa cosa, Vergara fa il Masaniello tra due ali di folla e a Bastoni tocca andare in giro cosparso di pece e piume.

Ascolta “Live da Anterselva” su Spreaker.

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Spiaze

Sulle simulazioni o semplici (ma pesanti) accentuazioni non sanzionate non mi rimangio certo quello che ho scritto dopo Inter-Liverpool, così come sulle disonestà assortite – e sempre non sanzionate – avevamo avuto modo di discutere dopo Milan-Genoa: il calcio è questo e ce lo teniamo così. Bastoni-Wirtz è la replica di Kalulu-Bastoni: due gesti ininfluenti e molto inutili (la trattenuta di Bastoni a un avversario spalle alla porta, la manata di Kalulu – già ammonito – a Bastoni che lo anticipa e parte in contropiede), due reazioni del tutto eccessive rispetto al danno subito. Ok. Bastoni ha fatto una stupidaggine col Liverpool, Kalulu l’ha fatta con l’Inter. Ok. L’espulsione di Kalulu ha condizionato la partita? Beh, ovvio, rimanevano 50 minuti e passa da giocare. Condizionatissima. Ok.

Detto questo: per quanto dobbiamo far finta di essere dispiaciuti? Ce ne hanno rubate così tante, i gobbi, così tante, ma così tante, che questo è solo un minimo risarcimento. L’espulsione di Kalulu è un bene sottratto alla mafia.

Quanto alla partita, dodicesima vittoria nelle ultime tredici, dopo 22 mesi torniamo a vincere uno scontro diretto “vero” (Milan, Napoli, Juve) e lo abbiamo fatto complicandoci assai la vita. Ci sono tre azioni (i due gol subiti e il tiro a segno su Sommer di inizio secondo tempo) cui spero che Chivu dedichi qualche approfondimento e qualche riflessione con i suoi: palle perse per sbadataggine, atteggiamento passivo, gambe tirate indietro… un festival degli orrori (due dei quali con la Juve già in dieci) che poteva costarci carissimo, tipo non vincere il centomillesimo scontro diretto consecutivo, in casa e con l’avversario in inferiorità numerica. Questo al netto del fatto che la Juve abbia fatto un partitone e che se fosse finita 2-2 non avrebbe rubato (del resto, dopo aver rubato per secoli, c’è una certa sazietà): 10 tiri, di cui 8 nello specchio della porta, dicono tanto. Di loro, e un po’ anche di noi.

Per fortuna l’Inter non è solo fase difensiva (bentornato Sommer, almeno una buona notizia c’è). Per fortuna l’Inter ha una fase offensiva poderosa, sempre sul pezzo. L’Inter ha la fase offensiva ben fissa in testa. E ce l’ha anche Chivu, che a un certo punto mette la terza punta perchè la vuole vincere. E la squadra lo segue, perchè tutti vogliono vincere, tutti, anche se una buona metà di quelli in campo non ha certo fatto la partita della vita. Zielinzki e Dimarco splendidi, Pio Esposito un predestinato. Ne mancano ancora 13, troppe. Ma siamo ancora qui in vetta, in solitudine, in sollucchero. Finalmente.

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La grande larghezza

Un po’ più fortunati del solito e un po’ più cinici del solito nell’area avversaria. E’ un mix micidiale, per noi e per gli altri. Come col Pisa eravamo partiti da 0-2 per poi farne sei, col Sassuolo abbiamo rischiato di andare sotto all’inizio e sul 2-0 di subire una possibile rimonta (fuorigioco di alluce) per poi chiuderla in bellezza – e in larghezza. Se abbiamo attraversato indenni un momento di eccessiva svagatezza in apertura di partita, è anche vero che dopo non c’è più stato match. Cinque gol, due pali, qualcosa sbagliato di un soffio: eliminando la quota di leziosità il prodotto non cambia – nel senso che quasi sempre la portiamo a casa – ma quel pizzico di cattiveria in più sta rendendo le cose più facili. Il Sassuolo ha fatto il Sassuolo per 11 minuti, poi ha fatto cagare. Ma tornare da questa trasferta con tre punti e cinque gol è tutt’altro che banale considerando i trascorsi specifici con ‘sta squadraccia che può vantarsi di essere la nostra più strana bestia nera.

Dopo cinque infrasettimanali consecutivi, tireremo il fiato fino a sabato: sarà la Juve a dirci a che punto siamo davvero. La specialità “scontri diretti” non è la nostra preferita, ma a questo punto dovremo attrezzarci a infrangere qualche tabù. A 14 giornate dalla fine – ah, che meraviglioso snobismo – possiamo anche cancellare la categoria: tutte le partite diventano uguali, da vincere o da non perdere, un calderone unico. La Juve è la Juve, ma è 12 punti sotto pur avendoci perso all’andata. Girano i coglioni ancora adesso, ma il campionato si sta decidendo altrove. E in quell’altrove non abbiamo proprio concorrenza.

Sei marcatori diversi in Inter-Pisa (Zielinski, Lautaro, Esposito, Dimarco, Bonny, Mkhitaryan), due in Cremonese-Inter (Zielinski, Lautaro), cinque in Sassuolo-Inter (Bisseck, Thuram, Lautaro, Akanji, Luis Henrique). E siccome in mezzo c’erano anche Dortmund (Dimarco e Diouf) e il Toro (Bonny e Diouf), possiamo certificare che nelle ultime cinque partite (media 3,4 gol) hanno segnato 11 giocatori diversi. Da agosto a oggi, con il debutto odierno di Akanji e Luis, hanno segnato 17 giocatori diversi. Questa cosa è una vera bellezza. E sono gli altri a doversi preoccupare di noi, anche al di là della lettura della classifica che – per favore, moderazione – alla lunga può far diventare ciechi.

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Petardi e coglioni

E quindi cos’è, fuoco amico? Prima lo striscione (c0ntro la società), poi il petardo che un portiere con il gusto della recita (e non il signorile e responsabile ex Audero) poteva drammatizzare ben di più… vabbe’, questi siamo. La società e il suo sontuoso mercato di gennaio (manca un giorno, boh), la curva e le sue roulette russe patologico-criminali (update: un cane sciolto, ora con tre dita in meno? E cosa ci faceva in curva con una bomba-carta?). Per fortuna – tanto per citare lo striscione – ci sono il mister e la squadra che stanno facendo del loro meglio e ci tengono là in alto, dove l’aria è più leggera anche se i garretti si appesantiscono.

E’ stata la settima vittoria consecutiva in trasferta: Verona, Pisa, Genoa, Atalanta, Parma, Udinese, Cremonese. Non solo piccole, qualche campo tradizionalmente ostico. Una serie importante iniziata dopo la sconfitta a Napoli e ci dipinge come siamo diventati passo dopo passo: chirurgici. Dopo il petardo oggi la squadra ha praticamente smesso di giocare, rischiando un po’ nel finale. Ma firmerei in bianco per partite messe in ghiacciaia (non è bello finire il primo tempo avanti di due gol, eh?) e poi gestite al risparmio. Quasi totale controllo, 70% di possesso: massimo risultato con uno sforzo relativo.

Adesso c’è solo da aspettare un paio di giorni (!) per sapere cosa farà il Milan (a Bologna, contro la squadra più disastrosa dell’ultimo mese e mezzo) (ultimo squillo, savasandìr, contro di noi in Supercoppa) e poi, con la Coppa Italia di mezzo, tutti a Sassuolo prima di Inter-Juve. Nella centrifuga di partite abbiamo trovato il modo di emergere, invece che di soccombere a pressioni e fatiche. Chivu festeggia le sue prime 50 panchine con la serenità di chi sta dimostrando che ottiene il massimo da quel che ha. Lautaro in serie A ha raggiunto Spillo. Ne mancano 15. Troppe, ma il morale è alto.

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Più sani più belli

Sarebbe bastato non prendere un gol da fessi a Madrid al 93′, o sarebbe bastato non essere derubati con il Liverpool, e ora saremmo qui a festeggiare la rimozione di due partite dal nostro micidiale calendario. Vabbe’, non parliamone più, non serve a niente. Siamo ai playoff con Bodoe o Benfica, vedremo al sorteggio. Se ne riparla a fine febbraio.

Parliamo d’altro. Della bella partita che abbiamo fatto in un campo proverbialmente difficile con una formazione iniziale in cui, oltre al lungodegente Dumfries, mancavano Lautaro, Barella, Calha e Bastoni, cioè gran parte dei nostri giocatori top, quasi tutti. Poteva essere un partita segnata e invece l’abbiamo vinta – vale come scontro diretto, no? – e pure bene, con il 55% di possesso e il triplo dei tiri dei tedeschi. Meravigliosa la punizione di Dimarco, in stato di grazia. E bel gol anche di Diouf, con quel po’ di culo che ha premiato le intenzioni.

Dal 28 dicembre al 28 gennaio compresi, cioè 32 giorni, abbiamo giocato 9 partite vincendone 7 (tra cui Atalanta e Bvb), pareggiando col Napoli e perdendo con l’Arsenal. Vincendo quattro trasferte su quattro. Cinque clean sheet su nove. Non male.

Quella di Dortmund poteva essere una partita inutile. Passare tra le prime 8 sembrava impossibile (e invece a dieci minuti dalla fine eravamo lì) e quindi se ne parlava di default come di uno spreco di energia. Invece, vincendola, l’abbiamo resa una partita utile. Non a qualificarci, ma a ristorarci. A sollevarci il morale, a darci più sicurezza nei nostri mezzi. Al giro di boa di ‘sta follia post natalizia siamo in corsa in Champions e 5 punti avanti in campionato. Per gente che non doveva mangiare il panettone è un momento superlusso. Ma tu guarda cosa non fa l’autostima.

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Al mè amis Nazzareno

Si gioca ogni tre giorni, se ne prendono tre dall’Arsenal e se ne danno sei al Pisa, e intanto perdi qualche pezzo senza avere il tempo neanche di pensarci troppo su. Tipo che ieri se n’era andato Giancarlo Cella, uno dei tanti che hanno fatto una vita da mediano: arrivò da noi che per la pelata sembrava già vecchio ma non lo era, giocò tre campionati da jolly e vinse quello del ’70-’71 da comprimario, sempre in campo finchè non fu reintegrato Bedin e poi poco o nulla. Comunque, quello scudo fu anche suo. Nella mia mitica prima partita a San Siro, quello storico 0-3 con il Milan che poteva segnarmi per tutta la vita – oddio, forse l’ha fatto – e che determinò l’esonero di Heriberto e l’avvio della rimonta con Invernizzi alla guida, Cella era in campo con la maglia numero 6. Io avevo sei anni e lui, con quella pelata, mi sarà sembrato vecchissimo (ne aveva 30). Date le ristrettezze giocò da libero, poi sostituito da Bellugi nel finale a frittata ampiamente fatta. Dalla partita successiva torneranno Bedin e Bonimba, Bellugi diventò titolare, il libero lo fece da lì in poi Burgnich e il resto è storia. Il tabellino invece è questo. Milan: Cudicini, Anquilletti, Trapattoni, Rosato, Schnellinger, Biasiolo, Combin, Villa, Benetti, Rivera, Prati. A disposizione: Vecchi e Rognoni. Allenatore: Nereo Rocco. Inter: Vieri (66’ Bordon), Burgnich, Facchetti, Fabbian, Giubertoni, Cella (80’ Bellugi), Reif, Frustalupi, Mazzola, Bertini, Corso. Allenatore: Heriberto Herrera. Reti: 51’ Biasiolo, 69’ Villa, 88’ Rivera. Arbitro: Gonella di Torino. Spettatori 80.000 circa, tra cui un bambino di Voghera ancora del tutto ignaro del suo futuro e di quello dell’Inter.

Oggi invece se n’è andato Nazzareno Canuti ed è un piccolo colpo al cuore. Canuti, 70 anni compiuti qualche giorno fa, era un pezzo importante di quell’Inter di Bersellini che è un tassello fondamentale della mia formazione interista, forse l’Inter a cui sono in assoluto più affezionato, l’Inter che più mi corrispondeva. Un’Inter irripetibile. Perchè io avevo 16 anni ai tempi di quel fantastico scudetto e con quell’Inter così giovane, così interista (più della metà della rosa proveniva dal vivaio), così lombarda (due terzi dei giocatori in rosa erano nati in Lombardia), come si faceva a non identificarsi? Era come andare a vedere giocare dei compagni di classe, dei parenti. Solo che andavo a San Siro e non al campetto. E mica li conoscevo davvero. Ma sapevo tutto di loro, tramite l’album delle figurine e tramite la fanzine. Tutto.

Per quelli dei “distinti dietro la porta” (l’odierno primo blu) il rapporto con il portiere e i difensori era molto speciale. Perchè il portiere ti salutava (poi andava al dischetto del rigore e col tallone tirava una riga fino alla linea di porta). E perchè i difensori erano il tuo baluardo durante i 45 minuti in cui gli avversari attaccavano verso la porta sotto i nostri spalti. All’epoca la marcatura era a uomo. In mezzo, Bini era un libero elegante. Canuti marcava una delle punte avversarie, qualche volta da stopper sul centravanti e qualche volta un po’ spostato verso la nostra destra – si prendeva l’11 degli altri. Aveva 24 anni quando vincemmo quello scudo, il nostro dodicesimo, ed era all’Inter da dieci, arrivato nelle giovanili quando ne aveva 14.

Sembrava più grande e grosso di quello che era, forse per quei riccioloni che gli davano un’aria un po’ freak. Poi lo vedevi saltare sui corner o stalkerare la punta avversaria e dicevi: va’ che roccia. L’ho conosciuto a una serata Inter a Sannazzaro, c’erano anche Bordon, Muraro e Scanziani (che quello scudetto non lo vinse essendo stato ceduto nel mercato estivo). A fine serata li ho salutati tutti, riconoscente. Per ultimo proprio lui, il Nazza, che in effetti era meno alto di me (visto dal primo blu mi sembrava un corazziere). “Oh – gli ho detto – c’ero anch’io a San Siro il 27 aprile 1980 a San Siro (lui non c’era, e nemmeno Bini), ero seduto nei distinti, al primo blu!”. “Ah, dall’altra parte – mi ha sorriso – che gol Mozzini, col destro. Lo usava per salire le scale”. Risata, un abbraccio. Ciao ricciolone, insegna a chi vuoi tu a fare a sportellate.

(questo invece è Giancarlo Cella che cerca di decapitare Aldo Bet. Che foto bellissima)

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