
A chi non è mai capitato di non poter vedere partite importanti dell’Inter? Suvvia, fate mente locale. Io me le ricordo tutte (almeno credo).
22 maggio 1991. Sono a Venezia, invitato a un’incredibile visita privata serale della storica mostra sui Celti. L’Inter, mentre io passeggio per le sale di palazzo Grassi, gioca a Roma la finale di ritorno della Coppa Uefa. All’andata avevamo vinto 2-0 e io ero piuttosto tranquillo. La Roma segna all’81’ con Rizzitelli, vince solo 1-0 e l’Inter conquista la sua prima Coppa Uefa. Gli smartphone sarebbero stati inventati qualche lustro più tardi.
19 ottobre 2002. Sono passati solo 5 mesi e mezzo dal 5 maggio e quando capisco che le mie figlie volevano vedere il Pinocchio di Benigni e non il padre macerarsi davanti alla tv per Inter-Juve, ecco, mi reco al cinema sospinto dalla diligenza del buon padre di famiglia. Questo è un caso un po’ particolare, perchè la partita in realtà non l’ho vista fino al 94′: rientrato a casa e acceso distrattamente il televisore convinto che fosse già tutto finito da un pezzo, assisto incredulo all’ultima azione della partita. Cross di Crespo, angolo. Tira Emre, mischia da non capirci un cazzo, gol di Toldo (forse). La Juve protesta perché era inaudito subire un gol al 95′. Collina convalida. “Papà, ma chi ha segnato?”. Non lo so, figlie mie, forse Dio in persona.
11 novembre 2003. Sono a Pavia, al teatro Fraschini, ad assistere al concerto di Ivano Fossati mentre l’Inter gioca a San Siro contro l’Arsenal la quinta partita della fase a gironi della Champions League. Sì, lo so, i ragazzi avrebbero avuto bisogno di me (esonero Cuper, sconfitta 3-0 con la Lokomotive a Mosca con Verdelli in panca, arrivo di Zaccheroni, Kallon positivo al nandrolone, un periodo un po’ così), ma ha prevalso il buon senso (andare al concerto, appunto) e quel mai sopito istinto di distinguere l’uomo dall’animale (cioè dal tifoso), almeno ogni tanto. Chiedo ad amici interisti: “Mandatemi un messaggio a ogni cambio di punteggio”. Il telefonino nel taschino della camicia continua a vibrare e io mi faccio un sacco di film. Dopo l’ultimo bis guardo il telefono e apprendo che avevamo perso 5-1, un film che non mi ero fatto. Saremo eliminati per differenza reti.
26 agosto 2006. Sono a Gressoney (stesso luogo dove il mese prima, mentre cucinavo un piatto di spaghetti, apprendevo dal Tg3 che ci avevano giustamente assegnato lo scudetto). La sera è in programma la finale di Supercoppa italiana tra Inter e Roma, ma io so già che dovrò andare a vedere il concerto (gratuito) di Fabio Concato in piazza. A metà pomeriggio scoppia un uragano e io, intimamente, esulto (“Ma vieni!”). Dopo 10 minuti un’auto con megafono avverte che il concerto si terrà comunque, ma al palazzetto dello sport. Dato il risultato e lo svolgimento (l’Inter rimonta da 0-3 a 3-3, ai supplementari segna Figo su punizione), è una delle partite che mi ruga di più non aver visto. Bel concerto, peraltro.
24 febbraio 2010. Parto per Tokyo, dove correrò la maratona (e deciderò, come noto, le sorti del Triplete), mentre l’Inter gioca col Chelsea a San Siro l’andata degli ottavi. Un sorteggio particolarmente sfigato, la prima da giocare in casa, io che non la posso vedere (la partita si svolge proprio durante il volo): mi sembrava già tutto scritto (spoiler: non lo era). Apprendo del risultato sul pullmino che mi porta in albergo. Il resto è storia. Durante il soggiorno a Tokyo, giochiamo anche a Udine, in campionato, dove vinciamo 3-2 una partita fondamentale non tanto in sè e per sè, quanto per il fatto che c’era mezza squadra fuori per infortuni o squalifiche, Mourinho in tribuna, Mariga titolare e Thiago Motta centrale difensivo. Che bei tempi.
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Vabbe’, poi ci sono un po’ di partite secondarie, ovvio. Tipo Lecce-Inter e Como-Inter negli ultimi 15 giorni, saltate a piè pari per impegni vari. Càpita, no?
“Sì, occhei, ma perché ci racconti ‘ste cose?”.
Per meri fini statistici. E perchè mica potevo sapere, prenotando una vacanza in un altro continente, che l’8 marzo avremmo dovuto disputare la partita del secolo. E anche l’anticipo al sabato pomeriggio di Inter-Atalanta è una bella enculada, direbbero in Spagna. Ma è proprio in questi momenti che si forgia l’animo del vero interista. Milan merda.










