Nostalgia

La giornata era iniziata con un teorico passo in avanti – Inzaghi che, vivaddio, cambia formazione, prova soluzioni, mette i nuovi – e poi è finita in maniera progressivamente triste, con una partita manifestamente da vorrei ma non posso, contro una squadra di un’altra categoria, certo, ma giocata per gran parte del tempo con un atteggiamento del tipo “minchia, sono di un’altra categoria, volete venire voi a giocare contro questi satanassi?” che non è il massimo della vita e ti lascia il retrogusto amaro. Che si parli di Lazio, Milan o Bayern, sia pure in contesti diversi e con gradazioni diverse, finisce sempre a parlare di garra, charrua o non charrua che sia. Una garra che non viene fuori mai se non sporadicamente, quei raptus di garra con risultati lasciati al caso, e che comunque durano troppo poco per cambiare il destino di una partita.

La differenza tecnica tra Inter e Bayern, oggi, sfiora l’imbarazzante. E se non ci metti un surplus di garra rischi l’imbarcata. Aver perso 0-2 è quasi buono, in questo senso. Anche col Liverpool avevi perso 0-2 ma te l’eri giocata per 70 minuti alla pari. Col Bayern alla pari non ci sei stato mai. E siccome un Bayern sbilanciato e a tratti un po’ annoiato qualche cosa ti ha concesso, siamo qui a pensare che sull0 0-1 potevamo pareggiare, e sullo 0-2 potevamo accorciare. Niente, non è successo. Poco cattivi in tutte le zone del campo, in attacco addirittura ci si è concessi qualche mollezza di quelle che ti vengono sul 5-0 con una piccola, e invece era una partita ancora in corso – ancora in bilico – con una super top.

A Napoli ne hanno fatti 4 al Liverpool e potevano essere 6, forse 8. A Milano abbiamo messo insieme qualche mezza occasioncella contro una squadra che ha fatto il doppio o il triplo di noi senza nemmeno sbattersi troppo. Abbiamo facce smunte e spaurite, sempre. Quella di Inzaghi, colta dalla telecamera al rientro dopo il riposo, era di un condannato a morte (c’è qualcosa che non sappiamo?). E dire che proprio lui aveva parlato di questa partita come di un’occasione per dimenticare il derby: beh, in quanti l’hanno giocata e vissuta così (lui compreso)? Stiamo ripiombando in un complesso d’inferiorità, o di inadeguatezza, che comincia a preoccupare. Per voi Conte era troppo gobbo? Per me era un fattore determinante. E in serate come questa mi manca da morire.

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Come prima, peggio di prima

Ho assistito alle ultime due partite dell’Inter NON dal divano, tanta roba per un pantolofaio come me. Inter-Cremonese: ero a San Siro in tribuna rossa fake, quello spicchio del primo anello una volta considerato “minchia che posto demmerda” e oggi allestito con sedili rossi e venduto profumatamente al pubblico come tale. Milan-Inter: ero in un pub di Padova in prima fila davanti al televisore, con dietro gente che uluvava e davanti camerieri che recapitavano roba buona al tavolo. In entrambi i casi, non ero perfettamente sul pezzo.

In Inter-Cremonese la mente vagava alle incertezze di un mercato non ancora finito, con Gosens che mezzo stadio dava ormai per venduto e Skriniar ancora corteggiato dai saltimbanchi francesi, che due coglioni!, e intanto guardavo lo stadio sold out ma con tanti posti vuoti migliori del mio, e allora mi sovveniva una domanda tipo quella delle anatre del Giovane Holden: cioè, dove sono i detentori dei posti liberi quando giuoca l’Inter? Perchè non sono qui come me, che ho preso due biglietti di tribuna rossa fake e ho parcheggiato a due chilometri, che la prossima volta lascio direttamente la macchina all’Ikea così sono già sulla strada? Tra un pensiero e l’altro l’Inter segnava tre gol e ne subiva uno, come mi confermava il tabellone elettronico.

In Milan-Inter, metà del primo tempo se n’è andato beandomi della strana coincidenza di trovarmi nella città dell’arbitro e consultando il menù del pub con il qr code, ordinando cose, brindando eccetera. Praticamente, mi sono perso la parte migliore dell’Inter. Quando ho iniziato a bere e mangiare, il Milan ha iniziato a bersi e a mangiarsi l’Inter, era tutto un rumore di fauci, una cosa disgustosa. Uno spettacolo triste da cui mi sono svegliato sul gol del 3-2, quando ormai pensavo che sarebbe finita 7-1 tipo Germania-Brasile ed ero pronto a ordinare altri panini e tentare il suicidio tipo la Grande Bouffe, seduto nelle retrovie vicino il cuginastro padovano che a cadenza regolare dava del kebabbaro a Cahla.

Dopo di che, mi sono seriamente interrogato sul nostro futuro prossimo e remoto.

In campo, l’Inter – senza Lukaku – aveva schierato all’inizio una squadra che poteva essere quella dell’anno scorso, con Correa al posto di Dzeko e con chiunque al posto di Perisic. Ecco, della voragine fisica e concettuale che si è aperta sulla nostra fascia sinistra mi ero già accorto sia dal divano che dalla tribuna rossa fake, ma dal pub mi sembrava di vedere Darmian muoversi sull’orlo di un burrone cercando di non precipitare dentro. Quindi ok, sulla questione Perisic bisognerà seriamente attrezzarsi tecnicamente e moralmente. Quanto a tutto il resto – lo stesso portiere, la stessa difesa, lo stesso centrocampo, il quasi-stesso attacco della squadra che lo scorso anno è arrivata secondo per un eccesso di sciocca generosità -, perchè facciamo così drammaticamente ca-ca-re?

Cinque partite. Tre elementari, vinte (una al 95′). Due difficili, perse (male, malissimo, sei gol presi, merda totale). Oggi, 4 settembre, di bilanci non se ne fanno. Ma mettiamoci nell’ottica di provare, senza disfattissimo, un serena preoccupazione. Visto che arriva il Bayern e, con tutto il rispetto, è un pochino più competitivo dello Spezia e un pochino più attrezzato anche della Lazio e del Milan che si sono fatti beffe di noi. Mettici che poi l’Uefa ti sanziona e ti avverte che ti terrà d’occhio nei secoli dei secoli, ed ecco ritornare impetuosa la sensazione delle pezze al culo. Mettici poi che si fanno questioni di principio sul sostituto di Ranocchia, mentre le altre comprano che è una bellezza. Abbiamo vissuto momenti migliori, ecco.

La squadra non sembra mai sincronizzata all’impegno richiesto dalla singola partita. Ho visto Barella fare il fenomeno con la Cremonese e restare ai margini con il Milan: e a noi cosa serve, esattamente, un Barella che fa i numeri con la Cremonese ed è un uomo in meno con il Milan? Poi: perchè la difesa migliore degli ultimi tre campionati adesso sembra preda di un incantesimo che ti fa distrarre o sbagliare movimento ogni volta che arriva un cross, anche il meno creativo? Perché Inzaghi, nella partita in cui deve schierare la squadra più cazzuta, non fa nemmeno una scelta coraggiosa? Perchè l’unica scelta che fa – Correa, l’uomo che non sa cosa sia la garra – la sbaglia?

In questo momento dovrebbe essere l’allenatore a dare qualche segnale importante. La squadra nei momenti difficili si perde – è successo due volte su due – e lui dovrebbe aiutarla a non perdersi. Non è uno scandalo che la condizione fisica sia imperfetta, ma per un club che punta a vincere è piuttosto scandaloso procedere a tentoni, in un clima di provvisorietà che è inutile drogare con le presunte “ottime prestazioni” con le retrocedende.

La “lontananza” dell’Inter dal focus delle partite, quando queste richiedono un livello di sforzo superiore al Cremonese-mode, dovrebbe far riflettere soprattutto Inzaghi. Che in questo inizio di stagione incide poco o niente, se non addirittura in negativo (il Correa col Milan è uguale al Gagliardini con la la Lazio, scelte sbagliate in premessa). La squadra ha bisogno di una scossa, questo torpore è fastidioso. Le supercazzole in zona mista non fanno più tenerezza. Uno dei pregi dell’Inzaghi-1 era l’Inter sempre propositiva e mai passiva che abbiamo visto nel 95% dei match della scorsa stagione. Quest’anno la percentuale si è così contratta che qualche domandina sarebbe meglio farsela prima che qualcuno tiri fuori dal cassetto il counter del panettone, che è una roba tossica tanto quanto le tiritere di Skriniar, Acerbi e Gosens. E noi, adesso, abbiamo bisogno di menti sgombre.

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Correità

Non moriremo tutti, è solo il 26 di agosto, mancano 35 partite, la stagione è lunga, non parlo dei singoli, decide il mister, la palla è rotonda. Diciamo solo che alla prima partita vera qualche nodo è venuto al pettine, e che se è prematuro tirare conclusioni non lo è affatto preccuparsi, visto che prima di arrivare alla metà di settembre (cioè, tipo dopodomani) avremo giocato altre tre partite di campionato e due di Champions. E il mondo che ci aspetta sarà popolato più di altre Lazio che di altre Spezia. E insomma, bisognerà attrezzarsi se non vogliamo che ogni volta finisca così, a raccogliere palloni in fondo alla rete, la nostra.

Dopo giorni di interviste a vip o esperti che ci danno quasi tutti come i naturali favoriti del campionato, l’Inter ha riscoperto sensazioni antiche (non prendeva 3 gol da Lazio-Inter dell’anno scorso) e altre sempreverdi: che le partite non si vincono in automatico.

Che ci siano giocatori più o meno in palla al 26 di agosto, boh, mi pare il minimo. Che ci sia un atteggiamento poco bellicoso alla prima trasferta importante della stagione, invece, mi pare deludente. Non ce l’ho con Correa, sia chiaro. Ma oggi, con giusto qualche rara eccezione, avevamo un po’ tutti la faccia di Correa. Presente, no?, la faccia di Correa. Quella di uno che non ti trasmette di default quella ferocia agonistica, you know. Poi magari ti fa due gol col tiraggiro. O magari no.

Abbiamo perso 3-1 una partita che potevamo vincere, se quel colpo di testa di Dumfries fosse entrato appena un minuto dopo il gol di Lautaro. Da un uno-due del genere non so se la Lazio si sarebbe risollevata. Invece poi il 2-1 l’hanno fatto loro. E dopo il 2-1, il nostro nulla. Roba che alla fine ti viene solo da pensare che la nostra partita vera sia durata quel minuto là (per il resto tanto possesso sterile, tiracci senza un domani, pochissime buone idee) mentre la loro è durata un po’ di più. Avevano più voglia, se non altro.

Nelle prime due partite, per quanto contassero, mi era piaciuto il clima generale. L’abbraccio al 95esimo di Lecce, la serena ostinazione di provarci sempre con lo Spezia. A Roma si è vista purtroppo un’Inter che ci ha provato poco a cambiare il destino della partita. E, statisticamente, se ci provi poco a) ti può andare di culo, oppure b) la puoi tranquillamente perdere. Al video del primo gol spero seguirà dibattito, in sala tv, o almeno un piccolo concorso interno: chi era il più molle? Chi vince, paga l’asado a tutti. E via verso la prossima avventura.

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Lu-Lu La-La-La (trottolini amorosi)

Quando si fantastica, con una punta di amarezza, su cosa avrebbe potuto essere l’Inter dello scorso campionato con Lukaku – avremmo vinto il campionato con quattro giornate di anticipo, forse -, ci si confronta con un dato incontrovertibile: l’Inter senza Lukaku ha avuto comunque il miglior attacco del campionato e lo scudetto, evidentemente, non ce lo siamo giocato lì. Certo che oggi rivedere Lukaku al centro dell’attacco, e rivedere la virtuosità del suo sodalizio con Lautaro, autorizza a concedersi altre e nuove fantasie: quando la palla finisce là davanti è assai probabile che qualcosa succeda – un tiro, un assist, un colpo di scena – e questo a noi tutti piace parecchio.

Ovvio che, se il pudore conta ancora qualcosa, non è il caso di lasciarsi andare troppo dopo una vittoria in casa con lo Spezia, bella e convincente quanto vuoi, quantomeno quel che ci voleva a dimenticare gli spaventi di Lecce. Però nelle prossime tre giornate, prima della mortifera pausa per la nazionale, ci aspettano due partite vere, molto vere, e le trasferte con Lazio e Milan ci potranno dare qualche indicazione in più. Finchè gireremo in bermuda non sarà il caso di tirare grandi conclusioni, ma c’è bisogno di calarsi in situazioni meno morbide per darsi una dimensione. Anche il sorteggio di Champions servirà a darci una mossa, perchè il mondo non è fatto di Lecci e Spezie (per fortuna, eh? Sai che due coglioni).

Lu-La funziona senza nemmeno aver bisogno di chissà che. Lautaro sembra bello tonico, Big Rom un po’ meno, ma fanno cose di default, ne fanno già molte. Il palo di testa, l’assist a Lautaro e il quasi assist al turco giustificano le aspettative che riponiamo su Lukaku e già un po’ le soddisfano. Intorno le cose girano già discretamente. Ma è lì, nel piccolo mondo di quei due, che deve funzionare tutto a puntino. Il nostro futuro passa dai loro piedi, dalla loro testa, dalla formula chimica che li tiene insieme. Per ora, senza rilassarci troppo, possiamo stare discretamente tranquilli.

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Novantacinque

Alla fine (ma solo alla fine, che più fine non si può) di 95 minuti salvi solo quel mucchio selvaggio a bordo campo, l’esultanza corale che all’improvviso ti riempie lo schermo del televisore (vorresti essere lì a rotolarti con loro, e forse un po’ ci sei) e dà un senso a due orette di divano fin troppo faticose. E così, quando nemmeno ci speri più, si dissolvono i malumori multipli e preventivi – il campionato che inizia quando un tempo si giocava il Birra Moretti, le lunghe settimane a triturarsi i coglioni su Skriniar, Bremer, Dumfries, Pinamonti e Casadei, la prospettiva di altri quasi 20 giorni di mercato aperto (una iattura) e più in generale di un campionato che non sarà normale neanche un po’ – e torni a palpitare per l’Inter e basta, sbalestrata e perfettibile quanto vuoi, ma pur sempre Inter.

Segnare all’ultimo secondo di una partita, giocando a fare gli intellettualmente onesti, ti deve far pensare a cosa avresti detto se non ci fosse stato il tempo per quell’ultimo cross e la partita fosse finita sull’1-1, un pareggino sul campo di una neopromossa. Io avrei detto “boh, male male” e avrei girato canale per vedere il finale di Hurkacz-Ruud, ma già mi immagino i “moriremo tutti” e “manco in Champions andiamo” che mi avrebbero ammorbato il display. Mi affido per pigrizia al commento di Inzaghi che è contento dell’inizio (e beh, 84 secondi e segna Lukaku, cosa vuoi di più?) e della prima mezz’ora (davvero? nemmeno un’occasione, a meno che non stessi facendo zapping per frustrazione), poi il fallo su Lautaro ci ha innervositi e ci siamo un po’ persi (se ti perdi per un fallo, stiamo freschi) e ci dovremo riflettere un po’ su perchè non ci si può ridurre a vincere al 95′ (ecco, brevi, riflettete).

Beh, a pensarci bene mi è piaciuto anche il finale con il 4-2-4, non so perché, ma mi ha risvegliato i sensi: non è una gran serata ma provi a vincerla fino al 94′, diciamo che il minimo sindacale era stato fatto. Poi vabbe’, l’abbiamo pure vinta. E mi fermo qui, perchè era pur sempre un Lecce-Inter semibalneare e finchè non si chiude il mercato resta nell’aria una provvisorietà che suona sinistra. Vorrei mettere la sveglia e riprendere conoscenza a settembre, ma non si può.

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L’effetto Saelemaekers

Già accertato il dove e il come abbiamo perso lo scudetto – perchè questo, ahinoi, resterà nella nostra storia come un campionato regalato ad altri – e stabilito che chi l’ha vinto, per quanto ci stia parecchio sul cazzo, non lo ha rubato, varrebbe la pena fare tesoro degli insegnamenti di questa stagione.

Il Milan qualche lezioncina ce l’ha data. Abbiamo perculato per mesi Pioli is on fire, e Pioli on fire lo è stato davvero. Abbiamo ironizzato per mesi sulle loro campagne acquisti creative, come se i giocatori li cercassero su Wish, e invece dobbiamo prendere atto che Leao l’hanno preso loro, Tonali l’hanno preso loro, Maignan l’hanno preso loro, l’insopportabile Theo l’hanno preso loro, e noi no. Abbiamo letto e riletto stupefatti le loro formazioni creative, ma il piccolo miracolo lo hanno costruito passo dopo passo: tipo iniziare la stagione con Kjaer e Romagnoli centrali e finirla con Tomori e Kalulu che prendono due gol in 11 partite, game, set and match. O tipo non avere un vero centrocampo titolare ma una girandola di quasi titolari, buoni ma non buonissimi, forti ma non fortissimi: una formula ben diversa dalla nostra – tre titolari stellari e dietro dei comprimari mai decisivi – e alla lunga più redditizia. Avranno avuto culo, altrochè. Avranno sfruttato al meglio l’eliminazione totale dall’Europa (uhm, chi mi ricorda?) mentre noi ci stressavamo assai, altrochè. Ma hanno superato le difficoltà senza strapparsi mai i capelli e alla fine sono passati all’incasso con un fame che noi non abbiamo avuto.

E noi? Stanchi e un pochino invidiosi, dobbiamo trastullarci con la legge del bicchiere mezzo pieno. Perchè mezzo vuoto non è, anzi. Due coppe dal valore intrinseco altissimo, strappate entrambe alla Juve, una sciccheria totale, e un secondo posto in campionato con cui completiamo il trittico delle ultime tre stagioni che ci hanno riportato a un livello degno di noi: uno scudetto e due secondi posti, una Coppa Italia, una Supercoppa italiana, una finale di Europa League, il ritorno agli ottavi di Champions dopo dieci anni. Certo, il bicchiere è pieno solo a metà: questo non-scudetto è una pena infinita a ripensarci. A ripensarci dall’inizio.

Le statistiche ci dicono che l’Inter di quest’anno ha fatto 7 punti in meno di quella dello scorso anno. Già, ecco, diciamolo: ha fatto solo 7 punti in meno, senza Conte, senza Lukaku, senza Eriksen, senza Hakimi. Senza tutto ‘sto popò di gente è riuscita addirittura a subire tre gol in meno (quasi la miglior difesa, 32, Napoli e Milan ne hanno presi 31) e a segnarne comunque solo 5 di meno (84, nettamente il miglior attacco del campionato). Lo scorso Ferragosto, giova ricordarlo, eravamo la barzelletta d’Italia, la squadra campione che si era dissolta in un amen e andava incontro a un periodo di terrore, distruzione, morte. E invece è andata come è andata, abbiamo sfiorato un tripletino che avrebbe fatto, se non la storia, almeno la storiella.

Il finale di campionato è stato frustrante, ad aspettare inutilmente che il Milan perdesse. Sotto questo aspetto, meno male che è finito. Nella delusione siamo riusciti anche a finirlo bene: lo spettacolo di amore e orgoglio di San Siro con il tributo alla squadra non-scudettata è una piccola medaglia al valore morale. Ora inizia un altro rosario che ci farà rimpiangere il primo: quello del mercato, della gente che tarderà ad arrivare e di quella che se ne andrà, qualcuna con sollievo e altri no. Che ci tocchi ogni anno cedere uno o più gioielli e a ripartire da un passo indietro, porca miseriaccia schifosa, è una tortura che non ci meritiamo. Costretti sempre a fare le nozze con qualche fico secco. Potessi partecipare a un cda dell’Inter, caldeggerei una soluzione alla Milan: una rosa con meno alti e bassi, più equilibrata (il più possibile verso l’alto, ovvi0), una panchina verso cui non guardare con disperazione nei momenti topici, privilegiando gente vogliosa a qualche nome magari altisonante ma non affidabile.

“Grazie al cazzo”, mi direbbe Steven durante il suddetto cda mostrandomi bilanci Suning, legislazione cinese e il Cud di Vidal. Perchè poi i problemi sono sempre gli stessi: a cominciare da quell’ultimo gradino che dovremmo salire per raggiungere l’Olimpo, mentre invece siamo qui a guardare Saelemaekers che festeggia dal pullman scoperto che avevamo prenotato a fine gennaio.

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Quasi primi

In scala 1 a 2 o forse 1 a 3 (perchè la Premier è la Premier), Inter e Milan ci hanno regalato un finale di campionato tipo City e Liverpool, un duello che a questi livelli mancava da un po’. L’Inter ha vinto 9 delle ultime 10 partite disputate (8 in campionato e 2 in Coppa Italia): in queste 10 partite ha affrontato e battuto due volte la Juve e una il Milan, però ha perso a Bologna e patatrac. Il Milan dal 17 gennaio (la sconfitta a La Spezia su cui versammo cisterne di sarcasmo) non ha più perso, a parte la semifinale di Coppa Italia con noi. In campionato, insomma, ha quattro mesi di percorso netto e sempre migliore, se possibile: ha vinto le ultime cinque, ha subito due gol nelle ultime dieci.

Squadra imperfetta, certamente meno forte della nostra, il Milan si è guadagnato questa chance al cento per cento. Non ho mai condiviso granchè le larghe ironie che si sono fatte sul Milan nelle ultime due stagioni, che comunque ha condotto costantemente al vertice: l’anno scorso a un certo punto non ha più tenuto il nostro ritmo, quest’anno invece lo ha fatto eccome. E nel profluvio di paragoni con il 5 maggio (che noi speriamo di rivivere, ovviamente ribaltato) la differenza sta proprio qui: noi a quel 5 maggio arrivammo in frantumi (fisicamente e psichicamente, dopo tutti i trappoloni che ci avevano apparecchiato), il Milan arriva all’innocua partita di Sassuolo in splendida forma. Le ultime cinque partite ci raccontano di una squadra che sull’onda dell’entusiasmo – come non capirli – va dritta al punto. Ci piaccia o no, sono tosti.

Insomma, di speranze vere non ne nutro neanche un po’. Poi vabbe’, tutto può succedere, la storia ce lo insegna e la palla è rotonda. Sarà un pomeriggio divertente. No, divertente no. Di tensione, ecco, una tensione un po’ disincantata. Un’ansia speciale, che si arrivi in fretta al 90′ e poi basta così, anche quest’anno abbiamo dato.

Per noi, al 99% sarà un pomeriggio di rimpianto per un campionato che potevamo vincere e abbiamo perso. Un campionato di otto mesi e 38 partite che vediamo sfumare a causa di 60 minuti di follia, quelle due mezz’ore di quelle due partite (Inter-Milan e Bologna-Inter) che ci sono costate il ventesimo scudetto. Chiuderemo con il broncio una bella stagione: due trofei (vinti con la Juve ai supplementari, che magia), una Champions “vera” (agli ottavi dopo tanto tempo, quattro delle otto partite giocate contro le due finaliste, no, per dire) e un secondo posto in campionato. Avremmo firmato cento volte una roba così ad agosto, quando ci davano in zona Conference League a dir tanto. E invece avremmo potuto fare anche meglio: fare il pieno.

Il 22 maggio è una bellissima data per noi e lo diventerà probabilmente anche per il Milan. I complimenti glieli faccio già ora, naturalmente sperando che porti male. Vorrei spegnere il mondo alle 18 e riaccenderlo verso le 20, scoprendo chi sta facendo il carosello. L’1 per cento è poca roba, ma ogni tanto succede che i granellini finiscono negli ingranaggi. Bravo Milan, te lo scrivo con una mano sola.

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C’est la vie avec le Var

Il mondo Juve continua a rapportarsi con il Var così, con lo stesso indignato stupore con cui cui certi automobilisti abituati a sfrecciare a 200 all’ora sulle provinciali hanno accolto l’introduzione dell’autovelox, e con la stessa stupefatta indignazione con cui certi commercianti abituati a fare i conti sulla carta da formaggio hanno accolto l’introduzione del registratore di cassa. Talmente spiazzati dall’essere sottoposti alle stesse regole imposte agli altri – eh, capisco – da continuare a parlarne in termini scandalizzati a ormai quasi 5 anni dalla sua introduzione. Talmente poco abituati a dover subire decisioni avverse da contestarle ogni volta come se ci fosse un sistema a determinarle (tranquilli, noi ce ne intendiamo: oggi non è così). Talmente poco avvezzi al dover pagare tutto e subito da affibbiare a chi riscuote la patente del ladro.

Curioso poi che i ladri, improvvisamente, siamo diventati noi, dopo centinaia di furti subiti e scritti nella storia del calcio, cioè dai, non ce lo meritiamo – sarebbe come dire tipo ai curdi “oh, va bene tutto, però che cazzo di rompicoglioni”. Curioso che si pensi che un sistema certamente perfettibile ma oggettivo e manifesto (le immagini che controlla il Var le vediamo anche noi dal divano) possa favorire l’una o l’altra squadra. Ma per gente non abituata a queste fastidiose perequazioni, come dire, è un meccanismo mentale troppo tortuoso. Si procede quindi per poche e basilari affermazioni, a livello di reazione pavloviana: decisione favorevole occhei, decisione sfavorevole ladri.

Trattandosi di una questione che riguarda il calcio e trattandosi di un tema sottoposto al giudizio di quella categoria subumana che sono i tifosi (io per primo), difficilmente se ne verrà a capo dal punto di vista culturale. C’è chi lo abolirebbe, c’è chi le regimenterebbe. Io, per esempio, colloco il Var tra le invenzioni più importanti dalla ruota a oggi, insieme a internet, la pizza margherita e il Gps. Un formidabile sistema che nove volte su dieci taglia la testa al toro, e considerando che prima non la si tagliava mai è un enorme passo in avanti.

Sono passati 41 anni dal gol annullato a Turone in Juve-Roma, sono passati 24 anni dal non rigore Ronaldo-Iuliano e se ne parla ancora. Due domande: 1) non è meglio risolvere tutto subito? 2) non vi dice niente che ci sia sempre stata la Juve di mezzo?

Adesso che la Juve, di fronte a questi monitor che calcolano il fuorigioco scansionando la peluria in eccesso, conta più o meno come le altre – orrore! – ecco che l’obiettivo è minarne la credibilità. Che è un problema reale, voglio dire, non solo riconducibile alla lesa maestà dei gobbi che hanno scoperto che “la legge è uguale per tutti” non è un bizarro aforisma. L’oggettività del Var vacilla nei meandri delle interpretazioni, una zona grigia che a volte accetti e a volte no – la accetti quando ti va bene, non la accetti quando ti inculano (questo vale per tutti, eh?).

Nei cinque anni di storia del Var è stato tutto un rimaneggiare, correggere, perfezionare. Le regole, le sensibilità, le consuetudini arbitrali si vanno via via adeguando allo strumento, appiattendosi o prendendone un po’ le distanze. In questi cinque anni è cambiato profondamente il comportamento nel microcosmo dell’area di rigore. Fatta la regola, si trova sempre un inganno. Tipo quando al momento di crossare, più che cercare di metterla sulla testa del tuo centravanti, miravi alle mani del difensore. Poi si corregge e bòn, avanti così, cercando di limitare il dolo e di esaltare il gioco.

Io vado pazzo per il Var ma non vado pazzo per i rigorini: se si trovasse il modo di valutare con precisione il danno subito dall’attaccante, sarei più tranquillo. Se si trovasse il modo di distinguere con precisione tra azioni vere e azioni forzate, lo sarei ancora di più. Il riferimento è al rigore su Lautaro, dove c’è tutto il meglio e il peggio del Var e dei giocatori. Ci sono due energumeni della Juve che arrivano da dietro a contrastare l’attaccante, ce n’è uno che gli prende in pieno il ginocchio destro, c’è l’attaccante che allarga la gamba sinistra per farsi toccare dall’altro. Mi piace tutto questo? No, non tanto. Mi rimetto al giudizio di tre arbitri professionisti che guardano lo stesso monitor che fanno vedere a me conoscendo le regole meglio di me.

Abbiamo scoperto un universo di sfioramenti e pestoni, strusciamenti e incroci che il calcio pre-Var negava ai nostri sguardi e alle nostre considerazioni. Con qualche eccesso – il calcio è pur sempre un gioco di contatto, vivaddio – siamo planati su un terreno diverso, dove si capisce bene cosa si può fare e cosa no. Funziona? Non sempre, non benissimo. Ma molto meglio di quando tutto era lasciato ai soli occhi dell’arbitro e a un susseguirsi di tensioni e polemiche, alcune eterne (per non dire della tensione da stadio, oggi molto ammorbidita perchè “l’hanno visto al Var”).

In una stagione, in questo eterno gioco di sfumature, nella singola percezione di uomo di parte è chiaro che il Var un po’ ti dà (evvai!) e un po’ ti prende (ma vaffanculo!). Per quanto ci riguarda, resto ancora basito dal rigore contro di noi non dato in Torino-Inter. Per il resto, tutto nella norma, un dare e avere sereno (una modalità che dovrebbero adottare tutti, visto che la regola adesso è questa). Che alla Juve piaccia a no, se hanno dato rigori a noi e se ne hanno dati contro la Juve vuol dire che c’erano, punto. C’est la vie. C’est la vie avec le Var, maudits bossus.

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Avere la Juve come mascotte

Nell’Anno domini 2022 con la Juve ci siamo rapportati al limite del bullismo calcistico. Del resto, i gobbi hanno dovuto fare i conti con il karma per tutta la stagione: giusto così. Era ancora la prima metà di agosto quando si godevano lo spettacolo del nostro giocattolino che si disfaceva con il Chelsea che – pagando bene, per carità – veniva a fare spesa a Milano portandoci via l’Uomo della provvidenza. I più ilari e sprezzanti in quei giorni erano loro. Non sapevano che la luna di miele sarebbe durata una ventina di giorni scarsa: quando Cr7 li ha lasciati in braghe di tela, si sono accorti di una cruda realtà che avrebbe costantemente caratterizzato la loro annata un po’ così. E a rendergliela pessima siamo stati proprio noi: due finali ai supplementari, una vinta al 120′ e una vinta con due rigori, due trofei vinti e nel contempo tolti a loro, una goduria quasi surreale. E poi quella vittoria a Torino nel loro miglior momento e nel nostro peggior momento, poteva essere il sorpasso e invece puff!, il loro campionato è finito lì. Tre vittorie e un pareggio su quattro confronti, prima volta per loro dopo 11 anni senza niente in bacheca: meraviglioso.

Ogni volta che vedo l’Inter vincere, addirittura vincere in rimonta, addirittura vincere in rimonta con la Juve, non posso fare a meno di pensare a un campionato che ci sta sfuggendo in maniera quasi incredibile. Se siamo stati spietati con la Juve, siamo stati troppo generosi con il Milan. Vorrei godermi il momento, ma non ce la faccio. Vorrei essere d’accordo con chi sostiene che con le premesse di agosto tutto quello che è arrivato dopo è un di più, ma non lo sono. La realtà è che questa squadra si è rivelata piano piano la più forte in Italia: e se queste due coppette contese alla Juve sono state la ciliegina della stagione, la torta è invece lì in bilico, sempre più vicina alle fauci del Milan. Poteva andare meglio, e invece no. Anche in finale di Coppa Italia ci siamo dimostrati capaci di fare la qualunque, nel bene e nel male. Soprattutto nel bene. Perisic strepitoso e polemico, stanco ma decisivo. Un po’ come vorremmo tutti: stanchi e decisivi. Domenica in 5 ore si deciderà quasi tutto. Mi porto avanti: grazie ragazzi, spreconi di talento. Vendiamo cara la pelle, il resto si vedrà.

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Il teorema del braccino

I (per noi) drammatici accadimenti di Bologna-Inter hanno avuto almeno un effetto positivo: quello di spostare l’attenzione su temi calcisticamente meno grotteschi rispetto a quelli che stavano tenendo banco fino al giorno prima. Personalmente, preferisco parlare di quanto è facile perdere uno scudetto quasi vinto piuttosto che intervenire nel dibattito sui presunti favori arbitrali a nostro favore. Che comportava pure ascoltare lezioncine di etica da due club che fino a tipo 16 anni fa si ritrovavano in pizzeria a fare le designazioni di arbitri e segnalinee per le nostre partite. O, per restare a tempi più recenti (e con protagonisti contemporanei), da una squadraccia che l’anno scorso ha avuto 20 rigori a favore e con questi è arrivata seconda a 12 punti dalla prima.

Sul tema, invece, “come buttare nel cesso un campionato e vivere piuttosto infelici” mi sento assolutamente sul pezzo. Tanto che, a questo punto, con quattro partite da giocare (più una finale di Coppa Italia contro Il Male fc), sguazzo nella scaramanzia più scomposta e abbozzo un bilancio stagionale, come se tutto fosse già finito. Anche questo è molto a tema: dopo esserci immaginati per quasi quattro mesi un’altra classifica (quella con i famosi tre punti in più), perchè non immaginare che dopo un anonimo recupero infrasettimanale sia tutto già deciso, fatto, finito, successo, archiviato sia pure con leggero anticipo?

E quindi cosa diremo di questo campionato, al di là di Radu (che è solo l’apostrofo rosa tra le parole chit’ammuort), quando sarà finito e noi saremo arrivati secondi? Che sarà stato, più che altro, un’enorme occasione persa. Se c’è stata una vera differenza, e tutta a nostro favore, con Milan e Juve quest’anno non è l’incidenza degli arbitri (una tesi ridicola) ma quella degli infortuni. Se avessimo avuto lo stesso numero di infortuni di Milan e Juve (forse un effetto di tutti gli accidenti che gli tiriamo quotidianamente), credo oggi saremmo qui a giocarci un faticoso ingresso in zona Champions, altroché scudetto. Sotto questo aspetto, è stato un anno quasi sereno. Il loro molto meno, in certi momenti addirittura disastroso. Eppure il Milan è due punti davanti e la Juve non tantissimo dietro, tanto che rischia di arrivare terza. Mi ricordo di qualche loro partita con otto-nove assenti: non credo che avremmo potuto fare meglio di loro.

E poi la beffa è perdere lo scudetto con questi uomini, con queste cifre (abbiamo miglior attacco e miglior difesa), con questo bel clima che c’è attorno alla squadra nonostante qualche alto e basso. La formazione-base dell’Inter è la migliore che un club possa mettere in campo in Italia oggi. Peccato che molti cambi non siano all’altezza del titolari, e questo è un problema doppio. Un problema in sè, ovvio, e un problema di rimbalzo: nel senso che per forza Inzaghi ha dovuto insistere quasi sempre sugli stessi, con tutto quello che ne è conseguito in termini di stress e usura.

Il finale è beffardo, perchè Radu c’entra fino a un certo punto. Bologna-Inter era una partita che non stavamo vincendo, che non avevamo chiuso quando l’avversario era alle corde. Una partita riuscita male, nonostante la stessimo preparando da quasi quattro mesi. Il finale è beffardo perchè il campionato ce lo siamo giocati molto tempo prima, nel derby del 5 febbraio. In quei tre maledetti minuti, tra il 75′ e il 78′, quando tra noi e loro in 200 secondi scarsi sono ballati sei punti. All’epoca l’avevamo presa male, ma rivista adesso la circostanza è addirittura apocalittica. Rischia di costarci quella che potrebbe essere la beffa di tutte le beffe, arrivare alla pari e (no, non ci voglio nemmeno pensare).

La storia di questo campionato, che sarà vinto da una squadra che a fatica avrà superato gli ottanta punti, non autorizza a fare pronostici: quasi non ci sono le basi. Chi scommetterebbe serenamente 50 euri su quattro vittorie di fila (non quaranta: quattro) del Milan o dell’Inter? E chi, anche solo guardando i risultati degli ultimi 3-4 turni, sarebbe in grado di dividere le loro avversarie in categorie attendibili di difficoltà? E’ il bello e il brutto di questa manciata di giorni che ci separa dal 22 maggio, una data per noi magnifica e che potrebbe diventare anche un po’ dolente. Tutte le cazzate che potevamo fare le abbiamo fatte, quindi potremmo concentrarci per fare le cose essenziali, tipo portare a casa il culo una partita alla volta. In fondo, il destino non più nelle nostre mani potrebbe anche essere una chiave interessante. Chissà, deresponsabilizzati ci liberiamo di qualche peso.

Bologna-Inter, finalmente disputata, ha tolto dalla classifica quell’alone di incertezza che funzionava da scappatoia intellettuale un po’ per tutti. Prendiamola come una partita di tennis. Siamo all’ultimo game, il Milan serve per il match. Ma è una partita tra due tennisti senza un gran servizio e troppo ondivaghi tra grandi colpi e immani stronzate. In queste circostanze di solito non vince chi la tira più forte, ma perde quello col braccino.

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